"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



lunedì 6 giugno 2016

LA (PSEUDO) CULTURA DEL BRANDELLO CITAZIONISTICO (Sniper series – 33)


LA (PSEUDO) CULTURA DEL BRANDELLO CITAZIONISTICO

(Sniper series – 33)

 

A più riprese in questo blog c’è stata la lamentela della citazione di ciò che non si conosce.

Esiste anche la citazione alibi.

Cito, dunque sono a posto con la coscienza e peggio per gli altri (ammesso che io conosca da dove cito: libro, film, eccetera).

 

Stefani Sandrelli ha compiuto 70 anni il 5 giugno 2016: trasmissione pomeridiana di RAI1 del giorno dopo ([1]) ed ecco scorrere lungo il servizio, per ben due volte, delle immagini de Il conformista (di Bernardo Bertolucci) senza altri riferimenti, l’attrice non ne è la protagonista.

Avete mai visto questo film “in tv”? Ricordo che: un caro amico 30 anni fa circa me lo duplicò su VHS: era già introvabile (e i cinema d’essai già cominciavano a svanire dalle città).

E in DVD? Uscì prima per il mercato USA nel 2006, a quel punto smisi di cercarne una versione europea (sapete, gli standard delle zone) e attesi quella italiana: 7 anni dopo.

Cosa sa di questo film lo spettatore televisivo pomeridiano del 2016? Niente, nemmeno che esso è tratto da un romanzo di Alberto Moravia.

 

L’esercizio intellettuale potrebbe proseguire con altri esempi: che senso ha intitolare nel 2015 un libro Io lo conoscevo bene dedicato a Ugo Tognazzi quando nel film Io la conoscevo bene la sua parte dura alcuni minuti e basta (la protagonista è Stefania Sandrelli)?

 

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

                                                                                                                      Stegr

 

 

 

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[1] Causa elezioni oppure siamo già all’alibi culturale? Fate voi.

venerdì 27 maggio 2016

IL PUNK DOPO 40 ANNI (note minime a margine di un anniversario non troppo gradito; ovvero “nel 1976 non successe nulla” parte seconda)


IL PUNK DOPO 40 ANNI
(note minime a margine di un anniversario non troppo gradito; ovvero “nel 1976 non successe nulla” parte seconda)
 
Il blog fu inaugurato scrivendo su questo argomento e ritenendo che per noi tutti o quasi gli accadimenti sono da situarsi un anno dopo, dopo il 1976 ([1]).
La portata evocativa del numero 7 doppio nel Regno Unito è nota per più ragioni: ripetizione, aspettative di qualcosa che già c’era un anno prima, il Silver Jubilee monarchico, eccetera. Basti pensare ai titoli di due canzoni: “1977” di The Clash e “Two Sevens Clash” dei Culture (che intitola anche l’album che la contiene).
 
Forse negli USA il punk non è mai esistito, oppure semplicemente la cesura fu minore. Certamente, il 1977 non significò molto stateside, e quindi il 1976 rimane l’anno di riferimento, ma non in Italia.
 
Quando noi cominciammo a non essere più giovani, la curiosità sulle nostre origini ribelli si materializzò.
La conferma di ciò, per chi la cercasse, può darsi raffrontando due copertine del mensile The Face, per anni arbitro di molte “scene” britanniche e oltre: nel novembre 1981 un servizio su 5 anni “di punk” non ha l’onore della copertina, nel febbraio 1986 (attenzione al mese) quello sul decennale sì.
 
Per vario tempo esistettero solamente due libri autorevoli sul punk britannico: quello di Caroline Coon, 1988, e quello di Julie Davis, Punk.
Jon Savage pubblicò England’s Dreaming solamente nell’autunno del 1991 e la sua opera ([2]) rimane, comunque il punto di riferimento anche per i critici della medesima.
 
