"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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mercoledì 10 dicembre 2025

LIBRI NON LETTI, MA CITATI NEL TITOLO (Facebook Down Series - 189)

 

LIBRI NON LETTI, MA CITATI NEL TITOLO

(Facebook Down Series - 189)

 

Peggio delle citazioni a sproposito: esempio a me caro quelli (molti) che usano “deserto dei Tartari” riferito alla desolazione e non alla attesa, c’è la citazione del titolo di libro non letto.

 

Recentemente è di moda cincischiare con Spengler.
Fra l’altro l’opera in questione - Il tramonto dell’Occidente - non è esattamente un libro che si trova anche al supermercato (qualche traduzione “autonoma” forse fa sollevare un sopracciglio).
Quindi meglio tacere e lasciare “tramonto” e “occidente” dove stanno.

 

Grato se si evita anche di evocare un “uomo senza qualità” (Musil).

 

D'altronde i moschettieri sono quattro.

 

Eccetera (sussistono svarioni anche su citazioni meno letterarie).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 4 luglio 2025

I GIURISTI (DI MILANO) - E I MECCANICI DEL DIRITTO (Steg about Steg Series – 10)

 

I GIURISTI (DI MILANO) - E I MECCANICI DEL DIRITTO

(Steg about Steg Series – 10)

 

 

Prologo

Palazzo di Giustizia, Milano, Corso di Porta Vittoria.

Interno.
Anonimo, spaesato: “Scusate, sto cercando xyz, voi siete pratici?”.
Professor Pier Giusto Jaeger, accompagnato: “No, mi dispiace, noi siamo essenzialmente dei teorici”.
Questo aneddoto, vecchio di decine di anni, sintetizza non solo la distanza fra il cittadino che rischia di essere stritolato dagli ingranaggi kafkiani di un luogo buzzatiano (un babau vero e proprio), ma anche quella frattura che negli anni andò a crearsi fra Giuristi e semplici meccanici del diritto.

 

 

 

 

Non è tanto che le cose si dimenticano, è che chi le conosce prima o poi muore.

E siccome due aneddoti divertenti qui li troverete, meglio che ve li racconti.
A costo di essere troppo autobiografico.

 

Qualche volta, come vedrete, sono solo passato al momento giusto, ma se non si passa di lì non si valuta il momento.

 

Sono arrivato alla mia pratica forense dopo la laurea in modo assolutamente indolore: lo studio del padre del mio correlatore di laurea (ora professore Ordinario) cercava, appunto, un praticante.

Lezione uno: non si chiude mai una lettera con “distinti saluti”. Vi sembra poco? Dipende: io stavo iscrivendomi all’Albo, necessitavo una lettera e quindi - con un poco di lungimiranza - quella lettera formalizzò una sostanza che sarebbe arrivata qualche settimana dopo. La lettera chiudeva con “i migliori saluti”.
Lezione due (ma oltre un anno prima): telefono nel primo pomeriggio per parlare con il mio correlatore. Mi risponde suo padre, con molta cordialità mi dice: “sa a quest’ora ci sono solo io, faccio anche da segretaria”. Ovvero: l’umiltà ce la si può permettere quando non è un obbligo, bensì la coscienza di ciò che accade.
Lezione tre: conoscente di mio padre, gli chiede “cosa faccio” io dopo la laurea; mio padre gli dice che sono praticante nello studio xyz: il conoscente retoricamente gli chiede se mi ha fatto entrare lui: mio padre risponde negativamente. Lo studio è uno dei più prestigiosi di Milano nel diritto societario, ma io semplicemente per argomento di tesi ero arrivato lì (e anche divenuto assistente nell’Istituto, sotto la cattedra del mio relatore di tesi).
Lezione quattro: si passa alla lezione sei: la lealtà è merce rara fra persone piccine, è regola di vita fra persone che si rispettano: ovvero come “Stefano” fu elemento di miglior trattativa per il “good-bye fee” di suo padre.
Lezione quattro: “qui ti butti in acqua, se sai nuotare bene, altrimenti anneghi”.
Lezione cinque: “se tieni il muso per più di cinque minuti non hai molto da fare”. Il muso di solito lo tengono le segretarie che magari vincono, ma vincendo uccidono il loro posto di lavoro.

 

Ho cominciato a lavorare quando solo negli studi dei penalisti e negli studi dei civilisti di prestigio si lavorava anche il sabato mattina.

