"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 15 maggio 2026

TARDO “REGALO” PER VOI (Facebook Down Series – 260)

 

TARDO “REGALO” PER VOI

(Facebook Down Series – 260)

 

Ho appena ordinato l’album: https://www.discogs.com/master/4175395-Michel-Houellebecq-Fr%C3%A9d%C3%A9ric-Lo-Souvenez-Vous-De-LHomme

 

Voi mettete i sottotitoli se necessario per questo: https://www.youtube.com/watch?v=N-IoTuMJXhM

 

Diciamo che è il mio “repertorio”: oscillando fra Esagono e Britannia.
Oscillando non selvaggiamente (cit.), ma con stanca eppur ancora sicura attenzione.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 22 maggio 2023

MARTIN AMIS (E LE PRIME EDIZIONI) (Sketches series - 30)

 

MARTIN AMIS (E LE PRIME EDIZIONI)

(Sketches series - 30)

 

Conobbi, come autore, Martin Amis un quarto di secolo fa, circa.

C’era una libreria ([1]) in Via Festa del Perdono, davanti alla Università Statale di Milano pressoché tutta sotterranea ([2]) dove trascorrevo talvolta un quarto d’ora prima di tornare al lavoro (reduce dal pasto casalingo).

Un giorno, mi capitò fra le mani questo volume, titolo accattivante, Territori londinesi, che indicava come traduttore Ranieri Carano che per me era “uno di quelli del primo Linus” ([3]); il nome dell’autore non mi diceva nulla, ma dato il prezzo e le buonissime condizioni della copia lo comprai.

Ecco come incontrai il figlio di Kingsley Amis, di cui avevo sentito o letto molto vagamente.

 

Il romanzo mi piacque, anche se a una rilettura qualche svarione nella traduzione lo trovai ([4]).

All’epoca di Amis tradotto c’era molto poco, per cui comprai le edizioni originali di Money, Other People, Success, The Rachel Papers ([5]9.

 

Scoprii molti anni dopo che i London Fields esistono, e lo scoprii perché per qualche ragione di esplorazione arrivammo lì ([6]).

 

Negli anni ho continuato a “seguire” Martin Amis, anche se – non ho problemi a dichiararlo – sue successive opere le ho lasciate a metà.

Però ho sempre citato il finale de The Rachel Papers come esemplificazione vivida della approssimazione umana.

 

Amis figlio è stato anche un buon recensore e critico, per cui posso dire che un suo libro di saggistica che mi piacque è The War Against Clichés ([7]).

 

E le prime edizioni?

Beh, sempre che qualcuno non se la sia rubata, alcuni anni dopo, a un prezzo che al tempo mi parve corretto, comprai una prima edizione originale di London Fields, mi pare con firma di Martin Amis.

Ma non affermerei mai che lessi quel romanzo quando uscì e diffido molto di chi fa queste dichiarazioni perché è raro esserci quando qualcosa capita, molto raro.

 

Continua?

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Poi chiuse, poi riaprì, ora (o fino a un paio di anni fa, sapete il Covid …) è un bar che vende libri usati.
[2] Per questa peculiarità, credo fosse/sia nei locali del ristorante La Pantera: comodo luogo di sosta per gli Istituti accademici più rispettosi dei propri componenti (docenti e assistenti) quando gli appelli d’esame orale per numero di iscritti conducevano a un pomeriggio nelle aule: i pranzi si svolgevano, appunto, nella sala sotterranea.
[4] La prima pubblicazione italiana fu nel 1989 da Mondadori, la traduzione è la stessa anche nella successiva riedizione Einaudi.
La pubblicazione originale risale al 1989, il titolo London Fields.
[5] Il quarto di questi titoli fu l’ultimo che lessi.
[6] London Fields is a park in Hackney, east London, but the novel is set in west London, like most of Amis’s work. The park in which the narrator, Sam, walks with various characters – Nicola Six, Guy Clinch and Keith Talent – is Hyde Park in central London” (Wikipedia).
[7] Stesso titolo in italiano.

lunedì 30 maggio 2022

MICHAEL BRACEWELL - REPRISE (cosa è successo?)

