"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 6 marzo 2026

JENNY SAVILLE (interviste “by numbers”) (Facebook Down Series - 227)

 

JENNY SAVILLE

(interviste “by numbers”)

(Facebook Down Series - 227)

 

Germano D’Acquisto, che non conosco, firma l’intervista (in presenza, in assenza, in comunicato stampa?) a Jenny Saville a pagina 92 de il venerdì (di Repubblica) del 6 marzo 2026: da pagina 92, intitolata “I corpi di Jenny Saville”.

 

Chi è Jenny Saville? Ovvero chi la conosce fuori dal mondo dei professionisti dell’arte?

Ma tutti, naturalmente!

Forse no.

 

Il Signor D’Acquisto conosce i Manic Street Preachers? Forse no; sicuramente ha paura dell’album, il loro terzo, l’ultimo realizzato con la formazione storica, quindi con Richey Edwards ([1]): The Holy Bible ([2]).

Guarda caso, come immagine di copertina, nel 1994, fu scelto un quadro di Jenny Saville: Strategy (South Face/Front Face/North Face), dello stesso anno ([3]).

 

M v’è di più.

Infatti per il loro Journal for Plague Lovers ([4]), i MSP avranno, di nuovo, come immagine di copertina un quadro della Saville: Stare (2005).

 

Già Jenny Saville ([5]).

 

Forse del web e della IA/AI hanno paura solo coloro i quali, per pigrizia, non se ne servono.

 

“Who’s responsible?”, “You fucking are!” ([6]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

James Dean Bradfield e il trittico di Jenny Saville (1994)  


 

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[1] Opere musicali composte, per lo meno nei testi, da Edwards appariranno anche in seguito.
E si veda infra.
[6] “Of Walking Abortion”: Manic Street Preachers.

martedì 9 dicembre 2025

MASSIMO E ADOLF (Facebook Down Series - 186)

 

MASSIMO E ADOLF

(Facebook Down Series - 186)

 

Ho un libro contenente un saggio di Massimo Cacciari (professore, ex sindaco di Venezia e, secondo un filmato che vidi anni fa, persona che non disdegna un Martini con base Gordon’s) dedicato ad Adolf Loos, “tema” del volume.

 

Ai neofiti lettori di questo blog e agli allarmisti di professione: segnalo che Loos NON fu un gerarca nazista.

 

I am an architect...”: https://www.youtube.com/watch?v=y0f9qUheits

 

Fine.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 17 novembre 2025

L’EPICA DEL SURF

L’EPICA DEL SURF

 

Non avrei mai potuto imparare a giocare a polo.
Non imparerò a giocare a biliardo.
Anche rispetto al tango dichiaro, “in prevenzione”, la mia incapacità.
Me ne dolgo, ma non sono fonti di sofferenza.

 

Poi c’è il surf. 
Chi pratica il windsurf per me è un “incompiuto”. Altrimenti praticherebbe il surf. Assiomatico siccome postulato. 

 

Nella mia filmografia (di spettatore) sta Big Wednesday. Credo di averne scritto.

 

Strano che una regista donna assorba una epica maschile.
Non so se John Milius abbia mai conversato con Kathryn Bigelow, presumo che, comunque, si siano “intesi”.

 

Vado largo per chiudere stretto (forse lo insegnano in qualche scuola di scrittura: le scuole per i falliti che scrivono e sempre lo faranno ancora peggio di molti di coloro che pubblicano, qualcuno è fra i loro insegnanti).

 

Comunque Point Break (regia Bigelow) gronda citazioni, e guarda con rispetto all’opera di Milius.

 

Poiché non mi interessa risultare simpatico, complicatevi la vita: cercate una copia di Surf City (più raro in edizione italiana che non in altra) di Kem Nunn.
Un romanzo pesante, di solito chi lo cita (pennivendolo) va per sentito dire: facile.

 

In ogni modo, siccome nulla è per caso, il film di Bigelow è un canone per i non distratti.
Diciamo Manic Street Preachers.

