"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



Visualizzazione post con etichetta Hunter S. Thompson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hunter S. Thompson. Mostra tutti i post

venerdì 22 gennaio 2016

GIANNI BRERA? (Sketches series - 26)



Per quel che riguarda la critica,
probabilmente i due testi recenti più rari
(ringrazio Andrea Maietti quanto a Il tempo sperperato
e la Fondazione Mondadori per Storia di Gianni Brera) 



GIANNI BRERA?
(Sketches series - 26)

 

Scrivere in Italia rispetto a Gianni Brera, facilmente definibile per lo meno come il più noto giornalista sportivo nazionale, comporta almeno due rischi critico-sportivi: quello di coloro che rileveranno ogni difetto tecnico in riferimento alle cronache agonistiche eventualmente analizzate dall’improvvido autore che si cimenti a tal riguardo; l’altro di coloro che non amando la cronaca sportiva di Brera faranno di te e lui un sol fascio.

Un terzo rischio, generale: semplicemente essere bersaglio dei “breraiani”, che ne approfitteranno anche per cozzare con i critici del secondo genere.

 

Posto che questo è un blog, non mi pongo invece preoccupazioni di completismo e dunque crucci rispetto al rischio generale. Anzi queste righe, indipendentemente dalla loro consistenza, potrebbero inaugurare per loro dichiarata incompletezza anche d’analisi, una “sub series” all’interno della “Sketches series”.

 

Ho scritto diversi post in tema di “fattore territoriale”, spesso combinato con il “fattore storico”: quelli su New York, Berlino e Milano sono i principali.

Pur essendo un lettore serio di e su Emilio Salgari, è chiaro che il suo limite geografico lo ha, in ultima analisi, limitato.

Il fattore storico serve, anche, per riordinare le idee (oltre che per tramandare senza errori) di chi espone (e racconta?).

 

Per dichiarare che un risotto mangiato in un ristorante di Milano non è buono ([1]) occorre avere dalla propria parte entrambi i fattori; chi poi ha un palato non condizionato dai critici culinari o dal blasone del locale sarà anche in grado di sorprendervi, magari ricordando due buoni tipi di risotto (rispettivamente ai frutti di mare e al nero di seppia) in un ristorante “di pesce” che non esiste più – “Ca’ d’oro” ([2]) – e che, secondo alcuni, era meglio di “a’ Riccione” amato da Gianni Brera, che lì fondò il suo “Club del giovedì” ([3]).

Oserei dire “eccetera”. Insomma: almeno questi due fattori sono dalla mia parte; infatti, non credo scriverò mai di Petrolini (pur apprezzandolo). Di sport praticato non scriverò.

 

Inutile qui una mia biografia di Gianni Brera: a parte quelle rinvenibili in internet, se ne trovano (o meglio se ne dovrebbero trovare, secondo quanto scrivere in seguito?) almeno un paio ben fatte – Brera post mortem fra l’altro ha sempre goduto di una attenta tutela della sua figura e della sua opera da parte della famiglia ([4]) – sotto forma di libri ([5]).

Eccettuata l’aneddotica simil-politica: nato l’8 settembre (del 1919), paracadutista e giornalista sotto l’egida fascista ma poi passa alla resistenza che ricordare?

Beh quella che sicuramente è una sorta di mia caratteristica (sebbene non del tutto dominante) d’interesse o passione: anche ([6]) Brera è morto in un incidente automobilistico, ma da passeggero: il 19 ([7]) dicembre 1992 nelle prime ore della notte di ritorno da una cena certo non parca.

 

1899, 1919, 1937: sono gli anni di nascita di Ernest Hemingway, Brera e Hunter S. Thompson: è da escludere che l’ultimo dei tre abbia influenzato – per ragioni cronologiche e linguistiche – i primi due, ma come è noto Thompson è il definitore del “gonzo journalism” ([8]).

Quanto a Hemingway, più passa il tempo, più la sua figura si sbiadisce, non per i suoi eccessi e “scorrettezze”, ma per le falle nella sua capacità di essere affidabile narratore del suo mondo ([9]) e perché i suoi meriti letterari paiono almeno in parte funzionali anche a certa politica USA della sua epoca. 

