"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 10 ottobre 2013

PIEGHE MUSICALI: “VARIAZIONE 1001” (NON BASTANO MAI)


PIEGHE MUSICALI: “VARIAZIONE 1001” (NON BASTANO MAI)

 

Ogni ascoltatore massiccio di musica ha degli artisti poco conosciuti dal pubblico che gli/le paiono importanti, magari su suggerimento.
Fra shoegazing, anorak, trainspotting i nomi abbondano per descrivere questa perenne ricerca di qualcosa d’altro che sia vicino al “definitivo personale musicale”.
 
Cito ad esempio (The) June Brides, The Jasmine Minks e The Wolfhounds per chi ha nel cuore i Manic Street Preachers; personalmente gli ultimi dei tre citati svettano.
Per i morrissey-iani la lista si fa più lunga, molto passato remoto oltre al prossimo: si pensi ad esempio allo splendido album collettaneo, mai commercializzato canonicamente, Songs To Save Your Life.
 
Ma poi il gioco si fa più difficile.
Si va, infatti, nel terreno dei quasi sconosciuti, per tutti cercate l’album degli Elcka; oppure dei dimenticati, a torto: che dire dei Gene, sicuramente degni di miglior ricordo, o dei Divine Comedy?
 
Si arriva, infine, agli invisibili titani: Billie Ray Martin con o senza gli Electribe 101 è importante almeno come gli Young Marble Giants, per chi ama le sirene ineluttabili del ventesimo secolo (come se Linder Sterling e i Ludus si potessero dimenticare!). Per gli scettici: ascoltate e leggete “Imitation Of Life” (6, 7 con quella dell’album, versioni almeno) sublime flagellazione amorosa.
 
Certo, roba da due di notte, non lo nego, queste righe.
Ma me ne basta uno di lettore curioso, se poi qualche malato si cerca tutti gli artisti che hanno interpretato il canzoniere di Paul Weller, questi scoprirà altre gemme, senza scomodare, necessariamente, le canoniche compilazioni alternative (ma a cosa?) quali Pillows and Prayers.
 
Ed allora a cosa servono le liste di 1001 canzoni o singoli o album da ascoltare prima di morire?
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

martedì 30 aprile 2013

BILLIE RAY MARTIN


BILLIE RAY MARTIN
 
Billie Ray Martin mi ha brutalmente criticato: le avevo scritto un messaggio di posta elettronica senza la dovuta etichetta: aveva ragione: anche io ero caduto in un eccesso di immediatezza che avrei certamente evitato scrivendo una lettera secondo i canoni tradizionali ([1]).
 
Billie Ray Martin è la dimostrazione che avere molto talento non serve per avere successo, anzi può risultare deleterio.
Sto scrivendo di una grande artista, una cantante con una voce che colpì – quando lei fronteggiava la Electribe 101 ([2]) – Siouxsie Sioux e Budgie.
 
Certo se avessero creduto di più nella Tribù Elettrica Centouno coloro che li posero sotto contratto...: al tempo, quando si cercava di uccidere il vinile ([3]), acquistai la versione negletta e deperibile, nera e ingombrante (12 pollici) del loro unico album, Electribal Memories, perché quella in formato CD con tracce in più a Milano giunse in qualche (due, tre?) copie.
Molto vinile lo accumulai ex post ([4]):
 
Poi questa sirena dai natali incerti nel luogo (Germania, probabilmente Hamburg) e nel tempo (ma a una Signora non si chiede mai la data di nascita, mai) cominciò una carriera solista tortuosa con qualche EP, l’album Deadline For My Memories e i “suoi” singoli.
Prima uscite indipendenti, anche un paio non autorizzate dall’artista, e quindi solo autoproduzione o quasi, come testimonia il suo sito internet ufficiale.
 
