"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



martedì 12 novembre 2019

PUNK A MILANO: ADDENDUM (ovvero delle “avanguardie storiche” non sapeva nulla nessuno)


PUNK A MILANO: ADDENDUM
(ovvero delle “avanguardie storiche non sapeva nulla nessuno)

Nel post che inaugurò il blog ([1]), si fece una fugace citazione del Dadaismo parlando di fanzine italiane: “primogenita nata dai miasmi dei navigli è Dudu H.y.n.d.r.o. Punk News: Dudu per ‘dada + punk’, Hyndro per Montanelli. Meglio delle avanguardie storiche ispiratrici (care ai mastermind della ‘zine medesima)”.

Gli è che all’epoca: da un lato, ancora non era così sicuro parlare di Futurismo ([2]), ancora tacciato di fascismo come Gabriele d’Annunzio.
Dall’altro, forse era comodo evocare il Dadaismo e l’urinatoio di Duchamp e il ferro da stiro chiodato di Man Ray: cose da gente stramba, poi rinsavita. Rinsavita come i giovani quando diventano adulti.
Eppoi su questa linea era anche più semplice far passare gli Skiantos, ad esempio ([3]).

Insomma, con la parola Dada (i dadaisti non amavano molto la parola “Dadaismo”) si addolciva il punk senza dire una parola su futuristi e dadaisti che litigarono: accadde.
Si vendeva una versione un po’ più a sinistra del punk (vedi sopra Futurismo).
Si diceva poco o niente dei dadaisti non celeberrimi, fra cui Jacques Rigaut di cui dal 1970 circolano i suoi Ecrits per la curatela di Martin Kay ([4]), anche perché probabilmente chi spacciava il dada-punk non la conosceva nemmeno questa figura leggendaria: autentico “too fast to live, too young to die”.

Che poi noi ci si sentisse più futuristi che dadaisti, anche prima di Adam and the Antz ([5])/Ants ([6]) era quasi ovvio: soffiava il post-punk nel 1979 ([7]).

Ecco in questa situazione, con appena un quarantennio abbondante di ritardo vorrei che i Signori Sandro Baroni e Nicola Ticozzi (i succitati “mastermind”) ci porgessero le loro scuse.
E si leggessero la monumentale biografia dedicata a Rigaut da Jean-Luc Bitton che lo apostrofa “suicidato magnifico” ([8]), suona leggero e micidiale quasi come “cane di diamante”.


                                                                                                                      Steg



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[2] Sebbene il volume dedicato a Filippo Tommaso Marinetti risalga al 1968 e poi ebbe la consacrazione nei Meridiani: mi riferisco a Teoria e invenzione futurista.
[3] Gruppo che per me non è più innovativo degli Squallor. Quindi Freak Antoni avrebbe avuto importanza anche senza di loro.

martedì 5 novembre 2019

IL PUNK IN UNA FRASE, IN ITALIANO


IL PUNK IN UNA FRASE, IN ITALIANO

Riascoltavo l’altra sera la produzione originale dei Decibel, e la conclusione, tardiva certo, è che a chi chiedesse cosa fu per “noi” il punk, quello vero, tutto si risolve anche solo in frasi e per una volta, ce ne una non in lingua inglese: “NON TORNIAMO INDIETRO PIÙ!”.
Potete ascoltarvela in “Figli di …”.



                                                                                                                      Steg



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RING DI CRITICA LETTERARIA (Mari vs. Scaraffia)


RING DI CRITICA LETTERARIA
(Mari vs. Scaraffia)

Non sono persona che rifiuta di cambiare idea. Ma le reiterate mancanze altrui rafforzano una opinione non positiva.
Ricordo che in un post di anni fa avevo usato l’allegoria di quel manifesto che contrapponeva Andy Warhol a Jean Michel Basquiat.
Questa volta mi pare che Michele Mari vinca ai punti contro Giuseppe Scaraffia.

Michele Mari lo ho conosciuto per caso, attraverso – contemporaneamente – gli Ianva e Emilio Salgari; da lì ho letto Tutto il ferro della torre Eiffel ([1]), Tu, sanguinosa infanzia e Rosso Floyd.
Posso eccepirgli, quanto al primo dei tre titoli citati: la mancanza di una nota bibliografica e la confusione fra Pernod e pastis (il primo è un prodotto definito, il secondo la categoria di cui il Pernod è parte, insieme a Ricard, 51, eccetera: tutti i pastis di Francia?) e, forse, anisetta.

