"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 3 luglio 2015

L’ANGOLO ACCADEMICO DI NEW YORK CITY (Sketches series – 21)


L’ANGOLO ACCADEMICO DI NEW YORK CITY
(Sketches series – 21)

 

Per ragioni che non rilevano in questa sede, mentre lavoravo alla mia tesi di laurea saltò fuori l’ipotesi di tentare di frequentare un master negli USA. Oltre 30 anni fa, esistevano solo master degni di tale nome, erano tutti o quasi all’estero, il prestigio di quelli nordamericani era assolutamente massimo, anche se, per prudenza, misi in elenco altresì la London School of Economics.
La rosa delle università con cui tentare la lunga procedura dell’iscrizione era abbastanza semplice: Ivy League, cioè la lega dell’edera ([1]), e qualcosa d’altro (leggasi California), il tutto focalizzato sulle law schools (le nostre facoltà di giurisprudenza).

A memoria, il primo anno (fresco di laurea) tentai con: Harvard, Yale, Columbia, Michigan, UCLA e LSE; rimasi in equilibrio con la sola Columbia fino a luglio 1985, senza successo. L’anno successivo, intanto ormai un poco più esperto anche delle folli procedure di autenticazione documenti, dei corrieri transatlantici, delle lettere di presentazione obbligatorie, ridussi il tutto a Harvard, Yale e Columbia in cuor mio sperando di farcela e, magari, di poter scegliere e che nelle alternative ci fosse la Columbia School Of Law, cioè New York con un campus molto bello, a poche street da Harlem.

 

Conoscevo la Columbia University e anche la New York University ([2]) in quanto avevo frequentato le rispettive biblioteche di facoltà per ricerche riguardanti la mia tesi nella primavera 1983.
Andò bene: la Columbia mi accettò ad aprile, mentre Yale mi metteva in una sorta di pre-lista di “ammissibili”: non c’era ragione per aspettare e, poi, in fondo, lì volevo andare, quindi cominciarono le altre trafile: visto studentesco, garanzie bancarie, eccetera.

 

Anche su questo argomento, New York City non si scompone e i ragionamenti alla fine sono uguali per tutti i newyorkesi di nascita o di adozione, prendo a prestito quelli di Jerome Charyn, ebreo newyorkese, laureato alla Columbia: “Aveva frequentato per un anno la Harvard University, ma Cambridge nel Massachusetts, doveva essergli sembrata una specie di Sahara. Lui aveva bisogno di New York” ([3]) “Phipps volle fermarsi a New Haven a fare colazione. Holden rabbrividì, quando vide le torri di Yale. Era come entrare in un paese straniero, un paese dell’Inghilterra […]” ([4]).
Leggenda vuole che il cognome del protagonista del romanzo sia stato scelto ispirandosi a Holden Caulfield.

 

Se vi è venuta voglia di New York, provate con Metropolis: New York as Myth, Marketplace and Magical Land, pubblicato da Charyn nel 1986 e almeno edito due volte anche in Italiano.

 

 

                                                                                                                      Steg

  

 

POST SCRIPTUM TARDIVO E DEDICATO

Estate 2022, caldo.

Ho “ripreso” Suzanne Vega, che fu studentessa al Barnard College.

Magari prima o poi un post solo per lei.

Per ora, posso consigliarvi un album dal vivo: An Evening Of New York Songs And Stories.

 

 

                                                                                                                      Steg

 




 

 

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Cioè atenei ababstanza antichi, per I parametri nordamericani, da avere edera che cresce sui loro muri.
[2] Più giovane, più rampante e più caratterizzata da una forte matrice ebraica fra studenti e “strutture”.
[3] J. CHARYN, Elsinore, traduzione italiana (trad. L. Grimaldi): Milano, Interno Giallo Editore, I edizione, 1992, p. 37.
[4] Idem, pp. 41-42.

domenica 25 maggio 2014

BERLÌN (ein Geisteszustand)

Berlin Tempelhof


BERLÌN
(ein Geisteszustand)



Uno stato mentale diverso dall’usuale. Uno stato mentale urbano.
Più di 1 stato mentale urbano: quanti se ne possono avere? Dipende, io sono una persona da città, ne conto 2 molto forti di stati mentali urbani e qualcun altro meno intenso, comunque sempre certo e indelebile.
 
La canzone di Billy Joel – di cui rileva il titolo e non il contenuto – si intitola “New York State of Mind” ([1]). Ma qui provo a scrivere di Berlino, meno distante geograficamente di Gotham City, ma con altri ostacoli, a partire da quello linguistico che - per la nostra notoria incapacità di percepire le differenze non evidenti - induce a minor sforzo e a fare un unicum di tutta la Germania, mentre Berlino con il resto della Germania non c’entra più molto da quasi 70 anni.
 
