"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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mercoledì 22 aprile 2026

BILLY IDOL: MI ERO DIMENTICATO (Facebook Down Series – 244)

 

BILLY IDOL: MI ERO DIMENTICATO

(Facebook Down Series – 244)

 

Sono righe buttate qui.

 

The Molotovs: togliete la graziosa e fresca Issey, cosa resta?
Un biondino (mi ripeto: formalmente, sostanzialmente direi di no).

 

Ha già fatto tutto Billy Idol, con Tony James ovviamente.

 

Comunque, vediamo se - per ora NON accade - nei prossimi mesi mi esalterò con l’album di esordio de The Molotovs.

 

Altrimenti pazienza: ci sono due album dei Generation X e uno dei Gen X (cum John McGeoch. Come il primo dei Visage e il terzo di Siouxsie and the Banshees) più l’album accantonato, le Radio 1 session, due concerti parigini BBC e un giapponese. Sono tutti sui miei scaffali.

 

Già.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 13 febbraio 2019

E PENSARE CHE “NON VOLEVAMO ALCUNCHÉ” (riflessioni su Siouxsie and the Banshees e Bauhaus, con degli anniversari in mezzo)


E PENSARE CHE “NON VOLEVAMO ALCUNCHÉ”
(riflessioni su Siouxsie and the Banshees e Bauhaus,
con degli anniversari in mezzo)


 

La parte virgolettata del titolo di questo post trae origine sia da quello di una canzone dei Bauhaus virato a contrario: “All We Ever Wanted Was Everything” ([1]), sia ancor più a contrario rispetto a “Don’t know what I want/But I know how to get it” ([2]), e volendo penso anche a “No sé que quiero/Pero sé lo que no quiero” ([3]).

 


I buoni propositi di gennaio 2019 son già svaniti, poiché scrivo in versione definitiva a febbraio.
Sono comunque 40 anni di post punk, che poi è cominciato con il primo singolo dei PIL, quello “con la copertina ‘di giornale’”.
Sono anche 100 anni di Bauhaus, la scuola (o era un movimento? O una avanguardia, ma senza seguito).
Sono, infine, 40 anni dall’uscita di Join Hands, fra la fine di agosto e l’inizio di settembre prossimi.


 

Doppia B: Banshees e Bauhaus, legati – non da Daniel Ash che dai secondi sarebbe potuto passare ai primi – bensì da tutto ciò che noi non avevamo conosciuto, non avremmo conosciuto, avremmo conosciuto più tardi o, anche, solamente, avremmo conosciuto male.
Ma soprattutto da ciò che ci fecero conoscere.


 

Potrei scrivere delle Art School britanniche ([4]), ma la matrice bansheeiana è più DIY di quella bauhausiana.

 

Vi capita mai di dire grazie?
E a quelli di voi meno ottusi: vi capita mai di ricordare Maestri o, anche solamente (solamente? Sic), fratelli e sorelle ([5]) maggiori scelti da voi – perché le uniche famiglie che contano sono quelle che vi formate da soli?
Ecco quindi Sorella Siouxsie e Fratello John McGeoch (RIP) e Fratello Steven per quanto mi riguarda, e un poco fratelli anche Pete, Daniel, David e Kevin.
Noi qui, loro là.


 

Necessariamente schematizzo, perché il dub me lo ha raccontato un b-side dei Generation X, ad esempio.

 

Mi abbeveravo alle spiegazioni che sgorgavano da quelle interviste, magari anni dopo mi capitava fra le mani un certo libro ([6]).

 

Tutto ciò accadeva prima, durante e dopo i Joy Division. Tutto ciò si verificava prima (anche i Joy Division già erano stati) di The Smiths che pure avrebbero preso per mano le masse che – mai lo capirò – non avevano udito tutto ciò che era successo prima del 1983 pur essendoci ed essendo capaci di intendere e di volere e, soprattutto, di ascoltare.

 

Non c’è tesi in queste righe.
Se possibile, ce ne è meno del solito.
Ma un po’ di ordine nelle idee serve sempre (d’altronde questo blog cominciò proprio riordinando idee già buttate giù, come diario personale).


 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Dall’album The Sky’s Gone Out.
[2] “Anarchy In The U.K.”,  Sex Pistols.
[3] “Donde va marinero”, Andrés Calamaro.
[4] E “un” Paul Weller townshendiano nulla sarebbe legittimato ad obiettare: ricordate quella copertina del Melody Maker del 1980: The punk and the godfather?
[5]We are all sisters and brothers”: “Premature Burial”, Siouxsie and the Banshees.
[6] Quante copie di Colin MacInnes ha fatto vendere Paul Weller?

domenica 13 aprile 2014

GENERATION X: COLLATERALI?


