"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



mercoledì 3 gennaio 2018

POLITICIZZARE I FUMETTI È UTILE? (populismo e fascismo, e altro, a strisce e tavole)



POLITICIZZARE I FUMETTI È UTILE?
(populismo e fascismo, e altro, a strisce e tavole)

 
Premessa: l’argomento di questo post può essere considerato serio e qualcuno sicuramente mi darà del superficiale: credo di conoscere i fumetti abbastanza bene, e quindi mi assumo il rischio.
 
Lo spunto di queste righe nasce dall’articolo di Beppe Severgnini su Sette (il settimanale del Corriere della Sera) ([1]) per presentare la ultima ed ennesima iniziativa editoriale con cui si vendono in edicola le storie di Tex Willer ([2]).
Mi ha colpito nel titolo l’uso della espressione “un po’ populista” (sebbene si sa che i titoli non sempre dipendono da chi scrive il “pezzo”). Infatti, una quarantina di anni fa si sarebbe scritto (ma senza strillarlo, e dunque al più nel “sommario”) “a rischio di fascismo” o qualcosa del genere.

 
Nel libro Fascisti immaginari ([3]) fra gli altri ha una sua voce Tex Willer ([4]).
In effetti, la scelta di Lanna e Rossi è quella di trattare anche gli autori con i personaggi a fumetti, ma ci sono autori “unidimensionali” ([5]) per il pubblico nel senso che creatore e character sono inscindibili e spesso il lettore non sa come è fatto il primo ([6]).
Tex sicuramente, anche per l’epoca in cui fu pensato, è un eroe di carta non governativo, nel senso che esisteva una morale democristiana per cui il ranger creato da Gianluigi Bonelli (e disegnato per moltissimi anni da Aurelio Galeppini) era della stessa risma di quei fumetti che arrivavano dagli USA e che non avevano una morale cattolica (si pensi a Flash Gordon).
Ma nessuno per anni e anni si pose il problema del suo orientamento politico, forse il mensile Linus (edito dall’aprile 1965) ha qualche responsabilità in una analisi che si interessa, anche, di un inquadramento ideologico di strisce e tavole disegnate. 
Quello che risulta curioso nella scelta di Severgnini è di usare la parola “populismo” in forma più morbida, mentre usualmente essa è solo un gradino prima del fascismo nel linguaggio della propaganda politica italiana: logiche di mercato, forse.

 

Violenza gratuita, droga, rapporti sessuali con una minorenne: questo è Ranxerox (inizialmente Rank Xerox): un robot nato dalla mente di Stefano Tamburini e canonizzato dal tratto di Tanino Liberatore.
Nessun problema per lui e la fidanzata (minorenne e tossicomane) Lubna: egli arriva dall’underground e i suoi “padri” (collaborarono anche Andrea Pazienza e Massimo Mattioli nella parte disegnata) sono tutti di sinistra alla sinistra del PCI.
Così va il mondo, verrebbe da dire. Aggiungendo che la epopea del “coatto sintetico” è durata abbastanza poco perché egli non necessiti di riabilitazione ad uso di un improbabile abbinamento editoriale con una testata quotidiana.

 

Anche i supereroi hanno avuto qualche traversia: ma con l’arrivo di quelli della editrice Marvel in Italia (nel 1970), il tutto era abbastanza banalizzato: Superman si poteva ignorare e/o criticare; Spiderman andava bene (e per fortuna Dick Fury ebbe poca popolarità).
La DC Comics ovviamente ebbe la sua riscossa con un Batman più che problematico, quasi ricreato nella saga “The Dark Knight Returns” (di Frank Miller altresì quanto alle “matite”), che contribuì a rendere più interessante pure l’alter ego di Clark Kent.

