"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



Visualizzazione post con etichetta John Lydon. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta John Lydon. Mostra tutti i post

domenica 18 gennaio 2026

IL POMPINO A ROTTEN

 

Il pompino a Rotten

 

Ci sono le scale di misura intellettuali.

Ben vengano, per evitare anche solo le persone mediocri!

 

Mi si contesta (da un 55 anni almeno) di essere selettivo e per nulla tollerante con le persone dal pensiero modesto.

Lo sono, per fortuna.

 

Ora, per ben comprendere queste righe dovreste avere copia del primo libro scritto da Viv Albertine ([1]): Clothes Music Boys ([2]).

 

In ogni caso: la Signora Albertine (che andrebbe essere messa nella condizione di rifiutare, se del caso, il titolo di “Dame”) nella sua prima memoir ci racconta del “suo”, soggetto attivo, pompino (ovvero fellatio) incompiuto a John Lydon ([3]).

 

Adesso, le femmine nostrane di pensiero modesto possono tornare a Michela Murgia e a interrogarsi sul sapore di piscio vecchio: che era comune a Londra nel 1977.

Piscio maschile e piscio femminile. Fellatio e Cunnilingus hanno pari dignità.

Non credete a me, credete a Viv Albertine.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2026 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 



[2] Prima edizione: London, Faber and Faber, 2014. Capitolo 32.

[3] In famiglia lo chiamiamo Lord Rotten Lydon.

domenica 10 maggio 2015

MORRISSEY “THE WILDE ONE”? NON CREDO


MORRISSEY “THE WILDE ONE”? NON CREDO

 

In una vignetta di oltre 35 anni fa pubblicata sul New Musical Express, Ray Lowry ([1]) disegna la scena in un locale in cui fa l’ingresso un personaggio stilizzato dei suoi usuali e dichiara: “I am Oscar Wilde and these are the Wilde Ones”.
 
Il giorno 8 maggio 2015, a Milano, ho seguito un convegno intitolato “Il ritratto di Oscar Wilde”.
La maggioranza delle relazioni è stata interessante, ma quella del relatore che presiedeva il consesso mi ha deluso, a parte il fatto che mi è parso di leggere negli altri relatori, tranne uno, un discreto smarrimento per il tema trattato (mia impressione?).
 
La relazione è quella del professor Alex Roger Falzon (Università di Siena), intitolata suggestivamente “*Wilde!*Pop!*& Morrissey!*”, ma in realtà dedicata per la quasi totalità a tratteggiare Morrissey come, quasi, l’erede di Oscar Wilde.
Ebbene dissento e vi spiego perché ([2]).
Precisazione preliminare: nulla quaestio sui riferimenti specifici a Mozzer, ma assolutamente  decontestualizzati rispetto a tutto il resto e portati a conclusioni che reputo eccessive.
 
1) A fronte di alcune citazioni di Ian Chambers (da Urban Rhythms – volume che forse, siccome edito in Italia, risulta molto evocato soprattutto da coloro che scrivono “di punk”) da parte del relatore, nemmeno una citazione di Dick Hebdige, cui si deve – per lo meno – un’attenzione per le sottoculture anteriore a quella di Chambers, come ben noto per lo meno agli studiosi e appassionati della materia delle sottoculture giovanili.
 
2) Mi ha poi stupito il fatto che né il professor Falzon, e nemmeno il professor Fabio Cleto (Università di Bergamo, autore di una interessante relazione e esperto del fenomeno “camp” ma anche della scena musicale britannica dagli anni settanta in poi), abbia citato il videoclip (del 1979, regia di David Mallet) della canzone “Look Back In Anger” di David Bowie, considerato che: da un lato, l’opera musicale richiama gli “angry young men” di John Osborne (citato nella relazione qui in commento), dall’altro, il video, appunto, è in parte basato proprio su The Picture Of Dorian Gray.
 
3) Michael Bracewell, come si presume noto al relatore che lo ha evocato, è il marito di Linda Mulvey, in arte Linder Sterling (Ludus e non solo), ovvero la miglior amica di Stephen Patrick Morrissey. Ben conosco England Is Mine citato.
Dunque le considerazioni di Bracewell (di cui ho letto molto, inclusa la sua “non-biografia” sui Roxy Music) sono spesso “biased” pro-Morrissey.
 
4) Quanto al cd. genere “kitchen sink drama”, ancora citato dal relatore, un ottimo contendente (e certamente caleidoscopico artista nella sua carriera) è Marc Almond, fra l’altro molto più londinese (seppur non nato nella capitale del Regno Unito) di Morrissey.
Nemmeno una parola su di lui nell’intervento qui commentato.
 
5) Di origini irlandesi è anche John Lydon. Lydon, che come Johnny Rotten nella primavera/estate 1977 fu aggredito a motivo di “God Save The Queen” da lui cantata come front-man dei Sex Pistols.
Prima autobiografia di John Lydon: titolo No Irish, No Blacks, No Dogs.
Conseguentemente, Morrissey non può essere in alcun modo considerato un unicum per l’album di The Smiths The Queen Is Dead oppure per “Margaret On The Guillottine” (dal suo album solista Viva Hate).
 
