"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 23 dicembre 2016

PERLE MEDIATICHE 39 – ABBAGLI PUNK, POST PUNK E LINGUISTICI (ancora a proposito del libro di Igort, My Generation - quasi un remix il mio)


PERLE MEDIATICHE 39 – ABBAGLI PUNK, POST PUNK E LINGUISTICI
(ancora a proposito del libro di Igort, My Generation - quasi un remix il mio)

 

Ritorno sul libro autobiografico del fumettista Igort intitolato My Generation., già oggetto di “Perle mediatiche 38 - Abbagli bowiani”.

 

Alle pagine 132 e 133 del volume si ripete (cioè lo si scrive due volte, una per pagina) che nella estate del 1977 il negozio di Malcolm McLaren e Vivien Westwood si chiamava (ancora) “Sex”, che anzi quella era la sua denominazione originaria.
Va bene la licenza poetica, ma la sua denominazione era divenuta “Seditionaries” nel dicembre 1976, e comunque esso non era nato come “Sex”.

 

Stesse pagine: per ben due volte la Signora Westwood è definita “moglie” di Malcolm McLaren. Non lo è mai stata.

 

Sta di fatto che considerazioni quasi identiche a queste sono presenti nel mio post “Perle mediatiche 20 – Ancora a proposito di punk”, cui rinvio.

 

Ma la vera perla è qualche pagina dopo, la 144: lo pseudonimo “Public Image Limited” (o “Ltd.” o “Ltd”) di John Lydon è tradotto con “Immagine pubblica limitata”: errore linguistico, sintattico e, volendo, anche giuridico.
Dichiarare, anche, che PIL nel 1978 “scala le classifiche” ...

 

La disinformazione per me non è né artistica, né punk, né post punk. È solo disinformazione.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 21 gennaio 2014

JOHN LYDON: O MUORI O CEDI


JOHN LYDON: O MUORI O CEDI

 
Da anni non nutro particolare simpatia per John Lydon, ma gli riconosco storicamente dei meriti, anche dopo lo scioglimento dei Sex Pistols.
 
Grandiosa cronaca, che mescola Gotham City e Charles Dickens (entrambi scaduti o in attesa di riscoperta a quell’epoca: l’inizio del 1978), quella che vede un neo-Lydon marciare nella marcia neve newyorkese ([1]) tipica della fine di gennaio e inizio di febbraio ([2]) dopo essere stato abbandonato da tutti.
Le lenti di Joe Stevens sono in agguato ([3]), del resto come non dargli ragione avendo egli già regalato i suoi biker boots a Sid Vicious per preservare la propria incolumità durante la traversata di un pezzo degli USA in autobus con “i due John”?
Ma Lydon dimora presso un altro fotografo: la locale Roberta Bailey (peraltro capo-fotografo della rivista di Holmstrom e McNeil quindi tutto torna).
 
Le nostre vite tranquille si guastano quando esce nell’autunno dello stesso anno il primo singolo dei Public Image Ltd: perché da bravi travet del vinile il fatto di averne trovato (da Carù a Gallarate, evidentemente) una copia con copertina “come se fosse un quotidiano”, ci getta nelle ambasce quanto alla sua conservazione.
 
Dalle parti delle festività natalizie, dopo Give ‘em Enough Rope e The Scream ([4]), peggio ancora per i maniaci della manutenzione degli involucri: First Issue è un album con la inner sleeve rigida a rischio “ditate” ma senza testi e, soprattutto, un disco che gira – insieme a L’urlo di Siouxsie and the Banshees (non perché lo scriva il periodico francese Rock&Folk, è proprio così) – l’angolo del punk senza guardarsi più indietro, due pietre tombali.
 
Il secondo singolo dei PIL nell’estate del 1979 sintomaticamente impone scelte: 7” o 12”?
In difetto di idiozia scegli cosa vuoi ascoltare! Tenendo presente l’origine di “Death Disco”: sorta di omelia funebre per la madre di Lydon, morta di cancro (diverrà la commemorazione per ogni successiva persona deceduta a lui cara), eppure con quella canzone i Public Image Ltd compaiono a Top Of The Pops ([5]).
 
