"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 29 novembre 2018

PERLE MEDIATICHE 40 – MA LO CHIAMANO “STYLE MAGAZINE”


PERLE MEDIATICHE 40 – MA LO CHIAMANO “STYLE MAGAZINE”

 

“Style Magazine” del Corriere della Sera del 28 novembre 2018, dedicato alla musica.

 L’amico di Patti Smith è chiamato Eric Andersen oppure Eric Anderson, nome corretto Eric Anderson.

 Sgt. Pepper's Lonely Hearts Cub Band è datato 1968 anziché 1967.

A quel punto mi sono fermato.

Rock ‘n’ roll, vero?

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

© 2018 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – incluso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

mercoledì 10 ottobre 2018

“TIRARE CON LA BIANCA”: LA PREVALENZA DELLA SOSTANZA SULLA FORMA (Sniper series – 38)


TIRARE CON LA BIANCA”:
LA PREVALENZA DELLA SOSTANZA SULLA FORMA
(Sniper series – 38)

 

Potrebbe essere il contraltare allo “Sniper series – 37” questo.

 

Frequentavo il liceo: un giorno arrivo in palestra – judo - e vedo sul tatami il nipote del titolare (lo scoprirò dopo) che sta facendo un poco di randori: indossa judogi e cintura bianca. Mi rivolgo a qualcuno che era lì e dico: “mi sembra un po’ forte per essere una bianca”, mi risponde che puoi sempre “tirare” con una cintura di colore inferiore al tuo “grado”.

 

Londra, estate 1984: nello studio di “solicitors” in cui facevo pratica trovo un volume di citazioni: incappo nella seguente di Niccolò Machiavelli: “Perché non i titoli illustrano gli uomini, ma gli uomini i titoli” (De’ discorsi: capitolo XXXVIII del libro terzo). Mi ero laureato da un paio di mesi e in modo diciamo “soddisfacente”.

 

Milano, fra il 1984 e il 1985: noto che una collega di studio firma senza indicare il titolo professionale, del resto già si trova sulla carta intestata.

 

Per un po’ di anni, nessuno mai indicava il titolo accademico aggiuntivo al proprio nazionale, prodromico alla carriera professionale, nella carta da lettera.

 

C’è ancora qualcuno che si presenta quando telefona dicendo solo nome e cognome, niente “dottor”, “professor”, …
Ma sono sempre meno quelli che “tirano con la bianca”.

 

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2018 Top Shooter
     © 2018 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

giovedì 27 settembre 2018

ADAM BRANDON E KIRK ANT: COMANDANTI DI UNA LEGIONE (DECIMA?) DIMENTICATA


PREMESSA

 

Questo post in bozza risale al 2013.

Da allora sono morti non pochi artisti, i due di cui scrivo sono ancora, per fortuna, vivi.

Siccome in cinque anni ho visto tante barche perdersi a terra (cfr. Arturo Pérez-Reverte) ho deciso di buttarvi in pasto questo scritto così come è.

Nemmeno mi preoccupo delle evidenze in rosso (passi da correggere o aggiornare), che lascio.

 

Ah, certo, una aggiunta c’è, di un autore a me caro: il precitato Arturo Pérez-Reverte, con Il pittore di battaglie; Territorio comanche; La carta sferica e, evidentemente, Le barche si perdono a terra.

 

27 settembre 2018,

 

 

                                                                                                          Steg

 

 

 

 

ADAM BRANDON E KIRK ANT: COMANDANTI DI UNA LEGIONE (DECIMA?) DIMENTICATA

 

Io ideologicamente sto al fianco degli sconfitti dalla vita. Sconfitto si declina defeated, non loser.

Per i non eroi rivolgetevi, appunto, altrove.

 

È appena (gennaio 2013) uscito un album di Adam Ant, già fioccano recensioni fra il dileggio e il compatimento.

Fra qualche settimana, non vi dico quando (dovete meritarvelo), potreste assistere a un concerto di Kirk Brandon in Italia.

Ant e Brandon: due eroi musicali nell’oblivio ingiusto del presente stupido.