 

Ed arriviamo a quello che è il caso più complesso ([7]): Hugo Pratt, e non solo Corto Maltese.
Perché il veneziano nato a Rimini è “quasi” conosciuto come il suo personaggio più celebre ([8]) e non solo in Italia e Francia.
Un dato innegabile: Corto Maltese piace senza discriminazioni ideologiche, conseguentemente gli indici politici riferibili a lui e al suo creatore sono a disposizione di tutti.
Il fatto è che “nulla quaestio” quando CM o HP vengono schierati a sinistra, mentre ogni qual volta essi sono “arruolati” dalla destra scoppia un caso ([9]). E allora?
Volete Pratt di sinistra? Fate voi ([10]).
Rimangono innegabili alcune circostanze: Pratt si arruolò nel Battaglione Lupo della Xª MAS, sebbene per qualche giorno solamente ([11]). Che gli piacesse tutto quello che sapeva di militaria è altrettanto innegabile, nel senso che certo egli non era un pacifista. Onore al nonno poeta e basta (questi era stato fondatore dei Fasci di combattimento veneziani) la poesia di Eugenio Genero che si trova in “Corte Sconta Detta Arcana” ([12])? Pratt era sicuramente un maschilista (e piaceva alle donne ([13])).
Infine, una considerazione di un autore (non solo di fumetti) che lo conobbe molto bene e che, dati i suoi toni pacati, non credo abbia interesse a creare un Pratt fascista: Mino Milani. Ebbene Milani scrive, e con lui chiudo: “A dispetto del troppo parlare (più che divertirlo, probabilmente lo indispettiva) sul suo possibile passato, mi dicono che, morente a Losanna, Hugo abbia chiesto di essere sepolto in camicia nera. Pateticamente, come facevano i fascisti degli anni Venti, o i comunisti degli anni Cinquanta che, la camicia, la volevano rossa. O addirittura come i garibaldini che, se non si facevano polemicamente cremare, chiedevano di essere messi nella bara con la loro giubba di battaglia” ([14]).

 

Io credo sia piuttosto semplice: le persone sono costituite da momenti e periodi, sicuramente non isolabili allo scopo di far prevalere una ideologia sull’altra, a meno di rischiare la banalizzazione.
Capita anche ai fumettisti, anzi ai “fumettari” ([15]).

 

 

                                                                                                                     
[collezione privata]