Come ho delineato già altrove ([6]), il 1979 è un anno di passione e fatica, mantenere il rispetto per se stessi è un compito non facile e impegnativo.
E cosa accade? Che con natalizia puntualità la vita musicalmente si complica di nuovo: questo album sono tre dodici pollici a 45 giri in una latta come quelle che contengono le pellicole cinematografiche, e quindi si chiama Metal Box ([7]).
Se quasi 30 anni dopo Simon Reynolds scriverà che quel formato (non la confezione) erano voluti per escludere un ascolto consecutivo dei tre dischi ([8]), la verità è che “Albatross” come apertura non induce i più timorosi a spingersi molto oltre, poi c’è il fatto che non poche copie risultano difettose quanto al vinile, comunque tendente a rovinarsi nella sua estrazione.
 
Difficile dopo tutto ciò avere qualche idea nuova, anche perché nel frattempo in ambito musicale ne sono “successe” di cose.
Ma per coloro, come me, che non sono: né sull’estremo che porterà a svolte epocali come fu (proprio nel 1981) quella de The Human League, né sull’opposto “a la Genesis P. Orridge”, né su quelle strane terze vie come Echo And The Bunnymen (che continuo a capire poco ancora oggi) ([9]), anche il terzo album dei PIL (con un radicale cambio negli organici), Flowers Of Romance è una bella sorpresa da porre a fianco della fede (che diverrà incrollabile) bansheeiana e degli ancora (e sempre?) piuttosto misconosciuti Bauhaus.
Tamburi, tamburi e tamburi (non c’è basso) e la voce di Lydon è ormai la litania di un muezzin, ma efficace (rispetto ai sempre troppo muscolari per i miei gusti Killing Joke), suoni che forse avrebbero dovuto farci cominciare a pensare all’Islam prima dei Public Enemy?
 
Il resto potete andarvelo a leggere sui bigini più o meno new/no wave ([10]).
 
Ecco perché trovo poco obiettivo sputare su John Lydon per quello che fece (e fa) dopo: incluse rimpatriate sempre più adipose con i Sex Pistols.
 
Infine, andate a vedere ed ascoltare quella che, probabilmente, è una delle tre (le altre due sceglietele voi) migliori interviste che egli abbia rilasciato ([11]): si tratta di “John Lydon - The British Masters – Chapter 8” di John Doran ([12]): https://www.youtube.com/watch?v=MjnjJrogb3Q.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Come ci avrebbe camminato a Londra: in entrambe le metropoli ci si interessa poco della sorte invernale dei pedoni, e anche degli automobilisti, innevati.
Ti ricordi Marco noi due sui marciapiedi albionici ghiacciati alla fine del 1978?
[2] Come ben sanno coloro che ci hanno abitato.
[3] Mi riferisco alla foto che fu pubblicata sul numero (il 14) di Punk The Original (sorta di incrocio fra fanzine e magazine, data la sua tendenziale patinatura e cura grafica, condotto dalla coppia John Holmstrom e Legs McNeil) dedicato al tour statunitense dei Sex Pistols.
[4] Rispettivamente il faticoso secondo album di The Clash e il debutto sui 33 giri di Siouxsie and the Banshees.
[5] D’altra parte in quella stessa stagione alla medesima trasmissione parteciparono anche S&TB con “Playground Twist”.
[6] Più mi leggete, meno io devo indicare dei riferimenti. Si tratta del post “’Excuse me are you a mod?’ Ovvero ‘Oh mummy what’s a Sex Pistol?’”.
[7] Certo la novelty un poco si perde in quanto evidentemente stanno già cominciando a sinistra le operazioni di santificazione di The Clash, formalmente sancite da London Calling.
[8] Si potrebbe anche sostenere che sei lati consentivano un numero discreto di “combinazioni di sequenza”.
[9] Mentre non ho problemi a confessare che The Associates ho cominciato ad ascoltarli solamente in seguito agli apprezzamenti di Siouxsie Sioux e di Steve Severin.
[10] In effetti mi fa un poco ridere pensare che qualcuno si sia posto il problema: i PIL sono “new” o “no”?
Ma d’altronde uno dei problemi accademici nel 1978 era il fatto che portasse al polso un orologio “al quarzo”.
[11] Anche perché questo post è rimasto giacente per mesi, seppur terminato, rischiando di andare perso pur essendo stato ispirato anche da questa intervista.
[12] Ovvero la persona cui siamo debitori per www.thequiteus.com.