GENERATION X: COLLATERALI?

 
Nei miei post ricorrono spesso i (“la”?) Generation X. O meglio i suoi componenti, da me dichiarati o meno.
 

Potrei, forse come altri, definirli “bubble gum punks”.
Sarei inclemente.
 

I Generation X sono un caso in cui le unità valgono più della loro somma.
Ma non è possibile liquidarli con sufficienza.
 

Billy Idol, tralasciando la sua vita privata dove rischierei forse un paio di querele per fatti veri, è “quasi” stato un Banshee del 20 settembre 1976, tanto per dire.
 

Tony James un agente provocatore di portata incancellabile.
 

Gli album, quattro reali ma tre solo ben conosciuti ([1]) della Generazione senza volto ([2]), sono sicuramente degni di nota anche solo come trampolino per esplorazioni altresì di recupero.
Francamente “pre tutto” quanto potesse classificarsi – eccetto The Jam – come post-mod, scrivere una canzone come “Ready Steady Go” non era cosi indolore.

 
Mettere in b-side del secondo singolo una versione dub (“Wild Dub”) era meritevole (anche se magari era perché mancava una canzone) quanto una versione di “Police And Thieves”: “mamma cos’è il dub?”.
 

Che dire, poi, di quella definitiva onorificenza alla solitudine piuttosto che una compagnia d’accatto che è “Dancing With Myself”?

 
Si tratta dunque di artisti citazionisti piuttosto sottili e financo hoople-iani.

 
Pure la loro simbologia (a partire dallo pseudonimo di William Broad: molto “epoca Billy Fury”) non è banale come si potrebbe credere.
E che magliette!

 
Mi piacerebbe una bella rimpatriata – per una volta – con una ulteriore chitarra: evidentemente quella luccicante e glam-orosa di Mick “London SS” Jones ([3]).

 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Fotografia promozionale in occasione del lancio del secondo singolo (1977)




[1] Per quello fantasma, Sweet Revenge, occorre scandagliare un cofanetto ovviamente ormai raro.
[2] Chissà: forse anche Edgar Allan Poe influenzò quello pseudonimo?
[3] In sé fattibile siccome Tony James e Jones militano nei Carbon Silicon.

giovedì 10 aprile 2014

EDDIE COCHRAN: IL BALBETTIO ADOLESCENZIALE PERFETTO (Sketches series – 14)


EDDIE COCHRAN: IL BALBETTIO ADOLESCENZIALE PERFETTO
(Sketches series – 14)

 

Eddie Cochran muore, Gene Vincent resta storpio (alla gamba sinistra già colpita da un precedente infortunio) ([1]). È il resoconto di un incidente stradale ([2]).

 

“Mi” è noto quanto io abbia a cuore Vincent, così “poco statunitensemente a posto” ([3]).
Ma Cochran ogni volta che lo ascolto mi sposta qual piuma al vento.
Tre generazioni musicali gli si sono inginocchiate davanti in riverente devozione: The Who, Marc Bolan, Sid Vicious.

 

Eppure, altrimenti non leggereste questo blog, alla fine per me: la voce narrante deve impazzire per la sua amata con i capelli raccolti a coda di cavallo, i calzini bianchi arrotolati alla caviglia, la gonna a pieghe che vola quando lui la cinge la vita in un passo di rock ‘n’ roll.
Ecco perché lui corre su – per ben venti piani! – e poi resta senza fiato ([4]) (e io con lui) ([5]).

 

Ma un altro punto di forza di questo rocker è la modernità che, appunto, lo ha reso memorabile ben oltre la contingenza storica: “Summertime Blues” e “Nervous Breakdown”.
Tanto , alla fine, mi domando: fu davvero un incidente (stradale)?
Perché, forse, Eddie Cochran si era spinto qualche anno troppo avanti a tutti gli altri.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Per i più superficiali: Gene Vincent uguale “Be-Pop-A-Lula”, canzone che inizialmente fu il b-side del singolo “Woman Love”.
[2]On 16 April 1960, while on tour in the UK, Vincent, Eddie Cochran, and songwriter Sharon Sheeley were involved in a high-speed traffic accident in a private hire taxi in Chippenham, Wiltshire. Vincent broke his ribs and collarbone and further damaged his weakened leg. Sheeley suffered a broken pelvis. Cochran, who had been thrown from the vehicle, suffered serious brain injuries and died the next day. Vincent returned to the States after the accident” (Wikipedia).
[3] Eh sì non ignoro nemmeno Buddy Holly e Carl Perkins e Jerry Lee Lewis (anche lui non “a posto”) ..., d’altronde era Joe Strummer a dichiarare provocatoriamente nel 1977 la morte di Chuck Berry.
A parte quelle due dozzine di mie visioni di American Graffiti.
Mi aspetto un commento di Glezos a questo post.
[4] “Twenty Flight Rock”.
[5] Ringraziando anche un ex componente dei Generation X.

giovedì 13 ottobre 2011

“McGEOCHISMS”

McGEOCHISMS

Conobbi John McGeoch alla fine del concerto del 26 giugno 1981 al Teatro Nuovo di Torino di Siouxsie and the Banshees, era il mio secondo ([1]) loro concerto e nel pomeriggio avevo chiacchierato un bel po’ con Budgie, allora dotato di poco banshee-look e con un giubbotto di jeans blu stinto con diversi badge.