Giuseppe Scaraffia continua, inesorabilmente, ad avere una pecca ben più grave: le sue bibliografie sono “tirate via”: citazioni ripetute, titoli accompagnati dalla traduzione italiana oppure no oppure la indicazione della sola versione italiana.
Insomma, ogni suo libro di cui ho copia soffre di una qualche inaffidabilità. L’ultimo forse anche di provincialismo: non inserire infatti l’indirizzo de Le Grand Véfour (anche la terza parola ha la maiuscola siccome cognome) nell’elenco che accompagna il testo de L’altra metà di Parigi fa sospettare che egli non vi abbia messo piede.

Ecco perché vince Mari.


                                                                                                                      Steg



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[1] “t” in minuscolo in originale.

martedì 1 ottobre 2019

INVINCIBLE YOUTH (Tombstone series – 50)


INVINCIBLE YOUTH
(Tombstone series – 50)

In the days of youth, our cheekbones were invincible.


                                                                                                                      Steg



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domenica 29 settembre 2019

Caro Tonito (Tonito Memorial series)


CARO TONITO
(Tonito Memorial series)

Caro Tonito,
                                    sebbene con qualche giorno di ritardo, eccomi qua.

Qualora l’aldilà esistesse – il che continuo sempre ed assolutamente a negare – chiederò il “passaggio di cattedra”: dal mio purgatorio al tuo inferno.
Abbiamo ancora molto di cui chiacchierare.

Ciao


                                                                                                                      Steg



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SE ALQUILAN COXXNES (Sniper series – 40)


SE ALQUILAN COXXNES
(Sniper series – 40)

Beh mi sembra evidente che la gente è ridotta a non avere più un orgoglio e una dignità propri.
Quindi ormai – non avendo, nemmeno, danaro per comprarsene un paio – noleggia, a tempo, un paio di palle.
Quando è scaduto il noleggio, lo si nota subito: busi duri che si ammorbidiscono a loro parcella/fattura saldata, per esempio.

Per i sensibili, ho preferito intitolare in Castigliano questo post, con un paio di “x” censoree.


                                                                                                                      Steg



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venerdì 20 settembre 2019

INVESTIMENTI FINANZIARI (Tombstone series – 49)


INVESTIMENTI FINANZIARI
(Tombstone series – 49)

Chiedere la consulenza finanziaria in un ufficio postale, è come rivolgersi a Morrissey per la ricetta di stufato di cervo con polenta.
La gente investe peggio di come mangia, evidentemente.


                                                                                                                      Steg



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domenica 18 agosto 2019

TUMORI WARHOLIANI (E NON) (ovvero le scuse forse non giustificano il clamore)


TUMORI WARHOLIANI (E NON)
(ovvero le scuse forse non giustificano il clamore)

Premessa: scrivo avendo esperienza familiare diretta sul tema (a contrario nel risvolto mediatico), e sui medici.

Pare che Nadia Toffa abbia avuto diritto al suo quarto d’ora di celebrità postuma in ragione delle cattive frasi rivoltele in vita.
Ma la domanda è: davvero a titolo di scuse occorre – a parte i professionisti del funerale (che volerebbero negli USA per le esequie di Peter Fonda, potendo fare) – scomodare pagine e minuti di periodici e emittenti televisive e radiofoniche?

Ricordano, quelli di 50 anni e più, Stefania Rotolo?
No? Eppure morì a causa di un tumore.

Per quelli anche solo di 30 anni: David Bowie tenne il massimo riserbo quanto alla propria malattia.
Considerando il passato, sembra che la sua morte sia stata impiegata da non pochi per mostrarsi, loro i vivi.

Ecco io per questi clamori funerei provo un certo fastidio.



Ah, dimenticavo: evitate anche di battere le mani e vestitevi decorosamente. 


                                                                                                                      Steg



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lunedì 12 agosto 2019

RUNAWAY (sparizione e invisibilità)


RUNAWAY
(sparizione e invisibilità)


Premessa.
Questo mio scritto, risalente al 1998-1999, ha due limiti, uno obiettivo e uno soggettivo: all’epoca non esistevano i cosiddetti “social” e, lo preciso, io non ero stato costretto a partecipare ad almeno uno di essi; il testo non è completo e, peggio ancora, ho due volumi sul tema che devo ancora leggere, uno è Filippo D’ARINO, Manuale di sparizione, Roma, Castelvecchi, 2006.
Comunque, siccome mi pare che (con gli aggiornamenti minimi apportati) esso non sia del tutto da buttare, lo pubblico.
Incidentalmente: il titolo è ispirato alla canzone più famosa interpretata da Del Shannon: https://www.youtube.com/watch?v=0S13mP_pfEc.



1. Chi vuole “sparire”.
Si decide di “sparire”: evidentemente non si regge più la vita di tutti i giorni e si vuole porre fine alla routine; si spera (o più spesso ci si illude), anche, che sia possibile cambiare la propria vita.
Sparire vuol dire quindi abbandonare i problemi sedimentatisi in anni e anni di vita nella prospettiva di riuscire ad evitare il riformarsi ([1]) dei problemi; vuol dire provare a rifarsi una vita ([2]) da qualche parte. Lontano perché i chilometri dovrebbero poter eliminare il rischio che i vecchi problemi ritornino.

