"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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sabato 20 giugno 2026

I DIRITTI DEGLI ALTRI CONTANO POCO (la leggendaria editoria indipendente italiana: le riviste musicali) (Facebook Down Series – 277)

 

I DIRITTI DEGLI ALTRI CONTANO POCO

(la leggendaria editoria indipendente italiana: le riviste musicali)

(Facebook Down Series – 277)

 

Ieri 19 giugno 2026) in una libreria che non avevo mai frequentato e che esiste da lustri, sono incappato in alcuni numeri di Rockerilla: ne ho comprato uno: il 102 ([1]).
Perché? Perché, e qui è un merito (ma forse casuale) contiene una delle ultime interviste a Sergio Leone.

 

Poi si sfoglia il resto e NON c’è traccia di un “credito fotografico”: tutto “preso gratis” e usato.
Mah! Eppure siamo al numero 102, non alla fanzine “di Cairo Montenotte”.
Mi pare che questo fu lo stile anche di altre riviste da edicola.
Minestrina, visuale, riscaldata.

 

E qui non c’è Dalì o Picasso che tenga; e neanche Duchamp.

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 15 ottobre 2013

MICHAEL BRACEWELL (Sketches series - 4)


MICHAEL BRACEWELL
(Sketches series - 4)


Sono grato a Michael Bracewell per alcune cose, ma non sono debitore a nessuno per la sua scoperta.

Comprai l’edizione italiana ([1]) di The Crypto Amnesia Club (1988) al tempo in cui le librerie erano tali, ignoro quanti abbiano fatto come me.

Passato del tempo, non so quanto, sono incappato di nuovo in questo autore prevalentemente con riferimento a suoi articoli e/o contributi.

Poi, come qualche lettore del blog già sa, due suoi libri mi hanno notevolmente colpito: il primo è England Is Mine (1997) che si può descrivere unicamente con il suo sottotitolo: “Pop life in Albion from Wilde To Goldie” e che mi ha permesso di cambiare opinione riguardo a Morrissey.
Per chi nutre interessi in argomento anglosassone, è quasi un livre de chevet.

Quindi ho, necessariamente, dovuto esplorare tutto il resto e, anche, attendere per Perfect Tense (2001), breve romanzo in cui succede poco, ma poco importa.

Non proprio un seguito di England Is Mine è The Nineties: When Surface Was Depth (2003), che forse attirerebbe di più con parte del (sotto)titolo adottato per il mercato nordamericano: “Death by cappuccino”.

Dopo lunga attesa, esce – infine – Re-make Re-model (2007), ancora una volta descrivibile con il suo sottotitolo: “Art, Pop, Fashion and the making of Roxy Music, 1953-1972. Ovvero dei Roxy Music non molto, del resto troppo (forse)?

Dell’ultimo (credo) libro di Bracewell non cito nemmeno il titolo, poiché non lo ho ancora letto.


Dedica su copia edizione originale 
di The Crypto Amnesia Club



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[1] L’editore è il romano Franca May e fu pubblicata nello stesso anno dell’originale.

giovedì 29 novembre 2012

MORRISSEY E L’APATIA DEI SUOI FAN


MORRISSEY E L’APATIA DEI SUOI FAN


Me lo dico da solo: meglio tardi che mai.
Ci sono pensieri che circolano nella mente ma faticano a raggiungere una forma definita.
Io non sono stupido ([1]), Morrissey è molto intelligente, eppure per anni noi sembravamo (nella mia mente) due pugili su un ring intellettuale che si studiavano senza trovare il varco nella guardia dell’altro.
Siccome solo io ho coscienza del confronto, dovevo – appunto – scoprire dove entrare con i miei pensieri nella sua opera.
Alla fine il tutto si è risolto nel mio apprezzare le sue sintesi formali e musicali di pensieri certo non unici, pur mantenendo il mio approccio critico (o anche solo diverso) per molte sue scelte che i suoi fan non discutono e semplicemente accettano: io non sono vegetariano (ormai non lo sarò più), però io non vedo ragione di biasimare il suo incensare una certa cultura albionica poco gradita ai più ([2]) perché certo aristocratica.
Ancora continuava a non quadrarmi qualche cosa.
Come mai?
Perché mi sfuggiva ancora un elemento e per di più quello decisivo?
Questioni di prospettiva, direi.
Leggevo scritti su di lui e interviste a lui, approfondivo anche i suoi gusti musicali, continuavo (come continuo) ad inchinarmi ai Ludus e all’arte visiva di Linder Sterling; come mio solito facevo i compiti.
Eppure niente!


