"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



lunedì 12 ottobre 2020

KATE MOSS (a half sketch)

 

KATE MOSS

(a half sketch)

 

 

Per favore, seriamente, possiamo riavere Kate Moss?

Se anche una sola persona trarrà ispirazione (uguale o contraria, poco importa. E' il punk bellezza!) l'umanità rifletterà e magari nascerà una idea.

Kate Moss, Caterina Muschio, ma anche la partner per il rifacimento di Blow-Up con David Bowie nella parte di David Hemmings (Moss-Veruschka), la modella che ha ucciso la stampa-feccia che voleva ucciderla, la testimonial gratuita degli Hunter sottobraccio al tossico libertino e babyshamble-oso Peter Doherty.

Con una spazzata di mano sul bancone, Kate Moss (Cowboy Kate, mi pare si intitoli un libro a lei dedicato) ha messo in dubbio tutta la genia delle Versace-girls senza "cojones", e non è poco.

Di questi tempi abbiamo scarsità sostanziale e onirica. Kate Moss ci renderebbe meno poveri.

Ribadisco: seriamente.

Dimenticavo: Kate Moss sarebbe una eccezionale protagonista se qualcuno osasse un nuovo film dedicato a Peter Pan. Come scrisse Richey Edwards, del resto: "rock 'n' roll is homosexual", e la letteratura per l'infanzia e' un campo minato e senza scampo per chi non sa come riconoscere il lupo cattivo.

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2020 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 

venerdì 9 ottobre 2020

PAGINE BIANCHE (Tombstone series – 59)

 

PAGINE BIANCHE

(Tombstone series – 59)

 

Un autore letterario ottiene rispetto dall’editore quando il secondo gli concede pagine bianche di separazione fra eventuali parti del libro o, addirittura, per consentirgli di avere l’inizio di ogni capitolo sempre in pagina dispari.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 28 settembre 2020

“CUIR ET BOTTES” (Daniel Darc) (fin de série Series – 1)

 

“CUIR ET BOTTES” (Daniel Darc)

(fin de série Series – 1)

 

Chi mi conosce – anche solo a contrario – sa che solamente quando difetta di sintesi uso espressioni straniere.

 

“Tempo di guerra”, la seconda, mondiale.

I cappotti rivoltati sono quelli che hanno traccia delle asole originarie (cucite) alla bottoniera, siccome rivoltati appunto.

E le scarpe? Beh ad averne un paio.

L’economia dello stretto indispensabile ma con stile: Daniel Darc ([1]).

 

Daniel Darc, soprattutto in quel documentario del 2004 che ad oggi non ha avuto diffusione ufficiale ([2]) esibisce un bel paio di boot che forse sono Hudson e una pesante giacca di cuoio (pronuncia “kuoio”) a coprire un giubbotto di tela Genova.

D’altronde, Bob Gruen ha raccontato come perse i suoi Hudson a fronte delle richieste insistenti a propos di Sid Vicious.

 

In Francia, pare impossibile, ci furono almeno tre artisti con una più che discreta “pronuncia inglese”: Serge Gainsbourg, Alain Bashung e Daniel Darc.

Ma Daniel Darc la ha fatta molto più dura degli altri due, in quanto non è morto in gloria ed agio.

Però credo si debba sottolineare che un uomo (non so esprimermi sull’equivalenza femminile) per quanto alla deriva non sarà mai un relitto fin quando avrà una buona giacca di cuoio e un paio di resistenti calzature ([3]).

Daniel Darc è il solo ragazzo nel mondo: quello dimenticato, insieme a Jimmy Iguana (ed allora sono in due).