Dal punto di vista socioeconomico, la voglia di sparire dovrebbe interessare maggiormente i ceti medi: persone che non hanno difficoltà economiche, e materiali in genere, tali da essere schiacciate giornalmente dall’esigenza di far fronte alle necessità di sostentamento, ma che non sono in grado di concedersi pause di relax idonee a combattere efficacemente il loro malessere, spesso frustrazione di non poter fare, appunto ciò che vorrebbero ([3]).
Escludendo dunque il sottoproletariato e persone, più o meno apprezzabili - come la abbientissima e sensibile (sic!) Carla Bruni che, se triste, il giovedì prende(va) il Concorde e trascorre(va) un fine settimana “di spese” a Manhattan -, le quali realisticamente non hanno problemi (di danaro e di tempo) a crearsi un temporaneo spaesamento terapeutico ([4]), la voglia di sparire dovrebbe riguardare prevalentemente la borghesia pensante.

Si potrebbe anche tentare una casistica professionale di chi vuole sparire. Prendendo a prestito il rimario argotique francofono, chi è esposto alla letale trimurti del “metro/boulot/dodo” (tutti con accento sulla “o” finale) ([5]) dovrebbe essere il soggetto ideale. Quindi ben pochi aspiranti sparenti fra i veterinari di campagna (e quando esistevano fra i medici condotti), i rappresentanti di commercio (che una volta a casa sono spariti) e molti che vorrebbero sparire fra casalinghe frustrate e pendolari poco socievoli del ceto alto impiegatizio.
Fra i liberi professionisti può scoccare la sindrome da eccesso di reperibilità a rendere desideroso di sparizione chi, altrimenti, dovrebbe essere per lo meno padrone di con chi trascorrere il proprio tempo (ma fattori esterni schiavizzano il professionista, frequentemente terrorizzato come il negoziante o l’oste dal fatto che gli vengano a mancare i clienti).

Esiste, poi, anche chi sparisce perché deve sparire: è il ricercato in forza di norme giuridiche di natura penale ([6]). Evidentemente costui ([7]) non solo ha un motivo per sparire, ma non ha nemmeno ragioni opposte che lo inducono a restare visibile.


2. Ma davvero ci sono tante persone che vogliono sparire?
Non sono in realtà molti quelli che vogliono sparire.

Osservate le allegre compagnie di pendolari (ancora loro) chiacchieroni sui treni, le letali doppie coppie in vacanza ([8]), le altrettanto onnipresenti tavolate che affollano ristoranti e pizzerie, gli aggrappati al proprio telefono cellulare (magari in compagnia al bar però con l’orror vacui perenne).
Vi renderete conto che, in verità, l’essere umano è manifestamente impreparato alla solitudine, è quasi letteralmente incapace di stare da solo per scelta (figuriamoci quando “ci si trova dentro”), ha paura del letto vuoto e delle lenzuola fredde, chiede conforto anche al dj che gli “parla” dalla autoradio.

Comunque si faccia l’ipotesi di un pensante essere umano, seguace del disusato detto “meglio soli che male accompagnati”, che, però, si sia trovato con il passare degli anni a dover scontare la presenza di un numero impressionante (nel senso che sono tanti da far impressione) di facce e voci non più sopportabili, ecco questo essere può arrivare a decidere di voler sparire.


3. Come sparire. Sparizione ed invisibilità.
Associo sparizione e invisibilità poiché i due concetti possono anche essere caratterizzati da identità di risultato; il secondo poi è uno stato che in termini burocratici risulta più facilmente raggiungibile, ma che praticamente richiede maggior impegno e forza di volontà.

In sostanza, cioè, si può evitare il mondo esterno pur non essendo spariti, ma comportandosi come se lo si fosse, divenendo invisibili.
Emblematici i casi di scrittori statunitensi come J. D. Salinger e T. Pinchon. Fra gli autori di libri ci sono anche i reclusi volontari, visibilissimi ma poco accessibili: Hunter S. Thompson era raggiungibile, ma non si poteva escludere che vi sparasse addosso perché non vi vuole vedere ([9]).
Invece, fra i personaggi noti recenti, effettivamente spariti, non posso non ricordare Richey James, mente letteraria dei Manic Street Preachers, band gallese ormai celebre anche fuori dai confini britannici: di lui non ci sono tracce, ma talvolta degli “avvistamenti” ([10]) dopo che egli svanì, senza lasciare alcuna traccia utile, il 2 febbraio del 1995.
Fra quelli di un quasi recente passato, paradigmatica è la sparizione del fisico atomico Maiorana ([11]).
Poiché la burocrazia è poco sensibile alle iperboli della fama, come si vedrà (ragionando a contrario) è più semplice raggiungere l’invisibilità piuttosto che lo stato di sparito effettivo. Su questo dato occorre meditare.