 

Ho chiuso stretto, oppure ho - spesso mi capita - dato per scontate le informazioni “istituzionali”.
D’altronde questo blog non è un asilo nido.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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domenica 5 ottobre 2025

NONOSTANTE TUTTO (Facebook Down Series – 158)

 

NONOSTANTE TUTTO
(Facebook Down Series – 158)

 

Still, “I am everything/that you regret” (cit.).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 16 settembre 2025

È MORTO THE SUNDANCE KID (Facebook Down Series - 150)

 

È MORTO THE SUNDANCE KID

(Facebook Down Series - 150)

 

Don’t rest: shoot from the hip, wearing gloves:

 

For those who know:

 

 

Since:

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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domenica 14 settembre 2025

L’ARRIVO DELLA SAGGISTICA MUSICALE MONUMENTO? (Facebook Down Series - 148)

 

L’ARRIVO DELLA SAGGISTICA MUSICALE MONUMENTO?

(Facebook Down Series - 148)

 

Escludiamo i cosiddetti “coffee table book”: quelli pesanti (pesanti) che stanno sopra il tavolino.

In un mese mi trovo a fronteggiare:

-          l’autobiografia di Kevin Rowland, di cui si vocifera un possibile secondo volume;

-          Una oral history di Paul Weller di oltre 760 pagine;

-          Un saggio biografia attraverso 168 canzoni dei Manic Street Preachers: oltre le 550 pagine.

I più attenti già sentivano questo odore ai tempi di England’s Dreaming di Jon Savage ([1]), a dire il vero.

 

È la storia di noi no future, in qualche modo.
Gli altri vanno ai concerti coi genitori e/o con i figli, preferibilmente tre generazioni: poveri loro (senza nemmeno punto esclamativo).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 28 febbraio 2017

NIK COHN (non “Nick”) (Sketches series - 27)


NIK COHN (non “Nick”)

(Sketches series - 27)

 

Sviste a parte, nella mia biblioteca capita che di certi libri abbia due copie (della stessa edizione). Per quanto riguarda Nik Cohn tutto si fa più complesso, ma per quanto qui rileva ho due copie ciascuno del primo e del secondo libro forse essenziali per chi ha una cultura incentrata sul rock ‘n’ roll e quindi sui giovani. In realtà si tratta di un libro e mezzo, o di tre. Vedo di spiegarmi.

 

Al sodo: Arfur Teenage pinball queen è un romanzo, seppur breve, pubblicato nel 1970 ([1]) che in qualche modo fissa tutto e potrebbe essere (depurando il secondo da tutte le parti, molte, esplicitamente erotiche e financo pornografiche) reputato anche il predecessore di The Wild Boys di William Burroughs (uscito nel 1971).

Il titolo dice tutto: la giovane Arfur è una ragazzina fuoriclasse del flipper (“pinball”, appunto).

Cohn, giornalista musicale, in qualche modo con una strizzata d’occhio dice che è lui, ed è vero, l’ispirazione di “Pinball Wizard” di Pete Townshend, contenuta nell’album Tommy, o meglio nella sua versione definitiva: del resto è proprio un personaggio di Arfur a dichiararsi il commissionatore dell’opera rock townshendiana ([2]).

 

La non facile reperibilità, per molti anni, di Arfur o anche solo la non conoscenza della sua esistenza sposta l’attenzione sul regesto (o antologia) che è Ball The Wall, uscito direttamente come tascabile nel 1989 ([3]), sottotitolato Nik Cohn in the Age of Rock, che contiene sia parti del romanzo del 1970 sia del libro che segue.

 

Ma la verità è che non “il” ma “uno” dei libri da comodino di più di una voce autorevole – ad esempio di Richey Edwards, l’autore di testi più apprezzato dei Manic Street Preachers – è Awopbopaloobop Alopbamboom: the Golden Age of Rock del 1970 che è, peraltro, l’edizione britannica di Rock from the Beginning dell’anno precedente.

Il risultato è che l’edizione probabilmente più affidabile (sebbene priva di fotografie) è quella pubblicata da Da Capo Press ([4]) con il titolo dell’edizione inglese e una nuova prefazione dell’autore.

Il volume consiste in una raccolta di articoli di Cohn che tracciano il ritratto di alcuni artisti o generi; per tutti valga lo scritto: “England After The Beatles: Mod”.

 

L’autore londinese (classe 1946), cresciuto però nell’Irlanda del nord, non si ferma qui (oltre ad aver esordito come autore letterario nel 1967 con un altro romanzo, il cui protagonista è anche menzionato in Arfur: si tratta di I am Still the Greatest Says Johnny Angelo).

Almeno altre tre sue opere sono da citare.

