"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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mercoledì 19 giugno 2024

PIKKETTANDO PINKETTS

 

PIKKETTANDO PINKETTS

 

Sapete cosa sono i picchetti? Non quelli militari, però.
I picchetti erano quella pratica per cui io, da solo, sono arrivato a picchettare anche due ingressi “del” mio liceo, lo Scientifico Alessandro Volta.
Il liceale mi chiedeva: “c’è picchetto?” Rispondevo “sì” e questo nemmeno mi chiedeva il tema dello sciopero, sciocchino.
Poi è arrivato il punk, e ... Leggetevi il blog, partendo dal suo primo post, cui adde https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/08/tonito-memorial-to-live-and-die-in.html.
Lo sciocchino privo di curiosità se non si è diplomato male, sicuramente avrà annaspato negli studi accademici ([1]).

 

Perché la memoria di Andrea G. Pinketts va protetta?

Siccome Pinketts è anche sodale di Raul Montanari (uno molto bravo che ho anche aspramente criticato, direttamente. Però bravo) di cui da leggersi resta almeno La perfezione.

 

Siccome Pinketts è sodale di Carlo Lucarelli quando Lucarelli era giovane, magro e con più capelli (like yours truly) è i suoi libri costavano nulla, incluso quello blu (la copertina) dove appare l’Ispettore Coliandro.

Ma anche Un giorno dopo l’altro è un bel romanzo.

 

Il picchetto evita gli intrusi e, se prima di leggere un libro di Pinketts (o Montanari, o Lucarelli), vi domandate se “c’è picchetto?” e “perché?” fate un gesto e una riflessione di umiltà.

I quali non bastano mai.

 

Ah, bella intervista a Pinketts: https://boll900.it/numeri/2002-i/Pinketts.html.

Quelli bravi correggano da soli i refusi, gli altri non leggano Pinketts.

E nemmeno il miglior Montanari e il miglior Lucarelli.

 

E le due “k”? Beh ai tempi del liceo erano “rafforzative” … Già.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Miei voti invece …

martedì 15 marzo 2016

NEL 1976 NON SUCCEDEVA NIENTE (ovvero: non c’erano i punk e nemmeno il punk, almeno in Italia)


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NEL 1976 NON SUCCEDEVA NIENTE
(ovvero: non c’erano i punk e nemmeno il punk, almeno in Italia)

 

Il post con cui inaugurai il blog si intitola “Note sul punk in Italia e a Milano” ([1]): negli anni ha subìto qualche correzione, è stato tradotto in lingua inglese per il blog, è stato in parte oggetto di commenti e qualche citazione.
D’altro canto: non potevo scrivere tutto lì per vari motivi; e il medium scelto (come in altre occasioni ho fatto presente) deve essere tale da permettere una lettura estemporanea, non consequenziale.
Negli anni ho scritto ancora di punk, ma anche di David Bowie e di fumetti.

 

Queste righe traggono origine da un anno, 1976, e una fonte precisa: il numero 112 del mensile musicale francese Rock & Folk (maggio 1976) in cui compaiono ([2]) una intervista a David Bowie e altra al regista cinematografico Nicholas Roeg e un profilo ampio sempre sull’artista londinese il tutto gli fa valere la copertina; talché l’intervista a Neil Young che precede il tutto si fa piccina. Considerate inoltre: che per alcune righe ivi si dà per scontato che tutti i lettori sappiano che James Osterberg è Iggy Pop e che a David Bowie si chiede cosa ne pensi di Metal Machine Music di Lou Reed.
Dunque Francia: a pagina 22 della rivista c’è una rubrica dedicata ai fumetti intitolata “Comix Parade” in cui si menziona il primo numero della rivista statunitense Punk (qualificata fanzine e di fumetti, evidentemente), ma nel testo non si citano i Ramones che appaiono titolati in copertina bensì il solo Lou Reed.
Philippe Manœvre sempre nel numero 112 recensisce sia City Lights di Elliott Murphy, sia Collectors Items dei Flamin’ Groovies.
A pagina 148 insieme ad altri (eterogenei) strilli promozionali compare un piccolo riquadro pubblicitario per Métal Hurlant, testata cui ho dedicato righe specifiche ([3]).
Tenete presente che la rubrica seminale per gli artisti dell’Esagono “Frenchy But Chic” è pubblicata su Rock & Folk a partire dal novembre 1978 ([4]).

