"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



Visualizzazione post con etichetta Nicola Guiducci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nicola Guiducci. Mostra tutti i post

giovedì 5 aprile 2012

“OUT IN CLUBLAND HAVING FUN” (a proposito di un libro sugli “eroi” della notte di Graham Smith e Chris Sullivan)



OUT IN CLUBLAND HAVING FUN ([1])
(a proposito di un libro sugli “eroi” della notte
di Graham Smith e Chris Sullivan)

 

Mi è arrivato qualche giorno fa un bellissimo libro: è più che un piacere quando le aspettative sono confermate o addirittura superate.
Certo non è ormai più possibile sorprendersi per tesori da scaffale inattesi ([2]), ma le delusioni fanno male.
 

L’ennesima influenza natalizia mi colpisce nel dicembre 1980, sto preparando Storia del diritto italiano: un misnomer.

Radio Milano International trasmette fra gli altri: da Sandinista! di The Clash almeno “The Call Up” ([3]), “Fade To Grey” debutto (apparente) dei Visage, e “To Cut A Long Story Short” degli Spandau Ballet ([4]).
Non serve internet, serve The Face - ne acquisto tre copie a numero: due da ritagliare e una intera, dieta tipografica scellerata ma necessaria, a partire dall’agosto 1980! - per sapere che a Londra, mentendo sulla salute ai genitori come capitò nella stessa stagione del 1977 se del caso, ci andrò comunque. Lì non comprerò l’album (triplo) degli ex (per me) eroi della Westaway, ma il singolo di debutto degli Spands, l’album dei Visage (dato che non esiste un dodici pollici del singolo con versione/i diversa/e) e l’inutile versione 12” (quella 7” con custom sleeve dorata è già il winter single dell’anno da un paio di settimane) di “Israel” di Siouxsie and the Banshees, ma per loro si deroga al contenuto.
 
Passati: il punk, il post-punk, il 1979-mod, lo ska cum eventuale Trojan skin-suedehead sound, c’è insomma anche altro.
Ecco perché Sandinista! è vecchio alla nascita pur contenendo talune belle canzoni.
 

All’epoca ci fu qualche tentativo di esaminare questo fenomeno che era in sostanza molto night clubbing e molto apparire, disc-jockey stelle e futuri artisti ancora in bilico fra pubblico e personaggio dall’estetica variabile.
Ma esso era cosi poco fissabile, con stili che cambiavano nel giro di qualche settimana (il suicidio della moda. Eppure emersero anche stilisti su cui si sono in parte fondate le maison per svecchiarsi) che divenne “innominato”, dunque cult with no name e un volume a cura di Ian Birch dal titolo The Book with No Name.
 
Trent’anni dopo questo “altro” lo trovate descritto e ben documentato visivamente in We Can Be Heroes, libro scritto nelle immagini da Graham Smith e nei testi da Chris Sullivan più un numero vastissimo di ospiti.
Faccio come avrei fatto anche allora, e vi lascio alla ricerca del volume senza altre indicazioni: la credibilità ce la si costruisce.
 

È un libro come vorrei averlo pubblicato io ([5]): con le playlist dei vari club, per cui spero che Nicola “Plastic” Guiducci lo abbia comprato magari in doppia copia come un disco che si usura per il tanto ascolto oppure che serve da mixare con se stesso ([6]) o come un libro che si squaderna per la troppa consultazione ([7]).

 

È un libro con anche le foto delle tessere dei club (la rivoluzione non è popolare: cfr. Billy MacKenzie e il palazzo d’inverno) come mostrine di corpi d’elite.

 

È un libro da Tape Art, con Sergio che all’occasionale e quindi ignoto (imputet sibi) e potenziale cliente dichiara con ineluttabilità: “ah scusa, ma tutte le copie sono già prenotate” e poi – bevendo l’aperitivo che arriva dal Bar Quadronno – ride con te dell’aneddoto.
Quindi è un libro per Fred Ventura (you like Jimmy Pursey, me like Joe Strummer).

 

Proprio un bel libro per tutti quelli che masticano Animal Nighlife, Pride e concerti dagli inviti monumentali per le primissime esibizioni degli Spandau Ballet, ma apprezzano anche una rara foto del novembre 1977 di S&TB al Music Machine con John McKay che indossa anch’egli una “tits t-shirt” di Seditionaries.

 
Che serve parlare di me? Beh quel tuxedo bianco comprato di seconda mano (King’s Road o Flip?) che inaugurai per Georgie Fame a fine 1980 lo indossai anche per un concerto dei Funkapolitan nell’estate del 1981 da qualche parte dietro la fermata di Tottenham Court Road della tube.
In quella stagione calda passavo da The Cage di Rusty Egan, in King’s Road, per certi singoli.
Ma già ero un vecchio ventenne: i Theatre of Hate stavano come labaro per un positive punk che nessuno ancora scorgeva, però anche loro con stile, un po’ hard times (a buon intenditore …), del resto Kirk Brandon e Boy George erano nello stesso giro.

 

Comunque fosse, è vero: si poteva essere eroi.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 
© 2012 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.