6) Si consideri, poi, il “poor dressing style” di Morrissey.
Occhiali NHS e gladioli nella tasca posteriore dei blue-jeans risalgono a lustri fa, quanto a note in argomento.
E la camicia dorata (epoca del Your Arsenal Tour e già nella data, sempre del 1992, al Finsbury Park di Londra) dirà qualcuno? Beh quella la indossava già – con cerniera lampo centrale (o era un windbreaker sul petto nudo, poco importa) – Mick Ronson nel video (tratto dall’Old Grey Whistle Test, della BBC, del 1972) di “Oh! You Pretty Things” di, ancora, David Bowie.
Anche a ritenere Oscar Wilde un recuperatore di stili d’abbigliamento anteriori, dunque un dandy di ritorno?, non c’è possibilità di sostenere che Morrissey possa essere epigono del primo in questo ambito.
 
In conclusione, ritengo che Morrissey sia un ottimo sostenitore di Oscar Wilde (ma anche delle New York Dolls, di James Dean – posseggo i due pamphlet morrisseyani loro rispettivamente dedicati –, etc.).
Egli, però, non è certo quell’unicum wildeiano che il professor Falzon vorrebbe tratteggiare.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2015 e 2022 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 




[1] Qualcuno forse lo conosce per, o anche per, i suoi lavori per The Clash.
http://en.wikipedia.org/wiki/Ray_Lowry
[2] I punti che seguono sono, essenzialmente, stati inviati anche al professor Falzon. Posto che è stato cancellato lo spazio di discussione sugli interventi.

mercoledì 18 giugno 2014

PER ESSERE “PUNK” UN ARTISTA? (Sniper series - 25)


PER ESSERE “PUNK” UN ARTISTA?
(Sniper series - 25)

 
Per essere “punk” o innovativo, a un artista occorre una famiglia disastrata?
 

Continuo a domandarmelo, seriamente, anche ora che ho cominciato a leggere copia dell’autobiografia di Viv Albertine (Clothes Clothes Clothes Music Music Music Boys Boys Boys) prestatami dal blogger.
 

E se la risposta è affermativa, questa è la ragione per cui l’Italia non ha dato i natali a “un”: Lou Reed, David Bowie, John Lydon?
 

E la conferma di ciò è data da Nicoletta “Patty Pravo” (già “Guy Magenta”) Strambelli unica, ripeto unica, diva nazionale e (la dimensione territoriale è quella che conta) internazionale ([1]) – “dannata” stante la sua crescita a casa della nonna?
 

Certo ci si può anche disastrare da soli, vedi Piero Manzoni, ma è più faticoso.

 

 

                                                                                              Top Shooter

 

 

 

© 2014 Top Shooter
     © 2014 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 




[1] Qualcuno sostiene che David Bowie abbia copiato lei.

martedì 21 gennaio 2014

JOHN LYDON: O MUORI O CEDI


JOHN LYDON: O MUORI O CEDI

 
Da anni non nutro particolare simpatia per John Lydon, ma gli riconosco storicamente dei meriti, anche dopo lo scioglimento dei Sex Pistols.
 
Grandiosa cronaca, che mescola Gotham City e Charles Dickens (entrambi scaduti o in attesa di riscoperta a quell’epoca: l’inizio del 1978), quella che vede un neo-Lydon marciare nella marcia neve newyorkese ([1]) tipica della fine di gennaio e inizio di febbraio ([2]) dopo essere stato abbandonato da tutti.
Le lenti di Joe Stevens sono in agguato ([3]), del resto come non dargli ragione avendo egli già regalato i suoi biker boots a Sid Vicious per preservare la propria incolumità durante la traversata di un pezzo degli USA in autobus con “i due John”?
Ma Lydon dimora presso un altro fotografo: la locale Roberta Bailey (peraltro capo-fotografo della rivista di Holmstrom e McNeil quindi tutto torna).
 
Le nostre vite tranquille si guastano quando esce nell’autunno dello stesso anno il primo singolo dei Public Image Ltd: perché da bravi travet del vinile il fatto di averne trovato (da Carù a Gallarate, evidentemente) una copia con copertina “come se fosse un quotidiano”, ci getta nelle ambasce quanto alla sua conservazione.
 
Dalle parti delle festività natalizie, dopo Give ‘em Enough Rope e The Scream ([4]), peggio ancora per i maniaci della manutenzione degli involucri: First Issue è un album con la inner sleeve rigida a rischio “ditate” ma senza testi e, soprattutto, un disco che gira – insieme a L’urlo di Siouxsie and the Banshees (non perché lo scriva il periodico francese Rock&Folk, è proprio così) – l’angolo del punk senza guardarsi più indietro, due pietre tombali.
 