 

Guardare all’Italia di quell’anno si risolve allora in un nonsenso: spiace notare che riviste dello spessore di quelle francesi – Best fu un buon concorrente di Rock & Folk – non sono mai esistite, in quanto le due eccezioni alla regola erano poco diffuse e hanno avuto una vita comunque breve e non connessa agli anni qui considerati: mi riferisco a Muzak (ottobre 1973-giugno 1976) e a Musica 80 (febbraio 1980-aprile 1981).
Per i fumetti occorre aspettare Cannibale (giugno 1977) e Frigidaire (novembre 1980) ([5]).

 

In questo panorama le conclusioni sono banali, o meglio lo sarebbero se non fosse che con il passare del tempo le mitizzazioni – soprattutto di chi non c’era ma è ancora vivo a discapito di coloro che invece potrebbero contraddirli se fossero ancora vivi – sono sempre in agguato.
E quale momento migliore rispetto al punk per mitizzarlo del suo quarantesimo anniversario, secondo il calendario britannico?

 

Dunque: nonostante l’esiguo stretto di mare che li separa, i francesi (o meglio i parigini) nel primo semestre del 1976 saranno influenzati soprattutto da qualche sprazzo della scena newyorkese già stabilizzata; sebbene nell’eterno dibattere su chi abbia introdotto la spilla da balia nell’abbigliamento compaia anche Elli Medeiros (poi Stinky Toys con Jacno) in tempo appunto per il 100 Club Punk Festival del 20 e 21 settembre 1976.
Incerte le datazioni di costituzione, sempre nel 1976, di Métal Urbain e Asphalt Jungle.

 

In Italia, io confermo la mia opinione: nel 1976 nulla “di punk” al di fuori di qualche acquirente di dischi, delle pochissime copie di quelli che arrivarono d’importazione.
E – ad essere benevoli – come fu nel 1975 per i Sex Pistols, un repertorio anglosassone magari con dentro una canzone di Bowie o una di Reed per chi suonava in un gruppo.
Qualche responsabilità per tutto ciò l’ebbe evidentemente anche la stampa musicale italiana. Questo sì.
Per un tentativo, serio, di celebrare un quarantennale del punk nel nostro Paese occorre aspettare il 2017: per ribaltare il titolo di un album che nel 1976 non so quanti conoscessero da queste parti, sarà di nuovo, e in ogni caso, in riferimento a qualcosa avvenuto too little too late.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] Da pagina 72. Avvertenza: questa intervista, di Herve Muller, non è contenuta nel numero speciale (Hors série n. 32) dedicato a David Bowie del gennaio 2016.
[4] Tenuta da Jean-Éric Perrin, essa è raccolta in un volume dallo stesso titolo: maggio 2013, Camion Blanc, ISBN 978-2-35779-290-6.

sabato 6 luglio 2013

“SALVIAMO MILANO”. NO TROPPO TARDI! (più che nostalgia, rabbia)


“SALVIAMO MILANO”. NO TROPPO TARDI!
(più che nostalgia, rabbia)
 
Il virgolettato è talmente banale, che forse non sarebbe necessario riconoscere la fonte, in quanto di per sé la frase non è, appunto, originale.
Siccome oltre a quelle due parole c’è un’intera canzone, di Enrico Ruggeri contenuta nell’album Polvere, è giusto citare.
Non so se “Salviamo Milano” sia ancora a lui gradita, dato un testo non politicamente corretto, ma essa resta.
 
La mia città natale è diventata il covo di idioti (prevalentemente italiani, per le ragioni che troverete tratteggiate nel seguito) che percorrono in bicicletta i marciapiedi ([1]); magari con il casco in testa, come se dal 1970 i crani fossero diventati più molli e le pavimentazioni più dure.
Intanto noi paghiamo le piste ciclabili che loro non usano o usano contromano, è un dato di fatto.
 