Con queste premesse, il “minuto 1” o la “ora 0” del punk ([3]) sono opinabili comunque, e lo erano soprattutto quando di tutto ciò ci interessava poco.
 
Se è ben vero che il 4 luglio 1976 i Ramones suonarono a Londra ([4]) – il che li rende rilevanti per gli anglosassoni – in quei giorni tutti i prime mover locali erano ancora non troppo noti.
 
Quindi, dischi a parte, posto che tutti questi artisti per mesi si esibirono dal vivo prima di entrare in uno studio di registrazione, per me il punk si consolida il 29 agosto 1976, a Londra, in un cinema di periferia. Da mezzanotte all’alba.
Si esibiscono, in ordine di apparizione: i Buzzcocks (in trasferta da Manchester) nella loro formazione originale e dunque con Howard Devoto come cantante; The Clash nella formazione a cinque comprensiva di Keith Levene come terzo chitarrista e i Sex Pistols ovviamente con Glen Matlock al basso.
Film di Kenneth Anger sono proiettati fra un set e l’altro: Kustom Kars Kommandos e Scorpio Rising.
 
Ma noi di tutto ciò non sappiamo niente.
Forse qualcosa si ([5]) è letto nei libri di Coon e di Davis. Visto nulla.
Dopo l’estate del 1978 almeno due copie arrivano a Milano di un altro libro che, in tutta onestà, comprare è un azzardo: lo comprammo io e Tonito ([6]) Si tratta di In the Gutter di Val Hennessy in cui sono appaiate foto di costumi “primitivi” e foto di punk, quasi sempre. A colpire però è la foto, non appaiata, che occupa l’intera pagina 74: Siouxsie Sioux sicuramente pre-1977, immortalata dal basso con un reggiseno senza coppe, un bracciale di tessuto con svastica a destra, collant di rete e slip di vernice, un gambale sempre di vernice a coprire la destra; stupefacente, perché lei dal 1977 passò a uno stile in cui era in qualche modo androginizzato tutto, non a caso fu soprannominata “The Ice Queen” ([7]).
Sì ma da dove arriva quella foto ([8])? Per anni non fu proprio del tutto chiaro, anche se incrociando un po’ di fonti si concluse che gli scatti erano di Ray Stevenson, non solo fotografo, ma anche fratello di Nils Stevenson.
 
La foto è della notte dello Screen On The Green ([9]) di quella torrida fine di agosto: Midnight Special at the Screen On The Green. Con Siouxsie c’erano anche Debbie Juvenile, Tracy O’ Keefe – improbabile trio di ballerine sul palco – e Steven Severin (occhi truccati).
Vi propongo queste descrizioni: “the chick who danced on-stage in the leather corset etceteras with the tit-slits... got her garters all wrong. But more than that - along with a dozen or so of other garishly designed night creatures - the overall impression was of a bunch of failed auditionees for ‘The Rocky Horror Show’ having wandered into the first couple of rows” ([10]). “I was shocked … she was walking around wearing some suspenders and a bra with her whole tits out. I was stunned … That night I couldn’t listen to the Pistols at all because Siouxsie was sitting one row behind me. I was so uncool because I couldn’t stop looking at her tits” ([11]).
Ma c’è anche Billy Idol, buon amico di Severin, nel pubblico: loro due e Siouxsie chiedono a Malcolm McLaren di esibirsi all’imminente 100 Club Punk Festival: nascevano gli ancora innominati Banshees.
 
Se pensate che i Buzzcocks esordirono su disco nel gennaio 1977, capirete come quel 29-30 agosto fu vera leggenda.
Oggi potete ascoltare una registrazione di discreta qualità dell’esibizione dei Sex Pistols (è stata pubblicata anche ufficialmente), mentre i concerti di The Clash e dei mancuniani di quella notte si rinvengono in un buon bootleg (doppio CD) intitolato semplicemente Midnight Special at the Screen On The Green.
L’esordio di Suzie and the Banshees il 20 settembre 1976 è da sempre disponibile su nastro magnetico fra i fan.
 