Ciò non toglie – se si espunge dai pregi necessari della letteratura gonzo quello di una sua attendibilità da parte dei lettori, certo un fattore apprezzato dal “gonzo reader” che è per la stragrande maggioranza dei casi maschio ([10]) – che questi tre autori con uno stile e un vocabolario anche innovativo abbiano ognuno nel suo tempo influenzato i propri lettori ([11]).

 

L’eredità letteraria del gonzo journalism è essenzialmente deleteria, e lo è anche per Gianni Brera. Addirittura doppiamente, quindi in modo ancor più grave ([12]).

Innanzitutto esiste un rimbecillimento dei lettori che ritengono il quotidiano sportivo nobilitato comunque: dunque non serve leggere altro, proprio in ragione di quanto prodotto dall’autore di San Zenone al Po ([13]) che leggevano (ormai i loro genitori e anche nonni).

Di pari, e a influenzare ulteriormente i destinatari delle loro righe e colonne, sono i sé dicenti eredi di Gianni Brera, nati qualche anno dopo: cioè non sto scrivendo di Beppe Viola (il quale erede non poteva essere perché morto prima del maestro, nel 1982) o di Gianni Mura (destinatario del legato di una delle macchine per scrivere del suo maestro); figuri autodichiaratisi che fra l’altro sono debordati dalla carta stampata e sono approdati in altri media: televisione innanzitutto: il loro linguaggio è quasi sempre un autocompiacimento nel cercare iperboli assolutamente da dimenticare (e dimenticate), neologismi da adolescente, eccessi insensati ([14]) che siccome giornalisti (con un albo professionale) dovrebbero invece lasciare all’Italiano traballante quotidiano di categorie per definizione non use a lavorare con le parole e con la sintassi.

 

Certo, c’è anche la produzione letteraria del Gioannfucarlo, meno nota, rinverdita dalle cure, dell’uno dirette e dell’altro auspici, dei fratelli Del Buono: fu Pilade a instradare Oreste presso il comune nipote Alessandro Dalai ([15]), così anche titoli come Il corpo della ragassa e Naso bugiardo (con nuovo titolo: La ballata del pugile suonato) furono ripubblicati da Baldini e Castoldi.

La storia delle edizioni delle opere di Gianni Brera ha poi avuto uno snodarsi non semplice, anche con risvolti giudiziari.

 

In questo panorama, evidenzio due aspetti prettamente letterario-editoriali.

Il primo è quello dello studioso: non mancano le analisi dello stile breriano, peraltro appunto ristrette ad un pubblico da biblioteca più che da libreria (in senso lato) e nemmeno da tutte le biblioteche.

 

Il secondo, mi pare ([16]), è che anche negli anni in cui si vendevano ancora libri (diciamo gli ultimi dieci del secolo scorso) i lettori di Brera, quelli che ne hanno fatto gloria e fortuna cioè quelli delle testate giornalistiche sportive, frequentassero poco gli scaffali e si limitassero alle edicole appunto; dunque non erano più quelli che leggevano Brera perché Brera non c’era più.

Oggi provate a trovare i volumi contenenti gli articoli della rubrica “L’arcimatto” in libreria, appunto.

Insomma: Brera è diventato un autore con un pubblico assolutamente ristretto, forse in esaurimento proprio perché Brera era uno da quotidiano ([17]), da banco del bar, da tavolo di osteria, al più da gambe sul tavolino stravaccato sul divano con cravatta lasca.

 

A mo di epigrafe, ma finale: “Gianni Brera, un autore destinato a durare più del pubblico dei suoi lettori”. Peccato.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2016 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 