Non è un caso se molti, lettori e scrittori, di romanzi e racconti polizieschi/neri (o noir/polar se preferite) rimpiangono Giorgio Scerbanenco.
La Milano che non c’è più è quella degli anni sessanta del secolo scorso ([2]), una quasi-metropoli, internazionale (come lo era stata sin dall’Ottocento e poi diventata ancora di più tale grazie al Futurismo).
Poi tutto comincia a prendere una brutta piega: la crisi energetica con la chiusura dei locali pubblici anzitempo a rendere la sera desolata, una normativa fiscale che obbliga anche i milanesi ad andare all’estero con le banconote nelle mutande o quasi, il terrorismo a desolare ulteriormente ([3]), l’incapacità (anche per questa autarchia culturale indotta) a rendersi conto di ciò che succede fuori dai confini, resero la città italiana più europea un centro urbano coperto di ferite che non si sarebbero mai rimarginate ([4]) e le fecero perdere, anche, la capacità di trainare la nazione.
Ecco dunque che essa non è più la “Milano ‘made in Europe’” che propagandava Umberto Simonetta; o meglio, la città resta “fabbricata in Europa”, ma è rimasta senza “manutenzione continentale”.
 
A parte la letteratura di genere ([5]) e non di genere ([6]), è certo che si sono mancate delle occasioni.
Basti pensare a ciò che non è successo e a quanto invece è successo (anche per agganci politici?) nella scena musicale milanese, dove i primi punk si defilarono ([7]) dalle luci dei riflettori, mentre la sinistra tradizionale e non stravolse e sfigurò una “scena” che altrove era già finita per evoluzione (non per distruzione).
 
A che serviva pattinare alla sera nelle strade del centro (parcheggiando ovviamente dove si poteva) nell’estate del 1980, quando si faticava a trovare un locale aperto per una bibita?
Nei tanto bistrattati ottanta, a Milano ([8]) c’era ancora quel buffo venditore, un po’ ritardato mentalmente ma molto spiritoso, che vendeva i “giochini” in Galleria o nei locali; locali frequentati ma senza alcuna ansia di esserci. Residuava anche qualche venditore di cravatte che passava la sera fra ristoranti e trattorie (con prezzi da trattoria) con la sua mercanzia stesa su un braccio.
Soprattutto, a Milano c’erano i milanesi che stavano in città nel fine settimana: come il Notaio Franco (nato Francesco) Cavallone, ancor più chino del solito perché in ogni mano teneva una borsa di plastica piena di libri appena comprati ([9]).
Alla fine noi ci siamo stancati, noi tutti ancora vivi alla fine di quel decennio (ormai trentenni o giù di lì), perché poi si cominciò a contare qualche “caduto”.
 
Dei circa venti anni successivi si è scritto, filmato, registrato troppo e con i soliti canovacci, così al “due per uno” si riescono anche ad abbinare gli eighties e i noughties, con in mezzo dei novanta indefiniti a parte sotto un profilo giudiziario anch’esso notissimo.
 
Il risultato nel 2013? Qualche istantanea meneghina eccola qui.
Panini imbottiti del mezzogiorno tagliati in 4 per diventare cibo per aperitivisti serali storditi ([10]); lustri e lustri di “vietato costruire” e adesso la scommessa è solo quale delle nuove edificazioni monstre diverrà per prima terra di nessuno; tariffe dei mezzi pubblici immutate da tempo immemorabile ed ora, con il Municipio al centrosinistra, una politica dei servizi che pare di centrodestra, eccetera; la crisi economica che si manifesta nei modi più disparati (ma ci vogliono 3 mesi e più perché l’ISTAT confermi che alle casse dei supermarket aspetta meno gente).
Un’annotazione a parte merita la tendenza (non solo politica, ma anche della Curia cattolica) a guardare sempre con un occhio di riguardo e soccorso gli extracomunitari più “evidenti” ([11]), mentre quasi si demonizzano “i Cinesi” e restano invisibili Polacchi, Russi, Ukraini, Georgiani (chiedo scusa se l’elenco non è completo).
 
Senza dimenticare che intorno alla città ci sono altre giunte comunali, una provincia che fu anche gestita dal PD, quindi le responsabilità sono ben suddivise fra i partiti.
Probabilmente non è così solo a Milano, ma io vedo questo.
 
