"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 9 novembre 2015

HUGO PRATT: QUALCOSA DI PERSONALE (a proposito di un piccolo libro)


HUGO PRATT: QUALCOSA DI PERSONALE
(a proposito di un piccolo libro)

 

Quando desideravo scrivere una biografia, cronologica ma non solo, su Hugo Pratt ([1]) avevo anche un titolo (che non svelo) che avrebbe dovuto far presente l’approccio non agiografico della medesima.
È andata come è andata, per ora almeno.
 
Da qualche anno, comprare tutto quello che è pubblicato di/su Hugo Pratt ha una serie di controindicazioni, si compiono delle scelte e poi si giudicano.
L’ultima acquisizione è un libro in lingua francese di non grande spessore: poco oltre le cento pagine che si riducono all’ottantina scritte, di un formato leggermente inusuale, illustrato con vignette tratte dalla storia “Y todo a media luz” (cioè “Tango”) ([2]): è Hugo Pratt: la rencontre de Buenos Aires di Michel Rime, pubblicato nel luglio 2014 da Favre.
 
Volume godibile, con alcune considerazioni sul Maestro di Malamocco non orientate e come tali critiche o anche solo descrittive e come tali non “santificanti”. Si capisce di chi sia la “farina” leggendo i ringraziamenti: Marina Pratt, Anne Frognier, ...
 
Se facessi delle citazioni vi toglierei il gusto della lettura, ed allora vi segnalo alcune pagine, partendo da righe dedicate all’inimitabile Anne: 16-17, 24-26, 44-45, 56-58, e forse qualcosa d’altro che troverò di seguito.  
 
Mi azzardo a metterlo – pur coi limiti della sua consistenza quanto a pagine – al fianco (oltre che dei “classici” libri più o meno firmati da Dominique Petitfaux) di: Un romanzo d’avventura, Le pulci penetranti ([3]), Corto come un romanzo (prima edizione) e Avevo un appuntamento.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Ne ho già fatto menzione nel blog.
[2] Dunque un po’ più che tollerato dall’ufficialità prattiana, che rimane sempre e solo Kong SA e che ne ha autorizzato la pubblicazione.
[3] Diventato Avant Corto (e in Italiano Aspettando Corto).

martedì 30 giugno 2015

PANEM ET CIRCENSES – 4 (Andrés Calamaro)


PANEM ET CIRCENSES – 4
(Andrés Calamaro)

 

Andrés Calamaro è l’ultimo artista, argentino di Buenos Aires, che ho scoperto con piacere, un po’ per caso e un po’ no.
Gli ho dedicato parzialmente questo post: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2015/02/buenos-aires-e-oltre-dame-dos.html, dove trovate qualche riferimento, se volete.
Qui di seguito, qualcosa di nuovo. Attenzione: Calamaro, e anche io lo sono, è pro corrida.

 

 

Breve documentario, in tre parti (al momento reperibili le prime due):
https://www.youtube.com/watch?v=5DN_l7Avjgg
https://www.youtube.com/watch?v=I9jJ3eePNHg.

 

Interessante intervista occasionata nel titolo dall’ultimo, recente, libro pubblicato da Calamaro (il precedente è un dialogo con l’amico Alejandro Rozitchner):
http://www.calamaro.com/2015/05/libertad-digital/.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 


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giovedì 26 febbraio 2015

BUENOS AIRES E OLTRE (“¡Dame dos!”)


BUENOS AIRES E OLTRE
(“¡Dame dos!”)

 

Secondo una prospettiva di sistema, scrivere di Buenos Aires e della nazione di cui è capitale ([1]) è congeniale al blogger in quanto – per luogo comune ([2]) – la capitale dell’Argentina ha (o ha avuto per decenni) la più alta concentrazione di psicanalisti del mondo.
Io mai mi rivolgerò a uno psicologo, salva la resurrezione di Sigmund Freud, ma certo non nego la rilevanza di guardarsi dentro, ogni tanto.
 