Senza dimenticare che quell’evento agostano è in qualche modo citato in “Fall In” di Adam and the Antz.
 
Sarei un bugiardo se dicessi che non invidio chiunque assistette a quell’evento.
Ancor più sinceramente ribadisco formalmente il mio fastidio per quasi tutto quanto è stato, è e sarà scritto in Italia sul quarantennale del punk sino al 2017: c’eravamo in pochi, e oggi siamo ancora meno; quelli che ora ne discettano non c’erano oppure non sapevano o erano molto occupati a osteggiarci ([12]).
Accidenti: nel 1976 non succedeva niente. In Italia.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[2] Che comunque un po’ di “americani” di occupa.
[3] D’ora in poi, senza precisazioni scrivo di UK.
[4] E, come già ho precisato in questo blog, nessun componente dei Sex Pistols o di The Clash era nel pubblico.
Il quartetto di Forest Hills si esibì anche il 5 ed il 6 di quel mese nella capitale del regno.
[5] Fu un caso, ma credo per anni di essere stato forse l’unico a Milano ad avere copia del libro della Davis, mai ristampato.
[6] A Tonito si riferiscono diversi post, uno gli è dedicato: “Tonito Memorial”, http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/08/tonito-memorial-to-live-and-die-in.html.
[7] Numero di Sounds del 3 dicembre 1977.
[8] Stesse origini ha una piccola immagine che accompagna un celebre articolo di John Ingham intitolato “Welcome to the (?) Rock Special” pubblicato da Sounds il 9 ottobre 1976. Un quasi primo piano in topless.
Esso fu riprodotto da Ray Stevenson nel suo libro Sex Pistols File del 1978 (una precedente edizione, pubblicata in proprio si intitola Sex Pistols Scrapbook).
[9] Riprodotta in Vacant – A Diary of the Punk Years 1976-79, di Nils Stevenson e Ray Stevenson.
[10] Giovanni Dadomo, Sounds del settembre 1976.
[11] Nora Forster: madre di Ari Up (The Slits) e moglie di John Lydon.
[12] Sì lo so, torno a scrivere quello che è il contenuto del secondo post del blog.

mercoledì 6 aprile 2016

BONVI E JACK LONDON E POI HUGO PRATT, O VICEVERSA (addendum duplice, a mo’ di abbozzo)


BONVI E JACK LONDON E POI HUGO PRATT, O VICEVERSA

(addendum duplice, a mo’ di abbozzo)

 

Nel blog ho scritto prima di Hugo Pratt e poi di Bonvi ([1]).

Al primo ho dedicato più di un post, al secondo ho fatto seguire al mio intervento un lungo (perdonate il bisticcio) post scriptum.

 

Jack London: tutti lo conoscono se sono nati una cinquantina di anni fa o, più giovani, hanno studiato letteratura americana. Molti fra i primi, però, sono fermi a un dittico di romanzi: The Call of the Wild e White Fang.

Se non fosse, almeno per qualche approfondimento, per i lettori più attenti di Hugo Pratt: citato spesso dal fumettista veneziano di Rimini, dei suoi racconti ambientati nei mari del sud sappiamo l’esistenza.

E poi Corto Maltese incontra Jack London verso la fine della storia lunga La giovinezza, del 1982, ambientata durante la guerra russo-giapponese. A parte le sembianze proprie date a Simon Girty ([2]), solitamente ([3]) Pratt viaggia attraverso Corto Maltese.

 

E Bonvi? Lui, bolognese di Modena, fra l’altro presta le proprie sembianze a Jack London ne L’uomo di Tsushima ([4]), storia dedicata a un episodio navale della stessa guerra. Però pubblicata più di tre anni prima ([5]).

 

Con il passare degli anni purtroppo, per sé più che per i propri riferimenti artistici (non solo letterari), ci si rende conto che di nuovo assoluto v’è poco, pochissimo, e che qualche volta i riferimenti sono più di quelli raccontati.