[1] Cfr. Soft Cell: “Bedsitter” (M. Almond e D. Ball).
Si consiglia, ovviamente, la versione extended.
[2] L’ultima sorpresa rimane ormai datata: l’aver trovato casualmente un volumetto sottile, giapponese, che cercavo da molto, nella mensola di un mobile su ruote da Strand, gigantesca libreria fisica a Manhattan, molti anni fa.
Dedicato a Johnny Thunders il libro.
[3] Allora non c’era la schiavitù del singolo nella programmazione radiofonica. Si poteva osare nel fare ascoltare più canzoni dallo stesso album al pubblico.
[4] Uno dei più disastrosi cimenti per la pronuncia dei DJ italiani.
[5] Plurime le edizioni. Giustamente con un ruolo d’onore per i suoi sovvenzionatori.
[6] Cfr. David Bowie: “I am a DJ/I am what I play” (D. Bowie, “DJ”).
[7] Lo spirito moderno trova il compromesso fra lo sprezzo del momento e i materiali delle avanguardie che si trasformano in pezzi da collezione. Non so se sia possibile mixare i libri oltre il cut-up burroughsiano.




domenica 23 ottobre 2011

TAPE ART- For the record

Cimeli di Tape Art
(per il "mitico" si rinvia al post precedente)






                                                                                                                      Steg
 
 
 
© 2011 e 2014 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.


domenica 16 ottobre 2011

TAPE ART: il negozio



TAPE ART: il negozio

 

Quando non c’erano i CD c’era Tape Art ([1]).

 

Milano, come notoriamente sostengo da circa 25 anni, non è capace quasi mai di vere novità.

Eppure per diverse stagioni la mia città dispose di un negozio che era un club esclusivo. Si chiamava Tape Art.

 

Apparentemente un negozio di dischi, in realtà un luogo di conversazione, di edonismo, di azzeramento di ogni eventuale differenza sociale fra i suoi frequentatori; però anche incapace – per scelta – di trattare con chi non era degno di entrare a far parte di una clientela la quale magari pagava a caro prezzo un disco, salvo vedersi offerto l’aperitivo minuti dopo.

 

A ben vedere non è che ci fosse nulla di magico: i dischi più o meno arrivavano dai grossisti e si trattava di selezionarli per la clientela.

Quando sceglievi l’unica copia pervenuta a Milano di un doppio bootleg di Adam and the Ants (o Antz) le cose si complicavano. Inserirlo nella “vaschetta” delle novità o tenerlo da parte e proporlo solo ai clienti. Appunto.

 

Qualche importatore mangiò la foglia e aprì dei negozi, dove anche andavamo, però Tape Art era altra cosa: stava alla bottega tradizionale come Frigidaire stava a Topolino.

Nicola, disc-jockey del Plastic, certe volte comprava due copie di un disco in battuta, capitava anche che di un disco seppure ufficiale arrivasse un solo esemplare e allora era un problema, ma già i turbamenti sorgevano in caso di duplice copia.

 

Ricordo di essere stato fra quelli cui (grazie) in qualche occasione veniva riservato l’appellativo “mitico”, ma circa 30 anni fa.

Ricordo che quando uscì ai primi di novembre del 1982 A Kiss In The Dreamhouse di S&TB, andai io dall’importatore a ritirare il disco (con il mio maggiolone VW nero di seconda mano) perché era tardi però si capiva che ci tenevo considerati anche i problemi alle corde vocali che Siouxsie aveva avuto in quell’anno. Si fece l’intera vetrina: 30 copie o giù di lì (dopo le mie due scelte maniacalmente) che ormai era ora di cena.

 

Ricordo, anche, i miei passaggi nel 1983 dopo le numerose ricerche per la mia tesi alla vicina Università Bocconi io studente della Statale: i discorsi erano quelli da bar, però si sostituivano le squadre di calcio con gli artisti e così ce n’era per tutti e ognuno a evocare concerti, nastri delle Peel Session acquistati o scambiati per corrispondenza, … naturalmente non era obbligatorio comperare, magari stavi lì due ore e poi te ne andavi, poteva essere un chill-out dopo lo studio o il lavoro (la mattina era meglio passare dopo le 11.00 per non rischiare la saracinesca ancora abbassata).

Non ho fatto feste per la mia laurea, sicuramente uno dei più sentiti giri di brindisi lo feci da Tape Art.

 

Tape Art era come i pochi, veri, after hour che si svolsero a Milano a metà degli scorsi anni ‘80: catch it/them while you can.

Non perché eravamo giovani, ma perché proprio ci si divertiva in quello stretto negozio da una sola luce in Corso di Porta Vigentina fra i civici 26 e 28, di cui ancora conservo l’ormai inesistente numero di telefono (oppure segnala ancora occupato il 5464411? Come quando al telefono Sergio stava magari parlando dei fatti suoi con un amico o corteggiando una ragazza e tu fremevi invano per sapere cosa era arrivato o, peggio, “se era arrivato …”!).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

POST SCRIPTUM

Nel 2021 ho pubblicato un post che ha Tape Art come luogo ideale ([2]).

Nel maggio 2022 leggendo un ampio articolo retrospettivo su The Associates/Associates ([3]) mi è tornato in mente – ancora – il negozio: perché è stato “il” negozio: niente prima a Milano di così unico, nulla a Milano poi di così unico ([4]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2011, 2013, 2014 e 2022 Steg, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 



[1] Il badge dimostra gli anni, ma resta sicuramente un cimelio.

[3] Classic Pop, numero 75, May/June 2022.

[4] I doppi “:” sono un chiaro omaggio a Umberto Simonetta.