 

Innanzitutto la, all’epoca negletta (ricordo copie invendute in un negozio di King’s Road nel 1977-1978), opera visuale di Guy Peellaert Rock Dreams (1973), per la quale Cohn curò i testi.

Probabilmente molti conoscono alcune delle immagini dell’artista belga, senza sapere chi egli fosse e che a lui si devono le copertine, fra l’altro, di un album di David Bowie (Diamond Dogs), di uno dei Rolling Stones (It’s Only Rock ‘n Roll) e di uno di Etienne Daho (Pour nos vies martiennes).

Una ristampa per i tipi di Taschen nel 2003 gli ha reso in parte giustizia.

 

A seguire, piaccia o meno, senza di lui non sarebbe esistito il film Saturday Nigh Fever.

Tutto, infatti, trae origine da un suo lungo articolo pubblicato sulla rivista New York nel numero del 7 giugno 1976 ([5]).

 

Infine – in ordine cronologico – forse per mio gusto personale, occorre non trascurare The Heart Of The World (1992), libro dedicato alla arteria stradale non più famosa, ma certamente più significativa sotto un profilo artistico di Manhattan: Broadway (e aree limitrofe). A quanto mi risulta, è l’unica opera dell’autore tradotta in Italiano: Broadway – Storie dal cuore del mondo ([6]).

Tendo ad associarla ad altro pregevole lavoro di ricerca, questa volta a spettro geografico leggermente più ampio (sebbene il respiro dei due testi non sia molto differente), di Jerome Charyn: Metropolis: New York as Myth, Marketplace and Magical Land del 1986 ([7]) dedicato alla “griglia” manhattanita ([8]).

 

Cohn ha scritto poi anche altro e, secondo un articolo del 2 dicembre 2011 di Mark Rozzo pubblicato dal New York Times, starebbe (stava?) lavorando a un’opera narrativa che potrebbe arrivare a 5.000 pagine provvisoriamente intitolata Dirty Pictures.

Chissà.

 

 

NOTA REDAZIONALE

Con modifiche minime (note aggiunte e correzione di qualche errore tipografico), il post riproduce quello commissionatomi da Magazzini Inesistenti (http://www.magazzininesistenti.it/) di cui ignoro la sorte.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

Dedica su pagina di guardia ai genitori 
in copia della prima edizione de I am Still the Greatest Says Johnny Angelo 
     (sottostante occhieggia Arfur)

 

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[1] London, Weidenfeld and Nicolson.
[2] Pp. 145-146.
[3] London, Picador.
[4] New York, 1996.
[5] Reperibile qui al momento in cui carico il post: http://nymag.com/nightlife/features/45933/
[6] Torino, Einaudi, 1993.
[7] Esiste più di una traduzione italiana, tutte con Metropolis come prima parola nel titolo, a partire da quella delle Edizioni e/o.
[8] Charyn qualche anno fa ha peraltro dedicato anche lui un libro alla Broadway.


martedì 22 dicembre 2015

MANIC STREET PREACHERS (INTORNO AI) E CAPACITA DI NON INVECCHIARE INTELLETTUALMENTE


MANIC STREET PREACHERS (INTORNO AI)
E CAPACITA DI NON INVECCHIARE INTELLETTUALMENTE

 

Ho rischiato più volte di invecchiare intellettualmente. Probabilmente se si supera la prima, almeno nelle successive si sa cosa si sta affrontando.
 
In certi casi il pericolo è celato nel suo apparente opposto: ci si crogiola in (con) una pretesa patente di eterna freschezza intellettuale, mentre si sta scivolando nel macchiettismo di imminente status di reduce (per definizione esso è a vita).
In massima sintesi: il punk (leggasi: l’ancora ascoltatore di musica classificata come tale) a senso unico con pancia e calvizie è triste come il beatlesiano.
 
La monomania non aiuta: se è vero che “la gioventù ti lascia/la mamma muore/te restet come un pirla/col primo amore” ([1]), sei pirla anche se leggi soltanto il fumetto Tex e niente altro, indipendentemente dall’anagrafe e dallo stato di famiglia, tanto per dire.
 
Fra pirla ed incostante ci sono molte possibilità. Anche quella di mettere in cantina per sempre il proprio entusiasmo.
I Lost Boys non hanno famiglia? Forse, ma anche quando ce l’hanno essi rimangono ragazzi senza cantine inaccessibili, in quanto continuano a visitarle ([2]).
 