Fine della premessa ([2]) a questo enorme schizzo.
 
 
L’accento va sulla lettera “i”, non è un dettaglio.
 
Credo che David Bowie non sia comprensibile appieno a chi non ama Berlin.
Ci sarebbe da domandarsi – non mi risulta qualcuno se lo sia domandato – se Berlin o già “Berlin” di Lou Reed abbiano influenzato Bowie per lo meno nella sua scelta di trasferirsi in questa capitale ([3]).
Non limitatevi al dato cronologico, per favore e, per assurdo, nemmeno a quello geografico: in una intervista del 2006 Reed dichiara di non essere mai stato nella capitale tedesca ([4]).
Senza, evidentemente, dimenticare Iggy Pop ([5]), come si vedrà.
 
Devo anche precisare che chi arriva per la prima volta a Berlin (di nuovo mi raccomando la “i”) oggi, non ha modo di capire molto della sua storia recente: i cambiamenti si notano solo conoscendo il prima che non esiste più.
 
Anche perché Berlin è come Düsseldorf (o viceversa), cioè due città poco considerate ([6]) se non dai proto-punk e dai primi “eroi” (cfr. clothes for heroes).
Chi, nel 1972, andò a leggersi Christopher Isherwood dopo aver visto al cinema Cabaret di Bob Fosse?
Chi, nel 1977, visitò la città natale dei Kraftwerk dopo il successo di “Trans Europa Express” ([7]) ([8])?
 
Nel 1986 le barriere nella stazione di metropolitana dello Zoo mi parevano come le paratie per tori e cavalli selvaggi nei rodeo.
Era stata una visita fugace, d’estate, arrivando da quella autostrada in cui era meglio non fermarsi che attraversava la “Germania dell’est”. Ricordo una bibita al tavolino all’aperto di un bar lungo la Ku’damm ([9]).
 
Quando per le mie vacanze natalizie scelsi Miami Beach fui trattato ([10]) come un eccentrico o peggio, era il 1987.
Qualche anno dopo non ebbi maggiori consensi per le mie visite invernali alla non più squartata Metropolis ([11]).
Molto fango nella Ebertsraße, fra la Brandenburger Tor e Potsdamer Platz ([12]), e poi tutti quei grovigli di tubi (spesso dipinti di rosa) sopraelevati ([13]).
 
Però con Berlin occorre prima o poi fare i conti, nella propria vita. Oppure non li si fa, come non li si fa con New York City ([14]), e un certo giorno è troppo tardi.
Se non li avessi fatti non scriverei (o non potrei scrivere ([15]) queste righe).
 
L’ordinata – nelle procedure – capitale ha una doppia rete di metropolitana, ma i convogli si confondono nelle tratte in cui la U-Bahn è sopraelevata come la S-Bahn.
No, non sto scrivendo una breve guida alla città, il fatto è che l’Atene della Spree ([16]) ha la rara caratteristica di avere tratte gradevoli (o intellettualmente interessanti) anche quando si viaggia in vagoni, come testimonia “The Passenger” di Iggy Pop.
 
Un vantaggio della città è che non soffre di quella triste patologia che sono gli anni sessanta: Parigi e Londra, che non sono cambiate molto se non in peggio ([17]) nei loro centri extra-finanziari ([18]), subiscono ancora gli ultimi postumi, rispettivamente, di sessantottismo e di swingite ([19]).
Qui quel decennio è forse quello meno gradito del secondo dopoguerra.
 
Oggi il muro (“die Mauer” ([20])) per la massa è poco più che un ruvido pseudo-monumento turistico da portarsi a casa: si vendono ancora “pezzetti di muro” ([21]) e vedere quelli che li comprano ora mi fa l’impressione di vedere coloro che compravano gli LP postumi di Jimi Hendrix autografati dal deceduto.
Ma vi assicuro che un poco lo si percepisce ancora, in certe zone.
Il punto della città che preferisco? Di fianco al severo e vigile Adlerkopf ([22]) del vecchio Berlin Tempelhof.
 
E la musica? Beh, evidentemente un poco di confusione esiste, per lo meno in quanto la scena punk e successive derivate occidentali e quelle omologhe orientali erano, appunto, separate.
Poi c’è “tutta la scena techno” che si può riassumere volendo nella parola Tresor e che in qualche modo è – fra il 1991 e il 2005 – un “ballare in faccia all’avversità” ([23]) passata (ed ormai definitivamente (?) conclusa) e all’incerto futuro.
 