Rammento che a John dissi in battuta che non gli avrei fatto domande tecniche, dato anche che non suonavo e che mi sembrava a quel punto più interessante sapere se andava lui personalmente in lavanderia … Gli chiesi peraltro dove avesse comperato i sui stivali – dei biker boot – e lui così mi introdusse al mondo di Johnson’s allora ubicato solo in King’s Road.
Quando ci salutammo mi disse di cercarlo ai concerti di Londra quella estate e così feci e, un po’ avventurosamente, cominciai a conoscere meglio tutta la band (ma questa è un’altra storia).

John fu sempre molto gentile con me ogni volta che ci si incontrò, forse un poco della mia tenacia lo stupì, comunque da Scotsman era sempre molto socievole.
Rimasi davvero male quando nel pomeriggio del 28 novembre 1982 Billy “Chainsaw” Houlston in un Hammersmith Palais londinese ancora vuoto e rimbombante fra tecnici ([2]) e roadie, dopo avermi apostrofato con “You must be XXX” perché gli avevo scritto non poche volte presso il fan club ([3]) mi disse che avevano dovuto sostituirlo definitivamente, per quel tour ancora con Robert Smith.

Lo vidi anni dopo ad un concerto in cui militava con i PIL, ma non ebbi più occasione di scambiare due chiacchiere con lui.

La morte di John McGeoch il 4-5 marzo 2004 (di notte, nel sonno) lasciò tutti sorpresi e stupiti, poiché non era certo persona dai grandi eccessi, e probabilmente negli ultimi anni nemmeno certe stranezze alcooliche gli erano più congeniali, si era anche diplomato infermiere(!).

Lo descrissi circa così a qualcuno, quando seppi del suo decesso: “Era un tipo davvero curioso, sai? Me lo ricordo in studio di registrazione a Londra, con un boccale da birra pieno di vino, o le correzioni della Guinness con il Fernet Branca.
‘Aveva questo sguardo sornione, non era troppo alto, il ciuffo sugli occhi, magari, eppure alla chitarra estraeva non solo lo “stile [John] McKay” ma tutto il resto che tutti conoscono ma poco collegano a lui: poco più di due album e mezzo, ma monumentali e poi il poco ricordato terzo album dei Generation X e anche nei Visage fece meraviglie.”’.

Ogni tanto, il Grande Scozzese ricompare nelle interviste ad altri chitarristi di talento sottile, cioè meno evidente, da ultimo in quella ai Manic Street Preachers sul numero 174 di Uncut, a pagina 35 James Dean Bradfield a proposito di come voleva suonare in The Holy Bible ricorda: “I really wanted to do a lot of my John McGeochisms, from Magazine, I was getting fed up with trying to ape Slash” ([4]).

Del resto, Siouxsie lo ha descritto come musicista in grado di creare quasi tutto: ‘I loved the fact that I could say, “I want this to sound like a horse falling off a cliff”, and he would know exactly what I meant’.

Ed allora “McGeochism” è un bella parola di sintesi, non solo musicale.



POST SCRIPTUM
Se ci riuscite, cercate in internet il documentario radiofonico “Spellbound: The Story Of John McGeoch”, per ricordare come egli potesse essere sia sinuoso, sia spigoloso nel suono: la quadratura del cerchio a sei corde, o quasi.

 
                                                                                                                      Steg


 

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[1] Molti ne seguirono ed alla fine smisi di contarli.
[2] E chissà oggi dove è Tony Selinger, pure conosciuto a Torino, che tanti biglietti e pass mi procurò.
[3] Anche Billy una persona davvero notevole.
[4] Avendo già citato in un altro mio post i Magazine, per chi volesse approfondire segnalo Helen CHASE, Magazine The Biography, Newcastle U. T., Northumbria Press, 2009.

lunedì 29 agosto 2011

MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY



MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY
(senza la conoscenza non si inventa niente e si confonde molto)

Prendo spunto da taluni fatti e argomenti di conversazione, perché sembra che sia ormai necessario correggere le riscritture della storia a fronte di semplificazioni e sviste frutto di una crescente pigrizia culturale ([1]).