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] 21 dicembre 2017, pagine 58 e seguenti: “Tex Onesto, fascinoso e un po’ populista”.
[2] In linea di massima, non descriverò fumetti e vi invito a svolgere le vostre ricerche on line e off line.
[3] Di Luciano LANNA e Filippo ROSSI, edito da Vallecchi (Firenze), 2003. Già citato in questo blog, esso è strutturato per voci ma ha anche un ottimo indice analitico. 
[4] E anche Tintin, probabilmente il più “sospettato” (leggasi il suo creatore, Hergé) di simpatie di destra, ma riabilitato in occasione, more solito, di una sua diffusione in edicola, in Italia.
Su Corto Maltese e  Hugo Pratt tornerò nel testo.
[5] Mentre il fumetto è per forza bidimensionale.
[6] Naturalmente, il discorso si complica quando autore e disegnatore non coincidono. Ma occorre precisare che il personaggio solitamente è da attribuire all’autore dei testi (o sceneggiature, se si preferisce) e non a chi lo illustra.
[7] Ma trovo interessante anche la voce dedicata a Sturmtruppen in Fascisti immaginari.
[8] Tanto da essere evocato dallo stesso Frank Miller: Corto Maltese è il nome di una isola.
[9] Fra i più recenti e celebri quello dell’incontro “Camerata Corto Maltese” realizzato a Roma da Casapound il 14 gennaio 2011 con tanto di manifesto ritraente un giovane Corto Maltese: si veda l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 17 gennaio di quell’anno. 
[10] Certo, mi è nota la sua “tavola” intitolata “No al fascismo!”.
[11] Secondo quanto scrisse Adriano Bolzoni su Il Secolo d’Italia: “in uno scrignetto di strana fattura, chissà dove trovato, Hugo conservava gli alamari della Decima. Era orgoglioso di aver militato tra i reprobi dell’esercito della Repubblica sociale italiana. Volontariamente era entrato nella generosa e un poco folle masnada a diciassette anni. Non lo dimenticò mai e nulla poté mai fare impallidire quel ricordo” (cito da un articolo del 20 agosto 2015 a firma di Antonio Pannullo, intitolato “Hugo Pratt, il piccolo marò che trasformò il fumetto in letteratura”, che riporta questo passo risalente al 1997).
[12] Stante il numero di edizioni, è impossibile indicare la pagina (o le pagine) in cui compare la poesia. Preme far presente che la fase della storia in cui il marinaio nato a La Valletta declama le righe tratte da “Venezia mia” si svolge in Siberia nella neve. e non “nel deserto” come scrive taluno.
Giovanni MARCHESE, Leggere Hugo Pratt, Latina, Tunuè; 2006, p. 39, indica la poesia come pubblicata nel 1938 (parrebbe secondo altre fonti una seconda edizione, la prima del 1922) nella raccolta La vose del cuor; (però a pagina 57 e non 52), essa è pubblicata anche nella raccolta Falìve, Venezia, Zanetti Editore, senza data (ma 1925?), pagina XII.
[13] Ma leggete anche cosa scrive di lui sua figlia Silvina Pratt in Avec Hugo, Paris, Flammarion, 2005.
[14] Mino MILANI, Piccolo destino, Milano,Mursia, 2010, pagine 92 e 93.
[15] Prima della “letteratura disegnata”, Pratt si definiva, orgogliosamente, “fumettaro.
 
 

venerdì 24 novembre 2017

DIVA (una porta segreta?)


DIVA
(una porta segreta?)

 

A scanso di equivoci per il lettore che potrebbe fermarsi alle prime righe: Diva è un romanzo e poi un film.
In ambito internazionale, se il secondo può annoverarsi fra i cult movie ([1]) il primo forse rientra nella categoria dei libri che richiederebbero maggior notorietà per essere di culto oltre le nazioni francofone ([2]) .

 
Io scoprii il film e poi del romanzo, ma entrambi in Inglese.
Lo vidi, due volte consecutive (in giorni diversi) in un cinema di Baker Street, a Londra, perché era recensito in Time Out ([3]): allora bastava quello, non c’era internet eppure … Parlo di un 30 anni fa ben abbondanti. 
Fui molto colpito da diverse scelte, intanto andava via come un videoclip, con colori anche sgargianti, ma con la grana e quindi la nettezza del film.
Probabilmente notai nei titoli che era tratto da un romanzo, ma chi fosse quel Delacorta era davvero impossibile saperlo, del resto è lo pseudonimo, di uno Svizzero: Daniel Odier.
 
Tempo dopo trovai il romanzo, tradotto in Inglese e “copertinato” in omaggio alla locandina del film ([4]).
Di Delacorta lessi anche altro ([5]), ma Diva resta il suo titolo più famoso in ragione del film.
 

Come si arrivi dal libro, del 1979, al film, uscito nel 1981, lo spiega il regista, Jean-Jacques Beineix in un documentario ([6]) dedicato alla sua opera prima firmata in prima persona, da quasi trentacinquenne, come regista: una telefonata/proposta gli dice di leggere quel “polar” ([7]).
Sì, però occorre trovarla una copia: e Beineix gira per Parigi fra librerie chiuse e librerie sfornite finché  arriva, inevitabilmente verrebbe da dire, al Drugstore ([8]) di Saint Germain Des Pres (non esiste più, era nella piazza antistante la chiesa, a qualche decina di metri e un (mi pare) incrocio da Lipp (celeberrima brasserie): ivi ne recupera copia.
 

