"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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martedì 3 aprile 2012

QUALCHE CONSIDERAZIONE SU LLOYD JOHNSON E SU JOHNSON’S

QUALCHE CONSIDERAZIONE SU
LLOYD JOHNSON E SU JOHNSON’S



Stamattina arriva una busta (quelle belle manilla che subito profumano di buono, cioè di Gran Bretagna) che, ritengo, sia semplicemente la parziale spedizione di un ordine ([1]).
E invece no.



Dopo aver scritto a Paul Gorman e poi (non si può richiedere tre volte una cortesia) direttamente presso il sito “di Johnson’s”, per comprare una copia del piccolo catalogo (quasi una fanzine) della mostra londinese di marzo 2012 che non ho potuto visitare, avevo archiviato la cosa, un poco spiaciuto.
Ma quale è il contenuto della busta? Ma una copia del catalogo, con tanto di dedica di Lloyd Johnson: “If it’s not fun! It don’t be done!”.
Thank you Lloyd!



Johnson con i suoi negozi è una leggenda nell’abbigliamento “pashionale” ([2]).
L’elemento caratterizzante è dato dal fatto che, a differenza di Biba, Sex/Seditionaries e Boy per gli scorsi anni settanta e a differenza di tutta la pletora di negozi della decade precedente (sono davvero tanti degni di nota, da Carnaby Street a King’s Road), Lloyd Johnson aveva mantenuto una credibilità e una desiderabilità oltre un solo stile (addirittura facendo convivere capi mod con altri rocker) sfociando in un cross-over dove si poteva scegliere fra l’eccentrico e il quasi dandy (sapendo scegliere, naturalmente), mescolando clienti famosi e non.
Il tutto attraversando svariati lustri.



Si pensava fosse invincibile, ma invece un certo giorno, più o meno intorno alla metà degli ultimi anni novanta Londra era Johnson’s-less (io ricordo due negozi nella zona di King’s Road e gli stall al Kensington Market).



I giapponesi – cui fra l’altro Johnson aveva dedicato una collezione non proprio di basso profilo: ricordo una camicia grigia con delle piccole bombe da aereo stile WWII in rosso stampate sopra: quanti concerti ha fatto con me! – hanno cominciato ad accumulare e fra il 2009 e il 2010 hanno dedicato a questo stilista ([3]) almeno un volume catalogo coloratissimo, difficile da trovare e anche costoso date le spese di spedizione ([4]).



Nel 2012 Johnson’s ricomincia con un suo marchio: “La Rocka!” e il sito www.larocka79.com.
Al momento nel catalogo mancano le calzature, un capitolo a sé stante; se si considera che Johnson’s ha fornito anche Johnny Thunders, al quale The Clash devono i loro Hudson boots, forse il dato appare più chiaro.

Io mi tengo stretti i miei boots: biker, Vincent e Jod’s, oltre a due camicie e un gilet, tutti originali.



Per chi fosse incuriosito, rinvio agli scritti ed alle immagini in argomento di Paul Gorman, e di Nick Logan (per quest’ultimo un breve articolo di presentazione nel catalogo della mostra londinese e per i più intrepidi quanto scritto nel numero 1 di The Face del maggio 1980) oltre al tomo nipponico citato.





                                                                                                          Steg







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[1] Per i curiosi: un programma di concerti di Marc Almond.
[2] Cfr. i miei post “White trousers” e “McGeochisms”: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/09/white-trousers-passion-is-fashion.html .
https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/10/mcgeochisms.html  
[3] Aneddoto per gli amanti dello “stile alla carbonara”: con discreto ritardo, in Italia Rettore adottò la collezione nipponica di cui sopra.
[4] ISBN 978-4-9904136-0-6. Titolo chilometrico: Good Lookin Sexy Kool Kat’s MOTOR-LUCIFER ROCKABILLY ROCKERS II.

venerdì 23 settembre 2011

WHITE TROUSERS - Passion is a fashion?

WHITE TROUSERS - Passion is a fashion? ([1])

Il bisticcio non è voluto, la domanda è: i Depeche Mode sono (talvolta) mod?

L’unica definizione di mod-ism accettabile è quella di Peter Meaden: “An aphorism for clean leaving under difficult circumstances”.

I white trousers, siano essi sta-prest o jeans, hanno tre capisaldi: The Who, The Clash ([2]), i Manic Street Preachers.
Ma Dave Gahan ha indossato in talune occasioni white trousers con profitto.

Ritengo quindi che i Depeche Mode possano in certi casi essere qualificati stilisticamente come mod.

Lo über-mod diventa dandy ([3]), mentre il dandy che sbaglia (forse perché è in crisi esistenziale? Come è noto, il danaro non è barriera assoluta, né per il dandy né per il mod rispetto al loro stile. Ancora Meaden ricordava l’importanza di essere proprietari di un ferro da stiro e della complementare ma necessaria asse) scivolerà nel mod.

Queste considerazioni sono assolutamente sincere, però mi rendo conto che l’argomento stile è molto personale (del resto nessuno confonderebbe George Brummell con Charles Baudelaire quanto ad abbigliamento) quindi mi aspetto molto dissenso.


                                                                                                                      Steg



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[1] Senza il punto interrogativo, si tratta di uno slogan scritto con modalità stencil su una giacca (para)militare indossata da Joe Strummer. Nonostante tutto, credo che la dicitura emotivamente (non grammaticalmente) esatta sia quella indicata da Caroline Coon “Pashion is a Fashion”.
[2] In realtà una lettura attenta della iconografia vestiaria clash-iana dimostra una attenzione maniacale, per cui “fashion can become part of a passion”; non a caso il problema della street credibility è centrale per Joe, Mick, Paul (e Topper) come dimostra già il testo di “Garageland” in cui lo scontro stilistico è fra i “suits” (riferimento a The Jam probabilmente) e “boots” che sono i Doc Marten’s. La svolta USA porta agli “Hudson boots” , etc.
Prima o poi, sarà il caso di scrivere anche sulla santificazione di The Clash in Italia, altra brutta pagina pseudo culturale, sia perché le santificazioni non sono mai positive, sia perché hanno in sé una valenza tardiva che quanto a tutto ciò nato con il punk le rende antistoriche.
[3] Morrissey da anni veste come un tipico cameriere di pizzeria che trascorre le ore libere in sala corse (o altro), salvo per le scarpe che spesso sono quelle “della festa” del pizzaiolo. Si tratta di un fatto, che quindi non implica giudizi negativi sui lavoratori del settore pizzerie, è piuttosto un dato stilistico inoppugnabile.
Ergo: amare Oscar Wilde non rende dandy (e nemmeno – che non è un “almeno” – mod).
Morrissey, comunque, non si è mai vestito con gusto.