Vero è che l’invisibilità ha poco a che fare con il ceto medio reale (solo astrattamente capace di sparire; sarà forse ceto mediocre?), che ancora una volta non può permettersi (non è capace di permettersi?) l’isolamento territoriale, la spesa nel supermarket del paese a qualche chilometro di distanza da casa, l’assenza di vita sociale ([12]).

Come si fa ad essere un invisibile con coniuge e figli? Difficile, difficile ([13]).
Si può sparire in due? Sembra poco praticabile anche questo, a tacere del fatto che si può voler sparire non solo dalla società ma anche dalla famiglia, di origine ovvero costituita con matrimonio o convivenza.
In conclusione, la sparizione collettiva richiede un invidiabile affiatamento ([14]), tale da far dubitare che ci siano effettive necessità di sparizione poiché è probabile che, essendovi una concordanza in argomento, si stia già seguendo la strada della ridotta visibilità mediante l’abbassamento massimo del proprio profilo sociale e di relazione.


4. Qualche consiglio per essere poco visibili.
Viste le difficoltà, è forse preferibile andare per gradi, e cominciare cercando quindi di ridurre la propria esposizione al prossimo.
D’altra parte, chi scrive opta per la scelta della invisibilità ([15]).

Innanzitutto occorre sdoppiare la propria vita.
Minore è la identità fra frequentazioni lavorative e frequentazioni nel tempo libero, maggiore dovrebbe essere la capacità di rendersi invisibili a quella parte del mondo esterno che rende la vita sempre meno sopportabile.
Ciò, dunque, implica la capacità di evitare la pigrizia nello scegliere amici ed amori: tenete a bada la solitudine ed evitate cene aziendali, feste natalizie sul posto di lavoro, bar-b-q con il vostro direttore di filiale (mi rivolgo ai bancari e agli assicuratori). Evitate anche, se qualche volta proprio dovete fare un poco di pubbliche relazioni e quindi di frequentare colleghi in occasioni non dichiaratamente lavorative, di invaghirvi della/del collega, di innamorarvi del medico conosciuto al seminario a Capri ([16]); perché poi tutto ciò fa sì che voi siate “al lavoro” anche al cinema, al ristorante, in vacanza (il che vi rende più esposti alla necessità di diventare almeno invisibili).

Siate meno umani (cioè deboli) e meno opportunisti, insomma! Cercatevi amici inutili dal punto di vista lavorativo (e quindi veri) e innamoratevi o invaghitevi ([17]) di persone diverse da voi (altrimenti è solo “va’ dove ti conducono il tuo apparato genitale e il tuo terrore di morire solo/a”).

Casa vostra deve essere vostra. Riducete al minimo le possibilità di invasione, prima di tutto telefonica: se non siete degli schiavi del “devo richiamare”, la segreteria telefonica è un buon modo per essere meno visibili. Altrimenti abolitela e lasciate suonare il telefono quando siete in casa. Inutile mettervi in guardia sui danni derivanti dal telefono mobile, se non li capite forse avete sbagliato a leggere queste pagine.
Siate parchi anche con l’e-mail, di questi tempi!

Fate poche feste (è meglio se non ne fate) ([18]) a casa vostra. Andate fuori - nei locali pubblici preferibilmente - così potrete sempre avere sonno salutare tutti ([19]) e tornare invisibili.

Attenzione anche alle avventure galanti se esse si trasformano nell’occupazione poco a poco dei vostri spazi. Cambiare frequentazioni spesso continua, lo ho già scritto, a significare che non volete restare soli, salvo che siate dei playboy o delle playgirl di sicure capacità e resistenza.

In vacanza evitate accuratamente i connazionali, se incontrate qualcuno che conoscete mentite e dichiarate amicizie in luogo che, ahimè, non vi permettono di andare assieme in un ristorante (al vostro ritorno evitate anche di dare i nomi dei ristoranti che avete frequentato, pena il vicino o il collega che uccide lo spaesamento della vacanza).

Seguendo questi consigli la vita dovrebbe migliorare. Non sarà perfetta (ma neanche se sparirete lo potrà essere: “conoscenze invadenti in Australia” non è meglio di “conoscenze invadenti a Milano”) ma un po’ meglio sì ([20]).
Ancora un caveat: la ridotta visibilità non si alimenta da sola: è un delicato stato che si fatica a mantenere.