Ma passiamo al film: caveat: il “rivale” di Beineix, Luc Besson, è più giovane di lui, e il film del secondo intitolato Subway (il più vicino a Diva come stile) è uscito nel 1985.

 

Da un lato, non intendo rovinare la visione a chi ancora non conosca il film: dall’altro, mi pare poco saggio fornire chiavi di lettura.
Pertanto, vi propongo una serie di miei pensieri a fronte di una visione integrale (ma suddivisa n tre giorni) contemporanea.

 

- La trama principale può dare un salto di battito cardiaco ai fan di cantanti donne (mi capitò).

- Protagonista: Jules: (nome che a me fa venire in mente Maigret) ricorda il personaggio di Antoine Doinel – in versione ventenne ([9]) – di François Truffaut. Mia impressione?

- Deuteragonista: Alba: una minorenne, è in effetti la co-protagonista della serie di Delacorta.

- Deuteragonista: Serge Gorodish, un uomo fatto, bon vivant (dandy?) fidanzato di Nadia, che in qualche modo opera anche come fratello maggiore di Jules.

- Fra Gorodish e Alba aleggia Serge Gainsbourg? ([10])

- Senza volersi fregiare di cultura non sempre presente: al tempo “satori” per i pochi che avevano udito la parola poteva significare: o Jack Kerouac oppure i Bauhaus. Fate voi. Quello di Gorodish, di satori, è imburrare baguette.

- La scena di Jules e Alba fuori dal negozio di dischi strizza l’occhio alla passeggiata di Belmondo e Seberg ([11]) in A Bout de souffle?

- Il cattivo, noto come “Le curé” ricorda il cattivo dei puffi “j’aime pas” (“io odio”).

- In una Parigi livida al sorgere del giorno, le grandi statue operano come dioscuri protettivi.

 

 

AVVERTENZA

Per una volta pubblico un post che non risulta necessariamente concluso (ma non incompleto nelle parti sviluppate).
Prendetelo dunque come possibile prima stesura.

 

 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Secondo la mia definizione è un film di cui non ci si stanca mai di vedere scene isolate, anche se talvolta la visione intera può risultare faticosa oltre le prime (senza quantificazione) volte.
[2] Mi permetto due esempi di traduzioni italiane: London Fields di Martin Amis e The Crypto Amnesia Club di Michael Bracewell.
Il primo è poco noto nel nostro paese, in patria è acclamato; il secondo potrebbe essere un culto minore in Gran Bretagna, ma quante copie abbia venduto da noi francamente … 
[3] Settimanale su tutto quanto capitava a Londra e anche un poco guida a ristoranti. Anni dopo arrivarono edizioni straniere e guide turistiche (ben fatte anch’esse, almeno inizialmente).
[4] Al momento ignoro dove sia la mia copia.
[5] Questa la cronologia della “serie” fra il 1979 e il 1987: Nana, Diva, Luna, Lola, Vida, Alba.
[6] Disponibile almeno nella versione in doppio DVD del film.
[7] Tecnicamente è un polar:policier” più “noir”.
[8] Ecco, in Italia i drugstore alla parigina non ci sono mai stati; per la capitale francese sono stati (almeno due ne esistevano) fondamentale in termini teenageriali.
[9] In 5 film di Truffaut egli è protagonista: il più noto è Les Quatre Cent Coupes, ma in quel film Antoine Doinel (sempre interpretato da Jean-Pierre Léaud)è poco più che un bambino.
[10] Beh avendolo pensato vent’anni prima del documentario/intravista a Beineix il pensiero per lo meno è mio. In effetti, Gainsbourg e Jacques Dutronc furono ipotizzati per il ruolo. 
[11] Rispettivamente Michel Poiccard e Patricia Franchini, protagonisti alla pari mi sento di dire del film: godardiano nella regia, truffautiano nella sceneggiatura. 

lunedì 13 novembre 2017

NANI E GIGANTI (Tombstone series – 39)


NANI E GIGANTI (Tombstone series – 39)

 

A cosa serve stare sulle spalle dei giganti, quando si è circondati da nani?