D’altronde, dopo la prima settimana di lavoro anche io uscivo passate le 19.30, sempre.

 

Una mattina, il dominus dello studio, per strada, mi raccontò - non so perché - de les Encroyables e del loro nastrino rosso al collo (in verità il nastrino era appannaggio delle Merveilleuses).
Mi aveva già detto che a me la professione di avvocato evidentemente “faceva schifo”.
Mi aveva anche detto che io ero “affidabile”, e che nella vita pochi sono affidabili (gli ho sentito dire più di una volta: “zzz è inaffidabile”, un marchio a fuoco).
Ricordo, anche, che un giorno - a fronte dell’ennesima messe di atti e contratti e lettere da correggere scaraventata o quasi sulla sua scrivania, tanto “il Professore dorme poco” - egli disse: “ma se io muoio stanotte, voi come fate?”.
Il Professore (così lo chiamavamo, anche se lui premetteva il titolo di avvocato nei rapporti formali) dava del lei solo alla collaboratrice donna, e alle segretarie (lezione non troppo piccola: chi passa al “tu” con le segretarie, non finisce bene).

 

Salto nel tempo.

Quello che doveva essere non era stato, e anche se con reciproca correttezza ...
Prima intervista in un altro studio legale: diciamo che “passavo dal Col Moschin ai Marines”, se ce la avessi fatta. Domanda di chi mi intervistava: “ha visto il nostro annuncio sul Corriere della Sera?”. Mia risposta: “no, ho esaminato gli studi legali di Milano presenti sul Martindale’”. Assunto, ma ... Beh diciamo che si erano affezionati a me nel Col Moschin, il passaggio richiese qualche mese.

 

Nuovo studio, trovo due veri signori, anzi due gentiluomini dandy.

 

 

 

 

Nota tecnica: questo post fu scritto tre anni fa.


In memoriam di (in ordine di apparizione nella mia vita): Professor Pier Giusto Jaeger; Avvocato Professor Mario Casella; Avvocato Aldo Maugeri, Avvocato Giuseppe “Pipetto” Ansaldo; Avvocato Michele Capodanno.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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IL LEONE È PLANATO? (storiella milanese)

IL LEONE È PLANATO?

(storiella milanese)

 

 

Il 30 giugno 2025, a Milano, cede una enorme insegna delle Assicurazioni Generali in cima a una torre -grattacielo:

 

Poiché ho qualche, minima, conoscenza, di Venezia e di Dino Buzzati, ho messo insieme alcuni aneddoti.

 

Intanto questo, “corporate”: https://www.generali.com/it/who-we-are/history/Generali-life-stories/the-legend-of-the-lion-of-St-Mark-and-the-eagle-that-flew-away#:~:text=%E2%80%9CPax%20tibi%20Marce%2C%20evangelista%20meus,trovato%20riposo%2C%20venerazione%20e%20onore.

 

Ernest Hemingway scrisse una “storia” per bambini su un leone, alato, che … torna a Venezia:

 

Dino Buzzati dipinse un quadro, è del 1962, e scrisse un racconto intitolati entrambi “Ragazza che precipita” ([1]): la ragazza cade da un piano alto.

 

Ecco, mancando Hemingway e Buzzati, nessuno si è preoccupato del leone delle Generali, che forse aveva solo caldo e voleva farsi un giretto in Laguna.
Se invece siete dei fini societaristi, c’è da chiedersi se il Leone non abbia chiuso il Vangelo marciano presagendo una guerra a Piazza Affari.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Il racconto è contenuto nella raccolta del 1968 La boutique del mistero: https://it.wikipedia.org/wiki/La_boutique_del_mistero.


martedì 26 novembre 2024

ATTENTI ALLE CITAZIONI

 

ATTENTI ALLE CITAZIONI

 

 

Le citazioni sono pericolose: spesso vengono smentite da chi non se ne è accontentato.

 

Un esempio: in Per un pugno di dollari chi muore è Ramon, non lo straniero Joe (alias Lo straniero).
Lo so da 60 anni: bang bang!

 

(E voi prima di parlare andatevi a leggere, a seconda dei casi: Dino Buzzati, Charles Bukowski, Jean Cocteau, eccetera.)

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 28 febbraio 2024

CRASI LETTERARIA (Tombstone series – 92)

 

CRASI LETTERARIA

(Tombstone series – 92)

 

“La Fortezza Bastiani è situata ad Altona”.