 

In realtà questo post si fonda su un falso storico: nel documentario precitato Darc indossa una giacca gessata sopra il giubbotto di jeans, ma il concetto non cambia.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 17 agosto 2020

BRUCE SPRINGSTEEN (due o tre cose) (Sketches series - 29)

BRUCE SPRINGSTEEN (due o tre cose)
(Sketches series - 29)

Ho incrociato Bruce Springsteen solo una volta: ero già seduto su uno sgabello al banco dell’Empire Diner ([1]) per il mio pranzo di mezzogiorno: cucina impeccabile (la loro Pour le Merite era ordinare senza domande “The Hedonist” sandwich ([2]), l’odore leggerissimo del Vetril (ché sui piani di cristallo dei tavoli e del banco non dovevano esserci ditate).
Entrò con una signora dai capelli castani lunghi (verosimilmente Patty Scialfa). Nessuno squittì o corse per un autografo.
Era vestito come se stesso: jeans blu, stivali da cowboy e una canottiera bianca.
Lo notai girandomi perché teneva le braccia tese sopra la testa e pensai: almeno non si depila.

Qualche tempo (anno, lustro?) dopo la pubblicazione del secondo album dei Suicide, che non ha un titolo preciso ([3]) emerse la notizia che Springsteen, si fosse ispirato a loro per l’album Nebraska, del 1982 ([4]).

Una decina di anni prima, l’allora scintillante ma certo non ancora epocale David Bowie aveva registrato – ma poi accantonato – per il suo album di “cover” Pin Ups (ma vi è chi dichiara fossero le session di Diamond Dogs) una versione di “Growin’ Up” dell’esordiente rocker del New Jersey dal suo, appunto, primo lavoro a 33 giri: Greetings From Ashtbury Park, N.J. ([5]).
Recidivo, Bowie realizzò anche per il suo Station To Station una altra “cover”, dallo stesso album springsteeniano: “It’s Hard to Be a Saint in the City”. Di nuovo accantonata.
Furono pubblicate molto tempo dopo ([6]).

Springsteen in seguito inserirà “Dream Baby Dream” dei Suicide nel suo repertorio dal vivo ([7]), e ne registrerà anche versioni di studio ([8]).

Anno 2020: morto David Bowie, morto Alan Vega, Morto Rick Ocasek, …



[1] Capolavoro cromato sito – ora non più – in fondo alla 23rd Street East di NYC. La via di Midnite Records per gli esegeti, quella del Chelsea Hotel per gli altri.
[2] Gli ingredienti variavano.
[3] Ma chi se la tira ha l’edizione su etichetta Antilles/ZE, magari con la stampigliatura a secco della copia promozionale, che recita in copertina Alan Vega-Martin Rev; prodotto da Rick Ocasek.



 
Conto originale Empire Diner, con voce "Hedonist,
collezione privata 

                                                                                                                   



                                                                                                                            Steg



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mercoledì 22 luglio 2020

RITORNO AI “CAFFS” (CON I COMPAGNI DI NONPIÙ) (un quarantennale)


RITORNO AI “CAFFS” (CON I COMPAGNI DI NONPIÙ)
(un quarantennale)

Il titolo originale del post era leggermente di verso: Ritorno ai “caffs” (ovvero anche la gravità milita Dexys Midnight Runners).
40 anni fa poche copie arrivarono a Milano dell’album più pesante di quei 366 giorni: era Searching For The Young Soul Rebels dei Dexys Midnight Runners (il nome era senza caratteri maiuscoli in copertina).
Tonito pronunciò subito “Keltic”, già, sempre lui.
Pesa la sleeve, pesa la inner e le etichette sono paper.

2020: il pensiero è che, ormai vivi solo noi, qualora morisse prima Kevin Rowland, Fred Ventura ed io saremmo i soli a piangerlo sinceramente. Mi sbaglio?

fantasie

Suona il telefono, leggo nel visore DTK LAMF”, e subito rispondo: “Ciao Tonito”.
Il contro saluto è: “Steg sempre bastard by choice?”
S.: “certo”.
T.: “allora?”
S.: “davanti a Bonaparte di Via Marghera, ore 20.00”.
T.: “ok, ciao, ciao ciao, ciao, ciao,  ..”.