[1] In tema di risotto alla milanese, scrivetemi in privato.
[2] Della famiglia Andriolo, di origine veneziana.
[3] Si veda il volume dedicato ai relativi scritti di Brera così rubricati del 1987 e 1988 – di molto successivi al sodalizio culinario creato nel 1956, si dice al tavolo n. 14: (A. MAZZOLA e P. BRERA curatori), Il club del giovedì, Torino, Aragno, 2006.
[4] Tanto che le prefazioni di suo figlio Paolo vengono quasi a noia, in quanto pressoché onnipresenti.
[5] Cito siccome le conosco due “ufficiali”, medesimi autori: P. BRERA – C. RINALDI, Gioannfucarlo, Pavia, Edizioni Selecta, 2001, sorta di coffee-table book ricco di foto, e il compatto P. BRERA – C. RINALDI, Giôann Brera – Vita e scritti di un Gran Lombardo, Milano, Boroli, 2004.
Sarei però ingeneroso se non menzionassi – non fosse altro che egli è meno famoso dell’altro epigono (portabandiera? Erede? Fate voi) Gianni Mura – Andrea Maietti: curatore di qualche opera antologica di Brera e autore di Com’era bello con Gianni Brera, Arezzo, Limina, 2002 in cui si rinviene anche il testo della sua tesi di laurea.
[6] Come James Dean, Roger Nimier, Ayrton Senna. Potrei aggiungere Albert Camus e la seriamente ferita Françoise Sagan. Tutti al volante.
[7] Fra il 18 e il 19 per Andrea Maietti.
[8] Rimando a http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/12/gonzo-journalism-le-vite-non-parallele_01.html.
Ivi citati sono anche Lester Bangs e Giancarlo Fusco e tratteggiato il misconosciuto Jeffrey Bernard.
[9] Per tutti: si leggano certe pagine in cui Jean Cau nel suo libro del 1961 Les oreilles et la queue (in Italiano: Toro, Milano, Longanesi, 1962) in cui gli Spagnoli smontano la conoscenza dell’arte taurina, e della tauromachia in particolare, dell’autore di Oak Park.
[10] Non che le femmine siano imprecise, ma ritengo che sia come scrivo.
[11] È evidente la limitazione territoriale di lettura di Brera rispetto agli altrui due, non necessariamente per la lingua usata, anche se forse impossibili sono le traduzioni di certe sue parole. Forse proprio il fatto che Brera è stato essenzialmente giornalista solamente in ambito sportivo giustifica questa sua notorietà limitata, anche se credo ci sia altro.
[12] In misura minore, almeno per quel che concerne i loro lettori in quanto anche ascoltatori, le stesse conseguenze perniciose si manifestano con i critici musicali: molti, incapaci di stili più accollati, adottano quello sbracato di Lester Bangs, ma senza lo stile e l’acume di questi.
[13] Provincia di Pavia.
[14] Peggio poi l’ex sportivo che “vuol fare il Gianni Brera”: ho seguito nel 2015 una telecronaca di una partita di pallavolo della nazionale italiana maschile commentata anche dall’ex Andrea Lucchetta: squallida ed incomprensibile (mancava anche di riferimenti tecnici, graditi al profano) faceva dimenticare le sue grandi doti di sportivo.
[15] Lo racconta PdB nel suo intervento alla giornata di studi tenutasi a Milano il 17 novembre 2012 in occasione del ventesimo anniversario della morte del suo amico Gianni.
[16] Le logiche degli editori, almeno sino a qualche anno fa, erano tali per cui tendo ad escludere che: 1) i libri di Brera vadano fuori catalogo e divengano “remainder” solo in esito a una causa; 2) quelle copie per mesi stazionino in numero immutato o quasi per poi sparire (e diventare merce di piccola bibliofilia).
[17] Il guerin sportivo oggi è un mensile, era un settimanale ai tempi di Brera: quanto vende?

lunedì 17 giugno 2013

BEPPE VIOLA


BEPPE VIOLA

 

Per gancio o sponda al post sull’Umberto Simonetta, si potrebbe ben fare anche uno scritto sul Beppe (cioè Giuseppe ([1])) Viola, morto (un decennio prima del Gianni Brera) nel 1982, il 17 ottobre.

 

La letteratura “alla milanese” – no questa aggettivazione non è del ([2]) (Piero) Cola(K.)prico – può essere rigida e cosacca (Giorgio Scerbanenco), oppure smargiassa eppure ancora militare (ussara?) se declinata con più o meno nativi (Simonetta e Brera).
Viola lo sento più defilato, con battute di quello che nel gruppo non è mai completamente sotto i riflettori.

 

Infatti, si tratta di un autore che, non avendo scritto libri di tenore “classico”, ma restando nell’ambito essenzialmente giornalistico che gli era proprio anche nei tomi ([3]) – con qualche incursione da sceneggiatore cinematografico e quella, che in fondo già di per sé sola lo rende noto (credo non ai ventenni), di coautore con Enzo Jannacci della canzone “Quelli che…” ([4]) – non ha mai avuto una grande eco popolare.