No, non si salva più niente a meno che non ci salvino gli extracomunitari demonizzati e/o invisibili, ma ci impiegheranno molti anni.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
© 2013 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
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[1] Incrociatone uno e quindi sorpassato da un secondo, questo si stupiva che io mi lamentassi.
[2] E l’Autore muore il 27 ottobre 1969, dunque alla fine della decade.
Scerbanenco rimane indissolubilmente legato a quel decennio in quanto le sue opere più riuscite sono di quegli anni: la serie dedicata a Duca Lamberti e la raccolta di racconti Milano calibro 9, essenzialmente. Poi ognuno ha le sue preferenze alternative, io considero molto bello Al mare con la ragazza (del 1950).
[3] Anche in questa sede rammento come il “veto Berlinguer” fece sì che il colore nei programmi televisivi arrivasse tardissimo (tanto che oggi possiamo vedere programmi che furono realizzati a colori, ma trasmessi originariamente in bianco e nero!).
Se la cromoterapia è una scienza seria, allora anche questo incise sul morale.
[4] Mi astengo da analisi politiche, in quanto salvo eccezioni (il sindaco Gabriele Albertini) non vedo differenze.
[5] Rinvio al mio post “L’incapacità di superare Scerbanenco”.
Essendo un post poco letto, forse è il caso di ricordarne diverse righe.
La spiegazione, però, può essere ritrovata non in chi scrive, ma in ciò che di cui si scrive: Milano non è cambiata molto in otto lustri.
Le tre linee di metropolitana non la rendono più europea della sola linea rossa presente negli scorsi anni sessanta; al contrario sono le due attualmente mancanti che la inchiodano, insieme al resto che non c’è, in una dimensione marginale mentre altre città sono cresciute.
Qualche grattacielo in più, finalmente, non la avvicina a una City davvero bifronte come quella londinese.
Assente un fiume che attraversi il capoluogo lombardo.
Ecco quindi che è la città a contribuire a forgiare sempre a sua immagine e somiglianza i personaggi, sebbene in modo quasi perverso essa sia oggi provinciale: senza una sala da tè Alemagna in Via Manzoni, con gli edifici che sono diventati più bassi come le persone quando invecchiano, e il gusto necrofilo per il restauro a tutti i costi anziché la costruzione del nuovo quando ne valga la pena.
Al contempo il mancato rispetto per le tradizioni è concausa: così lo scempio di un Savini dove le Sorelle Giussani oggi non andrebbero più a pranzare a Ferragosto (e poi due film nel pomeriggio nel solo giorno di riposo delle mamme di Diabolik)”.
[6] Rimando ai post “Umberto Simonetta (Ovvero, un post per milanesi non troppo giovani o ‘non troppo regolari’)” e “Beppe Viola”.
[7] Leggete tutto nei post “Note sul punk in Italia e a Milano” e in“Tonito Memorial (To live and die in Milano – note sul punk e oltre)”.
[8] Non sono il più adatto per descrivere la vita notturna; per i dischi, rimando a quanto ho scritto a proposito di Tape Art.
[9] Morto nel 2005, a 73 anni, ironia della sorte a Verona, a causa di un infarto. Era appassionato di lirica.
Soprattutto, fu uno dei primi traduttori in lingua italiana delle strisce dei Peanuts, si dice che inventò lui le “toffolette”. Io lo ricordo anche condurre impeccabilmente in Inglese un’assemblea societaria di quelle grondanti fiele e non solo.
[10] Ma qualcuno mi segnala dalle colonne di Vivimilano (ovvero: Corriere della Sera) che a 40 Euro bevande escluse, in centro c’è un ristorante che propone un ottimo hamburger … non temete, i giornalisti de La Repubblica non sono diversi.
[11] Anche in questo caso è perché in bicicletta saremmo tutti seduti e comodi, e quindi non si pone il problema degli stremati sudamericani e degli stanchissimi Filippini che affollano i posti a sedere del trasporto pubblico a discapito dei pensionati locali che, chissà come mai?, non svernano in French Riviera?

martedì 3 aprile 2012

NEL 1978 C’ERANO SEMPRE DUE GIAPPONESI … (“Excuse me are you a mod?” – parte 2)

NEL 1978 C’ERANO SEMPRE DUE GIAPPONESI …
(“Excuse me are you a mod?” – parte 2) ([1])



Per chi non c’era, può anche far sorridere.



Nell’estate del 1978 (avevamo apprezzato sia i singoli, sia gli album che non sono piaciuti a Stefano Bianchi ([2])), noi – recidivi e isolati e invisibili e dileggiati, magari anche allontanati da “cellule” e “nuclei” della sinistra – punk (o come tali descritti dagli altri) avevamo solo l’imbarazzo della scelta quanto a concerti nel Regno Unito ([3]).



Ma ovunque si andasse, Music Machine, Red Cow, etc., alla fine saltava fuori, immancabile, una coppia di giapponesi (non sempre gli stessi).
L’ideale del vicino: non gridavano, non ti rovinavano addosso, non ti rovesciavano la birra sul collo.



