"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 12 dicembre 2024

LE CLASSIFICHE DI FINE ANNO (Facebook Down Series - 93)

 

LE CLASSIFICHE DI FINE ANNO

(Facebook Down Series - 93)

 

Più inutile degli elenchi “1001” e simili ([1]), ci sono solo le classifiche di fine anno.

In base a un dato incontrovertibile: ad anni eccezionali (lo si scoprirà qualche lustro dopo) si contrappongono anni pessimi (pensate ai vini: due vendemmie consecutive possono avere giudizi molto diversi).

Conseguentemente, il meglio di un anno potrebbe non essere all’altezza del peggiore di un altro anno.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 30 maggio 2018

PREFAZIONE A “CENTOUNO CANZONI TRISTI” (oppure un altro post salvato dal rischio di oblio)


PREFAZIONE A “CENTOUNO CANZONI TRISTI”
(oppure un altro post salvato dal rischio di oblio)

 

Sono contrario a certa editoria che è fiorita negli ultimi anni: si tratta della “1001” in cui si impongono libri da leggere, film da vedere, album (perché non singoli?) da ascoltare, luoghi da visitare, … sicuramente c’è altro ([1]).

 

Mi hanno proposto di prefare un volume dedicato a “101 canzoni tristi”: ho accettato a una condizione: prefare senza conoscere le canzoni e postfare conoscendole.

Non vedo rischi per me, qualcuno per i due autori, di cui uno è un amico, vero anche se ci siamo conosciuti via internet.

 

Ma ... accade per la terza volta, di cui una ormai andata a male. Io sono puntuale nelle note di copertina (gli altri due casi) o nella prefazione i committenti meno: dopo la tardiva uscita dell’album split di Jumpers/198X ([2]), dopo il non utilizzo delle mie note per la tardivissima uscita dell’antologia di The Gags ([3]), ora non so quando uscirà il libro sulle canzoni tristi.

Siccome il mio lavoro c’è e non rimpiango nulla (da buon legionario del web) ecco a voi il post, scritto sei mesi fa: nessun problema mi occupo di classici e non di successi da un’estate.

 

*     *     *

 

Io mi azzardo a elencare qualche canzone, che credo non sia presente. Sono canzoni tristi? Non necessariamente, ma possono essere commoventi e indurre alle lacrime, magari.

Ed allora, in ordine cronologico:

  • “Dove andranno a finire i palloncini” (Renato Rascel: autore e interprete): poetica, ma un bambino solitamente rimane male quando gli sfugge un palloncino;
  • “Il pinguino innamorato” (di Rastelli, Casirolo, M. C. Consiglio; interpretazione più nota quella del Trio Lescano): “s’è sparato il bel pinguino in frac” (dal testo), per amore;
  • “Johnny Remember Me” (di Geoff Goddard; portata al successo da John Leyton): una ragazza morta visita il suo amato;
  • “Leader Of The Pack” (di G. “Shadow” Morton, J. Barry, E. Greenwich; probabilmente il più grande successo delle Shangri-Las): qui muore il ragazzo, in moto;
  • “New York Tendaberry” (Laura Nyro: autrice e interprete): inno alla città, mi mette sempre addosso grandissima malinconia nonostante il tema;
  • “Behind Blue Eyes” (autore Pete Townshend; nella interpretazione di The Who o sua): quando l’incomprensione altrui ti fa male;
  • “Frankie Teardrop” (autori e interpeti Suicide): il protagonista, in povertà, uccide moglie e figlio e poi si suicida;
  • “My My, Hey Hey (Out of the Blue”) oppure “Hey Hey, My My (Into the Black) (autore, della prima insieme a tale Blackburn, e interprete più noto Neil Young)”: non credo servano spiegazioni;
  • “Painted Bird” (autrice testo Siouxsie Sioux, musica Siouxsie and the Banshees; versione di Siouxsie and the Banshees): ispirata dall’omonimo romanzo di Jerzy Kosińky;
  • “Des Heures Hindoues” (di Etienne Daho/Patrick Munday; nella interpretazione di Daho): nessuna attinenza con la successiva canzone gallagheriana, splendido video che cita ampiamente il pittore Francis Bacon;
  • “Small Black Flowers That Grow Up In The Sky” (testo Richey James, musica Manic Street Preachers; versione dei Manic Street Preachers): no comment eccetto che potrei aggiungerne almeno altre due di questo gruppo;
  • “The Masterplan” (autore Noel Gallagher; interpretata dagli Oasis con Noel Gallagher alla voce): Manchester al suo massimo grigio senza scomodare i santificati The Smiths;
  • “Weak Become Heroes” (autore e interprete The Streets): finirai comunque adulto, e male.