 

 

 

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MORRISSEYANA (Tombstone series – 38)


MORRISSEYANA (Tombstone series – 38)

 

Morrissey è un fascista repubblicano.

 

Il sangue di Morrissey scorre sempre. Perciò egli è più miracoloso di San Gennaro.

 

Mi interrogo sull’odore del sudore di Morrissey, talvolta.

 

Un qualche declino di Morrissey è arrivato quando egli ha abbandonato i Doc Martens per i mocassini da cameriere di trattoria (toscana o romana, poco importa).

 

(I predetti quattro temi potrebbero essere suscettibili di approfondimento. Ma sarò sempre e comunque disponibile a difendere Morrissey dagli attacchi verbali di chiunque, forse anche dai miei.)

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

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venerdì 13 ottobre 2017

CE LE SCRIVIAMO E CE LE LEGGIAMO (parte seconda/son of Sniper series)


CE LE SCRIVIAMO E CE LE LEGGIAMO

(parte seconda/son of Sniper series)

 

Nel 2012 un mio post intitolato “Ce le scriviamo e ce le leggiamo” ([1]).

 

Il mio tardivo ingresso su Facebook ogni giorno mi pone davanti a sconsolanti esempi di persone che hanno almeno un diploma, leggono, eccetera. Ebbene la mia conclusione è qui sotto (Liala potete scoprirlo voi chi fu).

 

Avere coscienza delle proprie qualità autoriali aiuta a non sembrare Liala con una spilla da balia nella guancia con 40 anni di ritardo (non solo la spilla, ma anche lo stile di Liala).

Il Bacio Perugina (rectius il suo bigliettino) vomitato: lo stile ribelle su Facebook.

 

 

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[1] http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/07/ce-le-scriviamo-e-ce-le-leggiamo.html

mercoledì 11 ottobre 2017

LA INSTALLAZIONE BOWIANA (a proposito del Professor Vincenzo Trione, slight return)


LA INSTALLAZIONE BOWIANA
(a proposito del Professor Vincenzo Trione, slight return)
 
 
Il professor Vincenzo Trione, che secondo Dagospia tiene molto alla “p” maiuscola, fu lo spunto per un mio post di circa quattro anni e mezzo fa abbondanti in cui contestavo la sua tesi per cui fosse discutibile ospitare David Bowie e Bob Dylan in strutture museali ([1]).
Egli mai si premurò di replicare al mio scritto.
 
Pur essendo vero che “aquila non captat muscas” (ed il rapace non è lui), l’altra mattina mi sono svegliato con una intuizione: la mostra che diviene installazione ([2]).
Perché ormai, la mostra “David Bowie Is” è una installazione, che un poco muta ad ogni suo allestimento (con cinismo anche in ragione del prima e dopo 10 gennaio 2016), in città diverse del mondo, ormai nel numero di 11 dopo la sua prima londinese del 2013 ([3]).
 
E il Professor Trione? No lui e gli elementi che gli sono riferibili non saranno mai installabili artisticamente: perché pare che egli sia molto pedante, prevedibile e costante nei suoi comportamenti, poco stimolante per chi lo circonda.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2013/02/bob-dylan-e-david-bowie-di-arte_7.html
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Installazione_(arte)
[3] http://www.vam.ac.uk/content/articles/t/touring-exhibition-david-bowie-is/

domenica 17 settembre 2017

MARC BOLAN: 1977-2017


MARC BOLAN: 1977-2017

 

