"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 31 dicembre 2012

JOY DIVISION: CONSIDERAZIONI IMPOPOLARI



JOY DIVISION: CONSIDERAZIONI IMPOPOLARI

Premessa 1: la “o” a Manchester si pronuncia quasi come una “u”.
A Manchester dopo la fine della seconda guerra mondiale le macerie hanno impiegato più tempo a svanire ([1]).

Premessa 2: ho venduto qualche vinile (singoli, mi pare) dei Joy Division, saranno passati 25-30 anni da quel gesto.
Ho rimediato, ma non ce ne era in realtà bisogno perché i fondamentali restavano.

Premessa 3: queste righe non credo siano, nemmeno accidentalmente, legate a qualche ricorrenza.
Di ciò mi rallegro, se mi sbaglio significa che non sono cosi esperto della materia, ma nemmeno di parte.

Credo che molti di coloro che hanno scritto o parlato a proposito dei Joy Division dovrebbero vergognarsene.
Incluso Peter Hook; il quale continua a ridacchiare come il demente del paese (che non è), perché ha sulla spalla un King Kong da 100 tonnellate che si chiama la salma di Ian Curtis, di cui non riesce a sbarazzarsi e che non lo lascia dormire.

Mi risulta davvero squallido questo girare come avvoltoi su quel solo cadavere assurto a notorietà.
Ché invece gli altri tre morti rilevanti nella piece della vita di questi artisti: Martin Hannett e Robert Gretton e Tony Wilson, permangono vittime (dunque doppie vittime) di un trattamento poco più che da comparse.

Ian Curtis spesso si vestiva da schifo: le scarpe grigie e la camicia di un rosa sintetico che vedete nella loro apparizione al programma televisivo “So It Goes” del 1978 ([2]) lo testimoniano.
Ma invece per tutti la band è un punto di riferimento anche in termini di dress in grey coolness ([3]).

Un grande fotografo, Kevin Cummins, dichiara che un suo scatto (quello sul ponte) è il più famoso, ma non è vero, perché quello di Anton Corbijn che ritrae il gruppo in un tunnel londinese ([4]) lo sorpassa di ben più che un’incollatura.

Appare curioso come artisti (o artista? Quanto contano nella realtà i crediti collettivi delle loro canzoni?) di valore sostanziale indiscutibile siano intrappolati in equivoci davvero di poca cosa.

Ian Curtis è un tristo ometto che tradisce la moglie Deborah. La moglie cui si deve uno dei libri ancora oggi considerati fra quelli degni di essere letti.
Ovviamente gli altri del gruppo disprezzano la amante.

In questo panorama di meschinità umane ([5]), il valore delle opere dell’ingegno musicale offerte al pubblico è indubbiamente grande.

Nel film-documentario dal titolo realmente immaginifico Joy Division, la figura di Genesis P. Orridge (già verso una identità femminile) si staglia come onesta e davvero caritatevole, probabilmente in ciò unica, nella propria memoria di Ian Curtis.

Ascoltate la musica, e poi doletevi della relativa pochezza di tutto il resto, probabilmente incluso un libro di Paul Morley ([6]).
Certo, leggetevi William S. Burroughs e James J. Ballard ([7]): ma questo anche se i Joy Division non rientrano nei vostri gusti.
Indi tornate alla musica e, voi giovani tecnologici, magari anche a qualche immagine in movimento tratta dal pozzo mediatico You Tube.

Non potevo scrivere in modo diverso queste righe, dati i miei limiti (indipendentemente dal “volere” e dal “potere” del loro autore, appunto).


                                                                                                                      Steg



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[1] Per il resto potete, anche, attingere a qualche altro mio post per conoscere le mie opinioni su temi adiacenti.
[2] “Shadowplay” forse è la loro canzone che preferisco.
[3] Con discreta contraddizione ideologica per molti dei loro appassionati: è ormai noto che la fascinazione per certa grafica nazista e una esigenza (anche) economica dirigevano i componenti a comprare capi d’abbigliamento di matrice army surplus.
[4] Diverse le interpretazioni sul luogo esatto della sessione, quasi certamente una stazione di metropolitana.
[5] Ed allora – opinione che sottolineo, ultroneamente, come personale – assoluto plauso alla linea stalinista bansheeiana che esclude ogni riverbero sull’immagine pubblica delle pochezze e debolezze individuali.
Certo è sottile la linea che divide la costruzione hollywoodiana e la verità alienata. Linea che comunque filtra e trattiene quelle che sono, appunto, debolezze: Umano, troppo umano forse?
[6] Mi riferisco a Joy Division: Piece by Piece: Writing About Joy Division 1977-2007.
[7] Devo dire, rispettivamente, “Interzone” e “Atrocity Exhibition”?

mercoledì 31 agosto 2011

MANCHESTER: PIÙ DI UNA “M”, O DELLA IGNORANZA DEL CRITICO (ITALIANO, E NON SOLO?)

MANCHESTER: PIÙ DI UNA “M”,
O DELLA IGNORANZA DEL CRITICO (ITALIANO, E NON SOLO?)

Provate a leggere autori italiani che scrivono della scena musicale di Manchester: a parte il luogo comune della città grigia (ci sono stati?), leggete la lista degli artisti musicali citati e ne mancano sempre due, tre o quattro.
E precisamente: Buzzcocks, Slaughter and the Dogs, Magazine, Ludus.
Non è completismo mio, è imprecisione loro e rischio (per i lettori) di cavarsela (gli scrittori) con citazioni tralatizie che dicono ben poco.

Parto dai più trascurati: Slaughter and the Dogs, eppure la produzione del primo singolo è affidata all’artefice del Joy Division sound: Martin Hannett.

I lettori più prudenti di queste righe stanno già verificando il resto, i più precisi partono dai Buzzcocks perché “si fa presto a arrivare a Morrissey”.

E’ tutto un pretesto, il mio: fuori dalle strade più facili, cioè i dischi comperati e mai ascoltati (anche perché faticosi: sto dicendo The Fall che quindi sono “il quinto” artista), ci sono i Magazine, ovvero chi se ne va via alle porte di un, seppur piccolo, successo di pubblico: Howard Devoto lascia i Buzzcocks, crea una superband (per tutti valga John McGeoch) e Linder si occupa sia della grafica di Orgasm Addict ([1]) sia di quella dei Magazine ([2]).

Ma Linder chi è? E’: la girlfriend di Howard Devoto ([3]), la frontgirl dei Ludus (che sono artisti della label New Hormones nata con i Buzzcocks), appunto l’artista visuale più originale della scena mancuniana, l’amica con la “A” in maiuscolo ed inscalfibile marmo di Morrissey e, anni dopo, anche la moglie di Michael Bracewell, scrittore che potrebbe costarvi decine di sterline in libri non scritti da lui bensì solamente citati (ma perdereste qualche perla trascurando la sua produzione narrativa) che la lettura del suo England Is Mine può indurvi a cercare.


                                                                                                                      Steg



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[1] Secondo singolo per i Buzzcocks.
[2] Almeno il primo album, Real Life, è un caposaldo del dopo-punk a nord della capitale.
[3] Cercate il CD di Time’s Up, vero album di esordio dei Buzzcocks.