"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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sabato 9 agosto 2025

CIRCLE LINE: AMMINISTRARE MILANO DA IGNORANTI

 

CIRCLE LINE: AMMINISTRARE MILANO DA IGNORANTI

 

Per completezza cronologica, rammento che esiste una canzone (chi dice “brano” cambi blog, per favore. Anche chi dice “pezzo”) intitolata “Circles”: The Who ([1]).

 

Ma io sempre ricordo “Circle” di Siouxsie and the Banshees: canzone facente parte, la sua registrazione ovviamente, AKITD ([2]) del 1982 ([3]), periodo invincibili e oltre.

Opera musicale stra-londinese (centrale, urbana e suburbana).

 

Da almeno un trentennio leggo di una ipotetica Circle Line milanese: parlo di metropolitana.

Che gli amministratori comunali non conoscano la canzone bansheeiana passi.

Che non sappiano che la Circle Line è la linea di underground più ritardataria di Londra (spesso i suoi binari affiancano quelli della District: verde la seconda, gialla la prima), invece, non passa.

 

Mister Beppe: get an education. Go to London and practice English.

Please.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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giovedì 10 aprile 2014

EDDIE COCHRAN: IL BALBETTIO ADOLESCENZIALE PERFETTO (Sketches series – 14)


EDDIE COCHRAN: IL BALBETTIO ADOLESCENZIALE PERFETTO
(Sketches series – 14)

 

Eddie Cochran muore, Gene Vincent resta storpio (alla gamba sinistra già colpita da un precedente infortunio) ([1]). È il resoconto di un incidente stradale ([2]).

 

“Mi” è noto quanto io abbia a cuore Vincent, così “poco statunitensemente a posto” ([3]).
Ma Cochran ogni volta che lo ascolto mi sposta qual piuma al vento.
Tre generazioni musicali gli si sono inginocchiate davanti in riverente devozione: The Who, Marc Bolan, Sid Vicious.

 

Eppure, altrimenti non leggereste questo blog, alla fine per me: la voce narrante deve impazzire per la sua amata con i capelli raccolti a coda di cavallo, i calzini bianchi arrotolati alla caviglia, la gonna a pieghe che vola quando lui la cinge la vita in un passo di rock ‘n’ roll.
Ecco perché lui corre su – per ben venti piani! – e poi resta senza fiato ([4]) (e io con lui) ([5]).

 

Ma un altro punto di forza di questo rocker è la modernità che, appunto, lo ha reso memorabile ben oltre la contingenza storica: “Summertime Blues” e “Nervous Breakdown”.
Tanto , alla fine, mi domando: fu davvero un incidente (stradale)?
Perché, forse, Eddie Cochran si era spinto qualche anno troppo avanti a tutti gli altri.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Per i più superficiali: Gene Vincent uguale “Be-Pop-A-Lula”, canzone che inizialmente fu il b-side del singolo “Woman Love”.
[2]On 16 April 1960, while on tour in the UK, Vincent, Eddie Cochran, and songwriter Sharon Sheeley were involved in a high-speed traffic accident in a private hire taxi in Chippenham, Wiltshire. Vincent broke his ribs and collarbone and further damaged his weakened leg. Sheeley suffered a broken pelvis. Cochran, who had been thrown from the vehicle, suffered serious brain injuries and died the next day. Vincent returned to the States after the accident” (Wikipedia).
[3] Eh sì non ignoro nemmeno Buddy Holly e Carl Perkins e Jerry Lee Lewis (anche lui non “a posto”) ..., d’altronde era Joe Strummer a dichiarare provocatoriamente nel 1977 la morte di Chuck Berry.
A parte quelle due dozzine di mie visioni di American Graffiti.
Mi aspetto un commento di Glezos a questo post.
[4] “Twenty Flight Rock”.
[5] Ringraziando anche un ex componente dei Generation X.

martedì 21 febbraio 2012

THE WHO? WELL PETE TOWNSHEND (qualche considerazione più o meno contingente)

THE WHO? WELL PETE TOWNSHEND
(qualche considerazione più o meno contingente)

Fatico a ipotizzare un’interpretazione spensierata di The Who ([1]).
Credo che dipenda dalla prospettiva, inevitabilmente storicizzata, di soggetto scrivente e oggetto di queste considerazioni.
Ma siccome con il passare del tempo non può migliorare la situazione, mi pare che l’analisi qui proposta sia sufficientemente obiettiva, pur se massimamente frammentaria.


