"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 28 luglio 2014

NIENTE DI NUOVO, MA PEGGIORA (il massacro della lingua italiana)


NIENTE DI NUOVO, MA PEGGIORA
(il massacro della lingua italiana)

 

Sicuramente qualcuno mi bollerà di essere tardivo perché leggo e scopro Ennio Flaiano nella mia maturità, certo so come rispondergli: io conosco anche Flaiano, lei/tu conosci XYZ (inserire a scelta, non necessariamente contemporanei)?
L’asimmetria culturale non cambia mai.
Ennesima premessa inutile o quasi.
 
Se nel dicembre 1967 Flaiano si duole dell’uso fuori luogo di un Italiano forbito, io a più riprese ho patito e patisco il non uso dell’Italiano, ma anche l’arzigogolo inutile non aiuta.
 
Ripeto il titolo: niente di nuovo, ma peggiora. Sempre.
 
O, per dirla come Flaiano ma avendolo letto e non con semplice estrapolazione di altri: “Chiamiamo le cose col loro nome, faremo un progresso” (21 dicembre 1967, da “Fogli di diario”, in Frasario essenziale - per passare inosservati in società, Milano, 1986).
 
Infatti, da alcuni anni in Italia è tornato in voga (insieme ad altri ugualmente ambigui) il termine “cialtrone” e il suo derivato “cialtroneria”.
Probabilmente, chi lo usa spera di non essere querelato. E così vanno sostanzialmente a finire nel nulla i ragionamenti anche se buoni, perché anche le parole con cui essi si esprimono sono importanti.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2014 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
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giovedì 20 febbraio 2014

SE DIVENTA “TROUSER”, IL “PANTALONE” NON MIGLIORA (semiseriamente durante la settimana della moda di febbraio 2014 a Milano)


SE DIVENTA “TROUSER”, IL “PANTALONE” NON MIGLIORA
(semiseriamente durante la settimana della moda di febbraio 2014 a Milano)
 



Una vera e propria branca ([1]) del pernicioso modificare in peggio la lingua italiana è l’Inglese a ogni costo.
 
Chi ride per “I don’t see the hour”, “rigor” o “In Milan you can be very tranquil” ([2]) non si rende conto che quelle espressioni sono di chi tenta di parlare la lingua straniera.
 
Ma perché “fashionista” (sempre che coloro che lo usano sappiano scriverlo e capiscano che quasi è un italianismo) è meglio di “modaiolo”? ([3])
 
“Brand” è sì un marchio, ma soprattutto per il bestiame.
 
Tanto che i grandi traduttori evidentemente traducono.
Ecco quindi che Snoopy nei panni di Joe Cool diventava Joe Falchetto.
 
Si badi che il problema non riguarda sbarbati e sbarbate della Barona o di Centocelle che si ispirano ai loro omologhi di quasi trenta anni fa dediti al hip hop.
Il fatto è che ormai siamo alla prassi e non più alla patologia.
 
Ovviamente anche questo ([4]) è un post ad elenco, con l’aggiunta della variante pronunce.
 
Non vi basta “brand”? Allora avete anche “taggato” e “logato”: peggio in quanto si italianizza e basta. Con buona pace dell’etimologia.
 
E poi ci sono le pronunce:
  • “tì-shirt” invece di “tee-shìrt”,
  • “brog”, si scrive “brogue” e si pronuncia di conseguenza ([5]).
E via così.
 
Non paghi, vi sono anche quelli che si gettano nel “crossover”: ecco allora “cippaggine”, in quanto non pronunciano nemmeno “ciippaggine”, come dovrebbero. Eh si perché la parola sarebbe il composto di “cheap” e “aggine”, ovvero un modesto sinonimo di “dozzinalità”, ma pronunciandolo con la “i” corta è come se scrivessero “cippaggine” che vuol dire poco ([6]).
 
Meglio allora ridere sul mobiliere brianzolo che tornato dagli Stati Uniti racconta delle ottime “t-bon stik” mangiate in Texas.
 
Variazione fuori tema: sui plurali che diventano singoli, non mi ci metto neanche: ma chi dice “la scarpa” è forse un appassionato dell’erotismo con amputazioni [7]?
 