L’anno dopo, i giapponesi non si notavano più.
C’erano le comitive sbraitanti, con magliette da chiosco turistico dei Sex Pistols. Poco importava se fossero romani o lombardi nella parlata.
Il punk da torpedone non era per noi.



Anche indossare una parka originale - grazie MB, first Milan parka - richiedeva un impegno notevole (in UK e in Italia).
In una mattina di quell’agosto 1979 un paio di bobby fermarono me, MB e JS a Notting Hill Gate: due mod e un punk (JS) erano evidentemente sospetti. E non furono gentili ([4]) come quella punkette a Euston Station o accomodanti come quella skinette al concerto dei Madness al Nashville delle quali ho scritto altrove ([5]).



And so you were punk, and then mod or skin ...





                                                                                                          Steg







© 2012 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.



[1] Mi è parso più dinamico un testo separato da altri già contenuti  nel blog, nello spirito di una lettura anche singola.
[2] Si veda il post intitolato “L’arte della de-punkizzazione”.
[3] Yours truly il 18 agosto era a Edinburgh, al Clouds, per Siouxsie and the Banshees; il 19 al London Marquee per gli Ultravox!.
[4] I poliziotti ci lasciarono andare dopo poco, stizziti perché eravamo puliti e, per di più, anche con qualche fiver in tasca noi upstart, piuttosto “angelici”, dunque.
[5] La “parte 1” di questa serie di post.

martedì 23 agosto 2011

NOTE SUL PUNK IN ITALIA E A MILANO



                                NOTE SUL PUNK IN ITALIA E A MILANO ([1])
 
 
1. Il punk in Italia “arriva”, cioè esso è – contraddittoriamente – già ben definito nei suoi canoni e come tale resta nel nostro paese, prima percepito e poi conosciuto e apprezzato.
Non credo si tratti di una grande scoperta: questa nazione non ha mai prodotto novità nel rock e pop giovanile ([2]), ma molti si arrabbieranno lo stesso per questa affermazione dal sapore disfattista.
Il punk però ha permesso ad alcuni di noi di diventare meglio di come saremmo diversamente diventati, ad altri di provarci; altri sono caduti sotto il fuoco incrociato e micidiale dei nemici e della propria pretesa invulnerabilità alla vita.
 
L’apparizione del punk nel paese in cui tutti si vogliono bene reputo sia facilmente databile 1976, perché il punk arriva con i “dischi”.
Da noi a quell’epoca si legge poco, la stampa musicale langue, mentre di concerti se ne parla sempre meno (ed anzi il punk servirà, anche e forse soprattutto, a far tornare in Italia gli artisti stranieri dopo la lunga stagione delle molotov e delle cariche della polizia; per il resto, niente è cambiato).
 
Il fatto è che, appunto, i dischi non riusciranno a costituire da noi l’ispirazione per delle novità che si vadano a consolidare in un fenomeno compatto e di lunga durata.
Tanto che, per apparente assurdo, le formazioni nazionali più interessanti sorgono poi, più spesso che no, nelle zone in cui l’importazione dall’estero del vinile è più difficile.
 
Un altro elemento peculiare è che la disco music ha dato una mano al punk: più di uno dei negozi che avevano una specializzazione principale nella musica da ballo proponeva anche dischi di importazione nella nicchia punk.
Fra l’altro, sebbene nei rispettivi ed antitetici formati par excellance del 7 e del 12 pollici, in entrambi i “generi” trionfa di regola il singolo: come espressione non solo più immediata ma qualitativamente di norma superiore rispetto all’album.
 
La scena milanese, quella che conosco e ho frequentato, mi pare un buon indicatore di tutto quanto sopra.
 
 
2. I raffinati e sporadici estimatori locali di Stooges e Velvet Underground ([3]), infatti, non si scuotono finché non arriva il punk, che all’inizio è fatto di poco “concreto” e di molto “si dice”.
Sicuramente, anche nella mia città si può datare l’inizio del punk con l’album di esordio dei Ramones ([4]), che ormai è riconosciuto come il sacro testo anche della scuola britannica più autorevole (valgano The Clash e Sex Pistols), ed è confermato dalle illustri presenze alla Roundhouse di Londra il 4 luglio 1976 a vedere ed ascoltare i quattro di Forest Hills.
 