Il tenore delle riflessioni non deriva neanche tanto dal fatto che con due morti al passivo si fatica a pensare ancora in termini di band.

Si rammenti che Pete Townshend quando recentemente ha dichiarato che il suo più grande errore è stato entrare in un gruppo non intendeva certo fare una boutade alla Liam Gallagher.
D’altra parte un tour del solo Roger Daltrey nel 2012 incentrato su Tommy (e altro) si risolve in un interprete, lui, di altro autore-compositore (ancora Townshend).


The Who sono sempre stati il loro chitarrista, innanzitutto; il quale al di là della sua passata (e forse invidiata) deflagrante giovinezza – gli siamo grati (forse lo fu anche Jimi Hendrix) per le innumerevoli Rickenbaker distrutte e i Marshall sfondati – è un cervello (art school o meno) che non si ferma mai (chiedere a David Bowie: due canzoni di The Who in Pin Ups) ed ha scritto splendide pagine dove il formale buon umore in realtà si fonde con la rabbia ([2]).

Da parte mia, poi, ho sempre Peter Meaden nella mente. Ovvero fashion is a pashion.

Dunque non c’è niente di facile nel commentare un animo per lo meno torturato.
“Pulito” e “difficili”: le due chiavi di lettura meadeniane restano inevitabili anche oltre la sintesi del modism.



“Substitute”: la modernità di questa canzone (tale nella sola forma; una serie di aforismi, nella sostanza) è impressionante.
Potrei semplicemente declinare il suo titolo e molti argomenti di cui tratto in questa sede blog senza approfondirli.


“The Seeker”: ne ho già scritto.


Ecco che scrivo del gruppo che in realtà solo raffina un’opera individuale, come del resto dimostra il fallimento Quadrophenia ove si tenti di frazionare a misura di componente l’opus complessivo.


Pete “Captain Achab” Townshend anche oggi (e forse oggi a maggior ragione) non è certo una figura rassicurante in termini intellettuali, almeno di primo acchito.
Ma in seguito ... ([3]).


Basta leggere ciò di cui scrive Townshend: solo impari lotte mai abbandonate.
Ma egli è un combattente (non un ottimista: quelli Moby Dick nemmeno li considera, solo li distrugge – manca il loro search perché essi sono un modesto incidente per il leviatano che è la vita di ciascuno).


A pretesa conclusione: non termino mai un ascolto di The Who con un senso di soddisfazione, bensì un senso di condivisione delle eterne insoddisfazioni esistenziali con – nel rispetto di Moon (“a band is only as good as its drummer”), Entwhistle e Daltrey (in ordine di mia “crucialità” per il gruppo) – un artista immenso.

Sono tranquillo: Townshend mi copre le spalle, anche se il finale per tutti è, nel migliore dei casi, quello di Butch Cassidy e The Sundance Kid (ma anche finire parlando con un cavallo forse è meglio di tante altre chiusure).


                                                                                                                      Steg



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[1] Il numero di incisi in parentesi nel post è dato prevalentemente dal mio stile, però indubbiamente gli incisi sono provocati anche dall’argomento.
[2] Nemmeno la sua prova di autore di racconti è trascurabile: Horse’s Neck (per i più avventurosi, o meno avvezzi all’Inglese, tentare di reperire la traduzione italiana: Fish & Chips e altri racconti, Minimum Fax, può essere divertente, fra l’altro in costa del volume il titolo non è identico).
[3] Non che essere David Bowie sia più semplice – le sue accelerazioni poi (!), fra Poe e Lovercraft, finito il retrogusto burroughsiano (pur se “The Bewlay Brothers” non dissiperà le sue ambiguità …) – come autore anche se sempre mascherato da personaggio.

lunedì 19 dicembre 2011

“PINBALL WIZARD”

(copia del blogger)

 

“PINBALL WIZARD”


Gli anni sessanta non sono (solo?) quelli venduti come tali.
In effetti sussiste un equivoco totale che annulla la spinta modernista in favore della reazione alla medesima.