Come è capitato, raramente, per altri post, credo necessitino degli “apparati”, ovviamente soggettivi.
Evidentemente chi conosce almeno elementarmente la lingua tedesca in queste righe può solamente trovare un altro punto di vista e, quindi, le indicazioni che fornisco sono – di nuovo – al più alternative.
Con tre precisazioni preliminari:
1) Trabant significa satellite;
2) U2 è per me sempre e solo la linea 2 (rossa) della metropolitana sotterranea (U appunto);
3) nonostante tutto non sono ancora riuscito a vedere Der Himmel über Berlin ([24]) di Wim Wenders.
 
Partendo dalla letteratura, per chi ha velleità trascendenti ciò che ho scritto l’inizio può essere il volume, oltre mille pagine, di Alexandra Richie, Faust’s Metropolis – A History of Berlin ([25]).
Altri libri possono essere il pre-9 novembre 1989 Der Mauerspringer ([26]) di Peter Schneider. Sempre con la città divisa e solo parzialmente ambientato ivi The Boy Who Followed Ripley di Patricia Highsmith ([27]). Ricordo anche The Innocent di Ian McEwan.
Un’antologia intelligente, che combina cronaca e narrativa sulla sera cruciale, è Die Nacht, in die der Mauer fiel ([28]), curata da Renatus Deckert dove ancora una volta si precisa a più riprese che il muro non cadde fisicamente.
Per chi legge almeno il Francese, esiste un numero monografico (il 625) della rivista letteraria Les Temps modernes dal titolo Berlin mémoires. Sempre d’oltralpe è l’opera narrativa di Oscar Coop-Phane Berlin demain.
 
Per la musica tutto si fa più complicato per una ragione banale: musica delle rive della Spree non significa musica di suoi nativi. Inoltre, esistono delle ripetizioni.
Una ritenuta fondamentale, ma rara, antologia in CD è Als die Partisanen kamen. Forse più semplice è trovare Berlin 61-89 Wall Of Sound (un doppio CD). Depurando da tutto il non “locale” (ma non ha senso in quanto si tratta di un lavoro fondamentale) si veda un altro doppio compact: Verschwende deine Jugend. Non semplice da reperire il CD più DVD Berlin Super 80. Per “adiacenza concettuale” indico anche il libro Berlin Sampler di Théo Lessour che analizza una serie di opere musicali “berlinesi”.
Passando ai singoli artisti, fra i tedeschi sono da citare per lo meno Nico ([29]), Malaria!, Einsturzende Neubauten, i parzialmente berlinesi Liaisons Dangereuses.
Rispetto a tutta la scena del Tresor, a parte le molte compilation realizzate dal locale medesimo, necessario e sufficiente è il già citato documentario Sub Berlin – The Story of Tresor che oltre al DVD consta anche di un CD.
Quanto agli stranieri, per David Bowie sono essenziali ([30]) i “soliti” tre album: Low, “Heroes”, Lodger e la canzone “Station To Station” ([31]), mentre per Iggy Pop The Idiot e Lust For Life. Provocatorio il Rock Around The Bunker di Serge Gainsbourg.
La distanza fra le influenze di una sola parola è udibile in Live in Pankow dei CCCP rispetto a Florence In Silence dei Pankow ([32]).
 
Per il cinema, a fianco di Metropolis cito espressamente soltanto One, Two, Three di Billy Wilder, Good Bye Lenin! e il recente Oh Boy.
 

Aggiungo un bonus: non mi risulta che sia disponibile ufficialmente, e su You Tube è diviso in 5 parti. Si tratta di David Bowie An Earthling At 50, andate alla “part 3” (https://www.youtube.com/watch?v=oXOnANBUT2o), intorno a 1’45” per un paio di minuti importanti.
 
In conclusione, non solo “Where Are We Now?” ([33]), ma anche e sempre where are YOU now?
 