Ad esempio, Hugo Pratt visitò, o quasi – destino crudele ([6]) la tomba di Stevenson ([7]), ma lo aveva fatto decenni prima proprio Jack London ([8]).

 

Peraltro, Hugo Pratt illustrò (nelle riduzioni di Mino Milani) due opere di Stevenson per Il Corriere dei piccoli nel 1965 e nel 1967, dunque allo scrittore scozzese e alla sua ultima dimora di Vailima, nell’isola di Samoa, egli non era certo arrivato per caso.

 

Ma non basta.

Queste righe le devo ad Andrea G. Pinketts ([9]), in particolare alla sua prefazione all’edizione italiana del 2008 ([10]) del romanzo londoniano più o meno autobiografico John Barleycorn, come contenuta nella raccolta tematica pinkettsiana Mi piace il bar ([11]). D’altro canto egli nel 1995 vinse un premio letterario intitolato a London.

Mentre finivo di leggere quel volumetto, a fine inverno 2016, ricevetti il numero 23 de Ilcorsaronero (rivista salgariana e di letteratura d’avventure, tutt’altro che “popolare” nella qualità) che dedica molte pagine all’illustre scrittore e molto altro statunitense.

 

In conclusione, grazie a tutti, sulle cui spalle comunque cerco di issarmi ([12]) almeno per procedere nelle mie letture e nelle mie scoperte.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] In Wheeling.
[3] Ma nella serie de Gli Scorpioni del deserto il Virgilio prattiano è Koȉnsky, ufficiale polacco (inizialmente tenente).
[4] Tredicesimo volume della collana Un uomo un’avventura.
[5] Gennaio 1978 rispetto al 5 agosto 1981 (sul quotidiano francese Le matin de Paris).
[6] La sorvolò con un elicottero.
[7] Si vedano le pagine 205-223 del libro Avevo un appuntamento, Roma, Socrates, 1994.
[8] Si cfr. Russ Kingman, A Pictorial Life of Jack London, New York, Crown Publishers,1979, pagine 198-200.
[10] Torino, UTET.
[11] Siena, Barbera, 2013.
[12] Citando Bernard de Chartres.

martedì 22 marzo 2016

Je suis Tintin (Bruxelles 2016/Brussels 2016)





JE SUIS TINTIN




                                                                                                                      Steg


 


 


 


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martedì 15 marzo 2016

NEL 1976 NON SUCCEDEVA NIENTE (ovvero: non c’erano i punk e nemmeno il punk, almeno in Italia)


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NEL 1976 NON SUCCEDEVA NIENTE
(ovvero: non c’erano i punk e nemmeno il punk, almeno in Italia)

 

Il post con cui inaugurai il blog si intitola “Note sul punk in Italia e a Milano” ([1]): negli anni ha subìto qualche correzione, è stato tradotto in lingua inglese per il blog, è stato in parte oggetto di commenti e qualche citazione.
D’altro canto: non potevo scrivere tutto lì per vari motivi; e il medium scelto (come in altre occasioni ho fatto presente) deve essere tale da permettere una lettura estemporanea, non consequenziale.
Negli anni ho scritto ancora di punk, ma anche di David Bowie e di fumetti.

 