 

Leggenda vuole che la decima legione fosse a guardia personale di Giulio Cesare, unico Cesare.

 

Noi siamo i legionari agli ordini di Ant e Brandon e di tutti gli altri condottieri degni degli allori di Kommandeur e Kommandeurin: “My happiness depends on knowing my friend is never alone ...” ([1]).

 

Baffi “settimi doppi” alle maniche, le maschere dell’odio tespiano ad ornare le nostre ussare giubbe, noi sempre pronti a confutare (non ho scritto “ignorare”) gli “ordini alieni”, “è solo propaganda” e il “ridicolo non è nulla di cui aver paura”.

 

“Ma cosa scrive questo?”, diranno i miei affezionati (non più “piccoli”) “lettori”.

 

Beh, occorre sempre provare qualcosa emotivamente, per non morire intellettualmente, quindi fino a che le lied dei comandanti suscitano emozioni saremo, appunto, vivi.

 

Volevo solo tirarvi un secchio d’acqua in faccia, non vorrei che vi addormentaste.

 

Autori consigliati, in nessun ordine:

- Emilio Salgari, Il Corsaro Nero

- Carlo Collodi, Pinocchio

- James M. Barrie, Peter Pan and Wendy

- Vamba, Il giornalino di Gian Burrasca

- Friedrich Nietzsche, whatever (non è un titolo)

- Jean Cocteau, Les Enfants terribles.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013-2018 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 




[1] “Party’s Fall”: Siouxsie & The Banshees.

lunedì 24 settembre 2018

RAMPE E MEDIOCRITÀ: BARRIERE INTELLETTUALI (Sniper series – 37)


RAMPE E MEDIOCRITÀ: BARRIERE INTELLETTUALI 
(Sniper series – 37)

 

Ispirato dalla affermazione, non nuova, ripetuta anche lo scorso 21 settembre 2018 a Pordenone da Arturo Pérez-Reverte: per cui la tendenza attuale è il livellamento verso la mediocrità, con la distruzione delle élite, cui si aggiunge l’incapacità di vedere il bene e il male (con ragazzini delle elementari cui la maestra sequestra la spada e la pistola, dicendo che “c’erano i pirati buoni” …), mi pare che il mondo rischi di diventare il paradiso degli skateboardisti.

 

Rampe d’accesso in luoghi dove non servono se non a occupare spazio. Ridurre le barriere architettoniche non significa distruggere la architettura, altrimenti sdraiamo ogni torrione e ogni torre, asfaltiamo Venezia ed eliminiamo i suoi ponti o riduciamoli a scivoli.

 

Salvo, però: trovarsi magari in un ufficio pubblico che occupa un palazzo intero ed ha un solo accesso per chi è in sedia a rotelle; i montascale fuori uso nelle stazioni di metropolitana (sarebbe più saggio rendere agibili tutti i mezzi di superficie e non “sperare” che ogni disabile sfrecci in metropolitana, con la carrozzina che urta contro una bicicletta, magari).

 
 

In conclusione: si stanno costruendo barriere intellettuali, ben più gravi di quelle architettoniche

 

                                                                                                                      Top Shooter

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2018 Top Shooter
     © 2018 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

martedì 28 agosto 2018

BAR GENERAZIONALE (Tombstone series – 43)


BAR GENERAZIONALE
(Tombstone series – 43)

 

Né “Roxy”, né “Mario”, ma “Korova Milk”: my generation bar.

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

© 2018 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

lunedì 9 luglio 2018

“UN MONDO CINICO” (Tombstone series – 42)


“UN MONDO CINICO”
(Tombstone series – 42)

 

Parafrasando la pubblicità di un marchio che trabocca buonismo (si cfr. http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2015/09/mulino-nero-riflessioni-sullottimismo.html), rilevo come sul solo “social medium” su cui sono presente, Facebook, non solo si sprecano i “Noooo!” (mi raccomando, esclamazioni da quattordicenni e punteggiatura di conseguenza) alla morte di qualche persona famosa, ma l’anno dopo nessuno se ne ricorda più (butto lì Paolo Villaggio); peggio ancora le voci tacciono quando si è solo (sic) alla grave patologia: come conferma la notizia recente (scrivo nel luglio 2018) del tumore di cui soffre Elvis Costello.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2018 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

