"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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domenica 3 febbraio 2019

“SATELLITE” (Tombstone series - 44)


“SATELLITE”
(Tombstone series – 44)

 

Loro: “‘Radio Clash’ da casello a casello” (Luciano Ligabue, “Buon compleanno, Elvis!”).
Noi: “‘White Riot’ da fermata a fermata’” (Steg, 2019 a proposito del 1977).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2019 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

domenica 20 novembre 2011

WHAT’S MY NAME: The Clash



Copia promozionale di White Riot"
(il retro di copertina riproduce due ritagli dal libro Generation X)




WHAT’S MY NAME: The Clash





È faticoso scrivere delle tre band che hanno scolpito, letteralmente, la mia vita: The Clash, Siouxsie and the Banshees e Manic Street Preachers.
Le ragioni sono plurime: maggior difficoltà nell’avere una visione imparziale, coscienza di una conoscenza ([1]) assolutamente fuori dalla media del resto (e spesso il resto non è poco anche solo per il numero di fonogrammi che stanno negli scaffali nei formati più disparati e poi c’è la bibliografia), conseguente timore di un ovvio che anche se fosse solo personale sarebbe comunque imperdonabile, per S&TB una frequentazione amicale che rende quasi idiota lo scriverne.
Però ci provo, in ordine cronologico.


Nel 1977 la copertina di The Clash, l’album, poteva non essere decisiva, ma forse lo era il suo retro.
In Italia nel 1977 era più difficile invece guardare alla copertina di “White Riot”, il singolo, in quanto quella non era arrivata, bensì ci si doveva accontentare solamente della custom sleeve della CBS. Certo poi i volenterosi avrebbero rimediato alla pecca (l’edizione nazionale è rara perché… ha la copertina di “Complete Control”: una idiozia davvero enorme in quanto – come chi legge questo blog sa – la sleeve originale può essere anche materia da tesi di laurea, dati i riferimenti che contiene ([2])).


Dubito che ci sia qualcuno che preferisce la versione dell’album di “White Riot”, la quale manca di immediatezza e sirena.
Ma l’esordio di The Clash, con il cantato di Joe Strummer che è caratterizzato da una pronuncia che la speed ha forgiato letteralmente sgretolando la sua dentatura e due chitarre le quali non indulgono in nulla, una sezione ritmica già sicura (poi invincibile con Topper Headon) si attesta fra i capisaldi di una stagione indimenticabile ed irripetibile anche se io fossi morto l’anno precedente.
Incidentalmente: la mia canzone preferita “come da album” è “Garageland” che lo chiude, però le mie assolute sono ben altre e trascendono quei trenta centimetri di vinile nero.


Give ‘em Enough Rope è un grande album se ci si concentra su ciò che canta Mick Jones.
Del resto l’immensità dell’epoca è data dai singoli non contenuti negli album, quindi i ritardatari dovranno aspettare qualche tempo per deliziarsi con “(White Man) In Hammersmith Palais”, ma anche con “Clash City Rockers”.
Comunque ciò che la gang (last in town) ha perso in studio lo recupera dal vivo, con un act irresistibile ed ancora incontaminato da certa slabbrature strummeriane che possono, ed infatti hanno, solamente entusiasmare lo spettatore medio dei festival de L’Unità et similia ([3]) avulso da una dimensione anche eroica e esteticamente contrapposta rispetto al comune pensare: Pashion is a fashion”: anyone?
Quindi la voce certo meno emblematica di per sé della prima chitarra regala delle autentiche perle, fra le quali – anche senza conoscere il significato delle liriche che la rendono ancor più struggente – devo preferire “Stay Free”.


Poi, tutto il resto è in discesa, non tanto perché la qualità cali irrimediabilmente: London Calling è un bell’album se si ascoltano le canzoni singolarmente, bensì perché mancano le sensazioni di esclusività, di freschezza, di “nostro” contro di voi, di domani non ci saremo più … insomma dalla fine del 1979 in poi solo i vecchi si sentiranno giovani con The Clash, i suoni sono altri e già evocati anche in precedenti mie righe.
Per i più avventurosi, si consiglia l’edizione doppia di Combat Rock, ovvero Rat Patrol From Fort Bragg.


This is Joe Public speaking!



                                                                                                                                             Steg




© 2011 Steg, Milano, Italia.
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[1] Scusate la cacofonia.
[2] Furono poi ristampati con copertina, i primi singoli, ma le differenze si vedono, se si vuole: dal cambio del copyright nelle etichette, a certe piccole varianti nella sagomatura delle copertine: attenzione quindi a non millantarsi seguaci della prima ora, perché vi scopriremo come al solito e vi metteremo all’indice.
[3] C’è da chiedersi da cosa derivasse quella schizofrenia che alla fine sarà elemento di rottura fra un Joe sempre alla ricerca di una credibility quasi sindacale ed un Mick invece fedele (o semplicemente più conscio della medesima) all’immagine di artista che deve in qualche modo anche educare stilisticamente chi sta sotto il palco.



lunedì 29 agosto 2011

MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY



MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY
(senza la conoscenza non si inventa niente e si confonde molto)

Prendo spunto da taluni fatti e argomenti di conversazione, perché sembra che sia ormai necessario correggere le riscritture della storia a fronte di semplificazioni e sviste frutto di una crescente pigrizia culturale ([1]).