Queste righe traggono origine da un anno, 1976, e una fonte precisa: il numero 112 del mensile musicale francese Rock & Folk (maggio 1976) in cui compaiono ([2]) una intervista a David Bowie e altra al regista cinematografico Nicholas Roeg e un profilo ampio sempre sull’artista londinese il tutto gli fa valere la copertina; talché l’intervista a Neil Young che precede il tutto si fa piccina. Considerate inoltre: che per alcune righe ivi si dà per scontato che tutti i lettori sappiano che James Osterberg è Iggy Pop e che a David Bowie si chiede cosa ne pensi di Metal Machine Music di Lou Reed.
Dunque Francia: a pagina 22 della rivista c’è una rubrica dedicata ai fumetti intitolata “Comix Parade” in cui si menziona il primo numero della rivista statunitense Punk (qualificata fanzine e di fumetti, evidentemente), ma nel testo non si citano i Ramones che appaiono titolati in copertina bensì il solo Lou Reed.
Philippe Manœvre sempre nel numero 112 recensisce sia City Lights di Elliott Murphy, sia Collectors Items dei Flamin’ Groovies.
A pagina 148 insieme ad altri (eterogenei) strilli promozionali compare un piccolo riquadro pubblicitario per Métal Hurlant, testata cui ho dedicato righe specifiche ([3]).
Tenete presente che la rubrica seminale per gli artisti dell’Esagono “Frenchy But Chic” è pubblicata su Rock & Folk a partire dal novembre 1978 ([4]).

 

Guardare all’Italia di quell’anno si risolve allora in un nonsenso: spiace notare che riviste dello spessore di quelle francesi – Best fu un buon concorrente di Rock & Folk – non sono mai esistite, in quanto le due eccezioni alla regola erano poco diffuse e hanno avuto una vita comunque breve e non connessa agli anni qui considerati: mi riferisco a Muzak (ottobre 1973-giugno 1976) e a Musica 80 (febbraio 1980-aprile 1981).
Per i fumetti occorre aspettare Cannibale (giugno 1977) e Frigidaire (novembre 1980) ([5]).

 

In questo panorama le conclusioni sono banali, o meglio lo sarebbero se non fosse che con il passare del tempo le mitizzazioni – soprattutto di chi non c’era ma è ancora vivo a discapito di coloro che invece potrebbero contraddirli se fossero ancora vivi – sono sempre in agguato.
E quale momento migliore rispetto al punk per mitizzarlo del suo quarantesimo anniversario, secondo il calendario britannico?

 

Dunque: nonostante l’esiguo stretto di mare che li separa, i francesi (o meglio i parigini) nel primo semestre del 1976 saranno influenzati soprattutto da qualche sprazzo della scena newyorkese già stabilizzata; sebbene nell’eterno dibattere su chi abbia introdotto la spilla da balia nell’abbigliamento compaia anche Elli Medeiros (poi Stinky Toys con Jacno) in tempo appunto per il 100 Club Punk Festival del 20 e 21 settembre 1976.
Incerte le datazioni di costituzione, sempre nel 1976, di Métal Urbain e Asphalt Jungle.

 

In Italia, io confermo la mia opinione: nel 1976 nulla “di punk” al di fuori di qualche acquirente di dischi, delle pochissime copie di quelli che arrivarono d’importazione.
E – ad essere benevoli – come fu nel 1975 per i Sex Pistols, un repertorio anglosassone magari con dentro una canzone di Bowie o una di Reed per chi suonava in un gruppo.
Qualche responsabilità per tutto ciò l’ebbe evidentemente anche la stampa musicale italiana. Questo sì.
Per un tentativo, serio, di celebrare un quarantennale del punk nel nostro Paese occorre aspettare il 2017: per ribaltare il titolo di un album che nel 1976 non so quanti conoscessero da queste parti, sarà di nuovo, e in ogni caso, in riferimento a qualcosa avvenuto too little too late.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] Da pagina 72. Avvertenza: questa intervista, di Herve Muller, non è contenuta nel numero speciale (Hors série n. 32) dedicato a David Bowie del gennaio 2016.
[4] Tenuta da Jean-Éric Perrin, essa è raccolta in un volume dallo stesso titolo: maggio 2013, Camion Blanc, ISBN 978-2-35779-290-6.

venerdì 11 marzo 2016

CITAZIONISMO IGNORANTE (ancora a questo proposito) (Sniper series – 32)


CITAZIONISMO IGNORANTE (ancora a questo proposito)

(Sniper series – 32)

 

Il blogger Steg usando principalmente l’etichetta/tag “caipiroska alla fragola” ha già scritto a questo proposito in quattro occasioni: il citazionismo (o manierismo) di chi non sa, non ha letto, non ha visto, eccetera, però dice e scrive, male,  spesso usando solo dei titoli.