Via Marghera, si apre una delle anteriori della sei porte della Mercedes Benz 600, nera, scende l’autista e ne apre una delle posteriori, Antonio esce dall’accesso della fermata MM1 di Wagner, si guarda intorno, vede la stella a tre raggi, scopre l’impercettibile cenno dello chauffeur e sale.
Nel ghiaccio della frappeuse di fronte a Steg e Tonito sta una bottiglia di Laurent Perrier extra dry e due flûte capovolte.
S.: “Mi fa piacere vederti”.
T.: “Ho comprato due demoni per essere puntuale”.
S.: “sono ateo, ma pluralista”.
T.: dove si va?”
S. “Sorpresa!”

La pesante, blindata, Benz si ferma davanti al Bar Magenta.
Entriamo, i nostri steel toe rimbombano, noi due e lo sciabolare nell’aria delle catene di una Bonneville e di una Rocket, puliscono il locale da vecchie ruggini umane che si atteggiavano a mercanti di un tempio che peraltro è da lustri sconsacrato.
Mangiamo un panino pasteggiando con due mezze pinte di Double Diamond, giusto per rimanere perfettamente lucidi.

Rientriamo in auto ed il tragitto è breve: la fida meccanica tedesca ci fa arrivare in Corso di Porta Vigentina, fra i civici 26 e 28; con una autorevolezza quasi magica la “nera auto fuori Germania” e facendo le fusa si fa parcheggiare impeccabilmente.
Quando Steg e Tonito scendono, sono tutti lì, caduti e veterani.
Clack la serratura ci saluta, due mani (quanti anni son passati) sollevano una scodinzolante saracinesca.
La vetrina illuminata di Tape Art miracolosamente ci saluta con un numero impossibile di copertine di dischi e nastri, centinaia!
Entriamo tutti e poco dopo un tocco leggero annuncia i valletti del Quadronno: con un colpo di bacchetta magica ognuno ha ciò che vuole fra le mani e sulle labbra (Tonito e Steg riprendono a Laurent Perrier e…, beh Steg ha chiesto granchi oceanici, schie e – fuori norma – qualche dattero di mare. Ma Morrissey avrà ben altro di cui preoccuparsi, se fosse stato invitato).

Un paio di ore prima dell’alba Nicola Guiducci e due Technics creano un gioiello di after hours.
Alle più fioche luci solari gli amici e i Compagni Di Nonpiù salutano e svaniscono.
A Steg pare che Tonito gli abbia strizzato l’occhio prima di andare, ma è un po’ stanco anche Steg e con tre passi si trova con Franz che già gli ha aperto la portiera per riportarlo a casa.
Scende il vetro del finestrino, senza rumore, e Steg guardando all’orizzonte un roseo nulla mattutino saluta: “bis bald”.


                                                                                                                      Steg


PS: la forma di queste righe potrebbe essere quella di mio padre, nei suoi esercizi narrativi storico-bio(auto)grafici. Lui probabilmente avrebbe apprezzato le mie “note teutoniche” e mi avrebbe chiesto lumi sui contenuti con sincera, ma giornalistica, curiosità.




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Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.


domenica 12 luglio 2020

WIEN, TEN YEARS AFTER


WIEN, TEN YEARS AFTER 


Quando la mia famiglia era cliente del Ristorante Savini ([1]), il mio cameriere di riferimento era il Signor F. R.: se era lui ad assisterci nulla poteva andare fuori dalle regole ed era un piacere anche vederlo cambiare le tovaglie del tavolo vicino: la stessa modalità ritrovata anni dopo a New Orleans (anche) al bistrot di Brennan’s: Mr. B’s.
Il Signor F. R. era sempre perfettamente pettinato con i capelli corvini all’indietro, con la brillantina, impeccabile nella tenuta di lavoro, scarpe lucide come uno specchio. Rammento di averlo incrociato fuori orario, lui non mi vide, lì in Galleria, all’Ottagono: il suo cappotto aveva un taglio perfetto.  
Mi ha sempre ricordato il miglior Dirk Bogarde.
Ecco, quello che ho appena scritto – come avrebbe detto il Signor F. R. – “una piccola pausa” fra il titolo e la sostanza di questo scritto.

