"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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martedì 21 gennaio 2014

JOHN LYDON: O MUORI O CEDI


JOHN LYDON: O MUORI O CEDI

 
Da anni non nutro particolare simpatia per John Lydon, ma gli riconosco storicamente dei meriti, anche dopo lo scioglimento dei Sex Pistols.
 
Grandiosa cronaca, che mescola Gotham City e Charles Dickens (entrambi scaduti o in attesa di riscoperta a quell’epoca: l’inizio del 1978), quella che vede un neo-Lydon marciare nella marcia neve newyorkese ([1]) tipica della fine di gennaio e inizio di febbraio ([2]) dopo essere stato abbandonato da tutti.
Le lenti di Joe Stevens sono in agguato ([3]), del resto come non dargli ragione avendo egli già regalato i suoi biker boots a Sid Vicious per preservare la propria incolumità durante la traversata di un pezzo degli USA in autobus con “i due John”?
Ma Lydon dimora presso un altro fotografo: la locale Roberta Bailey (peraltro capo-fotografo della rivista di Holmstrom e McNeil quindi tutto torna).
 
Le nostre vite tranquille si guastano quando esce nell’autunno dello stesso anno il primo singolo dei Public Image Ltd: perché da bravi travet del vinile il fatto di averne trovato (da Carù a Gallarate, evidentemente) una copia con copertina “come se fosse un quotidiano”, ci getta nelle ambasce quanto alla sua conservazione.
 
Dalle parti delle festività natalizie, dopo Give ‘em Enough Rope e The Scream ([4]), peggio ancora per i maniaci della manutenzione degli involucri: First Issue è un album con la inner sleeve rigida a rischio “ditate” ma senza testi e, soprattutto, un disco che gira – insieme a L’urlo di Siouxsie and the Banshees (non perché lo scriva il periodico francese Rock&Folk, è proprio così) – l’angolo del punk senza guardarsi più indietro, due pietre tombali.
 
Il secondo singolo dei PIL nell’estate del 1979 sintomaticamente impone scelte: 7” o 12”?
In difetto di idiozia scegli cosa vuoi ascoltare! Tenendo presente l’origine di “Death Disco”: sorta di omelia funebre per la madre di Lydon, morta di cancro (diverrà la commemorazione per ogni successiva persona deceduta a lui cara), eppure con quella canzone i Public Image Ltd compaiono a Top Of The Pops ([5]).
 
Come ho delineato già altrove ([6]), il 1979 è un anno di passione e fatica, mantenere il rispetto per se stessi è un compito non facile e impegnativo.
E cosa accade? Che con natalizia puntualità la vita musicalmente si complica di nuovo: questo album sono tre dodici pollici a 45 giri in una latta come quelle che contengono le pellicole cinematografiche, e quindi si chiama Metal Box ([7]).
Se quasi 30 anni dopo Simon Reynolds scriverà che quel formato (non la confezione) erano voluti per escludere un ascolto consecutivo dei tre dischi ([8]), la verità è che “Albatross” come apertura non induce i più timorosi a spingersi molto oltre, poi c’è il fatto che non poche copie risultano difettose quanto al vinile, comunque tendente a rovinarsi nella sua estrazione.
 
Difficile dopo tutto ciò avere qualche idea nuova, anche perché nel frattempo in ambito musicale ne sono “successe” di cose.
Ma per coloro, come me, che non sono: né sull’estremo che porterà a svolte epocali come fu (proprio nel 1981) quella de The Human League, né sull’opposto “a la Genesis P. Orridge”, né su quelle strane terze vie come Echo And The Bunnymen (che continuo a capire poco ancora oggi) ([9]), anche il terzo album dei PIL (con un radicale cambio negli organici), Flowers Of Romance è una bella sorpresa da porre a fianco della fede (che diverrà incrollabile) bansheeiana e degli ancora (e sempre?) piuttosto misconosciuti Bauhaus.
Tamburi, tamburi e tamburi (non c’è basso) e la voce di Lydon è ormai la litania di un muezzin, ma efficace (rispetto ai sempre troppo muscolari per i miei gusti Killing Joke), suoni che forse avrebbero dovuto farci cominciare a pensare all’Islam prima dei Public Enemy?
 