Il secondo singolo dei PIL nell’estate del 1979 sintomaticamente impone scelte: 7” o 12”?
In difetto di idiozia scegli cosa vuoi ascoltare! Tenendo presente l’origine di “Death Disco”: sorta di omelia funebre per la madre di Lydon, morta di cancro (diverrà la commemorazione per ogni successiva persona deceduta a lui cara), eppure con quella canzone i Public Image Ltd compaiono a Top Of The Pops ([5]).
 
Come ho delineato già altrove ([6]), il 1979 è un anno di passione e fatica, mantenere il rispetto per se stessi è un compito non facile e impegnativo.
E cosa accade? Che con natalizia puntualità la vita musicalmente si complica di nuovo: questo album sono tre dodici pollici a 45 giri in una latta come quelle che contengono le pellicole cinematografiche, e quindi si chiama Metal Box ([7]).
Se quasi 30 anni dopo Simon Reynolds scriverà che quel formato (non la confezione) erano voluti per escludere un ascolto consecutivo dei tre dischi ([8]), la verità è che “Albatross” come apertura non induce i più timorosi a spingersi molto oltre, poi c’è il fatto che non poche copie risultano difettose quanto al vinile, comunque tendente a rovinarsi nella sua estrazione.
 
Difficile dopo tutto ciò avere qualche idea nuova, anche perché nel frattempo in ambito musicale ne sono “successe” di cose.
Ma per coloro, come me, che non sono: né sull’estremo che porterà a svolte epocali come fu (proprio nel 1981) quella de The Human League, né sull’opposto “a la Genesis P. Orridge”, né su quelle strane terze vie come Echo And The Bunnymen (che continuo a capire poco ancora oggi) ([9]), anche il terzo album dei PIL (con un radicale cambio negli organici), Flowers Of Romance è una bella sorpresa da porre a fianco della fede (che diverrà incrollabile) bansheeiana e degli ancora (e sempre?) piuttosto misconosciuti Bauhaus.
Tamburi, tamburi e tamburi (non c’è basso) e la voce di Lydon è ormai la litania di un muezzin, ma efficace (rispetto ai sempre troppo muscolari per i miei gusti Killing Joke), suoni che forse avrebbero dovuto farci cominciare a pensare all’Islam prima dei Public Enemy?
 
Il resto potete andarvelo a leggere sui bigini più o meno new/no wave ([10]).
 
Ecco perché trovo poco obiettivo sputare su John Lydon per quello che fece (e fa) dopo: incluse rimpatriate sempre più adipose con i Sex Pistols.
 
Infine, andate a vedere ed ascoltare quella che, probabilmente, è una delle tre (le altre due sceglietele voi) migliori interviste che egli abbia rilasciato ([11]): si tratta di “John Lydon - The British Masters – Chapter 8” di John Doran ([12]): https://www.youtube.com/watch?v=MjnjJrogb3Q.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2014 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 




[1] Come ci avrebbe camminato a Londra: in entrambe le metropoli ci si interessa poco della sorte invernale dei pedoni, e anche degli automobilisti, innevati.
Ti ricordi Marco noi due sui marciapiedi albionici ghiacciati alla fine del 1978?
[2] Come ben sanno coloro che ci hanno abitato.
[3] Mi riferisco alla foto che fu pubblicata sul numero (il 14) di Punk The Original (sorta di incrocio fra fanzine e magazine, data la sua tendenziale patinatura e cura grafica, condotto dalla coppia John Holmstrom e Legs McNeil) dedicato al tour statunitense dei Sex Pistols.
[4] Rispettivamente il faticoso secondo album di The Clash e il debutto sui 33 giri di Siouxsie and the Banshees.
[5] D’altra parte in quella stessa stagione alla medesima trasmissione parteciparono anche S&TB con “Playground Twist”.
[6] Più mi leggete, meno io devo indicare dei riferimenti. Si tratta del post “’Excuse me are you a mod?’ Ovvero ‘Oh mummy what’s a Sex Pistol?’”.
[7] Certo la novelty un poco si perde in quanto evidentemente stanno già cominciando a sinistra le operazioni di santificazione di The Clash, formalmente sancite da London Calling.
[8] Si potrebbe anche sostenere che sei lati consentivano un numero discreto di “combinazioni di sequenza”.
[9] Mentre non ho problemi a confessare che The Associates ho cominciato ad ascoltarli solamente in seguito agli apprezzamenti di Siouxsie Sioux e di Steve Severin.
[10] In effetti mi fa un poco ridere pensare che qualcuno si sia posto il problema: i PIL sono “new” o “no”?
Ma d’altronde uno dei problemi accademici nel 1978 era il fatto che portasse al polso un orologio “al quarzo”.
[11] Anche perché questo post è rimasto giacente per mesi, seppur terminato, rischiando di andare perso pur essendo stato ispirato anche da questa intervista.
[12] Ovvero la persona cui siamo debitori per www.thequiteus.com.