"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



venerdì 25 maggio 2012

KEITH MOON MI RICORDA IL MIO AMICO GIGI (Ovvero vi racconto un po’ della seconda parte dei sixties dal punto di vista di un alunno delle scuole elementari)


KEITH MOON MI RICORDA IL MIO AMICO GIGI

(Ovvero vi racconto un po’ della seconda parte dei sixties dal punto di vista di un alunno delle scuole elementari) ([1])



Il Gigi ha un tre anni meno di me: un abisso quando io ne ho 8-9 (sono del dicembre 1959).



Gigi ha le migliori tre sorelle maggiori del mondo: Iole, Susanna e Silvia. Abitano sopra di me, un appartamento fantastico con tanto di scala interna dunque a due livelli; ogni tanto queste ragazzine così diverse in tutto fra loro allestiscono per “il Gigi” e i suoi amici “La valle della paura” ovvero una sorta di tunnel dell’orrore ispirato a Sherlock Holmes versione RAI (con Nando Gazzolo nel ruolo dell’investigatore di Baker Street).



Gli amici sono eterogenei, una vera diagonale sociale in cui nessuno invidia nessuno e la merenda si fa a casa di quello di cui si è a casa.



Uno degli amici, “il Pxxxxxxx”, ha genitori proprietari di un bar nell’isolato. Dunque lì si comprano i gelati Piper: antesignani del Calippo e compagni di uscite in bicicletta, noi sfidando quartieri interi senza caschi e sempre per strada perché sul marciapiede ci sgridano.
Ma lì si gioca anche a flipper (50 lire una partita, tre per 100), si mangiano i toast farciti (volendo farcitura di un sottolio o sottaceto singolo anziché mista), si apprende la differenza - fondamentale - fra un whisky baby e uno normale..



Di fianco al bar c’è il cartolaio nella cui vetrina troviamo i modellini che ci fanno sognare, qualche isolato più giù un negozio di giocattoli dove sicuramente abbiamo comprato una Aston Martin di 007 oppure un Yellow Submarine ([2]) strano come quello del film che non abbiamo visto (Missione Goldfinger sì) ([3]).



I 45 giri si comprano nel negozio di elettrodomestici che, già verso il 1968, vende anche le prime MC7 “compilate” con i successi della Hit Parade (presentata da Lelio Luttazzi) o di Bandiera Gialla (condotta da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni).



Ma siccome Milano ([4]) è davvero una grande città europea, ecco che Davide R. ([5]) e suo fratello nel 1967 o giù di lì sfrecciano con degli skateboard faticando a curvare da Via Galvani a Via Algarotti (svolta a sinistra).



I grandi (mica li chiamiamo adulti), per i quali il Campari Soda è la dieta liquida preferita, vanno anche nelle sale da biliardo ([6]), dove fanno anche qualche pokerino (quelli della domenica il pomeriggio, magari con il transistor di sottofondo per le partite di calcio; e mogli e figli o fidanzate insieme al cinema, scialando in prima visione nell’illusione di vincere, poi al ritorno chi consolerà il proprio uomo perdente e chi invece festeggerà a cena fuori ([7])).
A me il poker lo ha insegnato la mamma dell’Ettore B., mio compagno di scuola elementare (troppo complicato e tecnico il poker di papà che pure ci ha provato più di una volta).



Siamo cresciuti non obesi, non storpi, non analfabeti di ritorno, abbiamo fatto le nostre stupidate, abbiamo guardato la televisione e letto più fumetti che libri, siamo cresciuti come siamo cresciuti.



Grazie a voi per la lettura, grazie a Gigi, Iole, Susanna e Silvia che ricordo sempre con un po’ di invidia per noi tutti da piccoli: teppa con stile e future signorine che sapevano esattamente cosa volevano e ci trattavano da loro pari, cioè da persone ([8]).





                                                                                                                      Steg







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Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.





[1] Senza alcun ordine o coerenza.
[2] Entrambi prodotti dalla Corgi Toys; con la Dinky Toys si spartiva il mercato dei modellini oligopolisticamente, l’italiana Politoys era terza a grande duistanza.