 

Ho avuto conferma definitiva del fatto che il popolo non segue quelli che viaggiano in bicicletta perché abitano in centro ([5]), ma preferiscono artisti diciamo così un poco meno “esistenzialmente corretti” quando ho raffrontato gli accessi al mio post su Enzo Jannacci e a quello su Franco Califano ([6]) ([7]): il secondo surclassa il primo in modo eclatante.

 

Come se ce ne fosse stato bisogno di tale conferma: non è che gli accessi al mio post su Umberto Simonetta siano in numero ingente, ma questo scrittore beneficia almeno del fatto di essere morto da tempo, più vicino alla storia che non alla cronaca.
Per contro, Beppe Viola riesce a essere meno interessante di Jannacci, pur se morto prima di Simonetta.
Beppe Viola non interessa quasi a nessuno di diverso da certi suoi colleghi, anche illustri.
 
Questo post quindi si risolve in meno di quell’esile libro (libro? Opuscolo in formato A4) sulle New York Dolls di Morrissey prima della notorietà del secondo?
Direi di sì, né – credo – contribuirà a maggior popolarità di Viola il libro pubblicato nel maggio 2013 da sua figlia Marina: Mio padre è stato anche Beppe Viola ([8]), i cui toni sulla notorietà del genitore mi paiono eccessivamente ottimistici.
 
Del resto, anche nelle biblioteche pubbliche milanesi si fatica a reperire quanto scrisse il padre di Marina.
 
Questo mio scritto non ha un finale in quanto non esiste un finale che non sia stereotipato, retorico e nostalgico (e forse anche piagnucoloso), mentre Beppe Viola senza “anche” era, in fondo, un po’ un teppa, come si dice a Milano, o con un modo di vivere un poco “gonzo” per citare Hunter S. Thompson.

 

 

 

POST SCRIPTUM
Devo a Marina Viola, ma anche a me che lo notai indipendentemente da tutto, la precisazione per cui i “crediti” ancora oggi sembrano non dichiarare Beppe Viola in SIAE: sull’argomento rimando a quanto scritto da Marina: http://pensierieparola.blogspot.it/2011/12/la-palestra-puo-aspettare.html.
Io i crediti nel mio quasi non-post “Quelli che …” ovviamente li ho dichiarati esattamente.




POST POST SCRIPTUM
Considerato che, al di là dei “crediti” comunicati dai licenzianti, la collezione postuma di Enzo Jannacci è curata da suo figlio Paolo, stupisce che ancora nel settembre 2013 Beppe Viola non sia indicato come coautore nel terzo CD, intitolato Le storie del mago, di detta antologia venduta in edicola.
La SIAE, evidentemente, poi liquida i proventi autoriali “di conseguenza”.


                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 





[1] Beppe proprio non mi piace come diminutivo (dovevo scriverlo), meglio il veneto Bepi, eppure tutti i Giuseppe cui è attribuito ne vanno orgogliosi. Del resto Gianni – gioanfucarlo necessariamente – Brera lo chiamava Pepinoeu anche nelle sue righe commemorative pubblicate da La Repubblica del 19 ottobre 1982.
Aneddoto: l’articolo è intitolato “Lasciatemi piangere seppure in ritardo” in quanto il quotidiano non “usciva” allora di lunedì e Viola morì di domenica.
[2] Qui finisce il gioco del mettere l’articolo determinativo prima di nome e/o cognome, tipico tic meneghino, appunto.
[3] Non ho rinvenuto una corretta bibliografia di Beppe Viola.
[4] Ma come ho scritto nel necrologio su Jannacci, Viola non risulta coautore nei “crediti” dell’album in cui quella canzone è contenuta.
[5] Del resto, se fra loro vi fossero miei lettori assidui avrebbero criticato il mio “Hire a brain (Sniper series 16)”.
Per il resto mi astengo da polemiche con l’attuale Sindaco di Milano, il cui padre fu mio docente di Procedura Penale, quanto a piste ciclabili e corse podistiche domenicali.
[6] Tecnicamente la ricerca non è influenzata dal fatto che la parte principale del secondo sia scritta da Glezos.
Quindi devo ritenere che la rete non menta quando si preferisce l’obituary sul Califfo.
[7] Califano è uno solo, Jannacci no, lo noto perché politica del blog e quella di indicare sempre il nome proprio delle persone citate (anche se scrivendo Bowie nessuno penserebbe a Zowie.).
[8] Ove è ampiamente citato il giornalista Sergio Meda, che fu per lo meno mio “buon conoscente di famiglia” una trentina di anni fa.
Mesi e mesi dopo la scrittura di questo post ho rinvenuto un suo articolo commemorativo del 2012 dell’amico e collega Beppe; per chi volesse leggerlo, lo trova qui: http://sport.panorama.it/Beppe-Viola-anniversario.

