"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 19 giugno 2014

IL ROCK ‘N’ ROLL NON È UNA DIETA


IL ROCK ‘N’ ROLL NON È UNA DIETA ([1])

 

Tony Visconti nel gennaio 2013 dichiara che lui e David Bowie si sono inalati “tonnellate di cocaina”.

 

Essere magri aiuta il proprio mito, ma non è obbligatorio ([2]), ce lo ha insegnato Jim Morrison.
Per quelli che non conoscono Mama Cass o Dave Thomas, evidentemente.
Addirittura, essere vivi non è un requisito per la gloria, anzi.
La Rolls-Royce non rileva ([3]).

 

Ecco quindi che provo un onesto e sincero fastidio per i dopolavoristi del giovanilismo: cioè coloro che mediaticamente si spacciano per giovani (appunto) e dissoluti allo scopo di smerciare ipotesi di musica pretesamente imberbe e ribelle al loro pubblico. Fanno solo fatica a crearsi un aspetto che non è (più?) loro proprio.
Anche perché in realtà essi non conoscono niente: non dico Peter Laughner e Jane Scott, ma nemmeno una canzone evidentemente paradossale come “She Cracked” di Jonathan Richman ([4]) per The Modern Lovers.

 

Ain’t It fun, but we know how it feels.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Per dirla alla Gil Scott-Heron.
[2] A scanso di equivoci: non fumo (ci provai verso i 12 anni senza esiti), non ho mai assunto sostanze stupefacenti classificate.
Sono omnivoro, arrivo sino alle rane e alle lumache e il pesce crudo lo apprezzo non per moda (quale poi? Quella degli avventori che domandano forchetta e coltello e pasteggiano ad acqua minerale?). Bevo alcoolici.
[3] Come ironizzavano i T. Rex.
[4] Incidentalmente una versione notevole fu registrata da Siouxsie and the Banshees.

giovedì 9 gennaio 2014

“AIN’T IT FUN” (Song series - 1)




“AIN’T IT FUN”
(Song series - 1)

 

Ho capito che non sarei mai – non solo “stato”, ma nemmeno – diventato “uno dei molti” quando ascoltai “Ain’t It Fun” nella versione originale, quella di Peter Laughner, “dedicated to” Jane Scott ([1]).

 

La sua struttura parzialmente anaforica quasi costringe ad un ascolto del testo molto attento, ascolto spesso non naturale quando la lingua delle liriche non è quella natia.

 

Poi (poi non in senso assoluto bensì meramente soggettivo e percettivo) sono arrivate le altre interpretazioni: quella prima e definitiva dei Rocket From The Tombs (inizialmente in vinile ([2]) e poi in CD); quella che già giaceva nella mia discoteca dei reietti e vituperati Dead Boys (a quando la loro revisione e – con scuse – reintegrazione?); infine la inevitabile, se non la vuoi conoscere è un tuo problema, pia ma non pietosa, scolastica (appunto: “bambini cantiamo insieme la vita schifa che ci spetta”), cignesca (morte del), rilettura dei Guns ‘n’ Roses nel loro mai abbastanza laudato per le finalità caritatevoli ([3]) album The Spaghetti Incident.

 

No, divertente non è. Non lo sarà mai.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] L’aneddoto curioso, forse macabro, è il seguente: Jane Scott (May 3, 1919 – July 4, 2011), ovvero il ventenne Peter dedica la canzone a una signora che potrebbe essere la sua prozia.
[2] Diligentemente avevamo annotato quanto “ci” scriveva Clinton Heylin, il Sapegno del punk statunitense, nella discografia consigliata: roba per profanatori di sepolcri, appunto, altro che consigli per un presente natalizio.
[3] Come spesso annoto: “guadagna chi scrive, non chi suona”.


venerdì 20 dicembre 2013

COMICI, LIBERI PENSATORI E IMPOSSIBILITÀ DI CAMBIARE


COMICI, LIBERI PENSATORI E IMPOSSIBILITÀ DI CAMBIARE

 
Poco tempo fa ([1]) ho scritto di comici che non cambieranno nulla di questa nazione.
Se fossi convinto di cambiare qualche cosa attraverso questo blog sarei un idiota ([2]).

 

Aggiungo al cast di inutili (o inefficaci) intelligenti Natalino Balasso e Sylvia Plath.
Il primo ha realizzato dei monologhi (si veda You Tube) caustici e da me condivisi in parte come in parte sottoscrivo talune linee critiche di Beppe Grillo. In particolare tutto ciò che riguarda la medicina e i “pre malati”, perché di fronte alla malattia la massa è ancora povero selvaggio di fronte allo stregone della tribù, paralizzata dalla prospettiva patologica e incapace di valutare la qualità della propria esistenza, che quasi sempre vale poco o nulla.

 

Della Plath mi trovo spesso a ripetere: “I talk to God but the sky is empty”. Mancano gli ascoltatori, e i lettori; la mancanza esclude ab origine la stessa possibilità di ascolto (o di lettura); continuo ad essere ateo, nonostante la vita sia più difficile di cinque (o dieci) anni fa.
Quando voglio sgombrare il campo, allora una battuta cinica sulla testa (la mia) nel forno mi sgorga cosi spontanea che nemmeno me ne ricordo una.