[3] Un fatto poco noto è che essendo noi delle persone, con del danaro in tasca potevamo anche comprare ida soli: al bar, all’edicola, …
[4] Anche prescindendo da Diabolik e Scerbanenco.
[5] Non essendo fra gli amici, non hanno diritto all’articolo “il” prima del nome o del cognome.
[6] Tutti giocano a stecca, per quel che mi ricordo (e mi divertivo con il gessetto azzurro e le sbarre/pallottoliere conta punti. Il tavolo era sacro e dovevamo trattarlo con rispetto, noi piccoli.
[7] Allora i ristoranti non chiudevano mai.
[8] Non si ripete mai abbastanza che l’età non conta: semplicemente sono da usare linguaggi diversi.

NO GRAZIE – Le riviste “redazionali”

NO GRAZIE – Le riviste “redazionali”



C’è una specie editoriale ormai ineliminabile nell’ambito delle testate periodiche.
La rivista, patinata, su cui scaricare la pubblicità in eccesso dei quotidiani dell’editore di entrambi: un “redazionale” gonfiato come un dirigibile LZ 129 Hindenburg.
Esistono anche all’estero, ma lì sono qualche volta spiritose queste riviste: per esempio quella del venerdì del Financial Times si intitola How To Spend It.


In Italia no, e si credono seri anche gli autori degli articoli.
Taluni pure bravi, ma il giornalista è vanitoso comunque ([1]).


Quelle maschili, solitamente mensili (ma se il magazine del FT riesce ad uscire ogni 7 giorni, è un miracolo? No è che quel quotidiano non viaggia sulle 40 pagine al giorno, sorta di minimo quantitativo in Italia), sono ancora più tristi delle omologhe riviste femminili.
Infatti, le prime non hanno poi grandi pretese, si accontentano di un politicamente corretto che potrebbe andare bene a delle signore un po’ kennediane (cfr. Mad Men) che hanno un occhio all’economia domestica ma sono smaglianti “pupe” per la cena a lume di candela col marito (salvo amante di lui che lo ha già sfiancato).



Per gli uomini il contenuto è un si salvi chi può.
Donne che scrivono di moda maschile (rinvio, more solito, a Baudelaire)!
Poi pagine e pagine di pubblicità di orologi dai prezzi quasi impossibili.
Foto di qualche tizia belloccia (niente di che, spesso volgarotte e poco vestite) “ma intelligente” (mi sento insultato io, per le donne) e altri articoli da attesa dal barbiere o dal dentista ([2]).


Era molto meglio - non è un assurdo - la televisione con Nonsolomoda, una ventina di anni fa.





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[1] Ne so qualcosa: lo è mio padre.
[2] Pensare, lo scrivo per i minori di 30 anni, che Playboy negli USA ha pubblicato interviste memorabili.

domenica 20 maggio 2012

NO GRAZIE – Calzature

NO GRAZIE – Calzature



DONNE: più o meno famose con scarpe Louboutin.
Quando ero ragazzino, circolava voce che lo status symbol per la segretaria amante del “capoufficio” fosse la borsa di Louis Vuitton (che non la esentava da un Natale in solitudine).
In altre parole: pretesa che un oggetto possa migliorare la propria personalità (e la propria posizione sociale).


UOMINI: “mi piacciono molto le Church’s” è la frase tipica detta – senza essere nemmeno sponsorizzati – dal preteso intervistato di successo ([1]).
Un’affermazione senza senso: poiché non distingue un modello con fibbia da una brogue (pesante nella suola) stringata, mentre nessuna persona responsabile, poi, spenderebbe per un paio di mocassini sfoderati il 50% in più di quanto pagherebbe per un equivalente (USA o britannico) loafer.





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[1] Tema già affrontato nel mio post “Style Wars”.


venerdì 18 maggio 2012

TELECOM E I BICCHIERI DEL BAR CENTRALE

TELECOM E I BICCHIERI DEL BAR CENTRALE ([1])




Mio padre ogni tanto mi racconta la storia - vecchia di decenni - dei bicchieri del Bar Centrale, a Gallarate (in provincia di Varese).
Un giorno arrivi al bar, ordini il solito, la dose è generosa, ma! Quando si tratta di pagare scopri che il prezzo è aumentato. Ti lamenti, il titolare ti fa notare che, appunto, la quantità quasi da scialo. Poi, pian piano, i bicchieri si fanno sempre più piccoli fino al giorno in cui essi tornano grandi, ma il prezzo delle consumazioni è di nuovo aumentato.



Ora chi di voi ancora ha un telefono fisso e per motivi disparati ancora è contrattualmente legato a Telecom legga nelle pagine allegate alla “bolletta” cosa succederà il 1° luglio 2012. Un aumento scellerato della tariffa da fisso a fisso, senza “i bicchieri più grandi”.