Billie Ray Martin rimane, dunque, una artista di culto senza certo volerlo ad ogni costo, roba da dancefloor slavati dalla stanchezza e cerchiati dalle occhiaie di coloro che ancora li calcano a tardissima ora.
L’opposto della discoteca del disimpegno ([5]).
 
Difficile aggiungere altro senza diventare personale e quindi noioso, oppure semplicemente essere una discografia.
 
Se potete, cercate anche il DVD con i suoi promo clip, e ivi fustigatevi con “Imitation Of Life”: dove il playback soccombe alla voce, ma le immagini smantellano ogni residua resistenza scettica.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
© 2013, 2014 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
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[1] Non è sempre buono il progresso, soprattutto nei media.
[2] Electribe è il nome di una “linea” di strumenti della nipponica Korg, Inc. (Kabushiki-gaisha Korugu): sintetizzatori e drum machine.
[3] Altro che Record Store Day, allora!
[4] I 12” avevano delle versioni monumentali rispetto a quella “originale”.
Rammento una record fair all’Electric Ballroom di Londra (quando a Camden Town la prima lingua non era l’Italiano): trovai un raro mix della Electribe 101, il numero 1 di i-D, un clamoroso CD non ufficiale dei Soft Cell e, se non ricordo male, anche una copia di Anarchy in the UK (la fanzine): il tutto per qualche decina di sterline.
[5] Soliti gli esempi: dal Northern Soul alle gay disco del popolo Bowie (e Bowie stesso?) che arrivò al punk: dico Marc Almond e “John, I’m Only Dancing”.

venerdì 9 dicembre 2011

MI PIACEREBBE ENTUSIASMARMI PER DEL NUOVO


Dal booklet in formato A4
accompagnante la prima edizione (del 1981 in MC7) di Pickpocket dei Ludus

MI PIACEREBBE ENTUSIASMARMI PER DEL NUOVO

La mia passione per i fumetti sopravvisse solamente grazie e attraverso Métal Hurlant e Cannibale-Frigidaire.
Infatti, dall’estate del 1977 in poi l’esplosione punk e le sue conseguenze non consentivano distrazioni come Spiderman, mentre i tempi produttivi di Hugo Pratt si dilatavano a dismisura.
Meglio leggere NME, MM e - quando si trovava (mai o quasi) - Sounds. Poi c’era Zigzag: titolo atroce, ma fusione splendida di fanzine e respiro oltre il settimanale. Con tutta questa dotazione di stampa (rammento l’inesistenza di Internet) difficilmente si perdeva qualche importante uscita musicale.

Nell’estate 1980 - dove gli Young Marble Giants di “N.I.T.A.” a San Francisco in un negozio di dischi mi fecero quasi sobbalzare: era uscito senza annuncio il terzo album di S&TB o cosa? - The Face uccise definitivamente un b/n non scelto, ma impostoci ([1]), permettendo appunto di scegliere fra 9 colori: l’arcobaleno e i due che ci avevano forzosamente fatto pensare fossero i soli.

Della modrophenia 1979 già scrissi.

Ex post, le critiche ai neonati Spandau Ballet e Duran Duran fanno sorridere in quanto prive di ogni profondità. Come spesso accade a London e Birmingham avevano studiato, sodo; nel 1980-81 quelle valutazioni negative di certo giornalismo nazionale si potevano perdonare, oggi no (le intenzioni delle due band agli esordi almeno erano genuine; del resto chi si ricorda quando anche i Depeche Mode erano un bersaglio impossibile da mancare?).
I Visage poi produssero un primo eponimo album davvero rimarchevole e il namechecking di chi vi partecipò lo dimostra.

Intanto si affacciano i Bauhaus e, quasi senza che molti se ne accorgessero, fondamentali come The Associates (anche io inizialmente li liquidai come “leggeri” pur se apprezzati da Steve Severin), ma forse si era distratti - senza sarcasmo, li vidi al Maximus di Leicester Square nella estate del 1981 indimenticabili - dai Soft Cell?