In una continuità negativa, nonostante la mia passione devota per Ayrton Senna, il mio disinteresse per il Brasile permane intatto ([3]) e considero il campionissimo paulista soltanto un argentino nato in una nazione sbagliata: il trimondiale di Formula Uno era un malinconico assoluto, un gaucho che montava cavalli vapore e non certo un sambista spensierato. In un mondo ideale egli avrebbe dovuto ritirarsi gigante, pur se agonisticamente mano a mano con Juan Manuel Fangio (argentino).

 

Devo ringraziare Hugo Pratt, ma soprattutto Alberto Ongaro: sin da quando, ragazzino appena teen, lessi per la prima volta il suo, secondo libro, Un romanzo d’avventura e subii il fascino lontanissimo e solitario (non sempre triste e finale, ma ... ([4])) di quella città assolutamente impossibile da immaginare, ma che confina sempre e soltanto con la pampa dello hogarthiano Drago, un gaucho fumettistico talmente estraneo a ogni classificazione che per voi non ha nemmeno senso leggerlo (oppure sì?).

 

Dunque fra leggende future ([5]) delle historieta e passati fasti bruciati dal cinema con improbabili cavalieri dell’apocalisse cominciava ad ardere una fiamma personale, curiosa e malinconica.

 

A mo’ di reprise: la Samba mi fa schifo.
Il Tango lo apprezzo innanzitutto siccome tragico e poi in quanto molto bello e rigoroso nei passi. Poi che sia un cantato da Carlos Gardel o un bandoneato del mardelplatense Astor Piazzolla è questione di momenti.
 

Y todo a media luz ([6]) è il vero titolo della storia di Corto Maltese che poi ([7]) tutti conobbero come Tango.
Rifletteteci: il titolo originario, che è quello di “un” tango, accentua quel ruolo pivotale che ha la luce nelle nazioni di lingua castigliana: la luce è fondamentale quando si sceglie il posto per vedere una corrida, ma evidentemente lo è anche in una sala piena di ombre (rammento il bonaerense Caffè Tortoni, non una tangheria ma allora ...) sulle cui tavole di legno del pavimento scivolano i passi dei ballerini.

 

Cosa si trova in Argentina? Potrei rispondere che non lo so, in quanto dopo oltre 20 anni dalla mia seconda e ultima visita anche lì le cose saranno cambiate.
Non so che fine abbiano fatto quegli eleganti sebbene anacronistici “colectivo”, tutti cromo e anni ‘50, con cui si traversavano pezzi della Capital Federal.
 
Credo si trovi ancora (e sempre) quella ospitalità per cui a Mar Del Plata il titolare di uno stabilimento balneare, durante un lungo e assolato pomeriggio, mi offrì illimitati caffè espresso solo in quanto Italiano, io.
Per cui la mia guida la seconda volta che andai a Baires non solo si preoccupo di invitarmi a trascorrere la fine dell’anno in famiglia da lei (altro a seguire su quella sera), ma si premurò anche di portarmi in aeroporto con un van perché le strade erano allagate (questo accadeva poche ore dopo essere stato riaccompagnato in albergo da qualche suo parente).
Per cui la famiglia Güiraldes si preoccupò di mettermi appena possibile di nuovo a disposizione la stanza padronale della estancia di famiglia, cuarto comprensivo di scala di legno che conduceva alla biblioteca dell’avo (l’autore di Don Segundo Sombra).
 

L’Argentina è un paese elegante, anzi una nazione di signore e di signori. Dunque anacronistica.
I signori sono quelli che non devono esibire nulla di nuovo per dimostrare chi sono. Invero tutti i loro effetti personali paiono essere immuni da età e privi provenienza, sono e basta.
Ciononostante, la frase che ormai da circa un quarto di secolo mi torna nelle orecchie ogni tanto, e che in qualche modo è il degno sottotitolo del nome della nazione è “¡Dame dos!”: perché l’Argentino quando compra tende a esagerare e compra doppio. Questo aneddoto proviene dal mio primo soggiorno presso los Güiraldes, me lo raccontò la nonna (obiettivamente non ricordo di chi fosse la madre).
 