Che fare? Nulla di costruttivo, aumentare il disprezzo e rallegrarsi per non essere parte di queste mandrie di “poveretti”. “Style coach” ([8]) inclusi ([9]).
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Per le branchie della scienza o storpiature su liquori fernet (meglio un doppio scotch diceva qualcuno) rivolgersi altrove.
[2] Quest’ultima frase è meno errata – non è corretta ma si capisce – di quanto si pensi.
[3] È moda? Certo, ed allora: “Fashion […] beep-beep”, con i complimenti a David Bowie per i Brit Awards 2014.
[4] Rinvio al post progenitore: “Il ‘pantalone’ e il ‘caipiroska alla fragola’: il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose”.
[5] Che non sia sinonimo di scarpe maschili stringate qualche lettore lo sa già.
[6] “Cip” significa frammento in Inglese; ma poi ci sono: le “blue-chip” cioè azioni ad alto rating (che non è proprio sinonimo di quotazione, a meno di tradurlo con quotazione di lungo periodo); c’è il cip nel poker. Mi astengo dalle espressioni idiomatiche. 
[7] Rendo omaggio a una famosa battuta di Siouxsie a un concerto dei Banshees rivolta a un focoso spettatore che le aveva afferrato la gamba …
[8]la mia longeva esperienza nel fashion e per la mia personale attitudine di STYLE COACHING”: cioè? Tutto vero, cercate se volete.
[9] Scriverò mai il post sul vizio di “andare a scuola di tutto”?

 

mercoledì 4 luglio 2012

LA LINGUA ITALIANA CHE NON MI PIACE (dall’estinzione del congiuntivo all’uccisione del sostantivo corretto)


LA LINGUA ITALIANA CHE NON MI PIACE
(dall’estinzione del congiuntivo all’uccisione del sostantivo corretto)



Customizzato, interfacciare, valore aggiunto, policy, commitment, core business, assett, monitorare, ...
Sono esempi di parole usate a sproposito o come sinonimi di un termine che non è stato ancora usato e mai sarà usato.



Diversi – me compreso – anni fa pensavano fosse necessario difendere la forma verbale del congiuntivo; così facendo, l’Italiano sarebbe stato salvo. Illusi!
Ben peggiori eventi erano prossimi: l’attacco a qualsiasi sostantivo è più profondo.



Pensate a “policy”: intendo dire politica o procedura? Non è esattamente la stessa cosa.



La nostra lingua è diventata quella dell’informatico (costretto a usare cosi spesso l’Inglese da dimenticarsi l’Italiano), senza che nessuno ce lo abbia imposto.



Si badi che anche professionisti con un buon vocabolario semplicemente trascurano i sostantivi madrelingua e, come ho già scritto altrove, talvolta si fanno utenti di neologismi macabri (al solito cito “scannerizzare” oltre al precitato “customizzato”) mentre poi legano quei mostri con un corretto uso di congiunzioni, avverbi, etc.



Purtroppo, poi capita che altre parole vengano distorte: il sostantivo “aura” diventa “aurea”, per esempio.
È l’atrofizzazione progressiva: sempre meno persone verificano se quello che dicono o scrivono è corretto.



Il fenomeno è, lo sottolineo, più grave del parlato per “luogo comune” e/o “fuggitivo da responsabilità ([1]) in quanto colpisce verticalmente ([2]) tutti, ricchi e poveri (i secondi magari imitano i primi), accademici e pratici, giovani e vecchi.



Un rimedio? Compratevi un buon dizionario dei sinonimi e dei contrari, ma poi usatelo (e usate anche il vocabolario che deve stargli a fianco).



E un consiglio: se la parola straniera che voi usate faticate a tradurla, per favore non usatela.





                                                                                                                      Steg







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[1] Quello di cui prevalentemente scrivo nel post “’Il ‘pantalone’ e il ‘caipiroska alla fragola’”.
[2] Qualcuno sperava forse che cadessi irretito da un bel “trasversalmente”?

mercoledì 14 dicembre 2011

IL “PANTALONE” E IL “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA”: il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose




IL “PANTALONE” E IL “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA”:
il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose





 
Queste righe possono sembrare meno serie del reale ([1]).


A mia memoria, comincio con un ricordo quasi di infanzia e pertanto di circa 40 anni fa: la mania – innocua tranne per la non correttezza in Italiano – di rendere al singolare “pantalone” il plurale pantaloni da parte di qualche commesso/a di negozio di abbigliamento.
Ma era già un cedimento.



Gli anni settanta del secolo scorso furono piuttosto tranquilli, semmai con la diluizione (allora si diceva “inflazione”) di espressioni colte, delle quali il paradigma massimo rimane “nella misura in cui” usualmente ucciso nello stesso periodo da un “cioè”.


 

Il decennio successivo portò tecnologia e pessimi neologismi: per tutti la “videata” a significare una pagina (ma quale?) riprodotta sullo schermo di computer.
Intanto l’uso del congiuntivo cominciava a vacillare.


 

Grottesco in quegli anni anche il sorgere e proliferare dell’anglismo “il big boss” (per “il capo”). Con il senno di poi era uno dei primi segnali della tendenza a neutralizzare (evitare?) le difficoltà o anche solo la banalità mediante l’estraniamento linguistico.


