"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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domenica 19 gennaio 2014

L’OSSIMORO SMILE (The Beach Boys non sono mai stati allegri)


L’OSSIMORO SMILE
(The Beach Boys non sono mai stati allegri)

 
Ho cominciato ad essere affascinato, questo e solo questo può essere il verbo, da The Beach Boys – cioè da Brian Wilson (e i suoi parolieri) – tramite “Good Vibrations”: un’opera musicale assolutamente barocca per la quantità di suoni che la compongono (non a caso esiste un triplo CD dedicato ad essa: “ovviamente” (si veda qui di seguito) edito nella collana “Unsurpassed Masters” della Sea Of Tunes Records ([1]).

 

Un paio di lustri dopo – scusate ma il punk era un tiranno esigente – apparve nel quadro che contemplavo, senza nemmeno un granello di sabbia fra le dita, Charles Manson e i suoi omicidi di fine decennio sessanta scorso, mentre Brian era nella decade successiva invisibile ai molti ([2]).

 

Ecco pian piano insinuarsi nella mente il mostro Smile (o se si preferisce SMiLE) l’album inesistente che esiste, a partire dalla grafica di copertina e addirittura dalle copertine stampate dalla Capitol Records in centinaia di migliaia. Perché il problema non è riuscire ad ascoltare questo, IL, supremo disco fantasma, ma solo come e quanto (quanto, ripeto) ascoltarlo.
Un cofanetto antologico ufficiale (significativamente intitolato Good Vibrations: è un quintuplo in CD) per i trent’anni di carriera dei Ragazzi della Spiaggia dà la stura con un pugno di registrazioni che smentiscono ogni leggenda di inesistenza delle matrici siccome distrutte. Ma non basta!

Esiste letteratura sul Sorriso, un doppio (doppio cosa? Ne troverò una versione in duplice CDR) di tale etichetta Vigotone (sembra sia giapponese) album, eccetera eccetera. Più Smile trovi più ne vorresti; schizzi, frammenti, tracce singole, piste sovrapposte, immagini più o meno sgranate del genio al lavoro con in testa un casco da pompiere ...
Ti calmi solo quando incontri il cofanetto triplo pubblicato ancora una volta dalla Sea Of Tunes che è corredato anche da un corposo libretto (lungo come due CD allineati in verticale) e il “compagno” CD singolo che compila una possibile versione dell’album.

Quando l’album uscì ufficialmente moltissimi anni dopo nel 2011 (e con ritardo di mesi: ormai speravo che non fosse pubblicato: a noi appassionati non serviva ([3])), comprai la versione in 5 CD di Smile solamente per evitare di avere spifferi sonici ([4]).e per godermi quella copertina tridimensionale che raffigura la vetrina di una bottega poco californiana e semmai reminiscente del Village newyorkese (quello, ormai scomparso, con i negozi nei basement.).

 

Come finisce questo post? Inevitabilmente, ma non banalmente, con la canzone più triste di tutte, sin dal suo titolo: “Surf’s Up”.

 

Per il surf guardate altrove, sin da questo blog, ché forse il mito della tavola che cavalca le onde non ha bisogno di un bardo, ma solo di un musico: cfr. “Pipeline” e “Wipe Out”, (anc)ora e sempre.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2014 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All Rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Si saprà mai se dietro ad esso si celava lo stesso Brian Wilson?
[2] Devo questa scoperta a una rivista di surf USA che non riesco a localizzare da troppi anni, quanti?, nel mio archivio.

[3] Ci tengo a precisarlo: in Italia Smile interessava a pochissimi: quando ne parlavo nessuno mi aiutava: ho costruito il mio archivio nei negozi newyorkesi dove tutto era lì, ma solo se sai cercare: valeva per tutti gli artisti, gli Italiani si pascevano, stolidi, di U2 e Bruce Springsteen.
[4] Della versione corredata da tavola da surf ho scritto altrove.

giovedì 14 febbraio 2013

SOLTANTO GENZALE (just like Johnny Thunders)


SOLTANTO GENZALE
(just like Johnny Thunders)
 
Per Johnny Thunders ho una sorta di deriva non completista, bensì da studioso o da “discepolo musicista non praticante” (io ho una Rickenbaker nera, bellissima, che non so suonare).
 
Non mi picco di avere tutto ([1]), ma cerco di capire la sua essenza.
 