Nella voglia di sentire musica di strada si crea da noi – per mancanza obiettiva di prodotto nuovo, soprattutto europeo – un ripescaggio del passato e ciò forse spiega anche una consistente fronda americana fra i critici musicali locali: così si attinge nel doppio album Nuggets e al suono garage in genere, mentre magari i diretti interessati guardano ai Monkees oppure ai maledetti francesi ([5]) e i britannici ai padri fondatori del rock n roll.
Dunque in quei primi mesi il punk italiano è davvero una trincea in cui si consuma poco di fresco e quel fresco che arriva (per altrettanto chiare ragioni commerciali: ovvero là avevano capito prima che si poteva vendere anche questa musica) è nordamericano ([6]).
 
Diviene allora cruciale per i pochi davvero attenti, più che l’esordio inciso dei Damned ([7]), afferrare una copia delle prime fatiche di studio dei Sex Pistols ([8]); ma il bel gioco dura poco e così non occorre una mano intera per contare in Italia i proprietari di una copia su etichetta EMI di “Anarchy In The U.K.” quando ai primi di gennaio del 1977 salta il primo contratto degli indiscussi “re” della scena britannica.
Ciononostante, qui come nel resto del mondo quel fracas creato da Rotten, Matlock, Jones e Cook farà esplodere tutto, cosicché anche da noi il 1977 diventa l’anno del punk.
 
 
3. Se si è più di quattro, prima o poi qualcuno pensa di suonare e aggiungendo elementi in più inevitabilmente cominciano le scissioni.
 
Ciò detto, a Milano credo che fra i primi da menzionare siano Maurizio Bianchi (solitario e sperimentale ([9])) e i poco ricordati X-Rated.
Comincia poi la confusione, nel senso che se fra loro c’erano certo dei punk ([10]) i Trancefusion non è che abbiano fatto grandi cose e questo vale per molti altri, prima di arrivare ai falsi Incesti o ai controversi (fra i kid più che fra gli adulti) Decibel ([11]).
 
Intanto i punk aumentano ([12]), e i sempre attenti hanno messo le mani su “Spiral Scratch” dei Buzzcocks ([13]).
Per gli amanti del dettaglio, in quei mesi o si finisce da Carù, a Gallarate, oppure si cominciano ad imboccare le vie, molto traverse sporadiche e casuali, dei negozi di importazione di Milano per reperire il vinile inedito.
 
Nel mentre, comincia a far capolino una sincera ignoranza politica (per fortuna! Opinione puramente personale, ma sentita posto che i danni fisici sono stati limitati e la contrapposizione ha fatto bene). Per cui per rischiare la sprangata da sinistra è sufficiente invocare la grandezza de The Clash e non occorre provocare con simboli nazisti, e le cose non cambiano quando il “Suono della Westaway” batte sul tempo i più blasonati Sex Pistols e pubblica il proprio splendido album di debutto ([14]).
Problema enorme, evidentemente, per chi fa politica: c’è il rischio di essere scavalcati; che fare poi con i palinsesti delle radio libere, ancora fragili e prive di regole?
Diviene allora interessante il tentativo della sinistra di “dare la linea” anche ai kid: incredibilmente gli Stati Uniti sono più apprezzati dei suoni britannici, e le tastiere ([15]) rassicurano le cellule e le sezioni, parlamentari e non. Curiosità: anche Springsteen viene arruolato, come un Dylan per i giovani. Piace molto anche parlare di “new wave”, forse perché Godard (non Vic, leader dei Subway Sect) è stato digerito; in fondo il gioco è quello di smorzare i toni e convincere che tutto si risolverà in una bolla e le pecorelle smarrite torneranno a fare i baciapile all’ombra delle democratiche bandiere rosse.
I punk se la ridono, se ne fottono e cercano di far passare in radio le loro cose, ci metteranno del tempo.
 
 
4. I giovani vanno a scuola, le scuole finiscono, si deve imparare l’Inglese e i genitori ([16]) ti mandano in Gran Bretagna per quello: ecco così gettati i semi per la vera seconda ondata.
Dalle terre di Albione qualcuno torna con nel bagaglio il singolo dell’estate 1977: “God Save The Queen” seconda prova dei Sex Pistols ([17]); intanto i Francesi – in nome della cultura e dell’asilo musicale, ah questi rivoluzionari! – accorrono in soccorso dei molti (che cercano ma non trovano) pubblicando “Anarchy In The UK” ed esportandolo in mezza Europa.
Alla faccia delle mamme e delle zie che pensavano solo al Wedgwood, dei papà con il Dunhill e dei compagni di classe con le incrostazioni della Carnaby Street di plastica nelle menti.
 