 

L’accelerazione nei precedenti anni novanta si fa incontrollabile, e quindi esemplifico minimamente: “buona giornata/serata” al posto di “buon/a giorno/sera” (forse parevano antiquati?).
“Ciao bello/a” rivolto a chiunque e senza alcun senso (basta “ciao”), suona come uno slogan per vendere gelati.
“Come va? Tutto bene?” cui fa seguito il discorso di chi lo ha chiesto, ma non ascolta la risposta dell’interlocutore: finta cortesia e paura di veder perforato il proprio umore ([2])?


 

Arriviamo cosi al mostro alcolico (mi risparmio quanto all’uso dissennato di espressioni quali “movida”, “happy hour”): il “Caipiroska alla fragola” doppia devianza sul Caipiriña, il quale già non è un cocktail di rango “mondiale” (per esprimermi secondo AIBES ([3])).
Altri orrori etilici sono prossimi (“dietro l’angolo” avrebbe detto Maurizio Costanzo qualche lustro prima?).


 

La fine dei plurali stranieri declinati correttamente in Italiano (cioè mantenendoli al singolare) è affidata a: “murales” al singolare, “geishe” (fortunatamente non ci sono “karateki”, per ora), etc.


 

Per gli anni duemila e il contemporaneo quasi nulla scampa al massacro del neologismo ottimistico con pretesa seria (di chi lo usa).
Quindi ci si “ri-aggiorna” nell’arco di ore: credo che l’errore sia addirittura doppio.


 

Lo schifo totale lo provo con la parola, inesistente, “scannerizzazione” a indicare una procedura nota e dotata di termine in Italiano ben prima dello scanner. Si badi che essa non è nemmeno – pur se ciò non lo giustificherebbe (semmai “scanning”?) – utilizzata come sinonimo di scansione (appunto), bensì come termine proprio.
Nel frattempo il congiuntivo è quasi morto.


 

Facciamo però una “piccola pausa”: ecco allora “buon week-end” (evidentemente il “fine settimana” è riduttivo) perché sono “stressati” e devono “staccare”.


 

Le “criticità” sono figlie delle “tipologie”.
Infatti il commerciante ha scoperto che “tipologia” suona molto bene (meglio di “categoria”), resta generico e quindi dicendo poco illude meglio: l’acme è raggiunto sulle tipologie abitative o di viaggio (con il risultato che certi alberghi 4 stelle esteri sono delle topaie: in effetti non erano dei 4 stelle ma di “tipologia 4 stelle”).
Sta bene, ma quando si passa da “problema” a “problematica” il gioco è più sottile.
Non solo: chi risolve una problematica è un esperto non lo è chi risolve un problema ([4]).
Siccome anche problematica suona come una difficoltà si arriva alla “criticità”, un termine sufficientemente astratto e serio al tempo stesso, sempre con possibilità per chi la risolve di vantarsene in modo esagerato e serioso (curiosamente poi però parlano di “problem solver”, misteri della approssimazione nell’Inglese).


 

Ed ecco che non si muore più! Si “scompare”, si “lascia”.
Ai funerali la gente si veste male, applaude, fa cose stupide; meglio ancora le esequie diventano “addio” anzi “ultimo addio” (quale sarebbe il penultimo? ([5]))
È possibile “morire” solamente in situazioni che si vorrebbero paradossali tanto sono ammantate di “buono”: lo “shopping”, dopo una notte di “movida”, eccetera.


 

Mia madre ancora “va a fare la spesa”, io se devo andare a comprare un paio di scarpe vado a comprare le scarpe (volendo posso “andare a far compere”).


 

Mi pare che le “criticità” linguistiche non lascino scampo ([6]).


 


 


                                                                                                                      Steg


 


 


 


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[1] Cercherò di evitare di commentare le espressioni impiegate anche da comici o da libri scritti da autorevoli autori ma con taglio ironico.
Analogamente mi astengo anche da commentare parafrasi di titoli di libri per titolare articoli (povero Charles Bukowski), uso di titoli di film per intitolare programmi televisivi e di espressioni “brutte” per intitolare altri programmi televisivi.
[2] Si noti che il “come stai” è più impegnativo perché più diretto.
[3] Associazione Italiana Barmen e Sostenitori.
Anche il Martini non è perfettamente in salute e, per fare un testa coda con la nota successiva, mi rendo conto che talvolta il Negroni è chiesto molto pallido, troppo.
[4] Ma qualora l’idraulico non venisse (cfr. Carlo Fruttero in Fruttero & Lucentini, L’idraulico non verrà, Milano, Mario Spagnol Editore, 1971; ristampato da Il melalogo di Genova nel 1993) sarebbe davvero un problema!
[5] Senza dimenticare “piccola folla” e “grande Kermesse”.
[6] Qualcuno dirà “’sti c***i”, ma qualcun altro, preoccupato, esclamerà “me co***i”. Sempre che sia loro – se non laziali (territorialmente parlando) – nota la differenza fra queste due espressioni, ovviamente.