Pete Townshend scrisse “My Generation” che uscì come singolo di The Who nel 1965 (e diede anche il titolo al loro album di esordio).
Nel 1977, il lato A del primo singolo dei Generation X è una registrazione di “Your Generation”, canzone scritta da Billy Idol e Tony James; la copertina – con un artwork astratto in stile Bauhaus ([2]) – non strilla il titolo ([3]).

Billy Idol non è un artista platinato costruito a tavolino che ha avuto qualche successo negli anni ‘80 e via; Tony James con i Sigue Sigue Sputnik provò a spostare il limite della banalizzazione commerciale vendendo immagini forti, ma grondando riferimenti ([4]).
Billy Idol ha interpretato, nelle rispettive versioni dal vivo, la parte di Cousin Kevin in Tommy (1989) e del “bell-boy” (dunque lo “Ace face”) in Quadrophenia (1996).
Tony James attualmente è, soprattutto, i Carbon/Silicon insieme a Mick Jones ([5]).

Però nella migliore delle ipotesi la stragrande maggioranza di chi associa qualcosa a “Generation X” pensa a Douglas Coupland ([6]). Invece no, la situazione è ben diversa, anche perché è impossibile aver copiato nel novembre 1976 un titolo del 1991.
Infatti, per quanto qui interessa, Generation X è il titolo di un libro-inchiesta scritto da Jane Deverson e Charles Hamblett a proposito dei giovani dei primi anni sessanta; volume uscito nel 1964 in solo formato tascabile (in almeno due versioni) in Gran Bretagna e anche negli USA.
Ebbene, da quel libro fu presa ispirazione per dare il nome alla band di Idol e James (il primo sostiene di averne trovata copia sotto il letto della madre).
Di più, circostanza meno nota, dei ritagli del medesimo libro ([7]) sono utilizzati graficamente come parte del retro della copertina di “White Riot”, primo singolo di The Clash, ed ancora più curioso può essere il fatto che in uno dei press-clip è un mod che parla agli autori del libro.
Reputo che la corto circuitazione artistico-musicale sia davvero notevole, ed appunto dimostri come non sia mai possibile banalizzare le informazioni.
Quelli che convenzionalmente sono chiamati i primi punk dei settanta non erano né degli ignoranti, però neanche degli inventori; semplicemente ed intelligentemente (questo sì) avevano ascoltato e letto e visto e ... come prima di loro avevano fatto altri artisti.

Simon Reynolds nel suo ultimo libro, Retromania: Pop Culture’s Addiction To Its Own Past, pare preoccuparsi della vacuità del primo decennio del XXI secolo.
Poiché il punk non viveva sulla nostalgia, bensì sulla conoscenza del passato musicale e la conseguente capacità di distinguere ciò che vale da ciò che non è importante, dall’evidente vuoto attuale si ha la conferma di quanto sia sempre più grave il rischio di semplificazione ogni volta in cui si danno per scontati fatti ed anche significati.
Quella di Simon Reynolds rischia di divenire allora una preoccupazione marginale: essere dipendenti dal passato – se lo si analizza in modo indipendente e non guidato, per cercare una propria via (anche solo alla lettura, all’ascolto e alla visione) – è molto meglio che essere dipendenti unicamente dalla pseudocultura venduta sotto forma di romanzi/elenco telefonico (posati sui pallet di pseudo librerie e centri commerciali) e dei downloading facili e mal compressi di musica dove le rime sono quelle baciate vecchie di decenni (solo vecchie).




                                                                                                                      Steg
Una delle due edizioni del libro del 1964 



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[1]Libraries gave us power” (da “A Design For Life” dei Manic Street Preachers): cioè anche il proletario può avere cultura; ma viceversa il borghese può leggere solo sciocchezze.
[2] L’argomento “art schools” e` molto complesso - posso rinviare a Simon Frith, Art into Pop; quello Bauhaus è addirittura doppio.
La copertina, comunque, è di Barney Bubbles.
[3] Le 4 canzoni costituenti i primi 2 singoli della band risultano nelle prime stampe come “copyright control” cioè ancora senza editore, il che significa che ci fu un’epoca in cui i contratti fonografici non obbligavano a sottoscrivere quelli di edizione musicale con l’editore indicato dal produttore: costi minori, più fiducia negli esordienti?
[4] Inoltre proponendo autentiche pubblicità fra i solchi del vinile: The Who Sell Out anyone?
[5] Name dropping di approfondimento: London SS.
[6] Forse con “Girlfriend In A Coma” va meglio?
[7] Non proprio “cut up” alla William Seward Burroughs, ma evidentemente un riferimento stilistico ai collage delle avanguardie artistiche del primo novecento.