E qualche altro ricordo e pensiero.

 

I cavalli in Argentina sono tolettati in modo che non ci sia un pelo in eccesso (prima ancora che fuori posto): Criniera a spazzola e il resto di conseguenza. Il primo colpo d’occhio offre una visione che per un europeo può sembrare quasi oscena siccome non siamo abituati.
Le redini “a mazzetto in una mano, gaucho o polista che tu sia o pretenda di imitare.
Ricordo le mie partenze, da fermo, al galoppo.
I migliori cavalli del mondo.

 

Alla Cabaña di Buenos Aires: pasteggiando con bottiglie di Coca-Cola da 33 centilitri su filetti con controfiletti inseparati di manzo monumentali.

 

Ti senti a casa ogni volta che ordini una – sempre formato argentino – milanesa de ternera.

 

Alla prima colazione in veranda arriva pane del giorno precedente – come dovrebbe essere naturale – tostato su cui, in alternativa a confettura o marmellata, puoi spalmare una crema marrone: chiedi in un mix di lingue se contiene cioccolato, la riposta è no. Scopri il dulce de leche.

 

La piscina si chiama pileta.

 

I ghiacciai sono di colore blu trasparente.

 

Bariloche: un gran cioccolato, un lago maestoso, …

 

In Patagonia di Bruce Chatwin lo avevo già letto sdraiato su una spiaggia libera di Key West.

 

Ho capito Courrier Sud di Antoine de Saint-Exupéry volando da Rio Gallegos (o era Entre Rios?) con l’azzurro del cielo argentino sopra di me.

 

Andrés Calamaro. Meglio tardi che mai: continuo a non ricordare quale fosse il titolo della sua canzone ascoltata alla radio di cui un tre lustri fa non trovai a Madrid il singolo o l’album che la contiene. Ho rimediato: ho chiuso il 2014 con alcuni suoi album ([8]) in valigia di ritorno da Barcelona e proseguo nella discografia del porteño, scorretto rockenrollero dylaniano e amico di Fresán, più che cinquantenne “Mitad hombre-mitad marisco” ([9]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Questo post di impressioni non può rientrare nella Sketches series in quanto troppo lungo.
[2] Secondo Rodrigo Fresán, mi rifaccio al suo romanzo Esperanto, il fenomeno risale agli ultimi anni settanta.
[3] Di nuovo, sembro condividere il sentimento per lo meno con il protagonista di Esperanto: Federico Esperanto.
[4] Sto citando un grande autore argentino: Osvaldo Soriano.
[5] Qui invece non sto citando David Bowie.
[6] Strofa di un tango del genere milonga celeberrimo: “A media luz” del 1924: musica di Edgardo Donato, testo di Carlos Lenzi.
[7] Fu pubblicato per la prima volta a puntate sul mensile Corto Maltese a partire dal giugno 1985. Anche la prima edizione francese mantiene il titolo originale.
[8] Fra cui i fondamentali Honestidad Brutal (doppio CD) e El Salmòn (quintuplo CD).
[9] Come lo definì Miguel Abuelo, fondatore del gruppo Los Abuelos de la Nada in cui Calamaro militò fra il 1981 e il 1985.

sabato 8 marzo 2014

IN DIFESA DI ALBERTO ONGARO, MA ANCORA CON L’ALBATROSS HUGO PRATT AL COLLO


 
IN DIFESA DI ALBERTO ONGARO,
MA ANCORA CON L’ALBATROSS HUGO PRATT AL COLLO

 

Non pretendo che i miei post abbiano titoli eclatanti per originalità, qualche volta essi sono mero sommario.
Nel caso di specie ([1]), con 14 parole e 1 virgola ho già espresso la mia opinione e semplicemente qui la illustro.
 