 

Per quanto mi riguarda.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 5 dicembre 2023

UNA TARGA PER … (Sniper series – 46)

 

UNA TARGA PER …

(Sniper series – 46)

 

Le targhe commemorative non servono a nulla, ma si continuano a fissare.

Però meno delle targhe servono alcune toponomastiche grottesche che creano giardinetti invisibili ai più (accade anche fuori dall'Italia a dire il vero. Mi pare ci sia un giardinetto dedicato a Bashung in un arrondissement parigino).

 

Allora targhiamo:

- la Casa Fontana, in Viale Vittorio Veneto, dove visse a Milano Dino Buzzati;

- lo stabile a Malamocco, in Via Doge Galba Gaulo, dove visse Hugo Pratt prima di divenire ...;

- Via Rizzoli 24 a Bologna dove fu lo studio di Bonvi.

Eccetera.

 

Ma se passate per Via Fiori Chiari, a Milano, non dimenticate la targa dedicata a Piero Manzoni sulla parete dello stabile del civico 16, piuttosto che il misero vicolo a lui intitolato qualche decina di metri più in là (appunto).

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

 

 

 

© 2023 Top Shooter

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martedì 24 novembre 2015

I BUZZATI E MILANO


I BUZZATI E MILANO

 

Quando, io milanese, vado ai Giardini Pubblici di solito ci arrivo da Viale Vittorio Veneto, entro dal cancello sull’angolo fra Via Manin e i Bastioni, talvolta mi cade l’occhio su una specie di grotta artificiale, era una gabbia, non ricordo per quali animali. Sto dunque attraversando la zona che era lo zoo. Alla fine si arriva a quella spianata con la fontana (vera trappola per le barche dei bambini, 50 anni fa), subito prima c’è ancora sulla sinistra quella che era la vasca piastrellata delle foche, me la ricordo (con tutto il resto dello zoo) dalle visite negli scorsi anni ’60 con mio nonno.

 

Dalla casa di Dino e Almerina Buzzati si sentiva il verso roco e penetrante delle foche ([1]), lo scrisse almeno in una occasione il giornalista del Corriere della Sera.
Uno degli ultimi loro cani si chiamava Diabolik.
Insomma: i Buzzati erano due veri milanesi, sebbene nati in Veneto.

 

È morta “la” Almerina in questa ultima decade novembrina 2015: una signora che ricordo sempre con una treccia di capelli corvini, abbigliamento quasi immancabilmente con pantaloni (amava molto il colore rosso), un passo corto ma abbastanza spedito. Qualche volta ci si incrociava fra i corridoi del supermarket di Viale Piave, in un paio di occasioni in un locale vicino a casa sua che non esiste più: beveva birra.
Non le ho mai rivolto la parola per educazione: per parlarle del marito? Per carità: a che titolo?
Pensavo fosse immortale, o meglio che almeno per altri vent’anni la avrei comunque vista da qualche parte.
Oggi ho ripreso fra le mani la mia copia di quel volume ponderoso, postumo, che è Pianeta Buzzati: la mia copia è (o meglio era visto che fu venduto) un envoi a un amico francese che reca la sua firma autografa: molto lineare e non dissimile a quella di suo marito nei tondi e nelle zeta.

 

Comunque, quando passate davanti alla Casa Fontana in Viale Vittorio Veneto, se tendete bene l’orecchio ([2]) verso sinistra, si sentono ancora le foche che chiacchierano allo zoo.

 

 

                                                                                                                                  Steg

 

 

 

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[1] Capitava anche con le foche dell’Edinburgh Zoo, almeno nel 1998, dall’albergo ove eravamo alloggiati. 
[2] Sorde le autorità locali quei Giardini hanno dedicato non a Buzzati, ma a Montanelli.

martedì 3 dicembre 2013

FRA “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA” E “PERLE MEDIATICHE”


FRA “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA” E “PERLE MEDIATICHE” ([1])

 
Il mondo è pieno di giornalisti, e non, che parlano di “deserto dei Tartari” di fronte al vuoto.
Sbagliato.

 
Sino ad oggi, però, mi era sfuggito l’impiegare (ancora un giornalista, televisivo, settore sport) come sinonimo di mischia (o rissa) l’espressione “mucchio selvaggio”.
Sbagliato.