Morrissey è un pessimo maestro, i suoi discepoli sono di conseguenza dei pessimi allievi (non apostoli per loro eccesso numerico) rispetto ad altri.
Questo lo capivo, ma perché? Soprattutto perché ciò mi dà grande fastidio tanto che per un decennio non ho mai ascoltato volontariamente The Smiths?


Ecco (finalmente. Troppo tardi?) l’illuminazione: Morrissey non innesca nulla, non induce a nulla.
Morrissey ha come effetto l’antitesi alla reazione alla vita quotidiana.
Morrissey è l’autoindulgenza malata e immobile che conduce al piangersi addosso fine a se stesso.
Morrissey ti consente di crogiolarti nell’abbruttimento senza reagire: “ogni giorno è come la domenica”? Bene stai sdraiato sul letto e guarda il soffitto, piangi, ascolta la tua musica, ...
“Novembre ha partorito un mostro”? Convivi con la tua mostruosità ([3]).
Forse ciò spiega perché in lui i suoi fan vedono il “salvatore”: deve essere lui a salvarli, appunto.


Direte: ma i concerti? Ah sì i concerti. Vecchie reminiscenze di The Smiths dopo 25 anni, una scintilla che dura qualche istante, altro che “luce che non si spegne mai”.
Poi il fan torna nella sua cameretta e torna alle sue (non) attività di sempre, con bolse letture wildeiane e poco altro ([4]).


Morrissey è ancora solo, alla fine.
Come 30 anni fa.
Perché i suoi fan si accontentano di come sono.



                                                                                                                      Steg




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[1] Chi passa il tempo a darsi dello stupido alla fine perde anche se la sua mente funziona.
[2] Per tutto il resto rinvio al mio post precedente: “Morrissey: why?, oh why?!” di cui questo è una sorta di complemento.
[3] L’elenco può proseguire sia con citazioni marchiate Rough Trade sia con altre sotto l’egida Attack, evidentemente.
[4] Niente Richard Allen, niente Kray Twins, niente James Dean oltre la banale superficie, niente Antoine de Saint-Exupery, niente drammi da lavello, eccetera.

domenica 11 dicembre 2011

LINDER STERLING: so much to answer for


From Sublime magazine,
a partial reproduction of Buzzcocks’ single “Orgasm Addict” cover with Linder autograph



LINDER STERLING: so much to answer for

Linder Sterling recurs in previous posts, as well as her band.
For now, you have to satisfy yourself with this.


                                                                                                                                            Steg



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venerdì 9 dicembre 2011

MI PIACEREBBE ENTUSIASMARMI PER DEL NUOVO


Dal booklet in formato A4
accompagnante la prima edizione (del 1981 in MC7) di Pickpocket dei Ludus

MI PIACEREBBE ENTUSIASMARMI PER DEL NUOVO

La mia passione per i fumetti sopravvisse solamente grazie e attraverso Métal Hurlant e Cannibale-Frigidaire.
Infatti, dall’estate del 1977 in poi l’esplosione punk e le sue conseguenze non consentivano distrazioni come Spiderman, mentre i tempi produttivi di Hugo Pratt si dilatavano a dismisura.
Meglio leggere NME, MM e - quando si trovava (mai o quasi) - Sounds. Poi c’era Zigzag: titolo atroce, ma fusione splendida di fanzine e respiro oltre il settimanale. Con tutta questa dotazione di stampa (rammento l’inesistenza di Internet) difficilmente si perdeva qualche importante uscita musicale.