Sono anni che manco da NYC, l’ultima volta mi feci fare una foto sotto l’insegna di GEM SPA.
Volevo quella foto, non intensamente ma costantemente, da molto tempo.
Anche perché quella insegna è destinata a sparire (c’è ancora?) eppure essa anche se non è l’originale vale più dell’intero CBGB’s e della back room del Max’s Kansas City.
Sotto di essa stanno le New York Dolls e certo il mondo si divide al solito in due, anzi si divide in due un pianeta cosi piccolo che veramente si fa élite nella élite: GEM SPA lo trovi da solo o niente, sai cosa è o niente, capisci cosa è o niente.
Respirare l’aria di GEM SPA è un privilegio. Se state già correndo su Internet avete perso, piuttosto lasciate un commento e mostrate le vostre credenziali.
Un giorno passi di lì, alzi gli occhi e dici: “ah, è qui!”. Quel giorno per me fu nel 1986, eppure ci ero già passato anche in precedenza, ma non avevo notato quell’insegna.
 
Johnny Thunders è racchiuso tutto nella prima edizione della sua biografia, scritta da Nina Antonia: In Cold Blood ([2]). La prima edizione, non la successiva.
È uno di quei rari volumi che sfogli sapendo che in una riga trovi sempre qualche cosa di nuovo. La discografia svela album non ufficiali che promettono meraviglie o anche solo copertine per cui devi averli quei pezzi di vinile.
 
Johnny Thunders è lo sporco sotto le sue unghie, un premolare superiore mancante in una foto, la Gibson Les Paul Junior che ruggisce sicura più dell’opulenta White Falcon della Gretsch ([3]).
In un inizio-già-fine la foto in esterno del 1973 di lui seduto sugli scalini con un nido di corvi come pettinatura e i platform boot destinati a caracollare.
 
Johnny Thunders: una contraddizione in termini.
Protopunk axeman, ma maestro di antiche cover: “Pipeline” e “Wipe Out”.
Piccolo sciamano elettrico dalle versioni acustiche insuperabili.
 
Un figlio di New York che in patria non fu profeta.
 
Johnny Thunders è come la vittima di un incidente stradale che si trova su un’ambulanza che subisce un altro incidente. Nessuna speranza.
I testi delle sue canzoni non lasciano vie d’uscita.
 
Se qualcosa poteva andare male a qualcuno, andava male a El Thunders.
Tanto che è sua l’elegia funebre più significativa per Sid Vicious: “Sad Vacation”. Mentre una bella pagina su John Anthony Genzale, Jr. la scrive, alla sua morte, l’amico/compagno/rivale Richard Hell.
 
La mia copia originale (1977) dell’album di (The) Heartbreakers ([4]): L.A.M.F. ([5]) mi fu venduta da Tonito.
Alla fine del 2012 è uscito un cofanetto in formato CD, quadruplo, che si dichiara definitivo nel rappresentare quel disco e forse lo è pur se non completo.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
POST SCRIPTUM
Data la celebre visibilità dell’artista, e anche per augurare (perché no?) un grande successo a un coraggioso regista, aggiungo tre film alla storia di Mister Genzale.
Il primo è il leggendario, invisibile quasi quanto uno Stealth, Born To Lose The Last Rock n Roll Movie di Lech Kowalski. Dopo anni e anni sono riuscito a trovarne una buona copia in DVD anche se ufficialmente non è mai uscito in quel formato (o in altri), ma è un animale raro in certi festival cinematografici. Crudissimo, ma necessario.
Poi c’è la sorpresa, in quanto meno conosciuto anche nel solo titolo, di Mona et moi di Patrick Grandperret, pubblicato in DVD.
Infine, dai vari trailer disponibili promette molto bene – anche se gli intervistati portano le cicatrici della vita – il documentario di Danny Garcia (ma essendo di Barcelona forse nasce Daniel?) teoricamente in uscita nel maggio 2014: Looking For Johnny The Legend of Johnny Thunders.
Buona visione, dunque.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
© 2013, 2014 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 



[1] Sebbene abbia molto, soprattutto in CD, ma quelli autografati da lui (ne ho riprodotto qualche copertina sul blog) sono degli album in vinile: quando nessuno li considerava, ora sono delle rarità: da morti tutti si apprezzano.
[2] Sembra un libro scritto su un morto, anche se lui non lo è: siamo nel 1987, muore nel 1991, il 23 aprile.
[3] A Manhattan, quando passavo per la 23rd Street per andare a mangiare, osservavo sempre le chitarre elettriche nella vetrina di un negozio di strumenti musicali strategicamente ubicato a qualche metro dall’ingresso del Chelsea Hotel.
[4] Senza il “The” sulla copertina, ma con il “The” nelle pubblicità dell’epoca.
Col passare degli anni l’album è stato attribuito a Johnny Thunders and the Heartbreakers.
[5] Esiste un solo, vero, album degli Heartbreakers, tutto il resto è altra cosa.
Il fatto è che molte delle sue versioni (o dovremmo chiamarle varianti?) si intitolano allo stesso modo: L.A.M.F., cioè Like A Mother Fucker.