Mi auguro che altri leggano come me quelle piccole note e che facciano valere le proprie ragioni di lamentela.



Naturalmente, il problema consiste nel fatto che i fornitori di servizi di telefonia sono meno dei bar a Gallarate e non si può neanche insultare il consigliere delegato come si potrebbe fare – in un momento di comprendibile disappunto – con il padrone del bar.



Allora miscelatevi gli aperitivi a casa, perché vedrete che imparerete a farvi un Martini come piace a voi, e bello freddo, risparmiando pur utilizzando ingredienti spesso migliori di quelli “medi”. Dal vostro barman andate solo quando volete un cocktail speciale (anche se le patatine spesso non sono eccelse).
Telefonate meno, molte telefonate sono inutili e non esiste il “bravo fornitore di telefonia” che vi ascolta come il grande barman.


In barba a tutti gli osti ([2]).





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[1] Auspico che questa non diventi una serie, ma …
[2] Secondo Charles Baudelaire il commercio è per sua essenza infame.

mercoledì 9 maggio 2012

GIANCARLO (O GIAN CARLO) FUSCO

GIANCARLO (O GIAN CARLO) FUSCO



Non di rado sono “quegli” articoli de Il Foglio (una pagina intera per recensire un libro di argomento non comune) a creare interesse prima, e passione per un argomento poi.
Può essere stato cosi anche per Giancarlo (o Gian Carlo, le vaghezze cominciano subito) Fusco, viareggino di La Spezia. Oppure no, non ricordo, l’occasione fu la prima ristampa de Il gusto di vivere.



Egli era un, non cosi frequente – in quegli anni del secondo dopoguerra, esemplare di giornalista e scrittore di libri ([1]),libri che spesso erano derivazione di articoli.


Fusco, nato nel 1915, scriveva di argomenti disparati ([2]), con taglio anche autobiografico e in certi casi eclatante. Questa è la ragione per cui egli viene associato allo stile gonzo ([3]).
Soprattutto fu un uomo che vive troppo intensamente, quindi dall’edonismo egli sfociò nell’autodistruzione, anche perché egli non poteva pagarsi la cura (oltre che “le cause”, appunto) per le conseguenze dei propri eccessi.


La sua vita potrebbe riassumersi nell’aneddoto della grappa: dati i suoi consumi, la acquistava direttamente dal produttore (Nardini) che indirizzava le forniture al “bar Fusco”.



Danaro guadagnato e speso, minimo rispetto per il proprio corpo, sogni proiettati nei pochi personaggi di fantasia della sua produzione letteraria: mi riferisco ai A Roma con Bubù e Duri a Marsiglia.
Questi sono i due libri da leggere. Ma per forza di cose dicono poco del loro autore se si pensa che essi potrebbero essere semplicemente frutto di fantasia, come accadeva per Emilio Salgari.



Allora, occorre cercare – con più fatica (se se ne vuole possedere una copia propria) – Il gusto di vivere e La colonna per gustare il giornalismo di Fusco.
Poi ci sono le cronache di guerra e dei tempi delle guerre, notevoli.



Esiste una bella biografia di Dario Biagi, L’incantatore, per i più curiosi.
Ma Fusco lo si trova anche nelle pieghe di righe più o meno abbondanti dedicategli dai colleghi e amici giornalisti, alcuni molto generosi e fra questi Oreste del Buono, ancora una volta ([4]).



Capita quando si è finito di leggere certi suoi scritti, di avere l’impressione che non resti nulla di concreto. Si deve rileggere.
Non perché Fusco fosse poco incisivo, ma in quanto lo scritto non sostituisce il personaggio.
Tanto che alla fine, più che per altri autori, avere fra le mani le edizioni originali ([5]) rende tutto più sensato in termini di sensazione del “come e quando” un certo libro fu pubblicato, sebbene meritorio sia stato il lavoro condotto per anni da Sellerio nel ristampare molta della produzione di questo autore che continua a meritare di più.