Alberto Ongaro è un giornalista e uno scrittore.
Alberto Ongaro ‘era’ amico di Hugo Pratt, anche quando il secondo era ancora vivo (in quanto il sodalizio era già finito).
La definizione più esatta è la prima, quella percepita da molti è la seconda senza tutto ciò che in essa segue alla apertura di parentesi e, probabilmente, anche senza ciò che segue alla virgola.

 

Sarebbe facile dare a Ongaro ciò che è di Ongaro (soprattutto come autore di libri; i giornalisti, celebri e non, sempre anelano al libro ([2])), ma il pubblico è pigro e forse si tratta di uno dei pochi casi in cui il tempo potrà essere galantuomo.

 

Non è un azzardo affermare che: senza l’amico Alberto ([3]), Hugo avrebbe potuto anche rimanere un disegnatore che veniva indicato come “all’anagrafe Ugo” ([4]), con una “t” sola nel cognome ([5]).

 

Nel 1970 il veneziano di Rimini non è noto come Guido Crepax, e nemmeno come Magnus (e Bunker).
Ma quell’anno Ongaro pubblica il libro che funge da pietra angolare, una delle quattro certo ma ne servono quattro, alla fama del futuro Maestro di Malamocco (paternità del titolo: Oreste Del Buono qualche tempo dopo): Un romanzo d’avventura.
Si noti: “Un” come “Una” (ballata del Mare Salato”) e “avventura” chiave dell’intera produzione di Hugo Pratt da L’Asso di picche a Morgan e (anche) oltre.

 

È, obiettivamente, un romanzo dotato di fascino, nel quale Paco – il coprotagonista assente – è tratteggiato a mio avviso su Alberto attribuendogli però certe caratteristiche di Ugo con qualche viceversa.
L’autore e amico si spinge anche nel sancire come vero il falso dell’acca, e in tal modo si consolida (se non si inaugura) la tendenza prattiana della mezcla fra fantasia e realtà.
Ma oltre il romanzo, con la lente del poi si scoprono quegli amici che negli anni andranno a sbiadirsi, a partire da quel Mario Faustinelli che sembra inchiodato – come una farfalla fra le molte di una collezione di cui non è il pezzo raro – nelle fragili pagine degli Albi Uragano, e quella donna minuta e unica nell’avere una sua vita – ad ogni costo – che è la gran belga d’Argentina Anne Frognier ([6]), la cui giungla fu verosimilmente più nel menage familiare con (H)ugo che non nelle vignette a lei anni prima dedicate dal futuro marito.

 

Con sincerità, nel paragrafo “H.P. et Hugo Pratt” di De l’autre côté de Corto ([7]), il non più “fumettaro” ma autore di “letteratura disegnata” (discreto revirement nel definirsi) dichiara a Dominique Petitfaux quanto al suo Le Pulci penetranti del 1971: “J’ai voulu ce livre parce que Alberto Ongaro venait de sortir son roman Un romanzo d’avventura, dont j’était le personnage principal, et je n’était pas d’accord avec l’image qu’il donnait de moi”.
Strano, dato che in occasione della ripubblicazione della sua seconda fatica letteraria, nel 2008, Ongaro ha dichiarato il contrario e non stento a credergli, posto che esiste anche una foto dei due amici alla presentazione del libro ongariano, posto che (copyright a parte) la vignetta che illustra la copertina del romanzo nel 1970 arriva diritta dalle tavole salate prattiane e per di più evoca l’adolescente (ancora!) Pandora Groovesnore e non un personaggio qualsiasi.

 

Ma soprattutto, il gioco dei due amici si scopre ex post con la cruciale intervista che il giornalista Alberto dedica al “Orson Welles dei fumetti” Hugo nel 1973 su L’Europeo ([8]).
Sono pagine su cui si regge, letteralmente, la leggenda che fonde Hugo Maltese e Corto Pratt e che appaiono quasi un anno dopo, si badi dopo, quell’articolo del 1972 pubblicato su Linus di settembre intitolato “Come nasce Corto Maltese?” sempre a firma Ongaro.
Desidero precisare che quella intervista è da anni (dal 2006) sparita dalla circolazione, come da revisionismo storico ormai costante (di nuovo non si trova il romanzo del 1970 di Ongaro se non andando per biblioteche).