  • Marc Bolan: essere primo e morire da secondo, per primo. Rispetto a David Bowie.
  • Marc Bolan: morire secondo, dopo Elvis Presley.
  • Marc Bolan: essere una “superface” , un “very high number”, della scena mod in giovanissima età. Ma – di nuovo – essere già morto prima del sorgere della modrophenia del 1978-79.
  • Marc Bolan: padrino o quasi della onda punk (britannica) del 1977, ma molti lo etichettano come tentativo di suo rilancio.
  • Marc Bolan: dandy in the underworld è solo il titolo di una sua canzone? Perché il suo precipitare stilistico è spesso imminente, non occorre scomodare la letteratura in argomento.
  • Marc Bolan: maltrattato financo nella discografia “ragionata” postuma.
  • Marc Bolan: dopo quaranta anni dalla sua morte, egli sembra più un “si dice” che una tappa musicale importante, estinto come un Tyrannosaurus Rex piuttosto che celebrato come cigno elettrico, nonostante “tutti”: Siouxsie Sioux, Marc Almond e Bauhaus con gli altri “figli della rivoluzione”, … e – naturalmente – David Bowie.

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

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lunedì 11 settembre 2017

“ATTACCHEREMO PALAZZO MARINO IN FILOBUS” (i testi dei primi Decibel)


“ATTACCHEREMO PALAZZO MARINO IN FILOBUS”

(i testi dei primi Decibel)

 

 

Il 2017 è l’anno del ritorno sulla scena dei Decibel capitanati da Enrico Ruggeri.

Riascoltare i loro primi due album e quel singolo intermedio evasivo in quanto le canzoni altrimenti non disponibili ([1]) aiuta nuovamente a ricordare cosa succedesse a Milano a quei tempi e cosa rimanga oggi almeno nelle menti di alcuni, pochi invero.

 

Con tutta evidenza – tardiva – nell’autunno 1978 probabilmente non c’era (molto) tempo per ascoltare anche i Decibel, e forse nemmeno danaro in tasca per comprare anche quel disco ([2]): considerate un po’ quali furono le uscite di quei mesi, mentre si cercava ancora di assimilare il 1977.  

 

Con Pino Mancini (uno dei chitarristi del gruppo) divisi la classe alle scuole medie.

Ai Decibel tirammo qualche manifesto appallottolato in occasione del primo concerto (su due) che aprirono a Milano per Adam and the Ants: era il 16 ottobre 1978.

E allora? Non è questione di contarci fra superstiti 39 anni dopo, bensì di ricordarsi chi siamo, ancora, senza la pretesa di scavalcare le interpretazioni autentiche fornite da Enrico Ruggeri.

 

Il titolo del post evidentemente è una iperbole (anche perché a Milano nessuna linea filoviaria raggiunge Piazza della Scala) , ma “filovia” è nel testo di una delle canzoni del primo album decibeliano.

 

 

PUNK

 

“Figli di …”.

Questo è un disco milanese, e quindi i protagonisti hanno genitori che leggono il Corriere della sera ([3]).

Siamo fuori dall’ingranaggio se abbiamo capito di cosa si sta cantando. Ancora oggi siamo “i figli”, nel senso che non siano entrati a far parte dei “servi”.

Secondo un modo di dire, a sinistra c’erano i pirla con il Burberry’s, a destra invece quelli con la giacchetta di renna. Ecco noi ci siamo salvati dagli opposti estremismi modaioli oltre che da quelli non modaioli ma in divisa (vedi eskimo), semmai indossando un giubbotto di pelle nera.

 

“Paparock”.

La censura cattocomunista (per usare un termine dell’epoca) aleggia: ecco quindi che la voce di Ruggeri è alterata e il testo della canzone non è riprodotto con gli altri.

Per fortuna noi ci siamo salvati sia dal pontefice r’n’r, sia dai preti in maglione (CL o sinistra poco importa); non è accaduto a molti.

 

“LSD Flash”.

Sono tentato di dire “fate voi”.

Poco rock ‘n’ roll di vaglia. Il sesso come droga? Ma perché LSD: metrica?

 

“Superstar”.

Ruggeri su questa canzone ha già detto e scritto più volte tutto.