*      *     *

Leggendo le righe introduttive ([2]) e poi il testo pubblicati ([3]) della sceneggiatura de Il portiere di notte di Liliana Cavani ([4]) mi sono reso conto, anno 2020, che quel film ha subìto due travisanti ispirazioni, travisanti per chi, travisato, appunto, ha ascoltato quelle opere musicali apparentemente “ispirate”.
La ragione è semplice e da anteporre al resto. Chi conoscere Il conformista di Bernardo Bertolucci ([5]) ([6]), potrebbe ricordare l’inganno del kimono di seta con cui l’autista (interpretato da Pierre Clementi) attira il giovinetto.
Ebbene: io, l’ignaro ex studente di liceo scientifico di un paio di anni più giovane di Enrico Ruggeri) nonché-e/o privo della sensibilità artistica di The Gags (o devo dire lo pseudonimo artistico di Gegio?) per anni (o decenni) non è stato indotto ad andare oltre il film di Lilian Cavani, sfidava, mentre un libro gli avrebbe aperto gli occhi.
Ipotizziamo che nemmeno Ruggeri e The Gags conoscessero quel libro.

La canzone omonima di Enrico Ruggeri ([7]) si risolve, infatti, in una pretesamente dotta lettura del film tramite la sola figura del co-protagonista (ma facendo il verso a “Les Amants d’un jour” ([8])), la cui chiave più leale è forse un ennesimo sforzo ruggeriano, pel vero ammirevole, di contrastare l’ancòra dominante cultura musicale sinistrese dell’Italia di Allora.

Per The Gags – cum The Huns -, il tema è più pregnante.
A parte una generale ispirazione “a Max e Lucia” (nessun ammiccamento manzoniano ([9])) nel campo di concentramento, la strizzata d’occhio del gruppo musicale milanese ad Adam And The Antz si risolve in vari indicatori specifici: la canzone “Maximilian Aldorfer” ([10]), mezza grafica prelevata dalle immagini cinematografiche a partire dalla copertina per l’antologia Criss-Cross (1979-1981) ([11]).
Gli è, però, che manca Vienna, manca il dopoguerra, è tutto decontestualizzato e ridotto a una matrice buona soprattutto per banalizzare – involontariamente- proprio The Gags.  

*      *     *
Oggi quindi rimane intatta l’opera cinematografica, così come quanto scrisse la regista a introduzione della sceneggiatura ([12]) pubblicata in volume.
La vittima, anziché il carnefice, che torna sul luogo del delitto”.
Ebbi l’impressione che [Primo] Levi potesse, o meglio, riuscisse, a parlare solo di un periodo della sua vita, come se fosse rimasto là, nonostante tutto”.
La vittima non vuole dimenticare, torna persino sul luogo del delitto; è come se non volesse più riemergere da un sottosuolo in cui è caduta e che la tiene ancora a sé. Il carnefice invece vuole uscire alla luce, darsi un contegno e cerca nella logica della guerra le sue ragioni e vuole chiudere per sempre la botola del sottosuolo dal quale è riemerso”.
I miei protagonisti svolsero i loro ruoli secondo legge fino al 1945; nel 1957, quando si ritrovano, i loro ruoli sono fuori legge. A questo punto la gente pensa che sono degli psicopatici; invece sono sempre gli stessi, non psicopatici ma tragici”. È tragedia vivere dei ruoli fuori dal momento storico che li ha generati e permessi”.
È orrendamente bella la divisa delle SS”. […] “Consci o inconsci erano legati e devoti ad Hitler da un culto omosessuale”. […] “Nel film la divisa delle SS è un feticcio sessuale”.
Se Mussolini faceva leva sul maschismo mediterraneo, sul gallismo italiano, Hitler fece leva sull’aspetto opposto, più congeniale alla cultura germanica; un aspetto oltretutto molto militare, uno spirito di corpo. È una devozione quella che ebbe Hitler più profonda, più estetizzante, meno campestre di quella toccata al duce” ([13]).
[Eccetera.]
Ho scelto Vienna, perché adoro Vienna” ([14]).

E rimane quel barattolo di vetro, infranto, svuotato da dita avide del suo contenuto (confettura?), intorno al minuto 101.