La notevole miopia cosi pretende di non vedere la dominazione della chitarra elettrica e delle prime tastiere anche elettroniche ([1]) nella musica e vuole spacciare per ciò che non furono molti artisti.

Che dire poi dei film tratti dai romanzi di Ian Fleming? Tecnologia pura.
E Diabolik, dopo i primi albi, di nuovo sublima la modernità e le macchine.

Ecco allora che non è inutile, siccome reiterata, bensì necessaria, poiché dimenticata, speculazione intellettuale spiegare la valenza anche sociale di “Pinball Wizard”.

Per chi non conosce la genesi della canzone di The Who valga l’immagine che illustra questo post (non è un racconto, bensì un romanzo breve).
Quanto alle versioni chi preferirà la più nota cantata da Elton John, chi quella originale interpretata da Roger Daltrey e chi sceglierà fra le versioni demo di Pete Townshend.

Il pinball, in Italia il flipper, è veloce e come tale futuristicamente moderno.
C’è la competizione fra uomo e macchina. La macchina non solo comunque vince a fine partita, ma con il tilt essa detta la regola.
C’è la artificialità sonora e luminosa.
C’è il tempo ristretto coerente con una società che vuole vivere a un ritmo compresso.
C’è anche il consumo fine a se stesso, che il replay o - fenomeno italiano - la partita (o l’aperitivo) offerta (o) dal gestore non possono modificare. Consumismo.
C’è la solitudine del giocatore (l’opposto del calciobalilla, o del biliardo) che gli spettatori enfatizzano: nessuno vuole essere guardato mentre combatte con il moloch elettrico di metropolis-iana memoria, bensì il giocatore si fonde con il punteggio finale che può renderlo campione e porlo super alios.
C’è il lato desiderato della solitudine, l’estraniamento dal mondo.
C’è la valenza effimera di quella supremazia che, di nuovo la velocità, evidenzia inesorabile come lo scorrere del tempo.
A tutto voler concedere, può anche esserci la competizione della sfida diretta, ma separata.
E a essere complici, c’era anche la partita in cui i due amici, parliamo di ragazzini sui nove anni, stavano ai due lati del pinball, ma chi teneva la destra per gestire il lancio della pallina cromata oltre che il proprio flipper?

Questo era il bello di mettersi davanti a un Gottlieb, a un Bally o a un Williams.
Cinquanta lire (tre partite cento, per anni) e si poteva partire per un mondo di luci, metallo scintillante e strane suonerie.


                                                                                                                      Steg



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[1] Un giorno qualcuno riuscirà a spiegare alle masse cosa furono i Pink Floyd di Syd Barrett allo UFO - non al “Country barn” - di Londra? Perché i feedback de The Velvet Underground sono tuttora inconcepibili per chi non li comprende da solo.

giovedì 15 dicembre 2011

MAYBEPHENIA? (another hit and miss from an expanded edition)


Official badge from 2002 London dates by The Who
with the late John Entwistle



MAYBEPHENIA?
(another hit and miss from an expanded edition)

I got inspired from the various reviews I found in, probably, the biggest internet shop (the one which begins with an “A”) about The Who’s Quadrophenia: Director’s Cut.

For the two or three readers (lucky ones: you will discover a great album by the way) who do not know, Quadrophenia is an album formally by The Who (but for some the most townshend-esque of all) which came out in vinyl as a double LP in October 1973.
Notably, the sleeve is in black and white and it contains a “fat” square booklet almost the 12” size of the gatefold sleeve.

