"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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domenica 3 maggio 2026

PETER HOOK (Facebook Down Series – 250)

 

PETER HOOK

(Facebook Down Series – 250)

 

Giudicate da soli: https://www.youtube.com/watch?v=bF9XyAHZ_CE

 

Io trovo questa intervista illuminante, e intelligente.

Poi se Hooky riesce a parlare “with Ian”, beh non sarò io a negare questa eventualità, ché ormai nei miei sogni parlo più spesso coi morti che coi vivi (e non credo all’aldilà).

 

In memoria di “Alberto di Vigevano”, anche.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 18 novembre 2025

MAGLIETTE SGRADITE (Facebook Down Series – 177)

 

MAGLIETTE SGRADITE

(Facebook Down Series – 177)

 

Interessante articolo “ripreso” dal sito più autorevole dedicato a Morrissey:

https://www.morrissey-solo.com/threads/the-herald-are-you-wearing-the-%E2%80%98wrong%E2%80%99-band-t-shirt-i-am-and-i-dont-care-imagined-teeshirt-fascism-november-17-2025.154306/

 

Al momento reso disponibile qui: https://archive.is/uivW9

 

Poi ci sarebbero tre “magliette” riferibili a Sex/Seditionaries da codice penale: “i cowboy”, la “destroy” e quella Sex Pistols coi ragazzini che fumano.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 13 febbraio 2019

E PENSARE CHE “NON VOLEVAMO ALCUNCHÉ” (riflessioni su Siouxsie and the Banshees e Bauhaus, con degli anniversari in mezzo)


E PENSARE CHE “NON VOLEVAMO ALCUNCHÉ”
(riflessioni su Siouxsie and the Banshees e Bauhaus,
con degli anniversari in mezzo)


 

La parte virgolettata del titolo di questo post trae origine sia da quello di una canzone dei Bauhaus virato a contrario: “All We Ever Wanted Was Everything” ([1]), sia ancor più a contrario rispetto a “Don’t know what I want/But I know how to get it” ([2]), e volendo penso anche a “No sé que quiero/Pero sé lo que no quiero” ([3]).

 


I buoni propositi di gennaio 2019 son già svaniti, poiché scrivo in versione definitiva a febbraio.
Sono comunque 40 anni di post punk, che poi è cominciato con il primo singolo dei PIL, quello “con la copertina ‘di giornale’”.
Sono anche 100 anni di Bauhaus, la scuola (o era un movimento? O una avanguardia, ma senza seguito).
Sono, infine, 40 anni dall’uscita di Join Hands, fra la fine di agosto e l’inizio di settembre prossimi.


 

Doppia B: Banshees e Bauhaus, legati – non da Daniel Ash che dai secondi sarebbe potuto passare ai primi – bensì da tutto ciò che noi non avevamo conosciuto, non avremmo conosciuto, avremmo conosciuto più tardi o, anche, solamente, avremmo conosciuto male.
Ma soprattutto da ciò che ci fecero conoscere.


 

Potrei scrivere delle Art School britanniche ([4]), ma la matrice bansheeiana è più DIY di quella bauhausiana.

 

Vi capita mai di dire grazie?
E a quelli di voi meno ottusi: vi capita mai di ricordare Maestri o, anche solamente (solamente? Sic), fratelli e sorelle ([5]) maggiori scelti da voi – perché le uniche famiglie che contano sono quelle che vi formate da soli?
Ecco quindi Sorella Siouxsie e Fratello John McGeoch (RIP) e Fratello Steven per quanto mi riguarda, e un poco fratelli anche Pete, Daniel, David e Kevin.
Noi qui, loro là.


 

Necessariamente schematizzo, perché il dub me lo ha raccontato un b-side dei Generation X, ad esempio.

 

Mi abbeveravo alle spiegazioni che sgorgavano da quelle interviste, magari anni dopo mi capitava fra le mani un certo libro ([6]).

 

Tutto ciò accadeva prima, durante e dopo i Joy Division. Tutto ciò si verificava prima (anche i Joy Division già erano stati) di The Smiths che pure avrebbero preso per mano le masse che – mai lo capirò – non avevano udito tutto ciò che era successo prima del 1983 pur essendoci ed essendo capaci di intendere e di volere e, soprattutto, di ascoltare.

 

Non c’è tesi in queste righe.
Se possibile, ce ne è meno del solito.
Ma un po’ di ordine nelle idee serve sempre (d’altronde questo blog cominciò proprio riordinando idee già buttate giù, come diario personale).