 

Ma l’escalation (perché nessuno dei suoi seguaci s’accorge di scendere nel maelström) del citazionismo ignorante è ovviamente inarrestabile.

 

Ed allora mi aspetto che sull’onda dell’omicidio di Luca Varani, a Roma nel marzo 2016, qualcuno chieda una editio minor del romanzo di Bret Easton Ellis American Psycho limitata nei contenuti ai marchi citati in detto romanzo.

Incidentalmente: Patrick Bateman compare anche in altre tre opere narrative di Ellis.

 

 

                                                                                                                       Top Shooter

 

 

 

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domenica 6 marzo 2016

LA MANCANZA DELLO STUDIOSO, NON SOLO DELL'AUTORE E DELL’ARTISTA, TOTALE (un post in cerca di smentita)


LA MANCANZA DELLO STUDIOSO, NON SOLO DELL’AUTORE E DELL'ARTISTA, TOTALE (un post in cerca di smentita)

 

Due premesse quasi luoghi comuni.

Secondo Michel de Montaigne ([1]) – o meglio io ho in mente questo riferimento, ma potrebbe essere errato – che riteneva di averli letti tutti, nessun essere umano può leggere tutti i libri pubblicati “sino a …”. L’affermazione, appunto, da secoli ovvia in ragione dell’espansione dell’editoria rispetto all’epoca del grande pensatore e filosofo francese, ma serve a inquadrare il problema.

D’altro canto, e questo ha forse più senso, con riferimento anche solo a certi argomenti, è difficile poter sostenere di aver tutti i libri che ne trattano ([2]).

 

Secondo molti, dunque anche in questo caso una citazione sarebbe inutile ([3]) perché assurta per lo meno a opinione diffusa: la musica rock (‘n’ roll) e i fumetti sono spesso terreno di passione comune, il che fra l’altro porterebbe a una maggior frequenza di persone (studiosi e anche solo giornalisti-scrittori, si potrebbero aggiungere i registi cinematografici) che se ne occupano.

L’affermazione in realtà rischia di essere anche approssimativa, in quanto sono noti – ben prima delle biografie a fumetti – i riferimenti anche alla musica jazz in certi comics. E si può anche andare oltre: per tutti si consideri la storia di Corto Maltese Y todo a media luz di Hugo Pratt, meglio nota con il titolo, appunto, di Tango ([4]).

 

Adesso, si pensi a una banale equazione ([5]): uno studioso che conosce anche i fumetti, sarà anche un esperto di musica contemporanea: ad esempio Umberto Eco.

Ancora: Nick Hornby ha scritto di musica “contemporanea” non alta (rock ‘n’ roll e pop o forse sarebbe meglio dire della seconda metà del secolo ventesimo) e di calcio: gli piaceranno anche i fumetti.

E applichiamo ancora questo tentativo di equazione: uno dei creatori del personaggio fumettistico di Tank Girl, Alan Hewlett, siccome ha collaborato con Damon Albarn (frontman dei Blur) nei Gorillaz, avrà passioni anche oltre questi due argomenti, diciamo per il calcio.

Ebbene, queste tre affermazioni mi paiono prive di fondamento, e comunque – cioè sebbene eventualmente esatte in tutto o in parte – incapaci di creare una sorta di “circolo” più ampio di interessi per artisti e studiosi e i loro lettori (consumatori in senso nobile?).

 

Prendiamo David Bowie: una frase piuttosto recente che mi colpi è che gli uomini ([6]) invecchiando spesso si appassionano alla storia. Esiste dunque un possibile allargamento oppure un cambiamento di argomenti negli interessi delle persone con il passare degli anni.