domenica 8 luglio 2012

EMILIO SALGARI: alcuni pensieri


EMILIO SALGARI: alcuni pensieri


Ho avuto bisogno di anni per spostare l’accento dalla prima alla seconda “a”.
Continuo a pensare Emilio Sàlgari, ma ormai sempre dico e scrivo Emilio Salgàri, ritenuta pronuncia corretta poiché il cognome deriverebbe da “salgàr”, un salice in dialetto veneto (veronese?).

Un uno-due crudele fa sì che il centenario della morte nel 2011 (con un francobollo di cui nessun estraneo si è accorto) pare abbia assorbito i 150 della sua nascita nel 2012.


Il culto salgariano è l’opposto di ogni altro ([1]): ci si ritrova dentro per caso, nessuno fa resistenza al tuo ingresso.


I salgariani sono sempre visti come uno sparuto gruppo di vecchi rimbecilliti, afflitti da patologie cattive come il Parkinson o lo Alzheimer.
Non è proprio così.


Probabilmente non c’è scelta.


Salgari è una cosa di famiglia: se Stefano “Stephen Gunn” Di Marino rammenta le protettive prassi censoree materne rispetto a Jolanda La figlia del Corsaro Nero ([2]), anche io ho ricordi familiari.


Copie de Le tigri di Mompracem e de Il Corsaro Nero in una edizione con copertine sgargiantissime ma senza illustrazioni interne dell’editore Lucchi mi furono regalate da mio padre in una bella serata estiva milanese: era già buio, eravamo al ristorante Al Ceppo dal Signor Attilio ([3]), ma la bancarella era ancora aperta in quello slargo all’inizio di Via Soresina, traversa di Corso Vercelli a Milano, e probabilmente tardava ad arrivare il secondo piatto.
Finivano gli anni sessanta e io neanche decenne già respiravo la nostalgia per la Milano di Giorgio Scerbanenco d’estate, calda e quasi metafisica in certi angoli (non solo umidamente fredda e nebbiosa d’inverno).


Più di un quarto di secolo dopo il testimone passava, e io portavo in clinica a mio padre delle copie de Il Re del mare ([4]) e di qualche altro romanzo del Maestro veronese vecchie di decenni e comprate dal libraio antiquario Malavasi.


Ho sempre preferito Yanez a Sandokan.
Mi ha educato più l’ultima pagina de Il Corsaro Nero che il politicamente corretto femminista e di sinistra che non va da nessuna parte.


Gli eroi salgariani hanno un coefficiente di imperfezione che li rende precursori dei super eroi della Marvel targata Stan Lee.
In questo sono molto moderni.


Salgari, come tutti i grandissimi, viene “tirato per la giacchetta” da ogni lato.
Fatico a vedere il lato rivoluzionario di un devoto suddito di Casa Savoia come lui era.
Certi studi recenti hanno dimostrato che – oggettivamente – gli editori non lo affamavano.


Salgari è semplicemente solo, come Friedrich Nietzsche che a Torino parla con un cavallo.
Fuori dal coro si vive male e lui visse male.


Non ha neanche senso inserirlo fra gli Artisti suicidi poiché non si possono classificare i suicidi: si possono solo, spesso, trovare non banali i suicidi, ma cosa potrebbe legare Robert Malaval ([5]) e Hunter S. Thompson?



Un discorso lineare su Salgari non lo credo possibile al di fuori delle sue opere.
Però dei “pensieri da Salgari” possono essere la fonte di riflessioni o di una memoria altrimenti orfane di spunti o peggio mai nate.





                                                                                                          Steg







©  2012 e 2024 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.