 

MICHAEL BRACEWELL - REPRISE

(cosa è successo?)

 

Premetto che non mi piace scrivere post di critica negativa.

Figuriamoci di qualcuno che per anni ho stimato molto: in quanto capace di scrivere dei libri “poco possibili”, ma da leggere e che è autore di un testo che sta con pochi altri per quanto concerne il racconto della mia “generazione anglosassone” ([1]) ([2]).

Del resto, alcune sue righe sono citate in quello che posso definire il post miliare di questo blog ([3]) e a Bracewell ([4]) ho anche dedicato uno dei primi schizzi che costituiscono una serie, oltre ad averlo citato altrove.

 

Quel libro che nel 2013 non avevo ancora letto ([5]) resta da leggere.

Ma in tre giorni scarsi ho letto Souvenir che mi pare sia la sua ultima fatica letteraria. La mia copia è una seconda edizione ([6]), quindi non posso assicurare che i giudizi positivi riportati in sovraccoperta siano di chi ha letto questo testo prima della sua pubblicazione.

Si tratta di un testo che: depurato da refusi veri e propri, depurato dal fatto che per scelta di Bracewell è circoscritto a Londra e agli anni ottanta del ventesimo secolo, soffre di tanti limiti. Avrebbe potuto avere senso come raccolta di articoli, non così.

 

Mi limito ad alcune osservazioni istantanee.

Ossessione dell’autore per alcune parole, fra esse sicuramente il “postmoderno” spicca; anche il vorticismo salta all’occhio.

Abuso di parole erudite, al limite di piccoli elenchi di sinonimi, talvolta.

Sembra non fossero vivi Francis Bacon e Jeffrey Bernard ([7]), lo erano.

Parrebbe che Metal Box dei PiL (ovvero Public Image Limited) sia uscito nel gennaio 1980, uscì il mese prima ([8]) e lo ricordo bene perché lo comprai proprio a Londra e proprio in quel Virgin Megastore che cita Bracewell.

The Jam paiono non esistere: eppure per tre anni dominarono la scena musicale, anche della capitale (e soprattutto direi).

Autori più bravi di Bracewell a raccontare di Londra? Nik Cohn, James J. Ballard, Martin Amis, Hanif Kureishi, Robert Galbraith (alias di J. K. Rowling) sono quelli che mi sono venuti in mente per primi.

 

Un pregio, comunque (le citazioni dell’autore sono troppo esangui per essere percorse con sicurezza dal lettore) Souvenir lo ha: in quarta di copertina rammenta una serie televisiva britannica che ha fatto scuola: The Sweeney ([9]).  

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] England Is Mine (1997) sottotitolato: “Pop life in Albion from Wilde To Goldie”. Prima edizione: London, Harper Collins, 1997.
[2] I pochi altri sono, tralasciando testi troppo specifici: The Boy Looked At Johnny – The Obituary of Rock and Roll di Julie Burchill e Tony Parsons: prima edizione London, Pluto Press, 1978; England’s Dreaming di Jon Savage: prima edizione London, Faber and Faber, 1991; Rip It Up And Start Again di Simon Reynolds: prima edizione London, Faber and Faber, 2005.
[5] Vedi nota 4.
[6] Comunque, prima edizione London, White Rabbit, 2021.
[7] Ho scritto di entrambi, senza pretese di ex professo.
[8] Tentativo di far entrare nel decennio ciò che non appartiene ad esso?

lunedì 9 luglio 2018

MITI E IDOLI


MITI E IDOLI

 

Come noto, sia Richard Wagner sia Friedrich Nietzsche si sono (pre?)occupati degli idoli che cadono o svaniscono: rispettivamente con Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dei) e con Götzen-Dämmerung (Il crepuscolo degli idoli), essendo il secondo occasionato dal primo.
Luchino Visconti ha realizzato un film che in qualche modo tira ulteriormente le somme, facendo “cadere” non “degli” ma “gli dei”: La caduta degli dei, appunto, peraltro sottotitolato con il titolo wagneriano.