 

Le distanze fra i due amici, non si dimentichi cosa scrisse Ongaro per Pratt (o disegnò questi per le sceneggiature dell’altro), si misurano nelle dichiarazioni del primo del 2002, le quali pur si inseriscono nella celebrazione del grande fumettista italiano consistente in un hors série della rivista Bo Doi ([9]): l’intervento di Ongaro porta il titolo “Mesquineries” e la parola si rinviene in questa frase: “Mais il y a ajouté toutes sortes de petites mesquineries qui ont amené à cette rupture”.

 

Il tentativo del 2008 dell’ex amico superstite di seppellire i rancori naufraga definitivamente con il volume corale del 2013 dal titolo Je me souvíens de PrattConversations à Malamocco avente altresì (o soprattutto) lo scopo di raccontare la verità secondo Silvina e Jonas Pratt ([10]), figli di Hugo e Anne, contra quella ufficiale ([11]). Ad esso partecipa anche il giornalista e scrittore veneziano.

 

Ho letto diversi libri di Alberto Ongaro, ma quello che fa parte della mia terna de chevet ([12]) rimane il romanzo in cui non succede nulla ai personaggi ma può succedere molto ai lettori, anche di diventare ... bidimensionali come Hugo e Paco o di rileggerlo trovandoci sempre qualcosa di nuovo ([13]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 


Dedica dell'Autore su copia del suo primo romanzo: Il complice (1965)
(collezione privata)
 

 

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[1] Scritto un altro post, che non so se pubblicherò, mi sono accorto (secondo la legge inesorabile della tavola sinottica degli eventi) che le date richiedevano una ricostruzione non ad usum prattiani di un paio di eventi.
[2] Lo dichiaro da “figlio di cronista”, cronista che ormai ne ha scritti ben oltre la decina.
[3] Non dimentico Claude Moliterni, ma questi comunque conobbe Pratt dopo che egli aveva collaborato (anche) con Ongaro e quest’ultimo ovviamente aveva scritto il proprio romanzo prima che uscisse su Pif Gadget n. 1296 dell’aprile (data comunque anche di pubblicazione della fatica narrativa ongariana) 1970 la prima storia breve di Corto Maltese.
[4] E siccome Tognazzi non ha avuto bisogno di una consonante muta per affermarsi ...
[5] Secondo Florian RUBIS, Hugo Pratt ou le sens de la fable, Paris, Bein, 2009, pp. 23-24: i documenti italiani furono sempre e solo intestati a Ugo Prat.
[6] Da me (tardivamente, ma comunque) celebrata.
[7] Le edizioni sono molte (anche una italiana molti anni fa intitolata All’ombra di Corto), quindi volutamente non indico la pagina.
[8] Per l’esattezza sul numero 43 del 25 ottobre 1973 e intitolata “Una sera con Pratt. L’Orson Welles dei fumetti”.
Fu ripubblicata da Gianni Brunoro in Corto come un romanzo del 1984, ma senza le fotografie e ovviamente priva dell’appeal del rotocalco.
[9] Hors serie (numero 5) Hugo Pratt: settembre/ottobre/novembre 2002. In particolare si vedano le pagine 64, 65 e 66.
[10] Una verità qualche volta improponibile la loro: vivo l’autore le sue tavole originali circolavano senza problema e questo lo sanno tutti, morto l’autore esse hanno continuato a circolare.
[11] Il volume in questione è ricco di belle foto, ma di immagini prattiane neanche l’ombra, eccettuata qualche vecchia copertina.
[12] Da 40 anni abbondanti.
[13] A parte la passione per Venezia e per Buenos Aires.