Nell’estate 1980 - dove gli Young Marble Giants di “N.I.T.A.” a San Francisco in un negozio di dischi mi fecero quasi sobbalzare: era uscito senza annuncio il terzo album di S&TB o cosa? - The Face uccise definitivamente un b/n non scelto, ma impostoci ([1]), permettendo appunto di scegliere fra 9 colori: l’arcobaleno e i due che ci avevano forzosamente fatto pensare fossero i soli.

Della modrophenia 1979 già scrissi.

Ex post, le critiche ai neonati Spandau Ballet e Duran Duran fanno sorridere in quanto prive di ogni profondità. Come spesso accade a London e Birmingham avevano studiato, sodo; nel 1980-81 quelle valutazioni negative di certo giornalismo nazionale si potevano perdonare, oggi no (le intenzioni delle due band agli esordi almeno erano genuine; del resto chi si ricorda quando anche i Depeche Mode erano un bersaglio impossibile da mancare?).
I Visage poi produssero un primo eponimo album davvero rimarchevole e il namechecking di chi vi partecipò lo dimostra.

Intanto si affacciano i Bauhaus e, quasi senza che molti se ne accorgessero, fondamentali come The Associates (anche io inizialmente li liquidai come “leggeri” pur se apprezzati da Steve Severin), ma forse si era distratti - senza sarcasmo, li vidi al Maximus di Leicester Square nella estate del 1981 indimenticabili - dai Soft Cell?

E che dire delle sirene Linder e Claire Gogran a fronteggiare Ludus e Altered Images, per cui dovetti dolorosamente scegliere, ancora nel 1981, in favore dei primi (oggi non me ne pento) optando per il leggendario Heaven “under the arches”?
La signora Sterling, sposata Bracewell, dopo Siouxsie e con Billie Ray Martin si pone a completare la mia trinità assoluta di voci femminili ([2]).

A definitivo suggello della distruzione del banale - senza nemmeno toccare in questa sede la devastante Deutsche Neue Welle - cito il cinematico (nelle sensazioni offerte al pubblico) concerto del 1982 celebrato dalla britannica metallurgia dei Test Department in una disusa stazione ferroviaria di Londinium.

Per onestà intellettuale dichiaro di non aver notato i quattro anni di The Smiths; credo di avere più di una attenuante e forse anche una causa di giustificazione.
In fondo chi oggi non conosce i primi due album di The Human League per me è insufficiente: ovvero ancora negli scorsi anni ottanta si era persi nella propria musica e quindi non necessariamente si ascoltava anche ciò che era negli altrui gusti ([3]).

Mi fermo poiché credo che già si richieda l’ossigeno (fra tenda e bombola, io e David Bowie opteremmo per la prima) per taluni più giovani e pazienti lettori.

Dunque si procede così per anni perdendo anche di vista qualcuno - i Theatre of Hate risucchiati sbrigativamente nel positive punk inter alia - senza arrestarsi mai.

Ma poi non c’è più nulla ([4]) per diversi anni.
Appunto.
E comincia la lenta marcia della rimasterizzazione, complice la tecnologia del CD, la quale dapprima svela gemme assolute o relative e poi si autoalimenta.

Ormai noti i miei gusti tramite i miei post ([5]), fermo l’orologio con due band fra loro antitetiche: Oasis ([6]) e Placebo.
Una quindicina di anni fa.
Ecco vorrei, ci ho provato inutilmente comprando album che all’ascolto sono risultati derivativi senza rimedio (Franz Ferdinand per Joy Division?), qualche cosa di nuovo.
Non lo trovo.

Nei fumetti è peggio.
Solo Miguel Angel Martin, di cui apprezzo soprattutto Keibol Black perché frigidairiano come un nipote bastardo di Ran(k)xerox, mi diverte e mi fa pensare.

Lascio a voi decidere il perché principale del mio non entusiasmarmi più.