 

Ritengo di non essere certo il primo ad attribuire valenza superiore al termine “mito” rispetto a quello di “idolo”.
V’è da chiedersi se il dio (o gli dei) siano collocabili – se collocabili – sopra il primo, non è certo tenero Nietzsche se dichiara “Il Cristianesimo è una metafisica del boia...” (in capitolo 7, “I quattro grandi errori”, de Götzen-Dämmerung).

 

Lunga premessa per breve sostanza? Forse.

 

Sto rileggendo La Position du tireur couché (in Italiano Posizione di tiro: esistono due traduzioni: Bologna, Metrolibri, 1992 e Torino, Einaudi, 1998) di Jean-Patrick Manchette.
Vi compare un’automobile che ha uno status di mito certificato: la Citroën DS. DS in lingua francese diviene “déesse”, ovvero dea. Rileverete già un cortocircuito terminologico: mito e divinità.
La certificazione di questo modello (in realtà i modelli furono numerosi ([1])) automobilistico è di Roland Barthés che la ha inserita fra i miti (di oggi? ([2])) in un’opera del 1957: Mythologies([3]) intitolando la voce di essa “La nouvelle Citroën”.

 

In un romanzo piuttosto recente di James G. Ballard, Super-Cannes ([4]), il protagonista Paul Sinclair guida una “vecchia Jaguar”, probabilmente una XK150. La passione dell’autore britannico per l’iconografia automobilistica è nota a tutti coloro che abbiano letto un precedente suo romanzo: Crash ([5]) in cui fa capolino financo la Porsche alla guida della quale morì James Dean.

 

La mia impressione, conclusiva, è che mentre alcuni miti materiali si esauriscono (per ragioni diverse), manchi un ricambio.
Dunque oggi si assiste solamente ad una idolatria consumistica diffusa, senza possibilità di un futuro mitico per idoli (e idolatri?).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] L’elemento di contemporaneità è nel titolo dell’edizione italiana: Miti d’oggi, appunto.
[5] Qualche ispirazione per Super-Cannes pare Ballard abbia avuto andando a Cannes a vedere il film, omonimo, che David Cronenberg trasse appunto da Crash.

lunedì 24 febbraio 2014

RANK XEROX E RANXEROX (ancora su Stefano Tamburini, e su Tanino Liberatore)



RANK XEROX E RANXEROX
(ancora su Stefano Tamburini, e su Tanino Liberatore)



Anche oggi, 23 febbraio 2014, è facile fare i carini e illudersi “con quelli corretti”: Ornella Vanoni ha 80 anni e di Hugo Pratt non ci direbbe nulla di male.
Corto Maltese è un gran figlio di buona donna, ma non sembra.
Chiaro il segnale?

 

Provate ora a dire bene del Coatto sintetico con il cervello di una fotocopiatrice, novella creatura di un Barone Victor Frankenstein ([1]) che era non un nobile, bensì un giovane adiacente agli studelinquenti ([2]): Stefano Tamburini.

 

Dando a Cesare ciò che è di Cesare, e quindi anche al grande abruzzese (il terzo dopo Gabriele d’Annunzio e Ennio Flaiano) Gaetano “Tanino” Liberatore i suoi meriti, possiamo concludere che Tambura e Tanino sono stati dei Prometei del ventesimo secolo?

 

Ore fa, proponevo a Michele Mordente (scrivendoglielo), per anni inesausto esecutore artistico di Steve Tamburo, di editare le storie di Ran(k)Xerox annotandolo come accadde dal 1969 e per qualche anno con fortuna decrescente per alcuni romanzi di Emilio Salgari per iniziativa e cure di Mario Spagnol.
Fatica inutile, ma alla quale mi dedicherei volentieri.
 