Questo elenco (diciamo un tredici per cento, mi sembrava corretto; nessuna colonna sonora) ha significati plurimi: la personalità delle canzoni che inducono tristezza (e che non hanno necessariamente un arco temporale creativo obbligato), e non a tutti gli ascolti (un paio qui sì); ragioni oggettive che potrebbero renderle tristi ma non per tutti (trattasi di variante); canzoni che diventano tristi nel tempo (causa autore o interprete o ascoltatore). Ma non basta.

 

Provocazione: esistono canzoni allegre nel repertorio dei Joy Division? Un paio, forse.
Quando è che Johnny Cash diventa triste? Nel periodo finale della sua vita?
Perché non ho inserito Luigi Tenco o qualcosa da una colonna musicale/sonora di un film?

 

Magari, poi, fate il conto con quante canzoni del mio elenco avete pianto e/o vi siete sentiti tristi, e perché.
Ah, senza scordarvi che: uno può anche piangere di rabbia, quindi “Let’s be careful out there!” (Sgt. Phil Esterhaus alla riunione mattutina: Hill Street Blues, serie televisiva la cui colonna musicale e sonora insieme ad altre ha ispirato a Pete Townshend “Mike Post Theme” ([4])).

 

Ed ora? Magari arriverà anche il libro, con o senza questa prefazione (in forma originale o modificata).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2018 Steg, Milano, Italia.
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giovedì 10 ottobre 2013

PIEGHE MUSICALI: “VARIAZIONE 1001” (NON BASTANO MAI)


PIEGHE MUSICALI: “VARIAZIONE 1001” (NON BASTANO MAI)

 

Ogni ascoltatore massiccio di musica ha degli artisti poco conosciuti dal pubblico che gli/le paiono importanti, magari su suggerimento.
Fra shoegazing, anorak, trainspotting i nomi abbondano per descrivere questa perenne ricerca di qualcosa d’altro che sia vicino al “definitivo personale musicale”.
 
Cito ad esempio (The) June Brides, The Jasmine Minks e The Wolfhounds per chi ha nel cuore i Manic Street Preachers; personalmente gli ultimi dei tre citati svettano.
Per i morrissey-iani la lista si fa più lunga, molto passato remoto oltre al prossimo: si pensi ad esempio allo splendido album collettaneo, mai commercializzato canonicamente, Songs To Save Your Life.
 
Ma poi il gioco si fa più difficile.
Si va, infatti, nel terreno dei quasi sconosciuti, per tutti cercate l’album degli Elcka; oppure dei dimenticati, a torto: che dire dei Gene, sicuramente degni di miglior ricordo, o dei Divine Comedy?
 
Si arriva, infine, agli invisibili titani: Billie Ray Martin con o senza gli Electribe 101 è importante almeno come gli Young Marble Giants, per chi ama le sirene ineluttabili del ventesimo secolo (come se Linder Sterling e i Ludus si potessero dimenticare!). Per gli scettici: ascoltate e leggete “Imitation Of Life” (6, 7 con quella dell’album, versioni almeno) sublime flagellazione amorosa.
 
Certo, roba da due di notte, non lo nego, queste righe.
Ma me ne basta uno di lettore curioso, se poi qualche malato si cerca tutti gli artisti che hanno interpretato il canzoniere di Paul Weller, questi scoprirà altre gemme, senza scomodare, necessariamente, le canoniche compilazioni alternative (ma a cosa?) quali Pillows and Prayers.
 
Ed allora a cosa servono le liste di 1001 canzoni o singoli o album da ascoltare prima di morire?
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 25 marzo 2013

“1001 NULLA PRIMA DI MORIRE”: UN ESEMPIO A CONTRARIO ELTON JOHN


“1001 NULLA PRIMA DI MORIRE”:
UN ESEMPIO A CONTRARIO ELTON JOHN

 

L’inutilità dei libri che consigliano 1001 (o altro numero) libri/dischi/film “prima di morire” è confermata in molti modi ([1]).
 
A parte l’improbabile rilettura di un libro, la più probabile seconda visione di un film, la ben più frequente possibilità di ascolto di un disco: i quali già dimostrano la scarsa uniformità di metodo ([2]).
Anche il soggetto consigliante conta.
 
Vi faccio un esempio: avete 20 anni, non avete letto The Way We Wore di Robert Elms, non avete visto le montagne alte una dozzina di piedi di sacchi di immondizia nelle aiuole di Leicester Square, Londra, nell’estate del 1974.
Dunque con che spirito ascolterete “Saturday Night’s Alright For Fighting” di Elton John ([3]) se ve lo si consiglia senza avvertenze?
 