[1] Pensate al Fight Club (non il libro, ma il club, appunto) di Chuck Palahniuk.
[2] Solo chi non ha memoria - faticosa e in bianco e nero, non sostenuta dagli archivi RAI: meno compensi a certi ospiti e più fondi per la preservazione del patrimonio programmi scrivo - può considerare stupido il programma della TV dei ragazzi Giovanna la nonna del Corsaro Nero.
[3] Che, burbero, per me era ancora un po’ “il Signor Artiglio”... come lo storpiavo qualche anno prima.
[4] È il solo titolo che ricordo a memoria.
[5] Un pittore di cui prima o poi scriverò un post: data di morte 8 oppure 9 agosto 1980. Dunque egli è, anche, nel “club dei morti con data incerta” (non necessariamente suicidi), come Stefano Tamburini o Jean Seberg.

giovedì 1 dicembre 2011

“GONZO JOURNALISM”: le vite non parallele di Hunter S. Thompson, Jeffrey Bernard e qualcun altro

Distintivo in metallo venduto dal sito ufficiale di Hunter S. Thompson




GONZO JOURNALISM”: le vite non parallele di Hunter S. Thompson, Jeffrey Bernard e qualcun altro



1. Quando si scrive o si parla di giornalismo “gonzo” si cammina sulla lama di un rasoio.
Tanto che, per chi vuole una indagine a tutto campo, mi limito ad una citazione ([1]).

Per poter proseguire, si può affermare approssimativamente che si tratta di giornalismo – o forse è meglio parlare di “cronismo” ([2]) in quanto le cronache contenute nell’articolo possono anche avere sin dall’inizio futura collocazione in un libro – in prima persona nel quale hanno spazio anche le emozioni dell’autore.
Siccome il primo ad essere associato al gonzo journalism è stato Hunter S. Thompson, egli divenne la matrice che attribuisce significato all’espressione, anche se egli è ritenuto parte dello stile del “new journalism” nordamericano degli anni sessanta e settata del ventesimo secolo, in cui trovano posto autori come Tom Wolfe ([3]).
Non credo sia assurdo affermare come – e si veda infra – il giornalismo gonzo possa ormai essere trattato quale stile di scrittura pressoché chiuso in termini di suoi rappresentanti di qualità; con un appiattimento che rende la quasi totalità degli attuali giornalisti che ad esso si rifanno dei “pseudo-gonzo”, con articoli che diventano quindi gonzo per gonzi (e non è un gioco di parole).



2. Hunter S. Thompson ([4]) è diventato una sorta di nume tutelare per giovani e adulti che non amano il compromesso ed indulgono (oppure indugiano) in machismi in ultima analisi più autodistruttivi che aggressivi verso i deboli.
Ma, ovviamente, egli ha fatto la gavetta perché è nato negli USA, quindi chi pensa che lo scrivere gonzo lo si possa improvvisare, è meglio che cambi stile nello scrivere, oppure legga altro.
Nato nel 1937, comincia a scrivere mentre presta servizio militare.

Quando era meno conosciuto (una trentina di anni fa), chi da questa parte dell’Atlantico aveva nello scaffale un suo libro solitamente aveva scelto Hell’s Angels: The Strange and Terrible Saga of the Outlaw Motorcycle Gangs, già interessante nel titolo a doppia aggettivazione.
Un libro a taglio ancora documentaristico, certamente.

L’esplosione dello stile pirotecnico, non sempre comprensibile, del “Duca” (dal suo alter ego narrativo Raoul Duke) è in Fear and Loathing in Las Vegas: A Savage Journey to the Heart of the American Dream dove si rinviene anche l’espressione “Gonzo journalism” ([5]). Esce in due puntate sulla rivista musicale Rolling Stone nei numeri di novembre del 1971.
Diviene quindi collaboratore di quella testata (la quale ricambierà il fatto di avere questo fiore all’occhiello, dopo la morte di Thompson).

Sicuramente è una sorta di spostamento nei gusti, con gli emarginati o anche i semplici outsider diventati tardivi “numi” fra la fine degli scorsi anni ottanta e la decade successiva che porta il Padre del gonzo writing verso un pubblico più vasto; grazie anche alle splendide illustrazioni che Ralph Steadman, peraltro suo pard sin dal 1970.
Una versione cinematografica delle avventure di Raoul Duke e Dr. Gonzo è poi una sorta di consacrazione, pur se lungi dal commerciale, offertagli dalla regia di Terry Gilliam nel 1998, con Johnny Depp nelle parti di H. S. Thompson ([6]).

