MARC
BOLAN: FU VERA GLORIA? (
)
Credo sia
impossibile parlare di Marc Bolan e celebrarne i meriti in termini assoluti.
Purtroppo,
infatti, non sono ancora riuscito a percepirne le doti uniche, cioè al di fuori
di riferimenti che sono di altri. Anche dopo oltre 30 anni di miei ascolti non
casuali.
Forse lui fu più
calce che mattoni?
Egli fu il più
giovane dei mod?
Può darsi, però
senza (riuscire a?) capitalizzare questo suo primato.
Una carriera più
che dignitosa, ma non eclatante con il suo supremo sauro preistorico nella
seconda metà degli ultimi anni sessanta.
Un incrocio di
carriere ancora (perché anche lui bazzicava Facce e Numeri) con David Bowie:
splendidi loro due imbianchini nel racconto del secondo.
Tony Visconti,
lui e solo lui (
), nella decade successiva
firma a quattro mani l’ascesa di Marc Bolan con i T. Rex, definitivamente
scolpiti nella storia ma, ma, da “All The Young Dudes” scritta da David Bowie e
per di più – con un magistrale colpo doppio – interpretata dai Mott The Hoople
(
)
altrimenti relegati al ruolo di “grandi dimenticati” (un club già troppo
affollato).
Quando arriva la
mania, “come ai tempi di The Beatles”, evidentemente la scena non si ferma e verso
il 1974 Bolan non è già più l’idolo assoluto con cui misurarsi.
Può non piacere la
considerazione – non piace nemmeno a me – però chi scrisse che le simpatie di
Marc Bolan per la scena punk lo avrebbero aiutato a tornare in auge non suona
del tutto fuori posto.
Dunque, a parte
la conosciuta (a quattro persone in Italia) fotografia con Siouxsie alla Music
Machine londoniana, ecco The Damned che aprono per lui nel suo tour del 1977.
Poi tutto si
ferma: in quanto Mark Feld forse sta ancora seminando per il suo secondo
avvento prima di poterne raccoglierne i frutti.
I cavalli motore
lo immolano, come molti altri, ma all’ombra di un cadavere “fresco” troppo
ingombrante come Elvis Presley qualche settimana prima: il Cigno Bianco muore
il 16 settembre 1977.
Ultima sua
apparizione televisiva? In duetto dal vivo con David Bowie, che presenzierà al
funerale.
Se volumi in
eccesso della dozzina non hanno saputo spiegare Marc Bolan, come posso farlo
io?
È uno dei casi
in cui la musica parla molto meglio – e forse altro non abbisogna – delle
parole di commento (
),
anche qualche sua
cover (
) e il
minutaggio da formato singolo spiegano molto dell’attitudine positiva nei suoi
confronti dei futuri Fiori dei bidoni della spazzatura che ancora si celebrano.
Ah, quasi
dimenticavo: in termini di stile, dopo George Brummel e Charles Baudelaire, per
me vengono le bebè color verde, quasi “racing”, di Marc Bolan: un millimetro
prima del baratro del ridicolo.
È quel
millimetro che fa il “Dandy in the Underworld”: buon mod non mente.
Steg
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