Un “vecchio omosessuale sovrappeso con il parrucchino” Sir Reginald K. Dwight (all’anagrafe)?
Beh considerando l’aria artistico-musicale-sessuale che continua a tirare (in Italia e non solo) in termini di outing, andiamoci molto piano con i giudizi affrettati.
 
Del resto, se ti sceglie Pete Townshend, già la tua credibilità da strada aumenta.
“Pinball Wizard”: anyone?
 
Leggenda – banalmente verificabile sui numeri – vuole che ci fu un periodo degli scorsi anni ’70 momento in cui Elton John vendeva tanti fonogrammi da poter essere quantificato in una percentuale su scala mondiale.
Un dato di fatto che mi parve quando lo appresi, e ancor mi pare, impressionante.
 
Scrivo di un artista che nel 1975 poteva permettersi di eseguire dal vivo l’intero suo album del periodo.
Trenta anni dopo questa era venduta come una “grande idea”.
 
E, lo dichiaro io senza timore di smentita, W. Axl Rose quando suona il piano in “November Rain” non si vergogna certo di averlo come riferimento (piuttosto che Jerry Lee “Great Balls of Fire” – I married my 15-y-o cousin – “The Killer” Lewis).
Tanto per raddrizzare qualche altro ricordo spiegazzato.
 
Avrei voluto indire un piccolo concorso per scoprire titolo e autore di una certa “riga” di una canzone; però la rete avrebbe reso gli ignoranti pari dei miei meritevoli apprentice ([4]).
Se nel 1973 mi dichiaro “a juvenile product of the working class” e non sono (già) Jagger/Richards ([5]), Ian Hunter o David Bowie, qualche lombo di nobiltà rock ‘n’ roll me lo sono guadagnato, al prezzo di ciuffi di capelli distrutti da tinture assassine che sarebbero state risparmiate ai fratelli minori punk.
Ah, la canzone è – ancora – “Saturday Night’s Alright For Fighting” (sempre combattenti ... ), laddismo pre-gallagheriano ([6]) molto ante litteram, anzi litteram esso stesso.
 
Signore e signori: Elton John, dunque.
 
Potete pure fare i compiti, adesso.
Con buona pace dei soliti 1001 dischi.
 
 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Ne ho già scritto nel post “Le proprie fondamenta si costruiscono nel corso della vita, senza ‘manuali del meglio’”.
[2] Che dire di un cibo, poi?

Si mangia due volte al giorno un pasto completo. Che senso ha comparare la testina di vitello del Grand Vefour di Parigi con quella di sedicenti ristoranti con “specialità bollito”? E quante pentole di baccalà mantecato sono finite negli scarichi veneziani perché “era venuto male”?
[3] Tratto dall’album Goodbye Yellow Brick Road.
[4] Tanto per citare The Streets, non Flavio Briatore entro un format televisivo di qualche mese fa.
[5] “Street Fighting Man”: suona saturo anche Charlie Watts ...
[6] Non Rory, Noel.

venerdì 9 dicembre 2011

MI PIACEREBBE ENTUSIASMARMI PER DEL NUOVO


Dal booklet in formato A4
accompagnante la prima edizione (del 1981 in MC7) di Pickpocket dei Ludus

MI PIACEREBBE ENTUSIASMARMI PER DEL NUOVO

La mia passione per i fumetti sopravvisse solamente grazie e attraverso Métal Hurlant e Cannibale-Frigidaire.
Infatti, dall’estate del 1977 in poi l’esplosione punk e le sue conseguenze non consentivano distrazioni come Spiderman, mentre i tempi produttivi di Hugo Pratt si dilatavano a dismisura.
Meglio leggere NME, MM e - quando si trovava (mai o quasi) - Sounds. Poi c’era Zigzag: titolo atroce, ma fusione splendida di fanzine e respiro oltre il settimanale. Con tutta questa dotazione di stampa (rammento l’inesistenza di Internet) difficilmente si perdeva qualche importante uscita musicale.

Nell’estate 1980 - dove gli Young Marble Giants di “N.I.T.A.” a San Francisco in un negozio di dischi mi fecero quasi sobbalzare: era uscito senza annuncio il terzo album di S&TB o cosa? - The Face uccise definitivamente un b/n non scelto, ma impostoci ([1]), permettendo appunto di scegliere fra 9 colori: l’arcobaleno e i due che ci avevano forzosamente fatto pensare fossero i soli.

Della modrophenia 1979 già scrissi.

