"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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martedì 1 ottobre 2019

INVINCIBLE YOUTH (Tombstone series – 50)


INVINCIBLE YOUTH
(Tombstone series – 50)

In the days of youth, our cheekbones were invincible.


                                                                                                                      Steg



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giovedì 20 marzo 2014

“SPRANGA IL MACCHINISTA O CANTA IN FALSETTO?”


“SPRANGA IL MACCHINISTA O CANTA IN FALSETTO?”


Fra maggio e giugno 1978 a Milano si poteva essere un bersaglio intellettuale (solo apparentemente musicale) che era a rischio soccombenza. Sconfitti si sarebbe finiti come molti altri, la maggioranza, appunto.


La radio in FM dichiarava Rolling Stones (“Miss You”) e nel ghetto fuggevole della discoteca (la dance culture la massa non la conosceva ([1])) una voce in falsetto che non avrebbe dovuto avere futuro: Sylvester con “You Make Me Feel (Mighty Real)” ([2]) ([3]).


Poi c’era la stampa musicale britannica: lì stava il mezzo gimmick del quinto singolo dei Sex (già ex?) Pistols, che doveva intitolarsi appunto “Cosh The Driver” salvo un ripiego su due titoli diversi, ma anche il pivotale quinto singolo ufficiale di The Clash, con copertina (o senza? Decidete voi) ([4]) e di nuovo una parte del titolo fra parentesi, e poi stava arrivando tutto il “dopo-/növo-” che sarebbe stato digerito (ma non assimilato) molti anni dopo.


Le orecchie a Londra avrebbero continuato a macinare reggae nei locali prima dei concerti, anche se la stagione del Roxy con Don Letts come DJ era finita.


Diciotto mesi dopo chi aveva abbastanza personalità aveva già lasciato le categorie della politica musicale (“the politics of dancing” recita una vecchia canzone), anche perché nemmeno gli USA erano stati con gli allori a seccarsi: No New York insegna.
Diventa da allora in poi impossibile tentare una qualsiasi classificazione. Per fortuna.


Passati anche gli eroi da club ([5]), ecco l’aria che davvero tirava quando nel settembre del 1982 The Face usci con la famosa copertina nella quale persino dei jeans blu potevano essere un capo di nuovo capace di parlare per chi li indossava ([6]).


Ma l’Italia evidentemente dava Sylvester per morto, non concepiva l’eventualità di abbandonare il cliché del punk che essa aveva fatto così fatica a accettare, mentre fra oratori e sezioni di partito non c’era spazio per un “fuck art let’s dance” che era comunque un’espressione individuale e che, udite udite, era anche una categoria di umano divertimento dove non si discriminavano gli omosessuali (e neanche gli eterosessuali, perché no) anche se magari qualche locale non era esattamente una bocciofila.


Purtroppo, una grande malattia dal piccolo nome avrebbe nel giro di qualche anno ucciso l’unicità vocale di Sylvester, che sarebbe così andato a raggiungere il suo sodale di qualche avventura alle porte dell’elettronica Patrick Cowley (morto nel 1982).


Ma per noi alla fine ha vinto il falsetto sulla spranga.



                                                                                                                      Steg




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[1] Illuminante in punto è “Indigestione disko” dei Decibel.
[2] Si noti la curiosa inversione della parte fra parentesi rispetto ai titoli di alcuni classici degli anni sessanta.
[3] Storcerà il naso qualche purista sapendo che in una sua top ten radiofonica Siouxsie inserì questa canzone. I ben informati sanno che Mrs. Ballion ballava al Bangs, al Chaguaramas e al El Sombrero.
[4] Tutte informazioni rinvenibili altrove.
[5] Rinvio al mio post “Out in clubland and having fun” di cui questo forse è una stripped down version.
[6] Per chi non possiede quel numero, una seconda possibilità di leggere l’articolo di Robert Elms intitolato “The New Young Soul Rebel” risiede nel volume Nightfever (a cura di Richard Benson) a pagina 26, ma senza immagini.

sabato 7 gennaio 2012

THE STREETS E PLAN B - Due solisti sfavoriti per un futuro che forse razionerà anche le pile alcaline

THE STREETS E PLAN B
Due solisti sfavoriti per un futuro che forse razionerà anche le pile alcaline



Quando uscì l’album, omonimo, d’esordio di The Streets ne fui quasi travolto.
Trasudava street cred inscalfibile; un’aura di autenticità, tagliente come un rasoio, che era rap ma senza fare uso della rima; mi sembravano le strade di Quadrophenia vent’anni (o trenta) dopo.
Un ragazzo dietro uno pseudonimo collettivo che – prevedevo a malincuore – non poteva durare troppo a lungo però avrei tenuto nel cuore. Infatti.

Molti anni dopo, come capita(va?) sempre più raramente o mai, nel 2010, ecco che ascolto tramite videoclip un altro outsider che mi lascia un retrogusto da giovane ribelle del soul, le nocche idealmente tatuate come un incrocio necessariamente senza speranza fra Robert Mitchum e la manovalanza dei Kray Twins.
Roba rara: è (di nuovo un solista dietro pseudonimo apparentemente collettivo) Plan B con il suo secondo album: The Defamation of Stricktland Banks.



Aggiungo Jake Arnott con The Long Firm e Johnny Come Home e l’insuperabile Anthony Frewin con London Blues ([1]) perché questi tre romanzi possono suscitare sensazioni non dissimili da quelle degli artisti musicali qui descritti.



Adesso sta a voi.



Ma vi lancio una proposta, dal basso del mio i-Pod contenente più di ventunomila canzoni ([2]): se si tornasse a un bel Discman (e intendo Sony) con una dotazione da 20 CD al massimo (non CDR, troppo comodo) da portarsi in giro?
Più tempo per pensare e per leggere, soprattutto se con i lettori di mp3 si lasciassero a casa anche i telefoni a batteria cellulare ([3]).
Perché è vero che “less is more” non convince, ma certa musica attuale e il modo in cui la si ascolta sono piuttosto vuoti ([4]) e quindi in questi hard times ([5]) qualche riflessione non guasta.




                                                                                                                      Steg





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[1] Non se ne abbia Cathy Unsworth: godibili e da me apprezzati i suoi romanzi, ma forse un poco troppo “by numbers”. L’argomento della narrativa incentrata sulle culture giovanili è serio e non trattabile in una footnote.
[2] Non perché mi sento solo, forse semplicemente per fare fronte a mezzo secolo abbondante di vita.
[3] In fondo l’ultima rivoluzione tecnologica risale al Walkman (di nuovo intendo Sony) e al telefax (banalizzo lessicalmente per sintesi).
[4] È un argomento che già ho affrontato e affronterò molte altre volte, anche in ambito letterario.
[5] Qualcuno ricorda la grandiosa copertina di The Face del settembre 1982?