MITI E IDOLI


MITI E IDOLI

 

Come noto, sia Richard Wagner sia Friedrich Nietzsche si sono (pre?)occupati degli idoli che cadono o svaniscono: rispettivamente con Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dei) e con Götzen-Dämmerung (Il crepuscolo degli idoli), essendo il secondo occasionato dal primo.
Luchino Visconti ha realizzato un film che in qualche modo tira ulteriormente le somme, facendo “cadere” non “degli” ma “gli dei”: La caduta degli dei, appunto, peraltro sottotitolato con il titolo wagneriano.

 

Ritengo di non essere certo il primo ad attribuire valenza superiore al termine “mito” rispetto a quello di “idolo”.
V’è da chiedersi se il dio (o gli dei) siano collocabili – se collocabili – sopra il primo, non è certo tenero Nietzsche se dichiara “Il Cristianesimo è una metafisica del boia...” (in capitolo 7, “I quattro grandi errori”, de Götzen-Dämmerung).

 

Lunga premessa per breve sostanza? Forse.

 

Sto rileggendo La Position du tireur couché (in Italiano Posizione di tiro: esistono due traduzioni: Bologna, Metrolibri, 1992 e Torino, Einaudi, 1998) di Jean-Patrick Manchette.
Vi compare un’automobile che ha uno status di mito certificato: la Citroën DS. DS in lingua francese diviene “déesse”, ovvero dea. Rileverete già un cortocircuito terminologico: mito e divinità.
La certificazione di questo modello (in realtà i modelli furono numerosi ([1])) automobilistico è di Roland Barthés che la ha inserita fra i miti (di oggi? ([2])) in un’opera del 1957: Mythologies([3]) intitolando la voce di essa “La nouvelle Citroën”.

 

In un romanzo piuttosto recente di James G. Ballard, Super-Cannes ([4]), il protagonista Paul Sinclair guida una “vecchia Jaguar”, probabilmente una XK150. La passione dell’autore britannico per l’iconografia automobilistica è nota a tutti coloro che abbiano letto un precedente suo romanzo: Crash ([5]) in cui fa capolino financo la Porsche alla guida della quale morì James Dean.

 

La mia impressione, conclusiva, è che mentre alcuni miti materiali si esauriscono (per ragioni diverse), manchi un ricambio.
Dunque oggi si assiste solamente ad una idolatria consumistica diffusa, senza possibilità di un futuro mitico per idoli (e idolatri?).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2018 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 




[2] L’elemento di contemporaneità è nel titolo dell’edizione italiana: Miti d’oggi, appunto.
[5] Qualche ispirazione per Super-Cannes pare Balalrd abbia avuto andando a Cannes a vedere il film, omonimo, che David Cronenberg trasse appunto da Crash.

mercoledì 30 maggio 2018

PREFAZIONE A “CENTOUNO CANZONI TRISTI” (oppure un altro post salvato dal rischio di oblio)


PREFAZIONE A “CENTOUNO CANZONI TRISTI”
(oppure un altro post salvato dal rischio di oblio)

 

Sono contrario a certa editoria che è fiorita negli ultimi anni: si tratta della “1001” in cui si impongono libri da leggere, film da vedere, album (perché non singoli?) da ascoltare, luoghi da visitare, … sicuramente c’è altro ([1]).

 

Mi hanno proposto di prefare un volume dedicato a “101 canzoni tristi”: ho accettato a una condizione: prefare senza conoscere le canzoni e postfare conoscendole.

Non vedo rischi per me, qualcuno per i due autori, di cui uno è un amico, vero anche se ci siamo conosciuti via internet.

 

Ma ... accade per la terza volta, di cui una ormai andata a male. Io sono puntuale nelle note di copertina (gli altri due casi) o nella prefazione i committenti meno: dopo la tardiva uscita dell’album split di Jumpers/198X ([2]), dopo il non utilizzo delle mie note per la tardivissima uscita dell’antologia di The Gags ([3]), ora non so quando uscirà il libro sulle canzoni tristi.