Ormai ci siamo: nell’autunno del 1977 è esploso il punk e bisogna cavalcarlo. Così compaiono sulla stampa nazionale le prime fotografie a colori, gli articoli si spostano dalle testate quotidiane del pomeriggio ai rotocalchi da parrucchiere e si va in televisione ([18]).
 
Arriva a questo punto la necessità di parlare, più che di parlarsi: ecco le fanzine, tutte figlie di Sniffin’ Glue (finché qualcuno non scopre che Ripped & Torn è meglio), e primogenita nata dai miasmi dei navigli è Dudu H.y.n.d.r.o. Punk News: Dudu per “dada + punk”, Hyndro per Montanelli. Meglio delle avanguardie storiche ispiratrici (care ai mastermind della ‘zine medesima), la scissione si consuma fin dal primo numero ([19]): sorgeranno l’anno dopo Pogo e Il sigaro d’Italia.
 
L’abbigliamento è un discreto dilemma: stracciare e tagliare non basta, spille da balia ([20]) e ganci di lattine, catene certo, però sarebbe bello avere un paio di bondage trousers, e magari girare per strada “con la Destroy” senza finire in galera con due reati sul petto.
Zucchero e burro per chi vuole farsi i capelli in piedi.
Gli anfibi dell’esercito, anche tinti di nero, sopperiscono ai Doc Marten’s; popolari inoltre le tute da lancio e le giacche mimetiche, il giubbotto di pelle caro (caro!) soprattutto ai seguaci dei Ramones.
 
Fanzine, abbigliamento e dischi: veri ritrovi non ne esistono, perché già si fa la differenza fra puristi e non, però (anche per i motivi di estetica paramilitare di cui sopra) la Fiera di Sinigallia del sabato nella vecchia collocazione di Via Calatafimi è un punto di incontro e scambio.
 
 
5. Le radio appaiono ultime.
Per quanto mi è dato di ricordare, l’etere milanese può dividersi in due: “Sine Ulla Intermissione” a Radio Milano Libera/Radio Milano Quattro e il programma di Radio Popolare gestito da Francesco D’Abramo.
Il secondo: serio, più autorevole e duraturo nel lungo periodo ([21]); affascinato dall’imprevisto il primo forse anche perché presentato da due dei tre fondatori di Dudu.
Entrambi fanno affidamento sul prezioso vinile dei giovani punk, cui magari viene anche ceduto il microfono dai conduttori ufficiali.
Quale e quanta sia l’audience non si sa, certo che un po’ di informazioni passano nell’etere e contribuiscono a definire i gusti e arricchire le discoteche dei kid.
 
 
6. Finisce il 1977 e bene o male tutto quello che c’era da dire è stato detto.
Non si sposteranno più decine di giovani menti ([22]), bensì ci sarà: da un lato un proselitismo effimero, di chi si esibisce in capannelli in centro ma semplicemente segue la moda, dall’altro singoli che cominciano a sentire anche “il punk e la new wave” senza impegnarsi in alcun modo oltre l’ascolto.
 
Il che non significa che muoia il punk in Italia, anzi. Ciò che si esaurisce è l’aura di mistero e segretezza: quelli che diventano visibili possono aspirare al mito, ma non alla leggenda.
Si comincia ormai a sgomitare per accaparrarsi le copie del vinile, che arriva dall’estero in quantità maggiori ma insufficienti per una clique già nutrita … ([23]).
 
Da qui in avanti però se non è storia è cronaca, abbondantemente disponibile tramite altre fonti ([24]), mentre in questo scritto si è cercato di raccontare qualche dato che, alla fine, è quasi un b-side del punk.
 
 
                                                                                  Steg
 
 
AVVERTENZA
 
Alcune parti dei seguenti tre post sono state pubblicate successivamente (anni dopo) - con la mia espressa autorizzazione scritta - nel libro di Claudio PESCETELLI, Lo stivale è marcio, Roma, Rave Up Books, 2013 (per i riferimenti si vedano ivi le pagine 188 e 189): “Note sul punk in Italia e a Milano”, “Tonito Memorial”, “A proposito di Jumpers e 198X”.
Ove possibile segnalo il volume e/o il suo autore nelle “etichette” del blog riferite ai singoli post, ma dato lo spazio limitato per le etichette, ciò non è accaduto per tutti e tre.
D’altro canto, tutti e tre i post in questione hanno avuto rielaborazioni anche successivamente alla versione impiegata da Pescetelli.
 
