RAMONES: NEW YORK FASTEST ()
Probabilmente fino ad ora traspare uno sbilanciamento verso il Regno Unito, per ciò che concerne gli argomenti musicali trattati.
Non è un dato oggettivo, ma un elemento accidentale, a tacer del fatto che la geografia ha una rilevanza solo parziale o forse, meglio, a contrario (ecco perché non è da trascurare il versante tedesco, come già ho scritto).
Sin dall’asse Iggy Pop/David Bowie (
) si conferma come il titolo di un libro fondamentale,
From the Velvets to the Voidoids (
), fissi l’ideale punto di partenza di una innovazione musicale non solo basata su aspetti tecnici nelle persone dei Velvet Underground (in cui non vedo come sia prescindibile Nico, sol che si consideri non solo ciò che cantò, ma anche certa sua produzione da solista con John Cale quale “collaboratore” imprescindibile).
Purtroppo, almeno nel 1977 e 1978 soprattutto in Italia (ancora!) è esistita una chiara e documentata tendenza a sminuire gli artisti più legati agli stilemi del rock e del pop, per favorire invece figure più rassicuranti perché più “artistici” come Talking Heads, Television e Patti Smith (
).
Ecco allora le leggende sulle incapacità musicali di Richard Hell, dei Dead Boys e, liquidandoli come bubble-gum (rammento certi riferimenti davvero imbecilli ai Monkees), dei Ramones. Sulle New York Dolls si era già sputato qualche tempo prima e bastava per affossare The Heartbreakers di Johnny Thunders.
“We’re really just one link in the chain. We did something new, but we were just trying to keep something alive, and we did. It goes on” dichiarò Joey Ramone (
).
Ed infatti occorre leggere tutti gli anelli della “catena” per capire cosa stesse succedendo a New York.
Ciò non toglie che – giova rammentarlo – i Ramones abbiano avuto un significato particolare per quel che riguarda la scena britannica; dal loro album di esordio (significativamente citato in una “top ten e più” da Siouxsie Sioux a fianco di più prevedibili artisti da lei preferiti come Marc Bolan) al leggendario concerto londinese del 4 luglio 1976 alla Roundhouse (cui
non assistettero i Sex Pistols (
)).
In una sorta di testa-coda, gli USA tornavano importanti, davano anche una chiave di stile (quella della copertina dell’eponimo
Ramones), addirittura aprivano le porte londinesi a Johnny Thunders dopo che egli con le Bambole aveva influenzato attraverso una sola apparizione televisiva (
) più di un futuro artista-chiave britannico.
Dunque non solo velocità di esecuzione e brevità delle loro canzoni per i quattro di Forest Hills, peraltro nei concerti più felici un vero muro di suono che rendeva difficile credere che non fossero il doppio per rovesciare quel volume di note sul pubblico.
La ragione per queste righe? Un bel museo sui Ramones a Berlino.
Steg
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