Io senza di lui continuo a non pensare a John Lennon, penso al filobus (linee 90 e 91).

Concludo che il protagonista della canzone non abbia ucciso il suo idolo, perché senza il suo idolo il fan muore.

 

“Il leader”.

Mirabile sintesi della vita studentesca fra licei e istituti tecnici italiani (e milanesi in particolare) fra il 1972 e il 1978.

Sorta di completamento a contrario di “Figli di …”, con essa si spiega perché altri (ed io) ci siamo salvati grazie alla musica e al punk in particolare.  

 

“New York”.

Questo è il mio tallone d’Achille.

Avendo visitato Gotham City sin dal 1975, ho sempre sentito ingenuità fra le righe.

Comunque un po’ di Lou Reed, di Taxi Driver e di scena musicale cui si anela sono evidenti.

 

“Col dito … col dito”.

Chi ha anche “solo” 40 anni non ha la percezione del femminismo militante, che però quaranta anni fa (appunto) si scontrava con i “cazzi duri” dei compagni maschi.

Alla fine era muro contro muro fra i due sessi, tale da portare anche – e in questo io plaudo – a una sisterhood che scavalcava quasi tutte le barriere politiche.

Ma ciò posto, la canzone critica i peggiori aspetti del femminismo.

Mentre io dedico queste righe alla mia compagna di classe Stefania Bosio, femminista e fascista, picchiata dal servizio d’ordine trotzkista del liceo con regolarità impressionante.

 

“Il lavaggio del cervello”.

Si chiude come si è iniziato: dichiarando la propria non accettazione della omologazione – con qualche contentino, stavolta non a rate ([4]) bensì calcistico – entro una massa non pensante.

 

 

 

“Indigestione disko”/ “Mano armata”

 

“Indigestione disko”: verrebbe da chiedersi se serve una analisi.

La “k” ricorda quella di “Kossiga” (Francesco; che la “meritò” come ministro dell’interno nel 1977): ovvero la accezione positiva del negativo che originò nel novembre 1962 con Diabolik si era persa.

La grandezza di questa canzone (troverete analogie tematiche nella solista “Generazione combustibile” ([5])) è il disprezzo per quella dozzinale evasione dal quotidiano che era ed è la spina dorsale della sconfitta del proletariato a sinistra ([6]) ma anche e ancor di più di quella piccola e giovane borghesia impiegatizia – di cui i figli di quei proletari arrivano a far parte – che teme di perdere quanto comprato a rate (allora poche) dai propri genitori.

 

“Mano armata” ([7]).

Il proletariato – politicizzato o meno – è incazzato. Ma cambiano i modi di esprimere la rabbia.

A Milano le “batterie” (così si chiamano le bande di delinquenti) sparano. Per i boss piccoli gregari giocano a poker o a dadi, nelle bische o alla luce dei lampioni di piazze ([8]).

Ecco quindi che questa canzone (di cui esiste anche una versione con un testo più duro) fissa l’idea dell’esproprio, che non è “proletario” per ideologia di estrema sinistra, bensì per uscire dalla dimensione sociale di partenza di chi lo compie.

 

 

 

VIVO DA RE

 

“Il mio show”.

Onestamente, vedo pochi proclami.

A parte una “marchiatura” bovina della ennesima donna sbagliata, che pretende cultura, lo skerzo forse è sparksiano.

 

“Supermarket”.

Non molla la rabbia anticonsumista del primo album, con ammiccamenti tezstuali a una trasmissione televisiva dedicata ai fumetti (“Gli eroi di cartone”).

La miopia di chi ascolta è evidente: è la estrema destra, e non la estrema sinistra, a criticare il consumismo; la seconda lo sfrutta.

Sul tema dei consumi Ruggeri tornerà molti anni dopo con “Centri commerciali”, ma questa volta il prezzo del consumismo è ancora più alto: solitudine non volontaria.