                                                                                                                      Steg







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[1] Se ognuno pensa di poter scrivere un libro, per di più interessante e anche dotato di potenziale commerciale, il giornalista di ciò ha la certezza.
Errore: molti libri di giornalisti hanno venduto pochissime copie. Figuriamoci chi non scrive “di professione”.
[2] Ecco il giornalista bravo su ogni tema, allora poi sviluppa le colonne periodiche nel respiro ampio del volume.
[3] Se per caso qualche lettore, evidentemente nuovo, di questo blog non lo ha ancora letto, in argomento rinvio – anche e incidentalmente – al mio post ‘“Gonzo Journalism”: le vite non parallele di Hunter S. Thompson, Jeffrey Bernard e qualcun altro’.
[4] OdB, è stato una persona fondamentale per consentire a molti, me compreso, di leggere autori altrimenti poco popolari. Infatti, a parte essere stato fondamentale quale direttore del mensile Linus, è a lui che si deve l’aver perorato le qualità di scrittore di Giorgio Scerbanenco; a lui si devono anche le ristampe dei libri di Umberto Simonetta (oltre che quelle degli scritti di Gianni Brera).
Se vogliamo Del Buono fu l’opposto di Fusco: in quanto poco visibile e poco personaggio (anche se me lo ricordo con Hugo Pratt in serate fumosissime al Hotel Napoleon in occasione del salone dei fumetti di Lucca a fine anni settanta del secolo scorso).
[5] Splendidi sono i profili dei malavitosi ne Gli indesiderabili.
Le prime edizioni di questo libro e del citato Duri a Marsiglia hanno anche un apparato fotografico tipico del giornalismo di inchiesta.

giovedì 26 aprile 2012

PROZAC + (ovvero: cantare in Italiano ma suonare internazionali)

PROZAC +
(ovvero: cantare in Italiano ma suonare internazionali)




Gestisco il gruppo con pugno hitleriano
(Gianmaria Accusani, dopo il concerto al Fillmore di Cortemaggiore del 26 aprile 1996)
 



I Prozac + (e che fatica a far mantenere quel “+” nelle loro presentazioni …) furono la dimostrazione ([1]) del fatto che è possibile essere giovani ([2]), veloci e proporre qualcosa di nuovo nella musica, anche in Italia.



Nascono dal quasi nulla (a memoria ricordo che fecero qualche concerto nell’estate del 1995), scoperti da Carlo Albertoli “della” Vox Pop di Milano.
Un’escalation dal febbraio 1996 (alzi la mano chi li ha visti il 13 gennaio di quell’anno) in avanti dapprima sul fronte dei concerti.
Travagliata gestione sotto il profilo fonografico (basta confrontare i “crediti” che si susseguono su dischi, MC7 e CD) sino ad approdare alla EMI.



Ma chi sono i Prozac +?
Gianmaria Accusani, un passato di giovanissimo batterista nell’ambito del Great Complotto, indiscusso leader del gruppo: chitarra portante (usualmente Gibson “diavoletto”) e qualche sporadico ruolo di voce solista.
Eva Poles, “la” cantante dai trascorsi ska: in grado di trasformare i testi spesso anaforici di Gianmaria in piccoli gioielli che non fanno rimpiangere coloro che cantano in Inglese (ma suonano in Italiano …).
Elisabetta (senza cognome per quasi tutti) al basso: la axe girl più affascinante dai tempi di Gaye Advert, a mio avviso.
Tutti dell’area di Pordenone.



I posti alla batteria e alla seconda chitarra sono piuttosto mobili. In questa caratteristica c’è l’ennesimo segno dei tempi (in quanto la stabilità delle formazioni e l’importanza di tutti i componenti del gruppo si fanno sempre più labili a partire dagli anni novanta del secolo scorso).



Un elemento importante è anche l’immagine di scena. 
Una sorta di ossimoro per E&E: femminili pur esibendosi di regola con pantaloni larghi e scarpe da skateboard o anfibi o stivali da biker (Elisabetta li indossa molto meglio di Sid Vicious), ma i loro tank top distraggono non poco il pubblico maschile.
Anche i ragazzi sfoggiano una sorta di derivazione dell’abbigliamento di quel punk “alla californiana” dei fratellini minori di Jello Biafra.
Qualcuno che li conosceva bene, li definì così nel 1996: “Cosa importa se Elisabetta non ‘contro penna’ e nelle studio versions non c’è? Sul palco è lì, gloriosa, boots pesanti e fiorenti tatuaggi.//Eva sommersa dal guitar sound: delicata stormtrooper e giovane dama dell’angst.//Gianmaria: regista e sceneggiatore con l’eterno paio di dungaree a celare la voglia di essere anche guitar hero della sua she-Ziggy.” ([3]).