5. Istruzioni per gli aspiranti sparenti e futuri consolidati spariti.
a) Sparizione e luogo di residenza.
Se pensate di dover proprio sparire, perché nemmeno gli accorgimenti che vi ho indicato bastano, dovete prima di tutto considerare le persone che vi lasciate indietro.

Con spirito ineguagliabile, per esempio, gli istituti previdenziali dei liberi professionisti continuano a tampinare i congiunti superstiti con i versamenti dovuti all’istituto di turno. Caveat all’avvocato defunto: puoi morire, ma devi pagare la previdenza nel tuo anno di morte.

Chi sparisce, allora, dovrebbe preoccuparsi di ridurre al minimo, a meno di non voler rovinare economicamente quelli che si lascia indietro, le proprie pendenze. Ma naturalmente senza insospettire troppo chi resta.
Dunque occorre ricordarsi di chiudere la propria partita IVA, disdire le polizze assicurative e gli abbonamenti che si rinnovano automaticamente (certi canali televisivi tematici, per esempio), e così via.
Il conto corrente: qui cominciano i problemi veri. Perché dovete contemporaneamente non destare sospetti, prosciugando il conto, e costituirvi delle disponibilità economiche, spesso all’estero. Nel dubbio, in caso di conto cointestato, apritene uno presso una banca estera del paese dove intendete trasferirvi e operate piano piano su quello.


b) Sparizione e mantenimento della propria condizione.
Per uomini e donne il convento è forse l’ideale.
Per gli uomini ancora giovani, c’è altresì la Legione Straniera, come già scritto.
Entrambe le scelte però non sono a senso unico, richiedendo il consenso anche di chi concede detta invisibilità (l’ordine religioso o il corpo militare scelto).


                                                                                                                                                                                                                                                                                Steg



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[1] È chiaro che chi fallisce l’impresa si troverà i vecchi problemi, magari divenuti più grandi, e qualche altro grattacapo conseguente alla fallita sparizione volontaria.
[2] O a farsi meglio la vita che si sta conducendo.
[3] Esistono due orientamenti: chi ritiene di poter fare un lavoro che gli piace e chi, invece, reputa la dimensione lavorativa (cioè tesa alla remunerazione per il sostentamento, più o meno agiato) di per sé incompatibile con quella dell’ideale di vita.
[4] Ciò non significa, peraltro, che non siano comunque soggetti frustrati e propensi a stati di patologia esistenziale. Se vale il detto che il danaro non rende felici ma aiuta nell’infelicità, diffidate da chi dice “hai tutto come fai ad essere triste”: si tratta di persone invidiose ovvero insensibili (molto, molto raramente, è qualcuno che vi è amico o chi vi ama: allora vuol dire che voi siete troppo complicati e probabilmente dovreste cambiare vita).
[5] Contrazione della definizione della Internazionale Situazionista della dimensione esistenziale del proletariato: “metro/boulot/TV/dodo”.
[6] Si pensi al “fermo di indiziato di delitto” (articolo 384 cpp) ovvero alla cattura dell’evaso (chi evade commette un delitto aggiuntivo rispetto al reato per cui era detenuto).
[7] Per praticità scrivo al maschile, ma anche le signore possono voler sparire per motivi legati o meno alle leggi penali vigenti.
[8] Non saranno mica tutti sessualmente frustrati, e dunque terapeuticamente “scambisti”?
[9] Thompson potrebbe essere forse classificato fra gli intangibili, che nulla hanno a che fare con spariti ed invisibili. Enrico Cuccia è sempre stato visibile ma anche intangibile per il pubblico (non aveva nemmeno bisogno di scorta).
Fra gli ibridi possiamo ricordare il wunderkind della musica pop Phil Spector: recluso ma talvolta indotto a scendere fra i mortali; ora invece poco raggiungibile siccome detenuto per condanna (omicidio).
[10] Celebre quello a Goa e, nel 1998, quello in un’isola delle Canarie.
[11] Sparito nella seconda metà degli anni trenta del novecento, i libri su di lui sono molti, anche uno, romanzato, di Sciascia.
[12] Attingo dalla casistica di Salinger. H. S. Thompson frequentava poco, ma frequentava, persone.
[13] La famiglia Carretta, padre madre e due figli, scomparsa nel 1989 da Parma senza lasciare tracce sembrava esserci riuscita (sempre che si tratti di sparizione volontaria). Poi nel novembre 1998 viene ritrovato a Londra uno dei due figli, Ferdinando e tutto si riapre, egli fra l’altro dice di essere stato dimenticato o addirittura “mollato”; quindi si arriva alla sua confessione ed alla sua messa in stato d’accusa per omicidio plurimo, per cui non si può arrivare ad una conclusione su ragioni e modi di questa sparizione, ma forse varrebbe quanto osservato alla precedente nota 6 e testo ivi.
[14] Praticamente o oggettivamente impossibili poi sono per una coppia o un gruppo certe forme di sparizione concesse all’individuo: impossibile per definizione l’eremitaggio o il ritiro in convento, altamente improbabile anche il finire a fare il clochard (convento e clochard sono due delle ipotesi avanzate per il fisico Maiorana).
Analogamente è scelta tendenzialmente a senso unico anche quella della Legione Straniera: https://it.legion-recrute.com/mdl/info_seul.php?id=26&block=0&article_theme=1&titre=La-durata-del-Contratto.
[15] Anzi per quella spiccatamente a senso unico. Difficile da coltivare, ma talvolta riuscita.
[16] Non è ancora chiaro se siano peggio i matrimoni fra giornalisti, quelli fra avvocati o altro; sembra abbiano tenuta discreta quelli fra medici di settori totalmente diversi, dentista e pediatra per esempio
[17] Se c’è una certa incostanza negli affetti, forse non volete sparire, perché siete poco selettivi nello scegliere la compagnia, e condizionati dall’esigenza di essere accoppiati.
[18] Concettualmente la festa non ha molto senso per chi non ama il prossimo, ma mettiamo che dobbiate farne una o due nella vita. Per esempio, niente rinfresco pre/post nozze (altro argomento interessante).
[19] Evitando di lasciare aperto e a vostro carico il conto delle bevande oltre il limite del buon gusto.
[20] Talvolta è solo “meno peggio”, va bene anche quello.