 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Dall’album The Sky’s Gone Out.
[2] “Anarchy In The U.K.”,  Sex Pistols.
[3] “Donde va marinero”, Andrés Calamaro.
[4] E “un” Paul Weller townshendiano nulla sarebbe legittimato ad obiettare: ricordate quella copertina del Melody Maker del 1980: The punk and the godfather?
[5]We are all sisters and brothers”: “Premature Burial”, Siouxsie and the Banshees.
[6] Quante copie di Colin MacInnes ha fatto vendere Paul Weller?

lunedì 31 dicembre 2012

JOY DIVISION: CONSIDERAZIONI IMPOPOLARI



JOY DIVISION: CONSIDERAZIONI IMPOPOLARI

Premessa 1: la “o” a Manchester si pronuncia quasi come una “u”.
A Manchester dopo la fine della seconda guerra mondiale le macerie hanno impiegato più tempo a svanire ([1]).

Premessa 2: ho venduto qualche vinile (singoli, mi pare) dei Joy Division, saranno passati 25-30 anni da quel gesto.
Ho rimediato, ma non ce ne era in realtà bisogno perché i fondamentali restavano.

Premessa 3: queste righe non credo siano, nemmeno accidentalmente, legate a qualche ricorrenza.
Di ciò mi rallegro, se mi sbaglio significa che non sono cosi esperto della materia, ma nemmeno di parte.

Credo che molti di coloro che hanno scritto o parlato a proposito dei Joy Division dovrebbero vergognarsene.
Incluso Peter Hook; il quale continua a ridacchiare come il demente del paese (che non è), perché ha sulla spalla un King Kong da 100 tonnellate che si chiama la salma di Ian Curtis, di cui non riesce a sbarazzarsi e che non lo lascia dormire.

Mi risulta davvero squallido questo girare come avvoltoi su quel solo cadavere assurto a notorietà.
Ché invece gli altri tre morti rilevanti nella piece della vita di questi artisti: Martin Hannett e Robert Gretton e Tony Wilson, permangono vittime (dunque doppie vittime) di un trattamento poco più che da comparse.

Ian Curtis spesso si vestiva da schifo: le scarpe grigie e la camicia di un rosa sintetico che vedete nella loro apparizione al programma televisivo “So It Goes” del 1978 ([2]) lo testimoniano.
Ma invece per tutti la band è un punto di riferimento anche in termini di dress in grey coolness ([3]).

Un grande fotografo, Kevin Cummins, dichiara che un suo scatto (quello sul ponte) è il più famoso, ma non è vero, perché quello di Anton Corbijn che ritrae il gruppo in un tunnel londinese ([4]) lo sorpassa di ben più che un’incollatura.

Appare curioso come artisti (o artista? Quanto contano nella realtà i crediti collettivi delle loro canzoni?) di valore sostanziale indiscutibile siano intrappolati in equivoci davvero di poca cosa.

Ian Curtis è un tristo ometto che tradisce la moglie Deborah. La moglie cui si deve uno dei libri ancora oggi considerati fra quelli degni di essere letti.
Ovviamente gli altri del gruppo disprezzano la amante.

In questo panorama di meschinità umane ([5]), il valore delle opere dell’ingegno musicale offerte al pubblico è indubbiamente grande.

Nel film-documentario dal titolo realmente immaginifico Joy Division, la figura di Genesis P. Orridge (già verso una identità femminile) si staglia come onesta e davvero caritatevole, probabilmente in ciò unica, nella propria memoria di Ian Curtis.

Ascoltate la musica, e poi doletevi della relativa pochezza di tutto il resto, probabilmente incluso un libro di Paul Morley ([6]).
Certo, leggetevi William S. Burroughs e James J. Ballard ([7]): ma questo anche se i Joy Division non rientrano nei vostri gusti.
Indi tornate alla musica e, voi giovani tecnologici, magari anche a qualche immagine in movimento tratta dal pozzo mediatico You Tube.

Non potevo scrivere in modo diverso queste righe, dati i miei limiti (indipendentemente dal “volere” e dal “potere” del loro autore, appunto).


                                                                                                                      Steg



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[1] Per il resto potete, anche, attingere a qualche altro mio post per conoscere le mie opinioni su temi adiacenti.
[2] “Shadowplay” forse è la loro canzone che preferisco.
[3] Con discreta contraddizione ideologica per molti dei loro appassionati: è ormai noto che la fascinazione per certa grafica nazista e una esigenza (anche) economica dirigevano i componenti a comprare capi d’abbigliamento di matrice army surplus.
[4] Diverse le interpretazioni sul luogo esatto della sessione, quasi certamente una stazione di metropolitana.
[5] Ed allora – opinione che sottolineo, ultroneamente, come personale – assoluto plauso alla linea stalinista bansheeiana che esclude ogni riverbero sull’immagine pubblica delle pochezze e debolezze individuali.
Certo è sottile la linea che divide la costruzione hollywoodiana e la verità alienata. Linea che comunque filtra e trattiene quelle che sono, appunto, debolezze: Umano, troppo umano forse?
[6] Mi riferisco a Joy Division: Piece by Piece: Writing About Joy Division 1977-2007.
[7] Devo dire, rispettivamente, “Interzone” e “Atrocity Exhibition”?