"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 22 maggio 2026

CHARLOTTE CASIRAGHI (Facebook Down Series – 266)

CHARLOTTE CASIRAGHI

(Facebook Down Series – 266)

 

Il canale, evidentemente, ha dei meriti.

 

Contenuto a parte, pensavo allo stile della Signora (non ha un titolo nobiliare: memento famiglia Agnelli).

 

A voi decidere:

https://www.youtube.com/watch?v=-i-e4a3i3gQ

 

 

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domenica 17 maggio 2026

“GRANDE TORINO” (senza preconcetti) (Facebook Down Series – 263)

 

“GRANDE TORINO”
(senza preconcetti)
(Facebook Down Series – 263)

 

Non ho idee preconcette.

 

Tanto che il 16 maggio 2026 ho comprato copia del quotidiano La Stampa per leggere l’intervista di Alessandro Baricco a Paolo Pulici ([1]).
Qui sotto trovate il ritaglio in cui Pulici parla di Urbano Cairo (con una piccola coda a chiudere l’intervista).

 

Ma sulla qualità degli Statuto, mantengo le mie perplessità.
Mentre il mio giudizio su Urbano Cairo è corroborato.

 


 

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lunedì 16 aprile 2018

“MANINFACCISMO” DA BRACCIA CONSERTE (Tombstone series – 41)


“MANINFACCISMO” DA BRACCIA CONSERTE
(Tombstone series – 41)

 

Molti anni fa quando ancora non avevo inaugurato questa serie, pubblicai un post intitolato “Le mani in faccia”: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/01/le-mani-in-faccia.html.

 

L’intera sostanza condivido rispetto alle fotografie – i ritrattati sono uomini e donne, di imprenditori o, comunque – di persone di cui si vuole dichiarare il successo: sorrisi più o meno veri (quanto a dentizione) e braccia conserte (per gli uomini viene meglio in quanto magari sfoggiano anche un orologio da polso costoso), quasi a nascondere qualche cosa dietro una sicurezza bidimensionale.

Diffido anche di questa categoria.

 

 

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mercoledì 12 agosto 2015

CIÒ CHE COMPRA IL DANARO (Tombstone series – 24)


CIÒ CHE COMPRA IL DANARO
(Tombstone series – 24)

 

L'andamento dei titoli azionari delle “quotate” in questo mercoledì 12 agosto 2015 conferma ancora una volta che “se i Cinesi svalutano la loro moneta, essi fanno il mercato dei beni che acquistano”.
Dunque, lusso non è sinonimo di stile ed eleganza (fra loro nemmeno intercambiabili), bensì di mera disponibilità economica.

 

 

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venerdì 26 giugno 2015

IN MEMORIA DI JOHN STEED


IN MEMORIA DI JOHN STEED

 

Arsène-Georges è un magister vitae alla pari e prima di John (Wickham Gascoyne Berresford) Steed-Patrick Macnee”.
Questo scrivevo nel mio post ([1]) commemorando la morte dell’attore Georges Descrieres, interprete delle serie televisive di Arsène Lupin, dove il “prima” si riferiva al fatto che il personaggio di Maurice Leblanc è nato nel 1905.
 
Il 25 giugno 2015 è morto a 93 anni ben compiuti ([2]) John Steed.
Sì, perché – inutile negarlo – per tutti Patrick Macnee è sempre stato l’agente John Steed, così come Diane Rigg sarà sempre Mrs. Emma Peel.
 
Steed e Mrs. Peel furono e sono la coppia più bella, improbabile, cool, educata, tongue-in-cheek (e così oltraggiosa) che abbia mai occupato il tubo catodico ([3]) domestico, prima in bianco e nero e poi a colori (quei colori che noi non vedevamo di certo, l’Italia degli scorsi anni sessanta era in bianco e nero, un bianco e nero destinato anche a sbiadire). Loro erano The Avengers, per noi Agente Speciale.
 
Non credete a quello che vi raccontano i miei coetanei: eravamo ragazzini che frequentavano le scuole elementari, qualcuno più grande le medie inferiori, quindi al pomeriggio dopo i compiti si andava a giocare ([4]), potendo. Certo c’erano programmi che ci piacevano, ma non facevamo i critici televisivi e quindi si vedeva quel che si vedeva e siccome programmati appunto “per ragazzi” ([5]) gli episodi arrivati in Italia di The Avengers furono pochi, trasmessi in disordine ([6]).
Per The Prisoner, con e di Patrick McGoohan, andò forse peggio ([7]).
Del resto, la qualifica di serie televisiva “supercult” per The Avengers arriva solamente nel 2001 ([8]). Mentre chi mai si preoccupava quindici anni prima di pubblicazioni come il libro Cult TV di John Javna ([9]) – nel quale quattro pagine complessive sono dedicate all’intera saga ([10]) avengersiana, in cui sempre militava Patrick Macnee nei panni di John Steed?
 