venerdì 19 luglio 2019

VENEZIA NON È STATA LA MIA FINE (Dal Danieli a …) (Steg about Steg Series - 3)


VENEZIA NON È STATA LA MIA FINE (Dal Danieli a …)
(Steg about Steg Series - 3)


Premessa 1: non sono un hemingwayano (Ernest), e quanto di lui ho letto tratta di argomenti a me cari: Venezia e tauromachia (sebbene su questo punto Jean Cau abbia scritto che il Premio Nobel non ne capisse poi molto).

Premessa 2: per una incollatura temporale, Venezia, la mia, non è nata da Hugo Pratt, eppure ...


STEG QUESTION: credo che in questo caso l’ordine cronologico sia fondamentale.
STEG ANSWER: certo. Autunno 1973, venerdì pomeriggio piovoso, prima liceo scientifico dell’Alessandro Volta di Milano, sezione P. Giustificazione per uscire un po’ prima, devo andare a Venezia, in treno a raggiungere i miei genitori per una serata di gala aziendale. Parto direttamente da scuola con la bisaccia ([1]) e indosso a protezione dalla pioggia una cerata giallo limone.
A un certo punto del viaggio, diciamo dopo Padova, uno degli occupanti il mio scompartimento mi chiede qualcosa, gli rispondo Venezia, e parlando dell’albergo (come arrivarci) scopro che “il Danieli” non è proprio una bettola.
Pioggia anche durante il viaggio in vaporetto, vedo la caserma dei vigili del fuoco e poi il Canal Grande. Pochi passi fra l’imbarcadero e la porta, mi pare girevole, dell’albergo su Riva degli schiavoni. Arriva qualcuno, direi mia madre e anche mio padre, e mi dicono che mi hanno “dovuto dare” la suite più importante ad uso singola perché non c’era altro: stanza di marmi, bagno di marmi, soffitti affrescati, un freddo notevole. 
Ho pochi ricordi della città il giorno dopo, ancora tempo grigio e mi pare già di ritorno a casa nel pomeriggio. 

SQ: e Pratt battuto sul tempo?
SA: ricordo che avevano cercato di propormelo tempo prima, diciamo un paio di anni, attraverso un volume Mondadori alla Milano Libri, ma il tratto mi pareva ostico per i miei gusti (leggevo L’Uomo ragno e quanto della Marvel pubblicava la Editoriale Corno), sicuramente intravidi un Corto Maltese sulle pagine di Linus di quei mesi.
Comunque: estate 1974, vacanze dal mio amico FB a Nervi (Genova), in una delle nostre discese in città ([2]) per caso, dietro Piazza De Ferraris, scoprii la Libreria Il Sileno (Galleria Mazzini) dove si stagliavano splendide le copertine de Il Sgt. Kirk edito da Ivaldi: colpo di fulmine per la rivista e per Pratt.