Quarti d’ora prima, infatti, riguardavo grazie a un DVD artigianale (ricevuto troppo tempo fa da Mordente) un Tamburini ancora vivo nella trasmissione televisiva RAI (3, Campania) intitolata “Sulla carta sono tutti eroi”.
E a parte lo Schifano (Mario) ormai noto, riemergeva il ballardiano Crash che certo non è gradevole, ma è vero, jamesdeaniano e comprensibile (se non anche condivisibile, ma se lo è per alcuni ne prendo atto e basta).
Apparivano anche (ivi in quanto nelle tavole a fumetti) delle ragazzine violentissime: irreali allora, reali oggi. Ovvero il coatto R(k)X rischierebbe ora di essere vittima (con le voglie di calcetto infrasettimanale?) della sua eroinomane e ninfomane ultraminorenne.

 

Al di là delle rispettive capacità: somme nel mondo del fumetto, il personaggio pensato da Steve Tambura rimane alla fine soltanto suo. Ci ha provato Tanino a illustrarlo – dopo la morte di Tamburo nell’aprile 1986 – con l’altrui contributo (di Alain Chabat) nelle sceneggiature, ma alla fine la minor distorsione appare disarmonica. Più cattiveria contingente e meno violenza da psicoterapia mancano in quelle tavole caleidoscopiche e ipnotiche, e entrambe sono invece, rispettivamente in addizione e in sottrazione, necessarie.

 

Non so cosa ne pensa Chuck Palahniuk, probabilmente egli si inchinerebbe a un campione della distruzione gratuita come Rank.

 

Noi lo chiamiamo Rank.
Ricordo, una ventina ben abbondante di anni fa, ero a Roma per lavoro e nel pomeriggio, finiti gli incombenti e prima di andare in aeroporto, andai in un negozio di fumetti ([3]) con la metropolitana e sulla scala mobile pensavo a Rank e ai livelli della sua Roma futura e coatta. Mi era inevitabile.

 

In fondo, Rank e Lubna sono una coppia affiatata e da invidiare, mentre Corto Maltese rimane tristemente solo non avendo avuto il coraggio di lasciare l’eccesso della avventura maschilista per una Pandora Groovesnore che ancora mi farebbe battere il cuore (se non fosse che ...).

 

 

                                                                                                                      Steg

 
 
POST SCRIPTUM (del luglio 2015)
Non sono uso a cortesie, ma nel caso di specie si tratta di Michele Mordente, quello che io definisco l’esecutore artistico (con Alessandra Tamburini) di Stefano Tamburini, il quale sta pubblicando e pubblicherà materiale raro di Tambura (e non solo). Ecco la pagina Fb rilevante:
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

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[1] Il romanzo Di Mary Wollstonecraft Shelley fu pubblicato nel marzo 1818.
[3] Anche “fumetteria” è una parola a me sgradita siccome accettabile.



lunedì 31 dicembre 2012

JOY DIVISION: CONSIDERAZIONI IMPOPOLARI



JOY DIVISION: CONSIDERAZIONI IMPOPOLARI

Premessa 1: la “o” a Manchester si pronuncia quasi come una “u”.
A Manchester dopo la fine della seconda guerra mondiale le macerie hanno impiegato più tempo a svanire ([1]).

Premessa 2: ho venduto qualche vinile (singoli, mi pare) dei Joy Division, saranno passati 25-30 anni da quel gesto.
Ho rimediato, ma non ce ne era in realtà bisogno perché i fondamentali restavano.

Premessa 3: queste righe non credo siano, nemmeno accidentalmente, legate a qualche ricorrenza.
Di ciò mi rallegro, se mi sbaglio significa che non sono cosi esperto della materia, ma nemmeno di parte.