Siccome il mio lavoro c’è e non rimpiango nulla (da buon legionario del web) ecco a voi il post, scritto sei mesi fa: nessun problema mi occupo di classici e non di successi da un’estate.

 

*     *     *

 

Io mi azzardo a elencare qualche canzone, che credo non sia presente. Sono canzoni tristi? Non necessariamente, ma possono essere commoventi e indurre alle lacrime, magari.

Ed allora, in ordine cronologico:

  • “Dove andranno a finire i palloncini” (Renato Rascel: autore e interprete): poetica, ma un bambino solitamente rimane male quando gli sfugge un palloncino;
  • “Il pinguino innamorato” (di Rastelli, Casirolo, M. C. Consiglio; interpretazione più nota quella del Trio Lescano): “s’è sparato il bel pinguino in frac” (dal testo), per amore;
  • “Johnny Remember Me” (di Geoff Goddard; portata al successo da John Leyton): una ragazza morta visita il suo amato;
  • “Leader Of The Pack” (di G. “Shadow” Morton, J. Barry, E. Greenwich; probabilmente il più grande successo delle Shangri-Las): qui muore il ragazzo, in moto;
  • “New York Tendaberry” (Laura Nyro: autrice e interprete): inno alla città, mi mette sempre addosso grandissima malinconia nonostante il tema;
  • “Behind Blue Eyes” (autore Pete Townshend; nella interpretazione di The Who o sua): quando l’incomprensione altrui ti fa male;
  • “Frankie Teardrop” (autori e interpeti Suicide): il protagonista, in povertà, uccide moglie e figlio e poi si suicida;
  • “My My, Hey Hey (Out of the Blue”) oppure “Hey Hey, My My (Into the Black) (autore, della prima insieme a tale Blackburn, e interprete più noto Neil Young)”: non credo servano spiegazioni;
  • “Painted Bird” (autrice testo Siouxsie Sioux, musica Siouxsie and the Banshees; versione di Siouxsie and the Banshees): ispirata dall’omonimo romanzo di Jerzy Kosińky;
  • “Des Heures Hindoues” (di Etienne Daho/Patrick Munday; nella interpretazione di Daho): nessuna attinenza con la successiva canzone gallagheriana, splendido video che cita ampiamente il pittore Francis Bacon;
  • “Small Black Flowers That Grow Up In The Sky” (testo Richey James, musica Manic Street Preachers; versione dei Manic Street Preachers): no comment eccetto che potrei aggiungerne almeno altre due di questo gruppo;
  • “The Masterplan” (autore Noel Gallagher; interpretata dagli Oasis con Noel Gallagher alla voce): Manchester al suo massimo grigio senza scomodare i santificati The Smiths;
  • “Weak Become Heroes” (autore e interprete The Streets): finirai comunque adulto, e male.

Questo elenco (diciamo un tredici per cento, mi sembrava corretto; nessuna colonna sonora) ha significati plurimi: la personalità delle canzoni che inducono tristezza (e che non hanno necessariamente un arco temporale creativo obbligato), e non a tutti gli ascolti (un paio qui sì); ragioni oggettive che potrebbero renderle tristi ma non per tutti (trattasi di variante); canzoni che diventano tristi nel tempo (causa autore o interprete o ascoltatore). Ma non basta.

 

Provocazione: esistono canzoni allegre nel repertorio dei Joy Division? Un paio, forse.
Quando è che Johnny Cash diventa triste? Nel periodo finale della sua vita?
Perché non ho inserito Luigi Tenco o qualcosa da una colonna musicale/sonora di un film?

 

Magari, poi, fate il conto con quante canzoni del mio elenco avete pianto e/o vi siete sentiti tristi, e perché.
Ah, senza scordarvi che: uno può anche piangere di rabbia, quindi “Let’s be careful out there!(Sgt. Phil Esterhaus alla riunione mattutina: Hill Street Blues, serie televisiva la cui colonna musicale e sonora insieme ad altre ha ispirato a Pete Townshend “Mike Post Theme” ([4])).