Ne The Avengers steedpeeliani c’era tutto: compreso il lento declino della moda maschile (improbabili, visti con i colori, taluni abiti di Pierre Cardin indossati da Macnee). Però, Steed era sempre lì, con bombetta e ombrello arrotolato, la antica Bentley verde a contrastare la modernità della Lotus ([11]) di Mrs. Peel ([12]).
Evidentemente, stava ai telespettatori, come poi stette e ancora sta agli spettatori (sempre di uno schermo comunque più piccolo di quello cinematografico), capire cosa sia lo stile nel vestire, non buttare via il concetto di cravatta, rendersi conto che ha un senso il bastone da passeggio, eccetera.
 
Quasi sterankiani i toni delle immagini della sigla di apertura della quinta serie mentre siamo alle ombre cinesi per quelle di chiusura ([13]), comunque eleganti e che consentono ancora una volta di vedere Mrs. Peel impegnata in qualche movenza di Tai Chi.
Sterankiani tout court i titoli in bianco e nero per l’edizione USA ([14]).
 
Lascia la serie Mrs. Peel, che ritrova il marito (militare di carriera, il pilota Peter Peel) ([15]), mentre a Steed si affianca Tara King ([16]).
 
Steed c’è sempre, anche ne The New Avengers ([17]).
 
Il tempo è così galantuomo con lui (meno con le sue compagne d’avventura), che lo si credeva immortale John Steed, o per lo meno capace di diventare centenario e restare in ottima salute ([18]), dunque ancora a tirare di scherma con il suo acuminato brolly e senza che il bowler hat cambiasse inclinazione.
 
Chiudo con un’intervista del 2000, https://www.youtube.com/watch?v=DBXgN9_2uY8, e un otto anni dopo: https://www.youtube.com/watch?v=r8OipmKFDeM.
 
Dimenticavo: oggi hanno ancora prezzi ragionevoli le copie dell’autobiografia del 1989 di Patrick Macnee ([19]), domani non so.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[2] Così si eviteranno le tipiche frasi italiane “avrebbe compiuto”, “aveva appena compiuto” e altre idiozie del genere.
[3] Altro che schermi piatti.
[4] All’inizio degli anni settanta c’era i doppi turni: le aule scolastiche erano occupate anche il pomeriggio.
[5] La “tv per ragazzi” cominciava alle 17.30.
Andava meglio per certe programmazioni domenicali: ricordo quella di La spada Zorro e poi nel 1971 UFO.
[7] Tutto a colori, arrivò sui canali RAI soltanto nel 1974.
[8] Si cfr. L. DAMERINI e F. MARGARIA, Dizionario dei telefilm, prima edizione, Milano, Garzanti, 2001, p. 5.
[9] J. JAVNA, Cult TV – A viewer’s guide to the shows America can’t live without!!, New York, St. Martin’s Press, 1985, pp. 62-65.
[10] Sei serie in totale.
[11] Anni fa ricordo a centinaia di sterline alcuni pezzi della leggendaria confezione contenente i due modellini – le automobiline – della Corgy Toys. Adesso per un esemplare ben tenuto siamo quasi a 1.000 sterline, e aumenteranno ancora le quotazioni.
[12] Del “male appeal” di Emma Peel scriverò in altra occasione. 
Notare il passaggio dalle coppe alle flute per lo champagne.
[15] Il suo cognome da nubile è Knight.
[18] Come Ernst Jünger.
[19] Intitolato Blind in One Ear.

lunedì 15 aprile 2013

CUOIO E BORCHIE (allora eravamo belli, puliti e stilisticamente pericolosi. Noi)


CUOIO E BORCHIE
(allora eravamo belli, puliti e stilisticamente pericolosi. Noi) ([1])

 

Da qualche anno provo notevole fastidio per l’annacquamento di alcuni simboli della gioventù. Quella vera.
Probabilmente è solo il culmine di quanto cominciò oltre 30 anni fa.
 
Non è mai esistita la necessità di indossare capi d’abbigliamento con il marchio di un prodotto merceologicamente differente, quindi il giubbotto di cuoio, se proprio doveva avere una marca, o era Schott o era Lewis Leather ([2]).
1 Ramone su 4 indossa lo Schott Perfecto nella foto di copertina dell’eponimo debutto. Qualche imbecille vi dirà che James Byron Dean ne indossa uno in Rebel Without A Cause.
Facile, da sei lustri abbondanti, riconoscere gli impostori, siano essi scapoli o ac-coniugati (copro anche gli omosessuali), incapaci di cambiare una candela alla moto e svenuti per la paura dalle parti degli uffici degli Angeli (quelli che “restano sempre zozzi”) a NYC (o altrove).
 