 
                                                                                  Steg
 
 
 
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[1] Questo scritto è la revisione di un articolo redatto per un volume ma poi mai utilizzato se non in forma di frasi estratte a mo’ di intervista.
Si tratta del libro di Mauro MAZZOCUT, The Great Complotto Pordenone, Pordenone, Biblioteca Civica Pordenone, 2005.
L’edizione in Inglese del post (sei mesi dopo la sua pubblicazione nel blog) mi ha indotto a qualche sua piccola correzione.
[2] Solitamente si parla dei cantautori come fenomeno italiano, ma il mondo francofono ha espresso stelle di respiro transnazionale: Brel e Gainsbourg, per esempio.
[3] In minor misura delle New York Dolls, spesso tacciate di essere dei Rolling Stones di seconda scelta.
[4] Uscito il 23 aprile 1976.
Non dubito che ci sarà chi vanterà la proprietà di singoli come quelli di Terry Ork oppure di oscure bande magnetiche. Senza scomodare troppo la leggenda, però, occorre considerare che l’individuo da solo non fa testo e che notoriamente opacissimi figuri “siedono” ancora, letteralmente, su registrazioni del CBGB’s del 1975.
[5] Rispettivamente: ancora Ramones e, per converso, Television, Patti Smith.
[6] Oltre ai noti e accettati, si ricordino anche Runaways, Modern Lovers e, buoni anche per sputare sui fuoriusciti Dead Boys, i Pere Ubu.
[7] Del 22 ottobre 1976. Si rammenti l’omaggio alle Shan-Gri-Las che apre “New Rose” a dimostrazione della varietà di ispirazioni dei primi artisti punk.
[8] 26 novembre 1976.
[9] Inizialmente solo un agent provocateur, già per questo meritevole di menzione (fu uno dei pochissimi se non il solo che esibì simboli nazisti al solo scopo di istigare violente reazioni da parte dei passanti; musicista soltanto a partire dal 1979.
[10] D’ora in poi “punk” copre tutti.
[11] Qui mi fermo, per evitare di sbrodolare.
[12] Siamo comunque nell’ordine della dozzina abbondante, forse.
[13] Uscito il 29 gennaio 1977.
[14] L’8 aprile 1977, preceduto il 18 marzo dal politicamente scorretto nel titolo singolo “White Riot”.
[15] Cioè gli artisti che fanno uso di questo strumento. Chiaramente non di ogni erba si può fare un fascio e i Suicide non saranno accettati finché non saranno dimenticati: leggi il secondo album, del 1980.
[16] Per i distratti: anche la spallata punk come tutte le rivoluzioni ha matrici prevalentemente borghesi, seppur di piccola borghesia .
[17] Finalmente con un discografico che pubblica ciò che registrano.
[18] A settembre un servizio nella trasmissione del secondo canale 2 “Odeon”. “Il 2” sarà l’osservatorio catodico del fenomeno anche nei mesi a venire.
[19] Presentato in un party di Ivan Cattaneo.
[20] Ricercatissime quelle inglesi.
[21] Ospitò una intervista quando gli Ants suonarono a Milano, nell’ottobre 1978.
[22] Assumendomene la responsabilità, peraltro garantisco che più di uno è stato salvato – grazie al punk – dal rischio di finire fra le fila degli autonomi e di trovarsi con una accusa di banda armata sulle spalle: infatti se si era emarginati dalla politica, ciò garantiva anche di non rischiare di fare sciocchezze enormi.
[23] Con le dovute differenze, se raffrontato con la scena mod britannica della prima metà degli anni sessanta il 1978 è un po’ “il 1964 del punk”: si creano archetipi, uniformi, cliché.
[24] Altro “punk a Milano” si trova in questo blog nel profilo (è ben più di un post) dedicato a Tonito, ove si rinvengono altresì riferimenti bibliografici, tutti tranne uno da me sottoscritti per affidabilità oltre la citazione da me fatta, e musicali: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/08/tonito-memorial-to-live-and-die-in.html.