 

Ed ora? Magari arriverà anche il libro, con o senza questa prefazione (in forma originale o modificata).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2018 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

lunedì 21 maggio 2018

NOI ERAVAMO … … OVVERO PRO 1977


NOI ERAVAMO …
… OVVERO PRO 1977

 

Sono spesso infastidito, come un rinoceronte da parte di un insetto che cerca di pungergli la schiena (ma tant’è), da parte di quelli che – in sintesi – dicono: “eh ma che noia! Basta con voi e il punk”. Di solito, sono persone che essendo nati pochi anni dopo di noi hanno semplicemente mancato un momento unico: perché il grunge (o i Nirvana?) non fu mondiale nelle proprie origini. Una piccola conferma di ciò arriva dall’album The Spaghetti Incident dei Guns n’ Roses: basta leggere titoli e artisti interpretati in questa antologia generazionale.

 

Mancare il punk, per mero dato anagrafico, ha avuto una conseguenza piuttosto, e ulteriormente, grave: aver perso anche il post-punk (o after punk, o  … ) che ha una inafferrabilità assoluta ([1]), se ad esempio si considera che Suicide o Neu! O Kraftwerk cavalcavano e scavalcavano il punk (vogliamo anche metterci i Silver Apples?)  

 

È una premessa quella qui sopra? Alla apparenza.
Invece, forse è una chiave di lettura, oppure una conclusione anticipata. orse

 

Noi eravamo: leggeri come Ussari.
Noi eravamo: fedeli come la Vecchia Guardia Napoleonica ([2]).
Noi eravamo: individualisti come gli Arditi in azione.
Noi eravamo: senza patria eppure con un solo credo come i Legionari di Aubagne.  
Perché? Perché riuscivamo ad essere seri e flessibili, monolitici ed eclettici: come tutto ciò che ornava i nostri “cuoi” ([3]).

 

Talvolta c’erano degli incroci fantastici, come i numeri di Vague (con la “a”) di Tom Vague ([4])): uno dedicato “agli” Antz e uno “ai” Banshees.

 

Noi in Italia per certi versi abbiamo subìto la accelerazione maggiormente: stavamo ancora assimilando Sex Pistols, The Clash, Damned, The Stranglers, Ramones, magari Ultravox! e altri … ([5]) e all’orizzonte 1978 compaiono P.I.L., Siouxsie and the Banshees e poi i ritardatari Adam and the Ants.
Senza dimenticare che la prima Human League che apre a The Rezillos nell’estate 1978 è voluta quell’autunno da Steven Severin cum Banshees nel tour di questi ultimi.

 

Fummo indubbiamente dei privilegiati casuali alla nascita.
Ma poi ci conquistammo tutto: ogni pass, ogni free drink, piccoli segni di fiducia che ci portavano ad essere i lontani componenti di famiglie di sfamigliati. Ognuno ha la sua storia …: io l’Italiano che quanto a Siouxsie and the Banshees si vedeva presentare ciascun chitarrista successivo a John McGeoch ([6]), ho incrociato madre e fratello di Siouxsie in camerino e parlato a lungo con sua sorella prima di un concerto.
P. M. con Adam Ant.
Un altro milanese di cui nemmeno ricordo il nome (lo incrociavo con il suo pastore tedesco; doverei scartabellare libri) che probabilmente conciliava le incompatibilità di Joey e Tommy “da brudders” Ramone.

 

Senza il punk noi non varremmo quanto valiamo, non sarei potuto andare al concerto dei Damned al Teatro Orfeo di Milano nella primavera 1980 indossando la parka e alla fine di quello stesso anno preferire “To Cut A Long Story Short” a Sandinista!.

 

E quindi tutte le successive strade di ognuno di noi sono rispettabili; e tentativi di stupirci, ad esempio, gli 808 State rovinavano perché tanto i miglior Depeche Mode ci avevano fatto mordere i Front 242 mentre gli Electribe 101 li avevano recensiti sulla stampa Siouxsie e Budgie.