Gli anni scorrono, scanditi fra glorie passate, ma imperiture, e prove letterarie non sempre felici.
La salute calante prende il sopravvento e così il Duca decide di chiudere la partita: con un colpo di pistola si suicida alle 5:42 del pomeriggio del 20 febbraio 2005, era finita la “stagione sportiva” ([7]).
Johnny Depp si accollerà le spese di una cerimonia funebre con un razzo che sparerà le ceneri di Thompson su nel cielo.



3. Meno noto, Jeffrey Bernard, nato Jerry Joseph Bernard, nel 1932 a Londra ([8]).
Evidentemente egli ha vissuto i bombardamenti, cosa invece mancata a Thompson, con una madre artista e una famiglia di quelle, appunto, in cui la signorilità è disposta a lottare contro la mancanza di mezzi materiali (si veda, anche, Derek Raymond).

Bernard è un ribelle che non sa tanto cosa fare nella vita, ed infatti lavora in cantieri in gioventù, ha una vita costellata di mogli (quattro) ma una sola figlia che probabilmente nemmeno ha concepito lui.

Ama il pugilato, che pratica, e l’ippica che invece “frequenta” come scommettitore accanito.
Fuma e beve. Oh, se beve.
Fra gli amici illustri annovera il pittore Francis Bacon.

Ad un certo punto comincia guadagnarsi – letteralmente – da vivere scrivendo brevi articoli nei quali si fa spazio sempre più prepotentemente la sua vita privata.
Gli scontri verbali nelle sue colonne (la rubrica si intitola “Low Life” e non solo per fare da contraltare a quella intitolata “High Life”, enough said!) sono davvero da guttersnipe: dalle discussioni con il guvnor del suo pub preferito, ad un fisco che dipinge sempre come rapace, a donne che non lo comprendono, a medici assolutamente incapaci ogni qual volta egli si trova – e con l’invecchiare i ricoveri aumentano – in un ospedale, e poi corse di cavalli con vincitori sicuri che perdono e lui con loro, vacanze pagate da altri, bottiglie e bottiglie e bottiglie di vodka ….

Dagli anni settanta si arriva ai novanta del secolo scorso, attraversando senza accorgersene la società britannica e seguendo le sue vicissitudini, fra mondo privato e carriera.
La riduzione teatrale della sua vita e dei suoi scritti, Jeffrey Bernard is Unwell, con Peter O’Toole inizialmente nella parte del protagonista, è un inaspettato successo che dà al suo ispiratore e coautore una certa sicurezza economica.
Degna di nota la sua, dichiaratamente cordiale sebbene breve, frequentazione di Graham Greene.

La salute degenera, gli viene amputata una gamba; il che non gli impedisce di frequentare ancora, sebbene a fatica. i pub. Alla fine soccombe: muore a Londra il 4 settembre 1997.

Restano alcune raccolte di suoi articoli ([9]), nella brevità facili da leggere, ma non per questo privi talvolta di un acume quasi sempre amaro.



4. Almeno un esponente del giornalismo gonzo in ambito musicale è da ricordare, anche perché i suoi primi epici articoli hanno un respiro che ricorda Thompson di cui è, appunto, una sorta di versione da palco, poiché non affronta campagne elettorali, bensì artisti talvolta anche fisicamente pericolosi: si tratta di Lesley Conway Bangs, noto come Lester Bangs ([10]).

Nella sua prosa c’è un’epica, anche disperata, ma sempre con l’entusiasmo del grande giornalista che riesce ad entusiasmarsi per quanto sta recensendo: così Metal Machine Music di Lou Reed è, per esempio “The Greatest Album Ever Made”.

La carriera di Bangs è breve ma intensa, abbraccia il punk arrivando, lui statunitense, a delle cronache ([11]) al seguito di The Clash in tour in Terra d’Albione che sono imperdibili.

Muore, male, il 30 aprile del 1982 a New York, di overdose; Con Dare di The Human League sul piatto, si dice. Il che pare curioso, per un giornalista che era vicino non solo al punk, ma anche al post-punk di Metal Box di Public Image Limited.