SQ: quando tornasti a Venezia?
SA: tornai da solo, avendo letto Un romanzo d’avventura di Alberto Ongaro ([3]) e Le pulci penetranti che molti considerano la risposta stizzita di Pratt all’amico ([4]). Tornai credo in ragione di un articolo di giornale e poi, forse, l’acquisto del volume di Ugo Fugagnollo: Venezia così. Ma mi aveva anche incuriosito la copertina de Le pulci penetranti: costruita su una vignetta riprodotta 4 volte tratta da una storia di Corto Maltese ([5]) nell’ultima, completa, egli dichiara “Venezia sarebbe la mia fine!” con alle spalle le cupole di San Marco.
Fu fra il 1976 e il 1977, direi.
Ricordo la visita alla Basilica di San Marco, gratuita, ricordo anche di esser salito sulla Torre dell’orologio (una citazione prattiana da L’Asso di picche); bevvi per sfida al prezzo una Coca-cola al Caffè Florian, mentre pranzai (grazie a quell’articolo) in Cannaregio, alla Trattoria La Maddalena sulla Strada Nuova.

SQ: e poi?
SA: direi visite quasi “disintossicanti” negli anni successivi, di solito in giornata; spesso buttavo una moneta nel Canal Grande quando andavo verso la stazione di Santa Lucia per rientrare.

SQ: “pellegrinaggi prattiani”?
SA: non proprio.
Certo quella frase: “Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti …” ([6]), ma allora non c’era internet e se erano magici e nascosti almeno una ragione per faticare a trovarli c’era, così mi accontentai di incappare abbastanza facilmente nel Ponte delle Maravegie (o meraviglie).
Piuttosto, in ragione della sua citazione da parte di Alberto Ongaro nel suo romanzo, decisi di andare una volta a cena al Poste Vecie: una trattoria di fronte al mercato del pesce di Rialto, con un ponticello da attraversare per arrivare alla sua porta. Entrai e mi misero a un tavolo, non c’era molta gente, su un muro vicino a me stava un blow-up di una foto in bianco e nero di Hugo Pratt, già ne ho scritto, posso aggiungere solo che ritraeva il Pratt classico: pantaloni un po’ larghi, camicia e cardigan, un impermeabile chiaro proprio come quello nelle foto della famosa intervista dedicatagli da Alberto Ongaro e intitolata: Una sera con Pratt, l’Orson Welles dei fumetti” ([7]). Oggi quella foto non c’è più, chissà chi la scattò.
Meglio lasciarsi portare dal fato quindi.

SQ: fato?
SA: nel 1982, mi sembra, andai per il carnevale, di cui vidi poco e serate senza uscite, ma il portiere del piccolo albergo dove ero sceso alla mia domanda se poteva indicarmi un ristorante, mi disse che ce ne era uno nuovo, ma un poco strano perché aveva la carta del macellaio per tovaglie e un nome curioso: Corte Sconta. Tradussi in Corto Maltese: Corte Sconta detta Arcana era il titolo della già citata avventura del marinaio de La Valletta ambientata in parte proprio a Venezia ([8]).

SQ: “enters Cipriani”?
SA: eh sì, siamo finalmente arrivati anche in Calle Vallaresso.
Così come avevo chiesto per i miei 18 anni di andare a cena al Savini di Milano ([9]), per i 50 anni di mio padre nel novembre 1983 dissi: “perché non festeggiamo a Venezia al ([10]) Harry’s Bar?” E la proposta fu accettata.
Se ben ricordo, finì che ci cenammo due sere di fila, comunque nelle gite in laguna con i miei genitori, si cenava lì.

SQ: e poi?
SA: beh io presi ad andare al Corte Sconta come “mio” ristorante con amici o da solo, finché un giorno non scoprii che era diventato più conveniente Cipriani: sic transit, eccetera.

SQ: Aneddoti o curiosità del bar più famoso del mondo?
SA: senza andare troppo sul personale, diciamo che ce ne è uno uguale e contrario: apparve su Panorama (il settimanale) la piantina della sala che io chiamo “dabbasso” e che è quella storica ([11]) di “stanza”; da allora mi sono sempre divertito nella “raccolta” dei tavoli da me occupati: ricordo addirittura il “senatoriale” n. 1 occupato da solo, un mezzogiorno; ma quello cui sono più affezionato (dal 12 aprile 1997) è il n. 4, che però non so ancora se fosse “il tavolo di” Orson Welles ([12]) oppure “di” Ernest Hemingway ed io continuo sempre ad inchinarmi al primo ([13]).

SQ: i Cipriani?
SA: beh a parte quando Giovanna ci assistette (al primo piano) nella seconda cena del novembre 1983, sua sorella Carmela fu mia collega in un noto studio legale milanese, suo fratello Giuseppe potrei averlo incrociato anche al Harry’s Cipriani di New York ([14]).
Nel giugno 2018, in occasione di un premio giornalistico sono finalmente riuscito ad avere due dediche da Arrigo Cipriani, che ovviamente ho incrociato molte volte ([15]): una sul precitato Prigioniero e l’altra sulla mia copia di Eloisa e il Bellini ([16]), sua prima fatica letteraria che uscì mentre ero a studiare alla Columbia University, il che scusa il fatto che la mia copia sia della seconda edizione.