Il resto potete andarvelo a leggere sui bigini più o meno new/no wave ([10]).
 
Ecco perché trovo poco obiettivo sputare su John Lydon per quello che fece (e fa) dopo: incluse rimpatriate sempre più adipose con i Sex Pistols.
 
Infine, andate a vedere ed ascoltare quella che, probabilmente, è una delle tre (le altre due sceglietele voi) migliori interviste che egli abbia rilasciato ([11]): si tratta di “John Lydon - The British Masters – Chapter 8” di John Doran ([12]): https://www.youtube.com/watch?v=MjnjJrogb3Q.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 




[1] Come ci avrebbe camminato a Londra: in entrambe le metropoli ci si interessa poco della sorte invernale dei pedoni, e anche degli automobilisti, innevati.
Ti ricordi Marco noi due sui marciapiedi albionici ghiacciati alla fine del 1978?
[2] Come ben sanno coloro che ci hanno abitato.
[3] Mi riferisco alla foto che fu pubblicata sul numero (il 14) di Punk The Original (sorta di incrocio fra fanzine e magazine, data la sua tendenziale patinatura e cura grafica, condotto dalla coppia John Holmstrom e Legs McNeil) dedicato al tour statunitense dei Sex Pistols.
[4] Rispettivamente il faticoso secondo album di The Clash e il debutto sui 33 giri di Siouxsie and the Banshees.
[5] D’altra parte in quella stessa stagione alla medesima trasmissione parteciparono anche S&TB con “Playground Twist”.
[6] Più mi leggete, meno io devo indicare dei riferimenti. Si tratta del post “’Excuse me are you a mod?’ Ovvero ‘Oh mummy what’s a Sex Pistol?’”.
[7] Certo la novelty un poco si perde in quanto evidentemente stanno già cominciando a sinistra le operazioni di santificazione di The Clash, formalmente sancite da London Calling.
[8] Si potrebbe anche sostenere che sei lati consentivano un numero discreto di “combinazioni di sequenza”.
[9] Mentre non ho problemi a confessare che The Associates ho cominciato ad ascoltarli solamente in seguito agli apprezzamenti di Siouxsie Sioux e di Steve Severin.
[10] In effetti mi fa un poco ridere pensare che qualcuno si sia posto il problema: i PIL sono “new” o “no”?
Ma d’altronde uno dei problemi accademici nel 1978 era il fatto che portasse al polso un orologio “al quarzo”.
[11] Anche perché questo post è rimasto giacente per mesi, seppur terminato, rischiando di andare perso pur essendo stato ispirato anche da questa intervista.
[12] Ovvero la persona cui siamo debitori per www.thequiteus.com.


 

lunedì 29 agosto 2011

MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY



MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY
(senza la conoscenza non si inventa niente e si confonde molto)

Prendo spunto da taluni fatti e argomenti di conversazione, perché sembra che sia ormai necessario correggere le riscritture della storia a fronte di semplificazioni e sviste frutto di una crescente pigrizia culturale ([1]).


Pete Townshend scrisse “My Generation” che uscì come singolo di The Who nel 1965 (e diede anche il titolo al loro album di esordio).
Nel 1977, il lato A del primo singolo dei Generation X è una registrazione di “Your Generation”, canzone scritta da Billy Idol e Tony James; la copertina – con un artwork astratto in stile Bauhaus ([2]) – non strilla il titolo ([3]).

Billy Idol non è un artista platinato costruito a tavolino che ha avuto qualche successo negli anni ‘80 e via; Tony James con i Sigue Sigue Sputnik provò a spostare il limite della banalizzazione commerciale vendendo immagini forti, ma grondando riferimenti ([4]).
Billy Idol ha interpretato, nelle rispettive versioni dal vivo, la parte di Cousin Kevin in Tommy (1989) e del “bell-boy” (dunque lo “Ace face”) in Quadrophenia (1996).
Tony James attualmente è, soprattutto, i Carbon/Silicon insieme a Mick Jones ([5]).