5. E giornalisti gonzo italiani?
Almeno per ora, mi accontento di fare – letteralmente – due nomi: Gianni Brera e Giancarlo (o Gian Carlo) Fusco.



Qualcuno potrebbe anche ribattere, che allora anche Ernst Hemingway … forse, però mi pare che la sua poca autocritica non lo possa far annoverare in questo pantheon dove nella mente di qualche lettore possono anche risuonare strofe tratte da canzoni oppure da insegne di corpi speciali militari: “Born to lose/Live to win”, “Fight with the best/Die like the rest”.



Insomma, mi pare di aver scritto un’altra variante sul punk, o sbaglio?


                                                                                                                    
                                                                                                                               Steg










© 2011-2016 e 2023 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.



[2] Che credo suoni meglio di “rapportismo” o, peggio, di “reporterismo” (e mi astengo dal commentare oltre l’accentazione quasi sempre sbagliata di chi impiega “report” anziché rapporto o relazione: sono quelli che NON conoscono l’Inglese, di norma).
Mi pare suoni anche meglio di cronachismo, che non ha una valenza molto diversa da “cronaca”.
Chi vive nel mondo del giornalismo, anche solo di riflesso, sa che il giornalista se ha successo, meglio ancora se come inviato (se “speciale” siamo ai massimi) poi si dipinge come “umile cronista”, che è come la “cintura di colore” che tira arti marziali indossando la cintura bianca. Forse la modestia bisogna sapersela permettere (gli altri sono infatti tutti “dottori”, etc.)..
[3] Cioè Thomas Kennerly “Tom” Wolfe nato nel 1932, noto ai più per The Bonfire of Vanities, in realtà da conoscere a partire da quella dirompente raccolta di articoli (appunto) intitolata The Kandy-Kolored Tangerine-Flake Streamline Baby (fu pubblicato in Italia da Feltrinelli col titolo La baby aerodinamica Kolor Karamella, è più semplice trovare un’edizione in lingua originale).
È anche l’inventore dell’espressione “radical chic”.
[4] In questo come in altri casi mi astengo da una biografia pedissequa che o si ricerca altrove in Internet oppure, più tradizionalmente, addentrandosi in una fitta schiera di biografie più o meno autorizzate (ma anche queste tollerate), con prefazioni ufficiali (la giovane vedova Anita Bejmuk Thompson), illustri oppure sentite (mi riferisco alle prefazioni ad opera di Johnny Depp), eccetera.
[5] Free Enterprise. The American Dream. Horatio Alger gone mad on drugs in Las Vegas. Do it now: pure Gonzo journalism”.
[6] Depp ha probabilmente interpretato il miglior bouquet di film culto che si possa desiderare; gli manca solamente la parte di Rusty James (che fu di Matt Dillon) in Rumblefish di Francis Ford Coppola.
[7] Il biglietto d’addio intitolato “End of the football season”, recita: “No More Games. No More Bombs. No More Walking. No More Fun. No More Swimming. 67. That is 17 years past 50. 17 more than I needed or wanted. Boring. I am always bitchy. No Fun — for anybody. 67. You are getting Greedy. Act your old age. Relax — This won’t hurt”.
Sembra quasi una lirica di Iggy Pop, e può suonare molto realistica.
[8] Unica biografia, non spumeggiante ma onesta e interessante, è quella di Graham LORD, Just The One – The Wives and Times of Jeffrey Bernard, London, Sinclair-Stevenson, 1992, poi aggiornata.
[9] Non difficili da reperire pur se il prezzo talvolta non è (più) incoraggiante: Low Life, quindi More Low Life e Reach For the Ground: The Downhill Struggle of Jeffrey Bernard.
[10] La grandezza di un biografo sta anche nella capacità di imbastire un buon libro pur di fronte a una vita che è costituita più dalle opere del soggetto di cui si scrive che non dalle sue vicende personali: è ciò che si rinviene nel testo di Jim DEROGATIS, Let It Blurt: The Life and Times of Lester Bangs, America’s Greatest Rock Critic.
[11] Due raccolte di scritti per lui: la inaspettata, circa 25 anni fa, Psychotic Reactions and Carburetor Dung: The Work of a Legendary Critic e, nella mia opinione in parte propiziata proprio dal successo (relativo come sempre) di essa, la successiva Main Lines, Blood Feasts, and Bad Taste: A Lester Bangs Reader.