SQ: curiosità e casualità lagunari tue?
SA: sicuramente la più buffa fu quando andai a Venezia per vedere una mostra su Hugo Pratt e la sera al concerto dei Prozac + a Marghera in un centro sociale: era il 18 maggio 1996 e nell’attesa del concerto pensavo al fatto che avevo pranzato al Harry’s Bar, un bel contrasto.

SQ: ma Venezia non finisce mai?
SA: no, finisce, per più ragioni.
Però occorre evocare ancora due personaggi senza i quali la mia Venezia sarebbe meno personale.
Uno è Claudio (Ponzio), fra parentesi il cognome perché un barman si apostrofa per nome: sorta di timoniere del Harry’s Bar finché non ha deciso che la missione era compiuta. Inimitabile, ti faceva sentire il cliente più importante, l’attenzione di una vista a 360 gradi (non è un cliché), la battuta tagliente (il mio zaino lo chiamava “il paracadute”) ([17]). Senza di lui il locale (ecco perché ha senso stare di sotto, di sopra non c’è bancone del bar) non è lo stesso, comunque.
L’altro personaggio è anche un fumetto …

SQ: in che senso?
SA: perché si tratta della belga Anne Frognier, la moglie veneziana di Hugo Pratt, la mamma di Silvina e Giona, il viso di Anna della/nella Giungla ovvero Anna (ma Ann nell’edizione sudamericana) Livingstone.
Questa signora, con cui il “fumettaro” visse a Malamocco (cucendogli anche pantaloni), cercai di rintracciarla all’epoca in cui avevo deciso di scrivere la mia biografia del suo ex-marito. Ci riuscii e andammo (andammo, io e …) a trovarla un pomeriggio d’estate a Malamocco, sempre in quella casa che risultava sull’elenco telefonico di Venezia consultato un quarto di secolo prima alla stazione ferroviaria di Venezia, aspettando il treno per Milano, arrivavamo da San Marco, dopo un pranzo in Calle Vallaresso.
Le facemmo evidentemente una buona impressione, perché fissammo un altro incontro a breve con pranzo, e ci preparò degli ottimi gamberi alla griglia, accompagnati da insalata e vino bianco fresco (ricordo un piccolo aereo sopra le nostre teste sul terrazzo). Poi si andò a trovare Ivo Pavone, ormai oggi l’ultimo sopravvissuto del “gruppo dell’Asso” ([18]), e lì conobbi anche Roberto Reali, forse il più grande filologo ([19]) dell’opera prattiana, con cui intrapresi una fruttuosa corrispondenza e amicizia epistolare, purtroppo anche Reali è morto anni fa.
Decisi di non scrivere la biografia e di tenermi le sue “storie” del famoso ex marito.

SQ: e adesso?
SA: Corto Maltese disse: “Fermarsi nel passato come fa lei... è come custodire un cimitero” ([20]).
Oltre a Venezia c’è Berlino, c’è stata Londra, come New York City, … ne ho già scritto.  


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[1] Fin dalla terza o quarta elementare la cartella era stata sostituita da giberne o bisacce/tascapane army surplus comprate alla Fiera di Senigallia.  
[2] Per soldatini scala 32 Airfix e modelli in metallo di mezzi militari Solido. Per conto mio scoprii i soldatini della francese Starlux, ma questa è altra storia.
[5] L’angelo della finestra d’oriente. Titolo ispirato da Gustav Meyerink, L’angelo della finestra d’occidente.
[6] Così si apre Corte Sconta detta Arcana.
[7] L’Europeo, n. 43, 25 ottobre 1973. Si trova riprodotta nella prima edizione di Gianni BRUNORO, Corto come un romanzo: Bari, Edizioni Dedalo, gennaio 1984.
[8] Tutta veneziana invece è Sirat Al Bunduqiyyah, meglio nota come Favola di Venezia.
[9] Negli anni a seguire questo storico ritrovo ebbe un rilancio non da poco e la nostra famiglia un trattamento … beh come Cipriani tratta i Veneziani, diciamo.
[10] Rimane un mio vezzo di grafia e pronuncia, essendo la h aspirata.
[11] Si veda Arrigo Cipriani, Prigioniero di una stanza a Venezia, Milano, Feltrinelli, 2009.
[13] Il che mi ha anche condotto al Chicote di Madrid, perché altrimenti i compiti non sarebbero fatti.
[14] Dove ai primi di maggio del 1987 festeggiai con la mia amica VM il conseguimento del mio e del suo LL.M.
[16] Milano, Longanesi, 1986.
[18] Rammento che Alberto Ongaro è morto il 23 marzo 2018.
[19] Essendo il biografo più accreditato Dominique Petitfaux.
[20] Da Una ballata del Mare Salato.