 

Sto scrivendo di solitudine, magari condivisa ma infrangibile.
Le alleanze fra solitari sono contraddizione in termini, e chi ci crede è un illuso.
Come quella buffa “cosa” irrealistica che erano i summit fra stati non allineati: uguali alle coalizioni anarchiche dove alla fine lo studio e il compiacimento del proprio ombelico prevalgono, oppure si perde ogni spinta innovatrice.

 

Tante voci sole, qualche sillaba che non si perde e viene captata da uditi sensibili e non dissimili.
Nulla di più.

 

Con tutta evidenza i miei pensieri si sfilacciano.
Meglio terminare qui.
Povero Peter Laughner: “Sylvia Plath”, “Ain’t It Fun” e “Life Stinks” ([3]), e poveri noi.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Cfr. il post “Non ci salveranno neanche i comici”.
[2] Sono ancora convinto di aver dato un nome non pretenzioso al medesimo. Strane sia la convinzione sia la non pretenziosità, ma tali sono.

[3] Andate ad ascoltarvelo.

martedì 20 dicembre 2011

IL SAPORE ANCHE AMARO DEI GUNS ‘N’ ROSES


Badge ufficiale in metallo del Use Your Illusion Tour europeo 
IL SAPORE ANCHE AMARO DEI GUNS ‘N’ ROSES

Nel vento fischiano i Guns ‘N’ Roses.
Duri, eppur poetici, conosciuti dalle masse, eppur paladini dei negletti.
Quasi è più facile scrivere dei Rolling Stones, almeno all’apparenza.

Incespica nelle liriche Axl per distillare la verità di “Welcome To The Jungle”.
Axl che si copre di tatuaggi per non affondare nei tratti delicati del proprio viso.

E che dire del più keif-ico di tutti gli allora giovani chitarristi, Slash ([1])?
Del resto non sono forse quasi morti artisticamente mentre aprivano concerti per i Rolling Stones?

Le t-shirt che sanno di punk di Izzy Stradlin, ma gli stivali con qualche filo d’erba di prateria misto al grasso di una catena di motocicletta, le cartucciere alla cintola che riconoscono anche il retaggio dei Motörhead.
È un baedeker visuale di ribellione, quello dei G’N’R, che ammicca ovviamente non all’ascoltatore casuale bensì al seguace delle diecimila copie di Live ?!*@ Like A Suicide prima dei 28.000.000 di copie di Appetite For Destruction.

L’onestà artistica nel riconoscere ciascuna delle loro ispirazioni ha portato più di un kid ad ascoltare canzoni altrimenti destinate ad un ingiusto dimenticatoio (rammento il caso di “It’s Alright” dei Black Sabbath il cui parlato serve per introdurre “November Rain” durante il Get In The Ring Tour).

Soluzioni facili? No grazie.
Ecco quindi “One In A Million” che non deve essere in alcun modo giustificata: prendere o lasciare. Io la prendo, con quelle chitarre dalle corde che non potrebbero suonare più sporche e più acustiche al tempo stesso.

Use Your Illusion è Moby Dick: quattro dischi per espiare ogni colpa e quindi albatros musicale impossibile da rispettare.
A mio arbitrario scegliere, sono costretto a indicare “Coma” - vero viaggio nel buio - e “Estranged” - funesta auto analisi - in un panorama più che abbondante e ricco.

Si arriva cosi a The Spaghetti Incident, neanche degnato di considerazione da molti critici.
È il ritorno agli ideali diecimila (anche se moltiplicati più volte), Spartani senza guida verso le proprie Termopili senza gloria.
Si tratta “del Pin-Ups” dei G’N’R, un album che ha il solo difetto di non essere doppio e l’ulteriore pregio di aver concesso ([2]) un poco di serenità economica a qualche artista non uso a essere un best seller oppure agli eredi.
Cito “Ain’t It Fun”, evidentemente, qui in una forma che non segue pedissequamente la versione dei Dead Boys, bensì si rifà anche a quella di Peter Laughner and friends (che ossimoro cinico!) ([3]) con la chitarra che scarifica come quella arrugginita di Neil Young di “Hey Hey, My My (Into The Black)”.

Ma è già finito tutto ([4]).


                                                                                                                      Steg



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[1] Sebbene Axl e Slash fossero spesso accostati anche, e forse più volte, ai “toxic twins” Steven Tyler e Joe Perry degli Aerosmith.
[2] Grazie alle percentuali in termini di “diritti d’autore” quanto alle opere musicali interpretate.
[3] O dei Rocket From The Tombs: in effetti manca la parte introduttiva parlata con cui Laughner la dedicava a Jane Scott, ma considerando che nel frattempo era morto anche lui, forse si è evitato il cattivo gusto.
[4] Un bell’articolo in taglio basso di Matteo Persivale pubblicato il 6 febbraio 2012 sul Corriere della Sera è accompagnato da due foto di W. Axl Rose: quella contemporanea mostra uno scempio; da ricerche effettuate sul web però l’immagine sembra falsa (mancano infatti tutti i tatuaggi sulle braccia di Axl e pare improbabile che se li sia fatti rimuovere nella totalità).