 

giovedì 13 ottobre 2011

“McGEOCHISMS”

McGEOCHISMS

Conobbi John McGeoch alla fine del concerto del 26 giugno 1981 al Teatro Nuovo di Torino di Siouxsie and the Banshees, era il mio secondo ([1]) loro concerto e nel pomeriggio avevo chiacchierato un bel po’ con Budgie, allora dotato di poco banshee-look e con un giubbotto di jeans blu stinto con diversi badge.

Rammento che a John dissi in battuta che non gli avrei fatto domande tecniche, dato anche che non suonavo e che mi sembrava a quel punto più interessante sapere se andava lui personalmente in lavanderia … Gli chiesi peraltro dove avesse comperato i sui stivali – dei biker boot – e lui così mi introdusse al mondo di Johnson’s allora ubicato solo in King’s Road.
Quando ci salutammo mi disse di cercarlo ai concerti di Londra quella estate e così feci e, un po’ avventurosamente, cominciai a conoscere meglio tutta la band (ma questa è un’altra storia).

John fu sempre molto gentile con me ogni volta che ci si incontrò, forse un poco della mia tenacia lo stupì, comunque da Scotsman era sempre molto socievole.
Rimasi davvero male quando nel pomeriggio del 28 novembre 1982 Billy “Chainsaw” Houlston in un Hammersmith Palais londinese ancora vuoto e rimbombante fra tecnici ([2]) e roadie, dopo avermi apostrofato con “You must be XXX” perché gli avevo scritto non poche volte presso il fan club ([3]) mi disse che avevano dovuto sostituirlo definitivamente, per quel tour ancora con Robert Smith.

Lo vidi anni dopo ad un concerto in cui militava con i PIL, ma non ebbi più occasione di scambiare due chiacchiere con lui.

La morte di John McGeoch il 4-5 marzo 2004 (di notte, nel sonno) lasciò tutti sorpresi e stupiti, poiché non era certo persona dai grandi eccessi, e probabilmente negli ultimi anni nemmeno certe stranezze alcooliche gli erano più congeniali, si era anche diplomato infermiere(!).

Lo descrissi circa così a qualcuno, quando seppi del suo decesso: “Era un tipo davvero curioso, sai? Me lo ricordo in studio di registrazione a Londra, con un boccale da birra pieno di vino, o le correzioni della Guinness con il Fernet Branca.
‘Aveva questo sguardo sornione, non era troppo alto, il ciuffo sugli occhi, magari, eppure alla chitarra estraeva non solo lo “stile [John] McKay” ma tutto il resto che tutti conoscono ma poco collegano a lui: poco più di due album e mezzo, ma monumentali e poi il poco ricordato terzo album dei Generation X e anche nei Visage fece meraviglie.”’.

Ogni tanto, il Grande Scozzese ricompare nelle interviste ad altri chitarristi di talento sottile, cioè meno evidente, da ultimo in quella ai Manic Street Preachers sul numero 174 di Uncut, a pagina 35 James Dean Bradfield a proposito di come voleva suonare in The Holy Bible ricorda: “I really wanted to do a lot of my John McGeochisms, from Magazine, I was getting fed up with trying to ape Slash” ([4]).

Del resto, Siouxsie lo ha descritto come musicista in grado di creare quasi tutto: ‘I loved the fact that I could say, “I want this to sound like a horse falling off a cliff”, and he would know exactly what I meant’.

Ed allora “McGeochism” è un bella parola di sintesi, non solo musicale.



POST SCRIPTUM
Se ci riuscite, cercate in internet il documentario radiofonico “Spellbound: The Story Of John McGeoch”, per ricordare come egli potesse essere sia sinuoso, sia spigoloso nel suono: la quadratura del cerchio a sei corde, o quasi.

 
                                                                                                                      Steg


 

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[1] Molti ne seguirono ed alla fine smisi di contarli.
[2] E chissà oggi dove è Tony Selinger, pure conosciuto a Torino, che tanti biglietti e pass mi procurò.
[3] Anche Billy una persona davvero notevole.
[4] Avendo già citato in un altro mio post i Magazine, per chi volesse approfondire segnalo Helen CHASE, Magazine The Biography, Newcastle U. T., Northumbria Press, 2009.