Nel 1981 vidi i Soft Cell al Maximus di Leicester Square, London.
Si pose quindi la necessità di indossare 2 (due) cinture ornate a fila singola di borchie piramidali: meno scorza e più pensiero, rispetto a una sola cintura con una fila a tre. Occorreva, prima, trovare due cinture (e non vi dico come sono da portare).
Gli speroni sono ancora da qualche parte, con le stud piramidali (inaccettabili tutte le altre forme) a ornarli, ovviamente, portati con gli anfibi o gli stivali di Johnson’s, dopo poco uno solo spur va indossato (io lo tenevo a destra, non sono mancino).
 
Al controllo sicurezza del bagaglio a mano, fine agosto (sempre 1981), all’aeroporto ([3]) lascio tutte le mie metalliche piramidi montate su cuoio, che in un sacchetto di plastica trasparente mi saranno restituite dal tapis roulant all’arrivo a Milano.
Ancora cuoio e borchie non sono cosa da impiegati in vena di trasgressione a breve scadenza.

 

Altri tre anni, sempre Londra: 1984, una laurea con lode ([4]).
Estate, una futura (1989-1990) ferita emotiva ancora oggi non rimarginata (dunque non porto – nemmeno – una cicatrice interiore) ([5]), e Boy di King’s Road vende quegli stivali bassi (già di Seditionaries) con borchie piatte e chiodi sulla punta ([6]), chiamiamoli rebel brogue, volendo: facce scure mi scrutano ogni volta sugli autobus rossi a due piani (ancora “aperti dietro”) che uso per andare la sera nei club o anche solo al pub ([7]): siamo ancora, per fortuna, belli, puliti e pericolosi anche quando balliamo al ritmo di una canzone di Sylvester.
 
E oggi?
Beh, a parte i dopolavoristici cuoi su cui lo czarniano Lobo urinerebbe con effetti corrosivi definitivi, vedo inutili borchie così asettiche che certo nessuna dominatrice comprerebbe un paio di scarpe con tali ornamenti metallici (indipendentemente dal colore della loro suola e il prezzo che ne consegue).
 
Risultato?
Tutto è diluito, anche se per una camicia come quella che funge da copertina di questo blog una qualunque, attempata ([8]), direttrice di pubblicazione periodica pagherebbe qualche migliaio di Euro.
 
Dedicato a tutti i lazy sod che arrivano da un “Satellite” ([9]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 
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[1] Di questo post esiste una versione con le note complete, anche quanto a nomi propri, qui invece contraddistinte da “[…]” per le parti omesse e “x” per i nomi (nessun errore di battitura alla prossima nota 5, preciso).
Talvolta la prosa si fa privata.
[2] Poco importa che la britannica Lewis Leather oltre ai suoi modelli copiasse il feticcio supremo della newyorkese Schott: il Perfecto. Il mio lo comprai nell’estate 1985, prima che il cuoio diventasse più leggero e si sentisse la necessità di marchiare le chiusure, in Laguardia Square, Manhattan.
[3] London, ma non ricordo dove, se non che avevo visto Eraserhead a mezzanotte in un cinema di King’s Road, avevo dormito - forse - due ore con sveglia accesa sul pavimento della mia stanza, avevo usato un autobus notturno, poi un pullman da Tottenham Court Road, una Guinness alle sei di mattina al bar dell’aeroporto dopo il check in.
[4] […].
[5] Pxxxxxxa – oggi Mxxxxo […].
La Cicatrice interieure è un film di Paul Garrel in cui recita Nico. 
[6] Allo studio legale dove lavoro mi chiede il collega biondo cosa ne faccio: gli rispondo che, certo, li indosso.
[7] Ciao Dxxa.
[8] Von hinten Lyceum, von vorne ... Museum, vero Gxxxxxo?
[9] Canzone dei Sex Pistols che, necessariamente, trovate ab origine solo sul retro di un sette pollici, o in un bootleg butterato come un appestato dal vaiolo comprato dove Portobello diventa terra di teppisti, guttersnipe?, quando li acquistavamo solo noi, 36 anni fa. Altro che giornata annuale del vinile!

martedì 10 gennaio 2012

LE MANI IN FACCIA






LE MANI IN FACCIA

 

Da anni vedo autori di libri italiani e francesi che si fanno fotografare in posa con il mento appoggiato a una mano e/o in altre varianti “manofacciali”.

Temo che si tratti del tentativo di dare a chi vedrà la foto l’impressione di un contegno profondo del letterato medesimo.

 

Per reazione, inizialmente diffido di ogni autore con tale vezzo; di solito di molti di quegli autori diffido anche – e spesso già – per altri motivi.

 

Se poi il risultato fotografico deriva dall’autore dello scatto o dal suo committente editoriale, beh è come la storia del sarto: nessun assennato ed elegante cliente affida al sarto la scelta del colore della stoffa dell’abito, e anche sul tipo di stoffa occorre che sia colui che indosserà il capo di abbigliamento a dire l’ultima parola.

 

Quindi la colpa della foto è, in fondo, sempre imputabile al “soggetto ritrattato” (per usare la definizione giuridica corretta).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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