I Prozac + suonano veloci, innanzitutto: molte canzoni sono sotto i 3 minuti di durata.
Chitarre su chitarre: le chitarre a Gianmaria non bastano mai.
La sezione ritmica fa la sezione ritmica e gli assoli non esistono, neanche per le sei corde.
Poi c’è questo cantato dove il testo non corrisponde alla musica perché questo chewing-gum punk sound tratta di tossici, esclusi, introspezioni più o meno volontarie.
Brett Easton Ellis esordiente che scrive dei centri urbani intorno ad Aviano (non di LA) e di chi li abita. La televisione a volume azzerato diventa la lampada per dormire – male – lontano dalla minaccia di certe ombre.
Ma, lo ripeto, è musica a bout de soufle: tirata dalla prima all’ultima nota anche quando si avvicina alla lentezza di una primigenia demo version (non una ballata) ([4]).



I concerti sono belli e colorati, siano essi nel fumo del Tunnel di Milano (anche due in una sera) o in un campo sportivo da qualche parte nella provincia, o sotto il tendone di un festival più o meno importante, sino al palco da bill topper del Rolling Stone (ancora Milano) sino alla posizione di supporter di grand luxe degli U2 a Reggio Emilia ([5]).
Notevole anche il merchandising: dalle magliette alle felpe sino ai cappellini con visiera.



Il loro successo commerciale è con il secondo album, Acido Acida.
Dal successivo in avanti (il terzo, dal titolo 3, per loro ful’equivalente del “difficile secondo”?), le idee restano, ma i gusti del pubblico cambiano.



Cosa trovate oggi disponibile sul mercato se volete scoprire questa cruciale banda? Teoricamente 5 album, di cui imprescindibili sono l’esordio di Testa Plastica e il precitato Acido Acida.
Per i singoli mettetevi l’anima in pace, ma se doveste trovare quello strano oggetto che fu il CD EP Baby compratelo anche solo come oggetto artistico, soprattutto se completo: l’etichetta del prezzo imitava quella di un taglio di carne venduto nella solita vaschetta da supermercato.



E poi?
E poi Gianmaria con Elisabetta ha creato i Sick Tamburo.
Mentre Eva, dopo tanti anni di assenza dalle luci della ribalta esordisce nel 2012 come solista.



Forse sono andato un po’ lungo, ma la Prozac + Nation ([6]) in rete non è molto rappresentata e questo è un peccato.





                                                                                                                      Steg







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[1] Rinvio al mio post “Rock-pop e Francia”. 
[2] Pietoso il recente (fine 2011) slogan di propaganda del Partito Democratico: “Eva, 19 anni: sogna di cantare in un gruppo rock”. A 19 anni o ci canti già oppure contribuisci all’invecchiamento della nazione.
[3] Purtroppo questo valente cronista della scena mi scrisse tutto ciò in una lettera, quindi altro non posso aggiungere. Chissà dove è finito?
[4] Rarissime le cover.
[5] Probabilmente i primi ad aver suonato a ciò che ora tutti chiamano “campovolo”.
[6] Parafrasando il titolo di un libro-diario (Prozac Nation) scritto da Elizabeth Wurtzel.

PROOF FOOLED

PROOF FOOLED ([1])


Da qualche anno assisto al - ma talvolta anche subisco il - fenomeno dell’istupidimento volumetrico.


Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i superalcoolici e i vini dovrebbe sapere che pasteggiare come - leggenda vuole - Alejandro De Tomaso (imprenditore italo-argentino nel settore di quelle che oggi sono chiamate super-car) con Chivas Regal ([2]) nella propria casa è meno costoso che con certe bottiglie di vino di cui non ritengo necessario citare i nomi dei relativi produttori.



Accade però che un po’ di tempo ci sia una campagna commerciale, ma dai metodi militari, tesa ad istupidire gli avventori fra le “basi” dei cocktail, massimamente vodka e gin.
Perché? La ragione è semplicissima: quanti hanno un mobile bar a casa propria ([3])? Quasi nessuno; dato che come ormai si contano per unità coloro che sanno cucinare, per quelli che sanno preparare un cocktail credo che si vada per la mano menomata di Jango Edwards per ogni centomila.
Ciò rende debole il bevitore, che non sa sperimentare da solo (ad esempio quanti fra coloro che ordinano un Martini sanno come si miscela una versione “gold”?) e beve fuori, dunque spendendo molto e in tal modo pensando di esibire la propria personalità.