Pete Townshend scrisse “My Generation” che uscì come singolo di The Who nel 1965 (e diede anche il titolo al loro album di esordio).
Nel 1977, il lato A del primo singolo dei Generation X è una registrazione di “Your Generation”, canzone scritta da Billy Idol e Tony James; la copertina – con un artwork astratto in stile Bauhaus ([2]) – non strilla il titolo ([3]).

Billy Idol non è un artista platinato costruito a tavolino che ha avuto qualche successo negli anni ‘80 e via; Tony James con i Sigue Sigue Sputnik provò a spostare il limite della banalizzazione commerciale vendendo immagini forti, ma grondando riferimenti ([4]).
Billy Idol ha interpretato, nelle rispettive versioni dal vivo, la parte di Cousin Kevin in Tommy (1989) e del “bell-boy” (dunque lo “Ace face”) in Quadrophenia (1996).
Tony James attualmente è, soprattutto, i Carbon/Silicon insieme a Mick Jones ([5]).

Però nella migliore delle ipotesi la stragrande maggioranza di chi associa qualcosa a “Generation X” pensa a Douglas Coupland ([6]). Invece no, la situazione è ben diversa, anche perché è impossibile aver copiato nel novembre 1976 un titolo del 1991.
Infatti, per quanto qui interessa, Generation X è il titolo di un libro-inchiesta scritto da Jane Deverson e Charles Hamblett a proposito dei giovani dei primi anni sessanta; volume uscito nel 1964 in solo formato tascabile (in almeno due versioni) in Gran Bretagna e anche negli USA.
Ebbene, da quel libro fu presa ispirazione per dare il nome alla band di Idol e James (il primo sostiene di averne trovata copia sotto il letto della madre).
Di più, circostanza meno nota, dei ritagli del medesimo libro ([7]) sono utilizzati graficamente come parte del retro della copertina di “White Riot”, primo singolo di The Clash, ed ancora più curioso può essere il fatto che in uno dei press-clip è un mod che parla agli autori del libro.
Reputo che la corto circuitazione artistico-musicale sia davvero notevole, ed appunto dimostri come non sia mai possibile banalizzare le informazioni.
Quelli che convenzionalmente sono chiamati i primi punk dei settanta non erano né degli ignoranti, però neanche degli inventori; semplicemente ed intelligentemente (questo sì) avevano ascoltato e letto e visto e ... come prima di loro avevano fatto altri artisti.

Simon Reynolds nel suo ultimo libro, Retromania: Pop Culture’s Addiction To Its Own Past, pare preoccuparsi della vacuità del primo decennio del XXI secolo.
Poiché il punk non viveva sulla nostalgia, bensì sulla conoscenza del passato musicale e la conseguente capacità di distinguere ciò che vale da ciò che non è importante, dall’evidente vuoto attuale si ha la conferma di quanto sia sempre più grave il rischio di semplificazione ogni volta in cui si danno per scontati fatti ed anche significati.
Quella di Simon Reynolds rischia di divenire allora una preoccupazione marginale: essere dipendenti dal passato – se lo si analizza in modo indipendente e non guidato, per cercare una propria via (anche solo alla lettura, all’ascolto e alla visione) – è molto meglio che essere dipendenti unicamente dalla pseudocultura venduta sotto forma di romanzi/elenco telefonico (posati sui pallet di pseudo librerie e centri commerciali) e dei downloading facili e mal compressi di musica dove le rime sono quelle baciate vecchie di decenni (solo vecchie).




                                                                                                                      Steg
Una delle due edizioni del libro del 1964 



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[1]Libraries gave us power” (da “A Design For Life” dei Manic Street Preachers): cioè anche il proletario può avere cultura; ma viceversa il borghese può leggere solo sciocchezze.
[2] L’argomento “art schools” e` molto complesso - posso rinviare a Simon Frith, Art into Pop; quello Bauhaus è addirittura doppio.
La copertina, comunque, è di Barney Bubbles.
[3] Le 4 canzoni costituenti i primi 2 singoli della band risultano nelle prime stampe come “copyright control” cioè ancora senza editore, il che significa che ci fu un’epoca in cui i contratti fonografici non obbligavano a sottoscrivere quelli di edizione musicale con l’editore indicato dal produttore: costi minori, più fiducia negli esordienti?
[4] Inoltre proponendo autentiche pubblicità fra i solchi del vinile: The Who Sell Out anyone?
[5] Name dropping di approfondimento: London SS.
[6] Forse con “Girlfriend In A Coma” va meglio?
[7] Non proprio “cut up” alla William Seward Burroughs, ma evidentemente un riferimento stilistico ai collage delle avanguardie artistiche del primo novecento.