Ma penso anche a due registi statunitensi, John Milius e Walter Hill, sicuramente appassionati di storia antica già in semplice età adulta. Nei loro film c’è musica moderna, sì, ma storicamente contestualizzata: cioè nessuno di loro si dichiarerà anche un ascoltatore di punk americano ([7]), tanto per dire.

 

Complico ulteriormente le “cose”: Guy Peellaert e Nik Cohn scrivono e illustrano nel 1973 un libro, a quattro mani appunto: Rock Dreams, dedicato ad artisti musicali dell’epoca. Peellaert fu in seguito anche autore di “copertine” di album per David Bowie, Rolling Stones, Etienne Daho.

Il primo ha realizzato altresì qualche fumetto, il secondo ha scritto su molti argomenti, anche non necessariamente legati alla musica contemporanea.

Difficilmente, però, gli ambiti musicale e fumettistico sono considerati insieme da chi si occupa di Peellaert non ex professo bensì incidentalmente.

 

Adesso vi butto lì qualche altro dato di biblioteche personali: si parla di 30.000 e più libri per Umberto Eco ([8]) nel 2010 e di 25.000 per Hugo Pratt morto nel 1995.

Ma un contemporaneo come Arturo Pérez-Reverte che in qualche modo è legato ai due autori appena citati ([9]) ne dichiara già 35.000 nel 2015 ([10]).

 

Dunque, occorre sempre e per sempre scandagliare ogni àmbito perché nessuna persona può darci tutte le conoscenze che ci servono e, con apparente paradosso, è solamente avendo letto uno scritto di Andrea G. Pinketts ([11]) che sono arrivato a John Barleycorn di Jack London e ho “scoperto” ([12]) che lo scrittore di San Francisco negli ultimi anni della sua vita (morì quarantenne) ([13]) aveva una biblioteca di 15.000 volumi.

 

Non riesco proprio a collegare Milius o Pérez-Reverte a Hewlett, ma probabilmente nemmeno Hornby a Gianni Brera.

E continuo a cercare.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] Per esempio, si dice che Napoleone Bonaparte sia il personaggio storico cui sono stati dedicati più libri.
[3] La prima volta che lessi questa avvertenza fu in Come fare una tesi di laurea di Umberto Eco.
[4] Mentre nel libro Paracaidas y vueltas, sorta di antologia di suoi testi (prevalentemente di prosa, pubblicato nel 2015 da Andrés Calamaro (cantante/musicista argentino, spesso autore/compositore di se stesso) i riferimenti oltre che letterari sono (an che) a jazz e tango appunto. Ma ricordo anche in questa sede la sua amicizia con Rodrigo Fresán, autore letterario di due anni più giovane; entrambi sono nativi di Buenos Aires. 
[5] Il riferimento a Umberto Eco è di mera praticità e contingenza rispetto a quando scrivo queste righe.
[6] Non il genere umano.
[7] Magari escludendo i Ramones, negli ultimi anni diluiti di molto del loro “essere”: si veda http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2015/09/ramones-crepuscolo-di-una-gloria-punk.html.
[8] Nella specie è perché egli scrisse anche a proposito di Hugo Pratt.
[9] Eco è menzionato ne El Club Dumas, mentre almeno in un’occasione l’autore di Cartagena (Spagna: regione di Murcia) ha dichiarato, da bibliofilo, una passione per Corto Maltese che fa riferimento alle edizioni in bianco e nero dell’editore parigino Publicness. 
[10] Corriere della sera, 14 settembre 2015 intervista di Paolo Beltramin.
[11] Nel volume Mi piace il bar, Siena, 2013 è contenuto il testo, in parte rivisto, della sua prefazione a un’edizione italiana dell’opera londoniana.
[12] Dall’introduzione di John Sutherland all’edizione pubblicata nella raccolta Oxford world’s classics della Oxford University Press.
[13] Il 22 novembre 1916.