THE STREETS E PLAN B
Due solisti sfavoriti per un futuro che forse razionerà anche le pile alcaline
Quando uscì l’album, omonimo, d’esordio di The Streets ne fui quasi travolto.
Trasudava street cred inscalfibile; un’aura di autenticità, tagliente come un rasoio, che era rap ma senza fare uso della rima; mi sembravano le strade di Quadrophenia vent’anni (o trenta) dopo.
Un ragazzo dietro uno pseudonimo collettivo che – prevedevo a malincuore – non poteva durare troppo a lungo però avrei tenuto nel cuore. Infatti.
Molti anni dopo, come capita(va?) sempre più raramente o mai, nel 2010, ecco che ascolto tramite videoclip un altro outsider che mi lascia un retrogusto da giovane ribelle del soul, le nocche idealmente tatuate come un incrocio necessariamente senza speranza fra Robert Mitchum e la manovalanza dei Kray Twins.
Roba rara: è (di nuovo un solista dietro pseudonimo apparentemente collettivo) Plan B con il suo secondo album: The Defamation of Stricktland Banks.
Aggiungo Jake Arnott con
The Long Firm e
Johnny Come Home e l’insuperabile Anthony Frewin con
London Blues (
) perché questi tre romanzi possono suscitare sensazioni non dissimili da quelle degli artisti musicali qui descritti.
Adesso sta a voi.
Ma vi lancio una proposta, dal basso del mio i-Pod contenente più di ventunomila canzoni (
): se si tornasse a un bel Discman (e intendo Sony) con una dotazione da 20 CD al massimo (non CDR, troppo comodo) da portarsi in giro?
Più tempo per pensare e per leggere, soprattutto se con i lettori di mp3 si lasciassero a casa anche i telefoni a batteria cellulare (
).
Perché è vero che “
less is more” non convince, ma certa musica attuale e il modo in cui la si ascolta sono piuttosto vuoti (
) e quindi in questi
hard times (
) qualche riflessione non guasta.
Steg
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