                                                                                                                      Steg


NOTA TECNICA: ho scritto in precedenza su taluni temi nelle seguenti sedi:
Tutti questi post sono confermati.


PS: SECONDA NOTA TECNICA
Questo post è identico a quello che come titolo ha quello del film, e che pare essere stato censurato da algoritmi.




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[1] Usualmente nel terzo di quattro del primo box.  in senso orario,
[2] Di cui infra, qualche frammento.
[3] L. CAVANI, Il portiere di notte, Torino, Einaudi, 1974, almeno due edizioni.
[5] Fra l’altro citato da Liliana Cavani nel documentario che accompagna almeno una versione DVD (Istituto Luce) del suo film de quo.
[7] Pubblicato ne Enrico VIII, del 1986.
[8] Portata la successo da Edith Piaf (testo Claude Delécluse e Michel Senli, musica Marguerite Monnot); ma cercate la versione dei Sex Gang Children.
[9] N.d.A.
[10] Nel fil, Maximilian Theo Aldorfer, abbreviato in Max, è interpretato da Dirk Bogarde.
La canzone è datata 1982.
[11] Mi riferisco, innanzitutto, all’edizione in CD, solo promozionale con 24 registrazioni.
[12] Coautore Italo Moscati.
[13] L. CAVANI, op. cit., pp. da VII a XIII.
[14] Idem, p. XIII.

domenica 5 luglio 2020

IL PORTIERE DI NOTTE (Liliana Cavani, e ritorno)


IL PORTIERE DI NOTTE (Liliana Cavani, e ritorno)

Seconda edizione, 1974 -
collezione privata



Quando la mia famiglia era cliente del Ristorante Savini ([1]), il mio cameriere di riferimento era il Signor F. R.: se era lui ad assisterci nulla poteva andare fuori dalle regole ed era un piacere anche vederlo cambiare le tovaglie del tavolo vicino: la stessa modalità ritrovata anni dopo a New Orleans (anche) al bistrot di Brennan’s: Mr. B’s.
Il Signor F. R. era sempre perfettamente pettinato con i capelli corvini all’indietro, con la brillantina, impeccabile nella tenuta di lavoro, scarpe lucide come uno specchio. Rammento di averlo incrociato fuori orario, lui non mi vide, lì in Galleria, all’Ottagono: il suo cappotto aveva un taglio perfetto.  
Mi ha sempre ricordato il miglior Dirk Bogarde.
Ecco, quello che ho appena scritto – come avrebbe detto il Signor F. R. – “una piccola pausa” fra il titolo e la sostanza di questo scritto.

*      *     *

Leggendo le righe introduttive ([2]) e poi il testo pubblicati ([3]) della sceneggiatura de Il portiere di notte di Liliana Cavani ([4]) mi sono reso conto, anno 2020, che quel film ha subìto due travisanti ispirazioni, travisanti per chi, travisato, appunto, ha ascoltato quelle opere musicali apparentemente “ispirate”.
La ragione è semplice e da anteporre al resto. Chi conoscere Il conformista di Bernardo Bertolucci ([5]) ([6]), potrebbe ricordare l’inganno del kimono di seta con cui l’autista (interpretato da Pierre Clementi) attira il giovinetto.
Ebbene: io, l’ignaro ex studente di liceo scientifico di un paio di anni più giovane di Enrico Ruggeri) nonché-e/o privo della sensibilità artistica di The Gags (o devo dire lo pseudonimo artistico di Gegio?) per anni (o decenni) non è stato indotto ad andare oltre il film di Lilian Cavani, sfidava, mentre un libro gli avrebbe aperto gli occhi.
Ipotizziamo che nemmeno Ruggeri e The Gags conoscessero quel libro.

La canzone omonima di Enrico Ruggeri ([7]) si risolve, infatti, in una pretesamente dotta lettura del film tramite la sola figura del co-protagonista (ma facendo il verso a “Les Amants d’un jour” ([8])), la cui chiave più leale è forse un ennesimo sforzo ruggeriano, pel vero ammirevole, di contrastare l’ancòra dominante cultura musicale sinistrese dell’Italia di Allora.