Con sufficiente (non necessariamente adeguato) spirito di conservazione dunque sono arrivato – sotto i profili musicale e intellettuale – al 1992 e al 1994, come ho già scritto in questa sede, dunque in prima e seconda battuta ai Manic Street Preachers.
 
In una prospettiva barrie-ana, quella che è legge nei Kensington Gardens, due anni di scarto anagrafico, in più o in meno, fra persone sono una generazione.
Ebbene, con il punk io mi sono sempre sentito fratello minore ([3]).
 
L’unica affinità anagrafico-intellettuale l’ho provata con i Manic Street Preachers.
Come se lo scambio di informazioni fosse biunivoco. Lo so, non lo è.
 
Sotto il profilo musicale, i quattro (per me e molti sono quattro, sempre) gallesi hanno avuto la capacità – rara – di utilizzare dei generi per raccontare.
Ehi: testo E musica, non testo e una mucillaggine alla chitarra o al pianoforte. Che ne pensate?
 
Che dire poi del gioco, degli “eroi” di 430 King’s Road, dei riferimenti senza troppe spiegazioni? Anche questo ripreso senza copiare dai quattro gallesi.
 
Dunque non mi stancherò mai di ascoltare i Manic Street Preachers, alternando rabbia da disilluso e spavalderia da seguace senza rimpianti di Peter Pan.
 
E ho sempre due o tre loro magliette pericolose (anche solo per la reputazione di chi le indossa), come quelle (ho anche quelle) di Seditionaries.
 
Quelli che non “stanno belli” sono, dunque e ancora, altri. Non noi.
 
Poi c’è la versione acustica di “Raindrops Keep Falling On My Head”, ma quello è un colpo basso, molto basso e tutti sanno come sono andati a finire (o come vogliamo che siano andati a finire) Buch Cassidy e the Sundance Kid ([4]): non vecchi. Appunto.
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] “Porta Romana bella”, canzone milanese classificata come popolare, pertanto senza autori e compositori ben identificati.
[2] E magari andandoci si accorgono di aver comprato qualcosa due volte, in un eccesso di entusiasmo o di horror vacui.
[3] Da figlio unico, sono felice di mia sorella Siouxsie. Lo ero anche di John McGeoch.
[4] Rispettivamente all’anagrafe Robert LeRoy Parker e Harry Longabaugh.

mercoledì 7 novembre 2012

MANIC STREET PREACHERS: SENZA PENTIMENTI (anti Beatles, anti R.E.M., anti Slowdive)


MANIC STREET PREACHERS: SENZA PENTIMENTI
(anti Beatles, anti R.E.M., anti Slowdive)

 

Devo dire che la sfida è impegnativa.
Innanzitutto perché scrivere due volte dello stesso argomento comporta rischi evidenti di ripetizione pur nell’indipendenza di ogni post. Questo non è un blog “dedicato”.
Poi perché la forma può non avere quella freschezza oppure quella lucidità di cui sono intrise – o dovrebbero esserlo – le prime righe offerte alla lettura.

 

Ma siccome un gentile lettore mi ha giustamente ricordato una strofa commentando ciò che ho scritto pochi giorni fa, è corretto stare al gioco, anche se apparentemente duro per taluni lettori.

 

Io stavo studiando per l’esame di Diritto Internazionale, di pomeriggio, in Sala B della Biblioteca dell’Università. Entrò qualcuno con una copia di un quotidiano del pomeriggio: titoli a caratteri di scatola di corn flakes.
Risposi a un universitario seduto al mio stesso tavolo: “almeno i Beatles non potranno mai riformarsi”.
Era il mio primo approccio ai Manic Street Preachers: nel dicembre 1980.
Confermo la mia frase, di cui non mi pento nella sua essenza perché il santino liverpudiano è sempre stato un mio cruccio: continuo a non condividere l’opinione generale (e questa include anche artisti che ammiro molto) su The Beatles come “belli e buoni ad ogni costo”.
Colpa di Paul McCartney, naturalmente, non di J. D. Salinger ([1]).

 

Anche dei R.E.M. non vedo l’essenzialità.

 

Pure degli Slowdive (rei di essersi fatti scudo di una grande canzone di Siouxsie and the Banshees per svolgere la propria attività artistica) posso fare a meno ([2]): “We will always hate Slowdive more than Hitler” dichiarò Richey James.
Certo sputare su John Lennon è più efficace che accanirsi su un gruppo indie ormai negletto. Soprattutto se il bersaglio grosso è il primo.