Credo che molti di coloro che hanno scritto o parlato a proposito dei Joy Division dovrebbero vergognarsene.
Incluso Peter Hook; il quale continua a ridacchiare come il demente del paese (che non è), perché ha sulla spalla un King Kong da 100 tonnellate che si chiama la salma di Ian Curtis, di cui non riesce a sbarazzarsi e che non lo lascia dormire.

Mi risulta davvero squallido questo girare come avvoltoi su quel solo cadavere assurto a notorietà.
Ché invece gli altri tre morti rilevanti nella piece della vita di questi artisti: Martin Hannett e Robert Gretton e Tony Wilson, permangono vittime (dunque doppie vittime) di un trattamento poco più che da comparse.

Ian Curtis spesso si vestiva da schifo: le scarpe grigie e la camicia di un rosa sintetico che vedete nella loro apparizione al programma televisivo “So It Goes” del 1978 ([2]) lo testimoniano.
Ma invece per tutti la band è un punto di riferimento anche in termini di dress in grey coolness ([3]).

Un grande fotografo, Kevin Cummins, dichiara che un suo scatto (quello sul ponte) è il più famoso, ma non è vero, perché quello di Anton Corbijn che ritrae il gruppo in un tunnel londinese ([4]) lo sorpassa di ben più che un’incollatura.

Appare curioso come artisti (o artista? Quanto contano nella realtà i crediti collettivi delle loro canzoni?) di valore sostanziale indiscutibile siano intrappolati in equivoci davvero di poca cosa.

Ian Curtis è un tristo ometto che tradisce la moglie Deborah. La moglie cui si deve uno dei libri ancora oggi considerati fra quelli degni di essere letti.
Ovviamente gli altri del gruppo disprezzano la amante.

In questo panorama di meschinità umane ([5]), il valore delle opere dell’ingegno musicale offerte al pubblico è indubbiamente grande.

Nel film-documentario dal titolo realmente immaginifico Joy Division, la figura di Genesis P. Orridge (già verso una identità femminile) si staglia come onesta e davvero caritatevole, probabilmente in ciò unica, nella propria memoria di Ian Curtis.

Ascoltate la musica, e poi doletevi della relativa pochezza di tutto il resto, probabilmente incluso un libro di Paul Morley ([6]).
Certo, leggetevi William S. Burroughs e James J. Ballard ([7]): ma questo anche se i Joy Division non rientrano nei vostri gusti.
Indi tornate alla musica e, voi giovani tecnologici, magari anche a qualche immagine in movimento tratta dal pozzo mediatico You Tube.

Non potevo scrivere in modo diverso queste righe, dati i miei limiti (indipendentemente dal “volere” e dal “potere” del loro autore, appunto).


                                                                                                                      Steg



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[1] Per il resto potete, anche, attingere a qualche altro mio post per conoscere le mie opinioni su temi adiacenti.
[2] “Shadowplay” forse è la loro canzone che preferisco.
[3] Con discreta contraddizione ideologica per molti dei loro appassionati: è ormai noto che la fascinazione per certa grafica nazista e una esigenza (anche) economica dirigevano i componenti a comprare capi d’abbigliamento di matrice army surplus.
[4] Diverse le interpretazioni sul luogo esatto della sessione, quasi certamente una stazione di metropolitana.
[5] Ed allora – opinione che sottolineo, ultroneamente, come personale – assoluto plauso alla linea stalinista bansheeiana che esclude ogni riverbero sull’immagine pubblica delle pochezze e debolezze individuali.
Certo è sottile la linea che divide la costruzione hollywoodiana e la verità alienata. Linea che comunque filtra e trattiene quelle che sono, appunto, debolezze: Umano, troppo umano forse?
[6] Mi riferisco a Joy Division: Piece by Piece: Writing About Joy Division 1977-2007.
[7] Devo dire, rispettivamente, “Interzone” e “Atrocity Exhibition”?