As The Who launched a serious reissue campaign in the mid-nineties of the last century, Quadrophenia appeared in “proper” double CD version in 1996.
Well not really, as most fans will argue about a mixing which was not considered to be faithful to the original.

Let me put the record (no pun intended) even straighter: although I bought (cheaply) the 1996 version, I was lucky enough to get at very reasonable prices: both a copy of the Japanese CD version (their artworks are always better) which came as a vinyl replica in terms of sleeve and booklet, as well as a copy of the gold CD version from Mobile Fidelity.
A few years ago I also managed to get an original UK first edition of the vinyl version ([1]) for a not absurd sum of money.

Given the fact that Pete Townshend released a total of three double CDs (that is 6; I cannot remember if in terms of vinyl they are more than that) of demos within the Scoop series and that there is also a quite rare 5 CDs bootleg set by the title The Genuine Scoop, the conclusion is easy: a number of demos from Quadrophenia were already pretty well known.

Still …?
People hoped for a new Quadrophenia edition, on the heels of The Who Live at Leeds ([2]) which received a “super deluxe” treatment.

Well, the summer of 2011 had the expected news of a Pete Townshend supervised edition, with the “super deluxe” edition under that moniker which reminds certain movies: like Blade Runner or Apocalypse Now, sort of cult ones with a commercial appeal too.
The description of the contents left more than one surprised: because you have to buy the Director’s Cut version to hear all the demos which are part of the reissue; and also because indeed all the bonus (and the minus as we will see) were only in that set too.

We, fans of the album, loyally waited for the release, hoping also that, maybe, some adjustment could have been made as almost everyone asked why there would not be a full 5.1 DVD-A version for those wishing to hear the entire album in that format.

Aside from the reviewer (an Italian) who stated that the DVD contains also the movie of Quadrophenia (by Frank Roddam) – no, it does not – the sides of the now owners of the Director’s Cut version are quite evenly represented: the “five stars at any price” people and the more objective fans who sometimes slide towards the “one star because we are tired of being ripped off but we will continue to be ripped off” kind.

I am more in the second league, although I will say three stars to the boxed set (the album in itself is a five stars in my opinion. Full stop), because we got something.
But there are flaws: given my audio options I will not talk about the remastering (which does not seem to be so great) or the mutilated in tracks 5.1 sound version.

First: do we get all the demos and/or songs’ versions available (that is recorded by either Townshend alone and/or by The Who) of the album? I do not know, I suspect not.

Second: do we really need a poster?

Third: instead of the vinyl single replica (the French edition in terms of picture sleeve appears to have been a very modest choice), would have not been better to keep just the “paper reproductions” and add the proper booklet separately from the hardcover book which contains Townshend essay and credit notes as well?

I am raising this issue because someone objected that the quality of the original booklet photos, which are reproduced along the book which accompanies QDC, is not so great.
Well, this appears to be an understatement because of a confession included in the book itself: the photographer also made a set of colour photos during the “cover shot”, which means that if not the original negatives of the booklet photos at least something very close to them was and is available to be used as the matrix for the printing.

For all those who know and love Quadrophenia, the booklet is something very very special: to be annotated by some and to be kept immaculate by others. So we want it as it was in format and as good as it can possibly be in quality presentation.
We did not get it as such.
Let’s hope not “to have to” pay more money for a deluxe version of the booklet alone in the near future (maybe as a numbered portfolio?).

In the end, we did not get “The Real Quadrophenia” we almost dreamed of.


                                                                                                                      Steg



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[1] My first one is a Dutch or an US one, I don’t remember, still it came with the booklet as I purchased it more than 30 years ago.
[2] I am unable to get astonished by that album, I am sorry.

venerdì 18 novembre 2011

MODROPHENIA

MODROPHENIA

A curio from a 1977 book, A Decade of The Who, which should have got a better reception, but after all that year we were “on the never never” (cf. The Clash: “1977”).





                                                                                                                      Steg



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venerdì 23 settembre 2011

WHITE TROUSERS - Passion is a fashion?