Per The Gags – cum The Huns -, il tema è più pregnante.
A parte una generale ispirazione “a Max e Lucia” (nessun ammiccamento manzoniano ([9])) nel campo di concentramento, la strizzata d’occhio del gruppo musicale milanese ad Adam And The Antz si risolve in vari indicatori specifici: la canzone “Maximilian Aldorfer” ([10]), mezza grafica prelevata dalle immagini cinematografiche a partire dalla copertina per l’antologia Criss-Cross (1979-1981) ([11]).
Gli è, però, che manca Vienna, manca il dopoguerra, è tutto decontestualizzato e ridotto a una matrice buona soprattutto per banalizzare – involontariamente- proprio The Gags.  

*      *     *
Oggi quindi rimane intatta l’opera cinematografica, così come quanto scrisse la regista a introduzione della sceneggiatura ([12]) pubblicata in volume.
La vittima, anziché il carnefice, che torna sul luogo del delitto”.
Ebbi l’impressione che [Primo] Levi potesse, o meglio, riuscisse, a parlare solo di un periodo della sua vita, come se fosse rimasto là, nonostante tutto”.
La vittima non vuole dimenticare, torna persino sul luogo del delitto; è come se non volesse più riemergere da un sottosuolo in cui è caduta e che la tiene ancora a sé. Il carnefice invece vuole uscire alla luce, darsi un contegno e cerca nella logica della guerra le sue ragioni e vuole chiudere per sempre la botola del sottosuolo dal quale è riemerso”.
I miei protagonisti svolsero i loro ruoli secondo legge fino al 1945; nel 1957, quando si ritrovano, i loro ruoli sono fuori legge. A questo punto la gente pensa che sono degli psicopatici; invece sono sempre gli stessi, non psicopatici ma tragici”. È tragedia vivere dei ruoli fuori dal momento storico che li ha generati e permessi”.
È orrendamente bella la divisa delle SS”. […] “Consci o inconsci erano legati e devoti ad Hitler da un culto omosessuale”. […] “Nel film la divisa delle SS è un feticcio sessuale”.
Se Mussolini faceva leva sul maschismo mediterraneo, sul gallismo italiano, Hitler fece leva sull’aspetto opposto, più congeniale alla cultura germanica; un aspetto oltretutto molto militare, uno spirito di corpo. È una devozione quella che ebbe Hitler più profonda, più estetizzante, meno campestre di quella toccata al duce” ([13]).
[Eccetera.]
Ho scelto Vienna, perché adoro Vienna” ([14]).

Carta dei cocktail, Loos, Vienna (seit 1908)
collezione privata


E rimane quel barattolo di vetro, infranto, svuotato da dita avide del suo contenuto (confettura?), intorno al minuto 101.


                                                                                                                      Steg


NOTA TECNICA: ho scritto in precedenza su taluni temi nelle seguenti sedi:
Tutti questi post sono confermati.





© 2020 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.



[1] Usualmente nel terzo di quattro del primo box.  in senso orario,
[2] Di cui infra, qualche frammento.
[3] L. CAVANI, Il portiere di notte, Torino, Einaudi, 1974, almeno due edizioni. I
[5] Fra l’altro citato da Liliana Cavani nel documentario che accompagna almeno una versione DVD (Istituto Luce) del suo film de quo.
[7] Pubblicato ne Enrico VIII, del 1986.
[8] Portata la successo da Edith Piaf (testo Claude Delécluse e Michel Senli, musica Marguerite Monnot); ma cercate la versione dei Sex Gang Children.
[9] N.d.A.
[10] Nel fil, Maximilian Theo Aldorfer, abbreviato in Max, è interpretato da Dirk Bogarde.
La canzone è datata 1982.
[11] Mi riferisco, innanzitutto, all’edizione in CD, solo promozionale con 24 registrazioni.
[12] Coautore ItaloMoscati.
[13] L. CAVANI, op. cit., pp. da VII a XIII.
[14] Idem, p. XIII.