E che dire delle sirene Linder e Claire Gogran a fronteggiare Ludus e Altered Images, per cui dovetti dolorosamente scegliere, ancora nel 1981, in favore dei primi (oggi non me ne pento) optando per il leggendario Heaven “under the arches”?
La signora Sterling, sposata Bracewell, dopo Siouxsie e con Billie Ray Martin si pone a completare la mia trinità assoluta di voci femminili ([2]).

A definitivo suggello della distruzione del banale - senza nemmeno toccare in questa sede la devastante Deutsche Neue Welle - cito il cinematico (nelle sensazioni offerte al pubblico) concerto del 1982 celebrato dalla britannica metallurgia dei Test Department in una disusa stazione ferroviaria di Londinium.

Per onestà intellettuale dichiaro di non aver notato i quattro anni di The Smiths; credo di avere più di una attenuante e forse anche una causa di giustificazione.
In fondo chi oggi non conosce i primi due album di The Human League per me è insufficiente: ovvero ancora negli scorsi anni ottanta si era persi nella propria musica e quindi non necessariamente si ascoltava anche ciò che era negli altrui gusti ([3]).

Mi fermo poiché credo che già si richieda l’ossigeno (fra tenda e bombola, io e David Bowie opteremmo per la prima) per taluni più giovani e pazienti lettori.

Dunque si procede così per anni perdendo anche di vista qualcuno - i Theatre of Hate risucchiati sbrigativamente nel positive punk inter alia - senza arrestarsi mai.

Ma poi non c’è più nulla ([4]) per diversi anni.
Appunto.
E comincia la lenta marcia della rimasterizzazione, complice la tecnologia del CD, la quale dapprima svela gemme assolute o relative e poi si autoalimenta.

Ormai noti i miei gusti tramite i miei post ([5]), fermo l’orologio con due band fra loro antitetiche: Oasis ([6]) e Placebo.
Una quindicina di anni fa.
Ecco vorrei, ci ho provato inutilmente comprando album che all’ascolto sono risultati derivativi senza rimedio (Franz Ferdinand per Joy Division?), qualche cosa di nuovo.
Non lo trovo.

Nei fumetti è peggio.
Solo Miguel Angel Martin, di cui apprezzo soprattutto Keibol Black perché frigidairiano come un nipote bastardo di Ran(k)xerox, mi diverte e mi fa pensare.

Lascio a voi decidere il perché principale del mio non entusiasmarmi più.


                                                                                                                                            Steg



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[1] È mia ferma convinzione che il tardivo ingresso del colore nelle trasmissioni televisive italiane - leggenda catodica vuole che fosse frutto di un veto di Enrico Berlinguer nell’ambito del compromesso storico - unito alla pessima qualità delle immagini - come mai le riprese dei soldati del Terzo Reich sono a colori e non sgranate mentre quelle della RAI sono grigie e spesso difficili a vedersi? - abbiano danneggiato l’economia e lo sviluppo culturale della nazione.
[2] Per “un quarto” al tavolo dovrei scomodare Maria Callas e non mi penso blasfemo; Diamanda Galas credo non sarebbe in totale disaccordo.
[3] Chi ascoltava Marc and the Mambas infatti non “doveva” per forza apprezzare anche la band di Morrissey e Marr.
[4] In una prospettiva più popolare, degni di disamina ex professo sono sicuramente Public Enemy e Guns ‘n’ Roses e, prima di loro, un già folgorante (per contenuti e cross-over reale fra rock, soul e jazz, sulle spalle di Sly Stone più che di James Brown) Prince a partire dal suo terzo album.
[5] Evidentemente mi sono astenuto dal ricordare specificamente gli Artisti di diverse generazioni e generi (il loro, le etichette non superano le ripartizioni più generali) che hanno, in un modo o nell’altro, ovvio spazio nel blog.
[6] Nella loro sfida tifavo ingenuamente per gli antagonisti Blur, di cui oggi salvo solo Modern Life Is Rubbish.