 
                                                                                                                      Steg
 
Berlino ai tempi del Mauer con l'indicazione dei vari settori
 
Variazione sul tema Berlino ai tempi del Mauer
 
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[1] Reperibile anche in qualche sua antologia, apparve nell’album Turnstiles, che significa “tornelli”: quelli della metropolitana.
[2] La mia narrativa soffre di tanti e tali difetti che siamo al non pubblicabile, se non fosse che il prezzo dell’inedito mi sembra troppo alto sia per l’autore, sia per i lettori.
[3] Questo post rientra fra quelli che mi fa piacere scrivere, ma che non sono semplici in quanto meditati. Il risultato è che questa considerazione precede di mesi la morte di Lou Reed.
La canzone fa parte del primo album solista, eponimo, di Reed (1972), mentre il long playing dal medesimo titolo è dell’anno successivo: sebbene fra loro stia Transformer (prodotto da Bowie), va considerato come la canzone sia anche l’ispirazione dell’album cui dà il titolo e che “apre”.
[4] L’intervista, televisiva e di circa 67 minuti, è nota come “Lou Reed joined Anthony DeCurtis at 92Y on September 18, 2006”, l’ho reperita come: http://www.youtube.com/watch?v=Ms4V0faf94M. Per esattezza il programma dovrebbe intitolarsi “92 Street Y”.
[5] Incidentalmente: Ian “Curtis’s obsession with Germany – according to his wife Deborah, their wedding fetured a hymn sung to the tune of the German national anthem [più che verosimilmente si tratta di “Das Lied der Deutschen”, che quasi tutti sono soliti ricordare con l’incipit “Deutschland über alles”, NdA] – stemmed partly from the Berlin chic of his glam heroes, Reed, Pop and Bowie” scrive Simon Reynolds nel suo libro Rip It Up and Start Again-Postpunk 1978-1984 (pag. 183).
La paternità dell’espressione post punk è peraltro solitamente attribuita a Jon Savage al tempo in cui scriveva per il settimanale musicale Sounds e si fa risalire già alla fine dell’anno 1977.
[6] La Germania tende ad essere poco considerata, ed anche un poco insultata quando non si sanno distinguere i tipi di birra o di wurst.
[7] Che tutti o quasi conoscono nella versione in lingua inglese “Trans Europe Express”.
[8] Dalla stessa città arrivano anche Neu!, Deutsch Amerikanische Freundschaft, Die Krupps, …
[9] Io e il mio amico MZ ci stupimmo: le donne non si depilavano le gambe.
[10] Senza scomodare l’oceano d’inverno.
[11] Perché se NYC è Gotham City, è altrettanto chiaro che Fritz Lang è fedele alla madrepatria quando immagina il suo Meisterwerk.
[12] Qualche immagine (talvolta accelerata) dello stato della presto nuovamente capitale della riunita nazione tedesca si rinviene nel documentario SubBerlin – The Story of Tresor.
[13] Che servivano, e servono, per pompare l’acqua (dato che la città ha una falda molto vicina alla superficie) ogniqualvolta si costruiscono degli edifici.
[14] Questa è una prospettiva più oggettiva di quella in premessa.
[15] Non essendo io un artista.
[16] Il fiume della città.
[17] Ho un’età per cui posso rimpiangere “il” Drugstore (nome corretto drugstore Publicis) che guardava sulla piazza a Saint-Germain-des-Prés a qualche passo dalla Brasserie Lipp.
Credo lo copiò un poco (insieme ad altro) Elio Fiorucci quando aprì in Via Torino a Milano.
[18] Scelte diverse: La Défense tutta fuori, mentre i grattacieli gomito a gomito con la vecchia City.
[19] Potrei divertirmi a scrivere di ciò.
[20] Muro è sostantivo di genere femminile in Tedesco.
Lo è anche Brücke: per chi si voglia sforzare e andare a vedere il museo.
[21] Un piccolissimo frammento è contenuto nel cofanetto Tesori della patria dei Disciplinatha.
Io ne ho anche due frammenti avvolti in carta stagnola come fossero caramelle: l’idea di un giornalista italiano che “era là” quando fu abbattuto il muro – curioso tutti parlano di “caduta” come se fosse crollato per eventi naturali – e li regalò a una sua festa quando tornò (non partecipai, me li portarono).
[22] Der Adler e der Kopf: ancora due cambi di genere.
[23] Si tratta del titolo di uno dei due CD che costituiscono una fondamentale antologia della newyorkese ZE Records.
[24] Pur disponendo anche dell'edizione Criterion.
[25] Di cui esiste anche l’edizione italiana: Berlino, storia di una metropoli.
[26] Edizione in Inglese intitolata The Wall Jumper.
[27] Fa parte della “saga” di Tom Ripley la quale, fra l’altro, è caratterizzata da una discreta ambiguità sessuale molto “berlinese”.
Il titolo italiano del libro è eccessivo: Il ragazzo di Tom Ripley.
[28] Tradotto in Italiano con il titolo identico de La notte in cui cadde il muro.
[29] Oltre alla sua versione di “Das Lied der Deutschen”, si vedano tutte le sue canzoni cantate nella madrelingua contenute nel doppio CD The Frozen Borderline – 1968-1970.
[30] Più una aggiunta di chiusura.
[31] In qualche modo “compilati” nella colonna sonora del film Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo, tratto dall’omonimo libro di Christiane Vera Felscherinov, con l’aggiunta anche di “Stay” e “TVC15” tratte dall’album Station to Station e una versione bilingue del simbolo “Heroes”-“Helden”.
[32] Di Garbo e Enrico Ruggeri ho già scritto altrove.
[33] Che si riflette nel sottotitolo, precedente a questa canzone tratta dall’album di David Bowie The Next Day, del mio blog.