Ex post, le critiche ai neonati Spandau Ballet e Duran Duran fanno sorridere in quanto prive di ogni profondità. Come spesso accade a London e Birmingham avevano studiato, sodo; nel 1980-81 quelle valutazioni negative di certo giornalismo nazionale si potevano perdonare, oggi no (le intenzioni delle due band agli esordi almeno erano genuine; del resto chi si ricorda quando anche i Depeche Mode erano un bersaglio impossibile da mancare?).
I Visage poi produssero un primo eponimo album davvero rimarchevole e il namechecking di chi vi partecipò lo dimostra.

Intanto si affacciano i Bauhaus e, quasi senza che molti se ne accorgessero, fondamentali come The Associates (anche io inizialmente li liquidai come “leggeri” pur se apprezzati da Steve Severin), ma forse si era distratti - senza sarcasmo, li vidi al Maximus di Leicester Square nella estate del 1981 indimenticabili - dai Soft Cell?

E che dire delle sirene Linder e Claire Gogran a fronteggiare Ludus e Altered Images, per cui dovetti dolorosamente scegliere, ancora nel 1981, in favore dei primi (oggi non me ne pento) optando per il leggendario Heaven “under the arches”?
La signora Sterling, sposata Bracewell, dopo Siouxsie e con Billie Ray Martin si pone a completare la mia trinità assoluta di voci femminili ([2]).

A definitivo suggello della distruzione del banale - senza nemmeno toccare in questa sede la devastante Deutsche Neue Welle - cito il cinematico (nelle sensazioni offerte al pubblico) concerto del 1982 celebrato dalla britannica metallurgia dei Test Department in una disusa stazione ferroviaria di Londinium.

Per onestà intellettuale dichiaro di non aver notato i quattro anni di The Smiths; credo di avere più di una attenuante e forse anche una causa di giustificazione.
In fondo chi oggi non conosce i primi due album di The Human League per me è insufficiente: ovvero ancora negli scorsi anni ottanta si era persi nella propria musica e quindi non necessariamente si ascoltava anche ciò che era negli altrui gusti ([3]).

Mi fermo poiché credo che già si richieda l’ossigeno (fra tenda e bombola, io e David Bowie opteremmo per la prima) per taluni più giovani e pazienti lettori.

Dunque si procede così per anni perdendo anche di vista qualcuno - i Theatre of Hate risucchiati sbrigativamente nel positive punk inter alia - senza arrestarsi mai.

Ma poi non c’è più nulla ([4]) per diversi anni.
Appunto.
E comincia la lenta marcia della rimasterizzazione, complice la tecnologia del CD, la quale dapprima svela gemme assolute o relative e poi si autoalimenta.

Ormai noti i miei gusti tramite i miei post ([5]), fermo l’orologio con due band fra loro antitetiche: Oasis ([6]) e Placebo.
Una quindicina di anni fa.
Ecco vorrei, ci ho provato inutilmente comprando album che all’ascolto sono risultati derivativi senza rimedio (Franz Ferdinand per Joy Division?), qualche cosa di nuovo.
Non lo trovo.

Nei fumetti è peggio.
Solo Miguel Àngel Martin, di cui apprezzo soprattutto Keibol Black perché frigidairiano come un nipote bastardo di Ran(k)xerox, mi diverte e mi fa pensare.

Lascio a voi decidere il perché principale del mio non entusiasmarmi più.


                                                                                                                                            Steg



© 2011 e 2021 Steg, Milano, Italia.
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[1] È mia ferma convinzione che il tardivo ingresso del colore nelle trasmissioni televisive italiane - leggenda catodica vuole che fosse frutto di un veto di Enrico Berlinguer nell’ambito del compromesso storico - unito alla pessima qualità delle immagini - come mai le riprese dei soldati del Terzo Reich sono a colori e non sgranate mentre quelle della RAI sono grigie e spesso difficili a vedersi? - abbiano danneggiato l’economia e lo sviluppo culturale della nazione.
[2] Per “un quarto” al tavolo dovrei scomodare Maria Callas e non mi penso blasfemo; Diamanda Galas credo non sarebbe in totale disaccordo.
[3] Chi ascoltava Marc and the Mambas infatti non “doveva” per forza apprezzare anche la band di Morrissey e Marr.
[4] In una prospettiva più popolare, degni di disamina ex professo sono sicuramente Public Enemy e Guns ‘n’ Roses e, prima di loro, un già folgorante (per contenuti e cross-over reale fra rock, soul e jazz, sulle spalle di Sly Stone più che di James Brown) Prince a partire dal suo terzo album.
[5] Evidentemente mi sono astenuto dal ricordare specificamente gli Artisti di diverse generazioni e generi (il loro, le etichette non superano le ripartizioni più generali) che hanno, in un modo o nell’altro, ovvio spazio nel blog.
[6] Nella loro sfida tifavo ingenuamente per gli antagonisti Blur, di cui oggi salvo solo Modern Life Is Rubbish.