Ecco allora la guerra che si consuma sul vendere una credibilità alcoolica attraverso costose, preferibilmente oscure all’inizio, “etichette” di distillati.
Meglio se dotati, i distillati di alta gamma, anche di una potenza volumetrica inusuale, per cui chi sceglie altro meno “forte” è considerato (erroneamente) un perdente.


Un barman (lui preferisce il termine bartender) che rispetto - Frog - afferma che non si può riconoscere una vodka in un cocktail.
Ma anni dopo, e non gli posso dare torto, ovviamente egli accoglie senza problema ogni richiesta di cocktail con basi che gli consentono di esigere un prezzo più elevato.



Posso, allora, darvi solo tre consigli pratici specifici: più alcoolico non è meglio; provate due volte almeno una nuova base; considerate quanto potete estrarre da una bottiglia a casa e il break even della stessa base in un locale.
Per il resto, credo che nel mio post dal titolo “Io non sbaglio mai” troverete qualche altra indicazione.


 
Comunque, ricordate ancora una volta che trovare il drink perfetto (aperitivo, altra cosa è il digestivo) non è facile, ma è divertente.
I miei gusti non sono i vostri, quindi è inutile ogni elenco.


 
                                                                                                                      Steg







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[1] Il gioco di parole è fra “a prova di stupido” (fool proof) e istupidito dal grado (alcoolico) volumetrico (proof fooled, appunto).
[2] Oggi bisognerebbe pasteggiare con il Royal Salute,sempre Chivas, se non fosse che il blended è reputato eresia in un mondo di pecore che professa la religione del qualsiasi, purtroppo, single malt. Colpa del Glenlivet.
[3] Non sto scrivendo di angolo bar.

martedì 24 aprile 2012

STEPHEN GUNN

STEPHEN GUNN

Ho conosciuto letterariamente Stephen Gunn ([1]) in un’antologia dedicata, come dichiara contraddittoriamente il suo titolo, ai finti “stranieri” che occupano (soprattutto) le pagine di quella testata di genere che è Segretissimo ([2]).
Perché Gunn in realtà si chiama Stefano Di Marino.

L’autore è noto soprattutto per il suo personaggio del Professionista, ovvero Chance Renard. Le cui avventure pubblicate su Segretissimo sono le più lette dopo quelle di SAS.

Di Marino è un salgariano di Milano.
Salgariano - con orgoglio (tanto che di persona lo ho incontrato, solo recentemente, alla presentazione di un volume dedicato all’autore veronese) - nello stile; nella sua passione per ambientazioni esotiche, nel suo amare certe descrizioni “di viaggio” pur in un’epoca in cui il mondo lo si può vedere con facilita grazie alla rete delle reti; nella sua produzione che e`ingente; nei generi in cui si cimenta che sono più vari di quanto il lettore della sola saga del Professionista possa pensare.
I suoi riferimenti al “padre degli eroi” sono più o meno espliciti: ad esempio in Sopravvivere alla notte (del 1992) la citazione del Corsaro Nero è sfumata, ma chiara a chi subisce il fascino della parola Ventimiglia.

Milano compare più spesso nelle storie firmate Gunn da quando Chance Renard ha una base in questa città ([3]) e le sue avventure hanno anche squarci mediolaniensi, appunto.
Soprattutto, a Milano è ambientato già Per il sangue versato (del 1990 e suo primo romanzo) che contiene diversi spunti che Gunn/Di Marino poi svilupperà.

Un grande pregio dell’Autore è la sua onesta letteraria: egli non ha problemi a classificare pulp la propria opera ([4]).

Se vi ho incuriosito, sappiate che da maggio 2012 quale supplemento di Segretissimo avrà inizio una ristampa ragionata (e con inediti) delle avventure del Professionista.
Per il resto dovete mettervi in caccia.


                                                                                                                      Steg



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[1] Come anche Alan Altieri, questa evidentemente è un’altra storia, pur con qualche tangenzialità letteraria con quella che qui narro.
[2] Legion, Supersegretissimo (Estate Spia) n. 36 del 2008. Il racconto è “Contratto veneziano”.
[3] Quella parigina è durata poco, ma in futuro, chissà?
[4] In questo forse con asiatica abilità da praticante di arti marziali sfrutta l’altrui vanità: lasciate che siano gli altri a dichiarare scrittori e basta Hammett o Chandler.