 
Beh, il lato buono della situazione è disporre di un numero sempre maggiore di indici per riconoscere l’altrui ignoranza.
Senza perciò smettere di flagellarsi, quando serve.

 

 

                                                                                                                      Steg

 


 

 

 

POST SCRIPTUM: DALLA FRANCIA

 
- Non so. - Ha riflettuto poi ha detto: - Ho fatto quindici anni di Legione Straniera prima. Lo sapevo. Muppet era stato assunto all’Usine nell’ambito delle categorie protette, dopo aver compiuto il regolamentare servizio nell’esercito, il tempo sufficiente a una pensione. Lo sapevano tutti. Ha esitato: - Mi è capitato più volte di fare la guardia, di sera, nel deserto. Non si è mai visto nessuno.
- La sindrome di Drogo. Buzzati ne ha fatto un libro memorabile Il deserto dei tartari.
Muppet mi ha fissato attraverso il fumo delle sigarette. Ha mormorato, come se avessi detto una banalità:
- Sì, l’ho letto. Non ho visto il film, ma l’ho letto.
- Non sapevo che ci fosse anche un film. So invece che quel magnifico libro dimostra magnificamente una cosa.
- Quale?
- Che né Buzzati né Drogo, il che è più grave, hanno mai montato la guardia, di sera, nel deserto. Né di sera, né di notte, del resto” (da Hugues Pagan, La notte che ho lasciato Alex, Padova, Meridiano Zero, 2007, pp. 90-91, traduzione di Jean-Pierre Baldacci e Luca Conti. Titolo originale del romanzo: Dernière station avant l’autoroute, 1997, Editions Payot & Rivages).
 

Geniale o soltanto gènial?

 

 

                                                                                                                      Steg


 





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[1] Rinvio al mio post “’Il pantalone’ e il ‘Caipiroska alla fragola’: il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose” e alla mia serie di post “perle mediatiche”.

mercoledì 13 giugno 2012

UMBERTO SIMONETTA (Ovvero, un post per milanesi non troppo giovani o "non troppo regolari")

UMBERTO SIMONETTA
(Ovvero, un post per milanesi non troppo giovani o “non troppo regolari”)

Umberto Simonetta: un autore che apprezzo molto e che è poco conosciuto ([1]).
A differenza di altri non ha avuto una vita particolarmente interessante ([2]) e quindi anche la sua biografia risulta piuttosto scarna.

Persona schiva, certo sin dai suoi libri si capisce che non era uno destinato alle folle di lettori, men che meno attualmente.
È fra quelli per i quali, spesso, si trova sbagliata la data di morte, perché si indica quella del “coccodrillo” pubblicato da un quotidiano. Posso correggere quella, ma non la data di nascita: per ora scrivo: nato nel 1926 e morto il 24 agosto 1998.

Quelli bravi, prendono dei pezzettini da ciò che si trova (o meglio che trovano) in giro, poco, e ci imbastiscono su dei periodi, per cui sembra che ci siano pacchi di articoli e interviste.
Non è vero.
Anche il gusto può risentirne.

Per esempio: che Simonetta non si sentisse uno scrittore “milanese” ha senso, non lo avrebbe affermare che non fosse un grande osservatore, narratore e critico di Milano.
Chi non ama Milano solitamente snocciola aneddoti frusti (la nebbia: eppure ora se ne trova di più sulla Salerno-Reggio Calabria), chi ama Milano si arrabbia e anche “si incazza” (visto che scrivo di Simonetta) quando osserva come è ridotta Milano.
Questa affermazione mi pare significativa: domanda: “Milano, ‘made in Italy’”; risposta: “No, Milano ‘made in Europe’. Ho sempre affermato che Milano è una delle poche città italiane con dimensione europea. Per forza: vorrei vedere quali sono le altre! Solo che non bisogna esagerare...” ([3]).
O se si vuole una versione più forte: “la milanesità è, a volte, peggio della negritudine” ([4]).

Il suo romanzo più famoso è Tirar mattina ([5]) che, cronologia o no (si vorrebbe che questo fosse il primo di una trilogia ([6])), fu pubblicato per secondo nel 1963 da Einaudi ([7]).
Per dare l’idea di chi lo leggeva: io ne ho sentito parlare una sera da mio padre e da un amico di famiglia. Due che per un verso o l’altro avevano frequentato la Milano notturna in contemporanea con “l’Aldino” protagonista creato da Simonetta. Sono andato a casa dei miei e, a colpo quasi sicuro, ho trovato il libro nella “libreria di famiglia” ([8]) e mi piacque molto.
 