Però nella migliore delle ipotesi la stragrande maggioranza di chi associa qualcosa a “Generation X” pensa a Douglas Coupland ([6]). Invece no, la situazione è ben diversa, anche perché è impossibile aver copiato nel novembre 1976 un titolo del 1991.
Infatti, per quanto qui interessa, Generation X è il titolo di un libro-inchiesta scritto da Jane Deverson e Charles Hamblett a proposito dei giovani dei primi anni sessanta; volume uscito nel 1964 in solo formato tascabile (in almeno due versioni) in Gran Bretagna e anche negli USA.
Ebbene, da quel libro fu presa ispirazione per dare il nome alla band di Idol e James (il primo sostiene di averne trovata copia sotto il letto della madre).
Di più, circostanza meno nota, dei ritagli del medesimo libro ([7]) sono utilizzati graficamente come parte del retro della copertina di “White Riot”, primo singolo di The Clash, ed ancora più curioso può essere il fatto che in uno dei press-clip è un mod che parla agli autori del libro.
Reputo che la corto circuitazione artistico-musicale sia davvero notevole, ed appunto dimostri come non sia mai possibile banalizzare le informazioni.
Quelli che convenzionalmente sono chiamati i primi punk dei settanta non erano né degli ignoranti, però neanche degli inventori; semplicemente ed intelligentemente (questo sì) avevano ascoltato e letto e visto e ... come prima di loro avevano fatto altri artisti.

Simon Reynolds nel suo ultimo libro, Retromania: Pop Culture’s Addiction To Its Own Past, pare preoccuparsi della vacuità del primo decennio del XXI secolo.
Poiché il punk non viveva sulla nostalgia, bensì sulla conoscenza del passato musicale e la conseguente capacità di distinguere ciò che vale da ciò che non è importante, dall’evidente vuoto attuale si ha la conferma di quanto sia sempre più grave il rischio di semplificazione ogni volta in cui si danno per scontati fatti ed anche significati.
Quella di Simon Reynolds rischia di divenire allora una preoccupazione marginale: essere dipendenti dal passato – se lo si analizza in modo indipendente e non guidato, per cercare una propria via (anche solo alla lettura, all’ascolto e alla visione) – è molto meglio che essere dipendenti unicamente dalla pseudocultura venduta sotto forma di romanzi/elenco telefonico (posati sui pallet di pseudo librerie e centri commerciali) e dei downloading facili e mal compressi di musica dove le rime sono quelle baciate vecchie di decenni (solo vecchie).




                                                                                                                      Steg
Una delle due edizioni del libro del 1964 



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[1]Libraries gave us power” (da “A Design For Life” dei Manic Street Preachers): cioè anche il proletario può avere cultura; ma viceversa il borghese può leggere solo sciocchezze.
[2] L’argomento “art schools” e` molto complesso - posso rinviare a Simon Frith, Art into Pop; quello Bauhaus è addirittura doppio.
La copertina, comunque, è di Barney Bubbles.
[3] Le 4 canzoni costituenti i primi 2 singoli della band risultano nelle prime stampe come “copyright control” cioè ancora senza editore, il che significa che ci fu un’epoca in cui i contratti fonografici non obbligavano a sottoscrivere quelli di edizione musicale con l’editore indicato dal produttore: costi minori, più fiducia negli esordienti?
[4] Inoltre proponendo autentiche pubblicità fra i solchi del vinile: The Who Sell Out anyone?
[5] Name dropping di approfondimento: London SS.
[6] Forse con “Girlfriend In A Coma” va meglio?
[7] Non proprio “cut up” alla William Seward Burroughs, ma evidentemente un riferimento stilistico ai collage delle avanguardie artistiche del primo novecento.