 

Noi, così individualisti che a costo di lesa maestà una sera dell’agosto 1981 snobbavamo The Altered Images per preferire i Ludus al London Heaven (ci sarebbero voluti altri due anni per il primo singolo di The Smiths, ma forse è meglio che mi fermi qui).

 

 

 

Nota di chiusura: questo post  asce dal mio avere, finalmente, sintetizzato perché non capisco coloro i quali “seguono” un solo artista e – nel migliore dei casi – devono dire “David Bowie” (o peggio “David” tout court) per farsi piacere The Idiot di Iggy Pop ([7]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2018 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 




[1] È sufficiente leggere Rip It Up And Start Again – postpunk 1978-1984 (ma sottotitolato Post-punk 1978-84 nel frontespizio…) , London, Faber and Faber, 2005 di Simon Reynolds.
[2] Preferite la Decima Legione di Giulio Cesare?
[3] Si veda il post “Cuoio e borchie (allora eravamo belli, puliti e stilisticamente pericolosi, noi)”: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2013/04/cuoio-e-borchie-allora-eravamo-belli_15.html.
[4] Si veda il post “Tom Vague - the right side of my blog series”:  http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/09/tom-vague-right-side-of-my-blog-series.html.
[5] Si veda il post  “ Note sul punk in Italia e a Milano”: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/08/note-sul-punk-in-italia-e-milano.html.
[6] Si veda il postMcGeochisms”: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/10/mcgeochisms.html . Ma anche quello intitolato “NICO (or how fans are - mostly - still the same as thirty years ago and worth very little”: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/08/nico-or-how-fans-are-mostly-still-same_29.html.

giovedì 26 aprile 2018

QUANDO I CRITICI GASTRONOMICI SI SENTONO UNICI, A TORTO (Sniper series – 36)


QUANDO I CRITICI GASTRONOMICI SI SENTONO UNICI, A TORTO
(Sniper series – 36)

 
Di ritorno da una piacevole trasferta a Lyon, inciampo nell’articolo di Allan Bay a pagina 144 di Style Magazine (supplemento del Corriere della Sera), numero 5 del maggio 2018, intitolato “Mare caldo” in tema di ostriche.
Mi sono fatto qualche risata, amara, pensando a chi crede a tutto ciò che legge in questi deperibilissimi Baedeker utili per scaricare un po’ di pubblicità.
 

Allan Bay dichiara 69 anni, 11 più di me.
Ebbene: Simpson’s In The Strand (London), che ben conosco, dubito avesse un menù bambini nel 1955. Non lo aveva nel 1984 quando ci andai per la prima volta, da solo, ed erano già anni più flessibili (sebbene l’acqua minerale ancora non fosse divenuta popolare e, mi pare, il locale fosse chiuso la domenica e forse anche il sabato a pranzo).
Il critico parla di “immancabile roastbeef”: credo che ci sia qualche confusione. Da Simpson’s – che comunque nacque come club scacchistico, e non come ristorante – di immancabile c’era e ci sarà ancora (io non lo frequento più per un motivo personale) al lunch, ma non a cena, il “beef trolley”: di regola dando una mancia al carver si aveva diritto a un secondo giro.
 

Allan Bay quindi si dichiara eroico (dopo essersi definito “giornalista di razza”) perché essendo stato colpito da una “crisi da ostriche” le mangiò di nuovo e lo fa tuttora.
Io ho patito una crisi analoga e ciò che più mi rammaricò fu aver sprecato un pranzo al Grand Vefour parigino (aspetto Allan Bay in argomento); ma non solo ho continuato a mangiare ostriche: ho anche scoperto (e patito) che analoghi problemi possono capitare financo con mitili cotti (continuo a mangiarli dove li chiamano “moule”).

 

Su tema delle ostriche cotte, poi, ricordo una buona zuppa di ostriche in un locale di Dublin (Eire), quasi 20 anni fa.
Quindi anche su questo punto Allan Bay non mi ha fatto scoprire nulla.

 

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2018 Top Shooter
     © 2018 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.