 

“Pernod”.

Come noto, questa canzone sventa un suicidio del suo autore.

Forse anche perciò una sua nuova versione è inclusa nell’album del 2017 Noblesse oblige.

 

“Ho in mente te”.

La cover di una canzone della Italia “complessista” ([9]) e “beat”; anni sessanta.

Certo avessero scelto “Pugni chiusi”, “Ragazzo di strada”, o “La quindicesima frustata” sarebbero stati più taglienti.

Prendiamola come la pausa in angolo fra un round e l’altro.

 

“Sepolto vivo”.

Bravi!: Edgar Allan Poe?

Kafka oppure The Damned o solamente Zio Tibia?

 

“Vivo da re”:

Quoi faire?

Autentico albatros ruggeriano, cui non credere quando anche nel 2016 egli sostiene il suo immedesimarsi in una rock star a lui estranea oppure futura.

Questa canzone sta a Enrico Ruggeri come L’infinito sta a Giacomo Leopardi, in quanto è la canzone, fra le più belle, per cui è più spesso ricordato.

Le stimmate del lost boy sono incancellabili, Ma per assurdo esse fanno male non a chi le porta, se questi accetta di portarle.

Opera musicale che mi pare insuscettibile di essere riferibile anche a una donna come voce narrante.

Non vi basta? C’è un mio post su di essa: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2017/01/vivo-da-re.html .

 

 

“Contessa”.

Ancora vezzi musicali figli della nuova formazione: Steve Harley e i suoi Cockney Rebel?

Per tutto il resto rivolgetevi ai soliti critici musicali, anche recentemente smentiti da Ruggeri.

Il finale è ovviamente debitore di The Stranglers.

 

“A disagio”.

“Sepolto vivo” parte seconda?

Certo il tenore sia musicale sia letterario non si avvicina nemmeno alla tragedia – meno “ombelicale” di quanto si possa pensare – di “All The Madmen” di David Bowie.

Prendiamola dunque per ciò che è.

 

“Teenager”.

Vi dico Serge Gainsbourg e Jane Birkin.

Vi dico: Maurizio Arcieri e Christina Moser.

Cioè vi dico l’opposto di quanto declamano i Decibel. O no?: “rimani qui”.

 

“Tanti auguri”.

Gli spigolosi che non amano i compleanni.

Ricompare la “fossa” poeiana (qui faustiana).

fard”: se non è “Time” (ancora David Bowie ([10])) allora è la crepuscolare Gloria Swanson.

 

“Peggio per te”.

Indubbiamente esiste un problema: i Decibel (o Enrico Ruggeri) con le donne non vanno d’accordo a lungo.

Tranne con una: la destinataria di “Vivo da re”.

Occorre però essere sinceri e confessare la propria decadenza.

 

“Decibel”.

Necessariamente anthemica.

Eppure classica come l’ultimo saluto di Leonida alla propria moglie prima di partire per le Termopili.

Vinti mai: si muore solo in battaglia, la propria, dunque esistenziale. 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Una stranezza per l’Italia, tipica prassi invece nel Regno Unito per tutto quanto originasse dal punk.
[2] Ed infatti la mia copia me la vendette Tonito.
[3] Già esistevano La Repubblica, il Giornale (allora “Nuovo”) fra i quotidiani del mattino.
[4] Repetita juvant? Comunque allora non c’erano TAN e TAEG.
[5] Dall’album Polvere.
[6] Sconfitto dalla pelliccia di (finto) visone per la moglie.
[7] Non esiste una norma che parli testualmente di “rapina a mano armata”, ma convenzionalmente tale è quella considerata nel’articolo 628, comma terzo, n. 1), del Codice Penale. 
[8] Come quella di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Garibaldi.
[9] Si chiamavano “complessi”, allora. Poi sono venuti i gruppi e quindi le band.
[10] Ognuno ha i suoi riferimenti.