WHITE TROUSERS - Passion is a fashion? ([1])

Il bisticcio non è voluto, la domanda è: i Depeche Mode sono (talvolta) mod?

L’unica definizione di mod-ism accettabile è quella di Peter Meaden: “An aphorism for clean leaving under difficult circumstances”.

I white trousers, siano essi sta-prest o jeans, hanno tre capisaldi: The Who, The Clash ([2]), i Manic Street Preachers.
Ma Dave Gahan ha indossato in talune occasioni white trousers con profitto.

Ritengo quindi che i Depeche Mode possano in certi casi essere qualificati stilisticamente come mod.

Lo über-mod diventa dandy ([3]), mentre il dandy che sbaglia (forse perché è in crisi esistenziale? Come è noto, il danaro non è barriera assoluta, né per il dandy né per il mod rispetto al loro stile. Ancora Meaden ricordava l’importanza di essere proprietari di un ferro da stiro e della complementare ma necessaria asse) scivolerà nel mod.

Queste considerazioni sono assolutamente sincere, però mi rendo conto che l’argomento stile è molto personale (del resto nessuno confonderebbe George Brummell con Charles Baudelaire quanto ad abbigliamento) quindi mi aspetto molto dissenso.


                                                                                                                      Steg



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[1] Senza il punto interrogativo, si tratta di uno slogan scritto con modalità stencil su una giacca (para)militare indossata da Joe Strummer. Nonostante tutto, credo che la dicitura emotivamente (non grammaticalmente) esatta sia quella indicata da Caroline Coon “Pashion is a Fashion”.
[2] In realtà una lettura attenta della iconografia vestiaria clash-iana dimostra una attenzione maniacale, per cui “fashion can become part of a passion”; non a caso il problema della street credibility è centrale per Joe, Mick, Paul (e Topper) come dimostra già il testo di “Garageland” in cui lo scontro stilistico è fra i “suits” (riferimento a The Jam probabilmente) e “boots” che sono i Doc Marten’s. La svolta USA porta agli “Hudson boots” , etc.
Prima o poi, sarà il caso di scrivere anche sulla santificazione di The Clash in Italia, altra brutta pagina pseudo culturale, sia perché le santificazioni non sono mai positive, sia perché hanno in sé una valenza tardiva che quanto a tutto ciò nato con il punk le rende antistoriche.
[3] Morrissey da anni veste come un tipico cameriere di pizzeria che trascorre le ore libere in sala corse (o altro), salvo per le scarpe che spesso sono quelle “della festa” del pizzaiolo. Si tratta di un fatto, che quindi non implica giudizi negativi sui lavoratori del settore pizzerie, è piuttosto un dato stilistico inoppugnabile.
Ergo: amare Oscar Wilde non rende dandy (e nemmeno – che non è un “almeno” – mod).
Morrissey, comunque, non si è mai vestito con gusto.


                                                                                                                     

lunedì 29 agosto 2011

MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY



MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY
(senza la conoscenza non si inventa niente e si confonde molto)

Prendo spunto da taluni fatti e argomenti di conversazione, perché sembra che sia ormai necessario correggere le riscritture della storia a fronte di semplificazioni e sviste frutto di una crescente pigrizia culturale ([1]).


Pete Townshend scrisse “My Generation” che uscì come singolo di The Who nel 1965 (e diede anche il titolo al loro album di esordio).
Nel 1977, il lato A del primo singolo dei Generation X è una registrazione di “Your Generation”, canzone scritta da Billy Idol e Tony James; la copertina – con un artwork astratto in stile Bauhaus ([2]) – non strilla il titolo ([3]).

Billy Idol non è un artista platinato costruito a tavolino che ha avuto qualche successo negli anni ‘80 e via; Tony James con i Sigue Sigue Sputnik provò a spostare il limite della banalizzazione commerciale vendendo immagini forti, ma grondando riferimenti ([4]).
Billy Idol ha interpretato, nelle rispettive versioni dal vivo, la parte di Cousin Kevin in Tommy (1989) e del “bell-boy” (dunque lo “Ace face”) in Quadrophenia (1996).
Tony James attualmente è, soprattutto, i Carbon/Silicon insieme a Mick Jones ([5]).