 

Siete confusi? Giustamente!
Ma i miei post non sono in una pagina di Wikipedia, o del sito internet ufficiale e quasi inutile del gruppo sotto l’ala Sony ([3]): sito lugubre e burocratico, l’opposto dei siti amatoriali ma non dilettanteschi loro dedicati, sempre ardui da rintracciare.

 

La strofa “Risi quando Lennon fu ‘sparato’” è tratta da “Motown Junk”, canzone che dà il titolo al secondo singolo (commerciale) dei Manics.
In copertina c’è la foto di un orologio con le lancette ferme per sempre, causa bomba atomica.
Benvenui nel mondo reale, con un quadrante che sarebbe impegnativo anche per il collo di Professor Griff dei Public Enemy ([4]).

 

L’augurio che Michael Stipe morisse di AIDS è di Nicky Wire ([5]). Diverso tempo dopo “ritrattato.

 

Ecco: propaganda o altro poco importa.
I ministri della dis-informazione ([6]) Richard “Richey James” Edwards e Nicky Wire hanno sempre ben compreso la portata dei loro proclami.
Né il verbo è mai stato sfumato da una musica comunque più ortodossa affidata al fuoco sonico di James Dean Bradfield e di Sean Moore.

 

Quindi essere non mero ascoltatore, bensì lucido ma incondizionato estimatore di quattro Gallesi dallo pseudonimo improbabile (avrebbero retto ugualmente se avessero optato definitivamente per il moniker Betty Blue? Inutile esercizio intellettuale: non accadde) riduceva le proprie frequentazioni.

 

Dei Manic Street Preachers nessun pubblico di massa si accorse sino al quarto album: Everything Must Go.
In realtà quello che molti conobbero furono i soli singoli.

 

Si susseguono poi canzoni, proclami, concerti, antologie, cadute, resurrezioni, prove soliste, famiglie, delusioni, tentativi, fallimenti, ..., Patrick Jones, Hall Or Nothing ...
Ma la street cred ancora regge. Se si è intelligenti quella non si perde mai: chi ti ascolta percepisce anche ciò che sta dietro ogni tuo sforzo.

 

Quindi ancora vale la pena.
Del resto con altri argomenti e altre parole lo ho già scritto, talvolta anche non ex professo.
Mi raccomando: sempre con entusiasmo del momento nell’ascolto e poi laborioso accanimento nel condividere e sviluppare citazioni e riferimenti certe volte cosi poco immediati che ci si può perdere per motivi anche generazionali ([7]).

 

Per i lettori che non mi/ci capiscono – ancora! – you love us ([8]).
Per i lettori che condividono – ancora? – stay beautiful.

 

 

                                                                                                                      Steg

 
La copertina

 

 

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[1] Credo che l’angolo dedicato a John Lennon, al Central Park di New York City, sia una delle idee più squallide e modeste che ci siano: in ragione di coloro che lo visitano.
[2] Ho uno o due loro CD, per forza di cose: da bansheeiano storico quale sono.
[3] Verosimilmente, i ragazzi erano legalmente mal assistiti quando lasciarono la Heavenly Records, come lo furono prima di loro The Clash.
Ma probabilmente si tralasciò qualche dettaglio per – anche – coprire le spese del generoso management di Philip Hall.
[4] Certo sarebbe un’idea se qualcuno realizzasse un orologio da polso con la cassa “replica” di quello di Hiroshima (o almeno riprodotta sul quadrante) devolvendo – per davvero – i ricavi in favore delle vittime di quella bomba.
[5] D’altronde gli è anche attribuita la frase: “I detest every other musician I've ever met”.
[6] Lo stile mio è quel che è: non perché “il talento fa ciò che vuole e il genio quello che può” – Carmelo Bene dixit – ma perché questa resta, anche, una fanzine, priva di periodicità.
[7] Lipstick Traces di Greil Marcus rimane un testo ostico, che già appariva superato o ignoto a chi non era un ‘77 rebel with a brain. Ma il double pun, anche dollsiano, forse piacque troppo.
In ogni caso è anche una antologia atipica dei MSP difficilmente trascurabile.
[8] In fondo anche un riferimento antziano.