 
 
L’opera meritoria di Oreste Del Buono fece sì che per qualche tempo fosse a disposizione dei lettori senza troppa fatica buona parte della produzione letteraria migliore (tutta la migliore?) dell’autore, compresi i racconti raccolti in una sola sede ([9]). Non solo: il primo volume della Baldini e Castoldi si apre con il testo di quella “Ballata del Cerutti” che viene erroneamente attribuita dai distratti a Giorgio Gaber mentre il testo è di Simonetta.
Il parlato di Milano di quegli anni è riversato sulla pagina in modo esemplare e – come dovrebbe essere noto – molti comici “arrivati da Milano” negli anni ottanta del secolo scorso si rifanno al mondo di Simonetta ([10]).

I libri degli anni settanta hanno un taglio di “futuro andato male”, con qualche retrogusto di certo Dino Buzzati ([11]).

Poi Simonetta si sbilancia verso il teatro.
Notevole il titolo della commedia Sta per venire la rivoluzione e non ho niente da mettermi, firmata con Livia Cerini, che evidenzia un’insofferenza verso quel mondo “sciuretto di sinistra” che ha occupato tutto e che, alla fine degli scorsi anni settanta, ha indotto taluni ad abbandonare ogni schieramento politico preconcetto ([12]).

Per completezza rammento come Simonetta sia diventato critico sulle colonne de Il Giornale; altra scelta che avrà dato fastidio a diversi dei suoi amici di gioventù, perennemente a sinistra.

Tutto quello che ho trovato negli anni scritto da lui io lo ho letto, ma onestà vuole che vi consigli di fermarvi entro il “ristampato” negli anni novanta: sono sempre sei romanzi e quei racconti ([13]). 
Ristampato ma scarsamente disponibile sugli scaffali, in quanto tutto fuori catalogo; quindi occorre cercare fra l’usato, in un’edizione o nell’altra vedrete che almeno Tirar mattina salterà fuori.

                                                                         
                                                                                                           Steg

 
copertina del volume contente il testo teatrale


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[1] È già comparso in altri post.
Del resto troverete qui qualche riferimento già svolto altrove.
[2] Fra gli italiani penso ad alcuni miei favoriti: Emilio Salgari, Giancarlo Fusco e Hugo Pratt.
[3] Da un’intervista del 1984 di Silvia Palombi pubblicata nell’agenda Smemoranda. Preciso che nel testo reperito non c'è punto interrogativo a chiusura della domanda. 
[4] Che fra l’altro fa pensare a “Just because I’m white/You gonna treat me like a nigger” (Johnny Thunders: “Just Because I’m White”).
Le affermazioni paiono opposte, ma non lo sono: il milanese diventa il nuovo negro, ghettizzato (idem per il bianco di Thunders).
[5] Per i più curiosi: in Francese fu tradotto con il titolo Voir le jour; mi pare perfetto.
[6] Il fatto che i romanzi Tirar mattina, Lo sbarbato (pubblicato nel 1961) e Il giovane normale (del 1967) siano stati poi – nel 1994– riuniti in un solo volume secondo l’ordine “pensato” dall’autore da solo non li rende trilogia.
L’elemento comune ai tre è quello di riferirsi, appunto, a dei giovani. Almeno nel senso della vita che conducono.
[7] Se fosse stato pubblicato per primo, la carriera dell’autore sarebbe cambiata?
[8] Dopodiché è cominciata la mia, ben nota, febbre completista.
[9] Ecco i titoli: Le ballate dei Cerutti, Milano, 1994; Come dicevo domani, Milano, 1996; Storie non tanto regolari, Milano, 1997. Tutti editi da Baldini e Castoldi.
[10] Fra i pochi che riconoscono le grandi doti di Simonetta c’è Mauro “maurino” Di Francesco.
[11] Tanto che Ugo Tognazzi fra le poche regie cinematografiche a suo nome ne annovera una tratta da Buzzati (Il fischio al naso, dal racconto “Sette piani”) e una da Simonetta (I viaggiatori della sera, dal romanzo con lo stesso titolo), entrambe storie su toni di un futuro che sbriciola la persona.
[12] Se suona familiare, avete già letto le mie “Note sul punk”.
[13] Diventati 30 dai 10 pubblicati in volume nel 1967.