                                                                                                                                            Steg



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[1] È mia ferma convinzione che il tardivo ingresso del colore nelle trasmissioni televisive italiane - leggenda catodica vuole che fosse frutto di un veto di Enrico Berlinguer nell’ambito del compromesso storico - unito alla pessima qualità delle immagini - come mai le riprese dei soldati del Terzo Reich sono a colori e non sgranate mentre quelle della RAI sono grigie e spesso difficili a vedersi? - abbiano danneggiato l’economia e lo sviluppo culturale della nazione.
[2] Per “un quarto” al tavolo dovrei scomodare Maria Callas e non mi penso blasfemo; Diamanda Galas credo non sarebbe in totale disaccordo.
[3] Chi ascoltava Marc and the Mambas infatti non “doveva” per forza apprezzare anche la band di Morrissey e Marr.
[4] In una prospettiva più popolare, degni di disamina ex professo sono sicuramente Public Enemy e Guns ‘n’ Roses e, prima di loro, un già folgorante (per contenuti e cross-over reale fra rock, soul e jazz, sulle spalle di Sly Stone più che di James Brown) Prince a partire dal suo terzo album.
[5] Evidentemente mi sono astenuto dal ricordare specificamente gli Artisti di diverse generazioni e generi (il loro, le etichette non superano le ripartizioni più generali) che hanno, in un modo o nell’altro, ovvio spazio nel blog.
[6] Nella loro sfida tifavo ingenuamente per gli antagonisti Blur, di cui oggi salvo solo Modern Life Is Rubbish.

mercoledì 31 agosto 2011

MANCHESTER: PIÙ DI UNA “M”, O DELLA IGNORANZA DEL CRITICO (ITALIANO, E NON SOLO?)

MANCHESTER: PIÙ DI UNA “M”,
O DELLA IGNORANZA DEL CRITICO (ITALIANO, E NON SOLO?)

Provate a leggere autori italiani che scrivono della scena musicale di Manchester: a parte il luogo comune della città grigia (ci sono stati?), leggete la lista degli artisti musicali citati e ne mancano sempre due, tre o quattro.
E precisamente: Buzzcocks, Slaughter and the Dogs, Magazine, Ludus.
Non è completismo mio, è imprecisione loro e rischio (per i lettori) di cavarsela (gli scrittori) con citazioni tralatizie che dicono ben poco.

Parto dai più trascurati: Slaughter and the Dogs, eppure la produzione del primo singolo è affidata all’artefice del Joy Division sound: Martin Hannett.

I lettori più prudenti di queste righe stanno già verificando il resto, i più precisi partono dai Buzzcocks perché “si fa presto a arrivare a Morrissey”.

E’ tutto un pretesto, il mio: fuori dalle strade più facili, cioè i dischi comperati e mai ascoltati (anche perché faticosi: sto dicendo The Fall che quindi sono “il quinto” artista), ci sono i Magazine, ovvero chi se ne va via alle porte di un, seppur piccolo, successo di pubblico: Howard Devoto lascia i Buzzcocks, crea una superband (per tutti valga John McGeoch) e Linder si occupa sia della grafica di Orgasm Addict ([1]) sia di quella dei Magazine ([2]).

Ma Linder chi è? E’: la girlfriend di Howard Devoto ([3]), la frontgirl dei Ludus (che sono artisti della label New Hormones nata con i Buzzcocks), appunto l’artista visuale più originale della scena mancuniana, l’amica con la “A” in maiuscolo ed inscalfibile marmo di Morrissey e, anni dopo, anche la moglie di Michael Bracewell, scrittore che potrebbe costarvi decine di sterline in libri non scritti da lui bensì solamente citati (ma perdereste qualche perla trascurando la sua produzione narrativa) che la lettura del suo England Is Mine può indurvi a cercare.


                                                                                                                      Steg



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[1] Secondo singolo per i Buzzcocks.
[2] Almeno il primo album, Real Life, è un caposaldo del dopo-punk a nord della capitale.
[3] Cercate il CD di Time’s Up, vero album di esordio dei Buzzcocks.