Però nella migliore delle ipotesi la stragrande maggioranza di chi associa qualcosa a “Generation X” pensa a Douglas Coupland ([6]). Invece no, la situazione è ben diversa, anche perché è impossibile aver copiato nel novembre 1976 un titolo del 1991.
Infatti, per quanto qui interessa, Generation X è il titolo di un libro-inchiesta scritto da Jane Deverson e Charles Hamblett a proposito dei giovani dei primi anni sessanta; volume uscito nel 1964 in solo formato tascabile (in almeno due versioni) in Gran Bretagna e anche negli USA.
Ebbene, da quel libro fu presa ispirazione per dare il nome alla band di Idol e James (il primo sostiene di averne trovata copia sotto il letto della madre).
Di più, circostanza meno nota, dei ritagli del medesimo libro ([7]) sono utilizzati graficamente come parte del retro della copertina di “White Riot”, primo singolo di The Clash, ed ancora più curioso può essere il fatto che in uno dei press-clip è un mod che parla agli autori del libro.
Reputo che la corto circuitazione artistico-musicale sia davvero notevole, ed appunto dimostri come non sia mai possibile banalizzare le informazioni.
Quelli che convenzionalmente sono chiamati i primi punk dei settanta non erano né degli ignoranti, però neanche degli inventori; semplicemente ed intelligentemente (questo sì) avevano ascoltato e letto e visto e ... come prima di loro avevano fatto altri artisti.

Simon Reynolds nel suo ultimo libro, Retromania: Pop Culture’s Addiction To Its Own Past, pare preoccuparsi della vacuità del primo decennio del XXI secolo.
Poiché il punk non viveva sulla nostalgia, bensì sulla conoscenza del passato musicale e la conseguente capacità di distinguere ciò che vale da ciò che non è importante, dall’evidente vuoto attuale si ha la conferma di quanto sia sempre più grave il rischio di semplificazione ogni volta in cui si danno per scontati fatti ed anche significati.
Quella di Simon Reynolds rischia di divenire allora una preoccupazione marginale: essere dipendenti dal passato – se lo si analizza in modo indipendente e non guidato, per cercare una propria via (anche solo alla lettura, all’ascolto e alla visione) – è molto meglio che essere dipendenti unicamente dalla pseudocultura venduta sotto forma di romanzi/elenco telefonico (posati sui pallet di pseudo librerie e centri commerciali) e dei downloading facili e mal compressi di musica dove le rime sono quelle baciate vecchie di decenni (solo vecchie).




                                                                                                                      Steg
Una delle due edizioni del libro del 1964 



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[1]Libraries gave us power” (da “A Design For Life” dei Manic Street Preachers): cioè anche il proletario può avere cultura; ma viceversa il borghese può leggere solo sciocchezze.
[2] L’argomento “art schools” e` molto complesso - posso rinviare a Simon Frith, Art into Pop; quello Bauhaus è addirittura doppio.
La copertina, comunque, è di Barney Bubbles.
[3] Le 4 canzoni costituenti i primi 2 singoli della band risultano nelle prime stampe come “copyright control” cioè ancora senza editore, il che significa che ci fu un’epoca in cui i contratti fonografici non obbligavano a sottoscrivere quelli di edizione musicale con l’editore indicato dal produttore: costi minori, più fiducia negli esordienti?
[4] Inoltre proponendo autentiche pubblicità fra i solchi del vinile: The Who Sell Out anyone?
[5] Name dropping di approfondimento: London SS.
[6] Forse con “Girlfriend In A Coma” va meglio?
[7] Non proprio “cut up” alla William Seward Burroughs, ma evidentemente un riferimento stilistico ai collage delle avanguardie artistiche del primo novecento.