"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 16 settembre 2024

CHRISMA E KRISMA (Aforismi tentati – 1)

 

CHRISMA E KRISMA

(Aforismi tentati – 1)

 

Maurizio Arcieri e Christina Moser: i Diabolik ed Eva Kant della musica italiana, ma felicemente tragici.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 

giovedì 8 febbraio 2024

“IL” CASTELLI

 

“IL” CASTELLI

 

È morto Alfredo Castelli: un gentiluomo (di gente perbene se ne trova, un po’, i gentiluomini sono rarissimi).

 

Lo conobbi attraverso Gianni Miriantini (RIP): coraggioso editore trapiantato a Milano ([1]).
Era l’inizio degli anni ’90 ed eravamo tutti vivi, giovani o comunque ancora entusiasti.

 

Castelli era uno che pensavi non avesse una casa: ristorante ad ogni pasto, arrivava, andava …

 

Nemmeno mi curo di verificare dove nacque: lui era di Milano, nell’asse fumettistico che collegava Diabolik a Tex Willer (e tutto quanto nel tragitto).

 

Lo persi di vista, poi un giorno mi telefonò per una consulenza, minima, ma su una questione … beh “Salgari cum Pratt”; infatti anni dopo mi fece conoscere Mino Milani ([2]).
Si andò (partendo dal suo ufficio “in Bonelli”) qualche volta alla Taverna della Trisa, dove – comunque – pagava lui.

 

Molti anni dopo lo rincontrammo con sua moglie a Nizza davanti al vecchio mercato ittico (sempre pullulante di gabbiani), un saluto fugace salvo poi tornare a Milano sullo stesso treno, stessa carrozza, stesso “box”.

 

Al Museo del Fumetto di Milano (WOW Spazio Fumetto) ricordo una presentazione in suo onore, con Ferruccio De Bortoli per una volta spontaneo.
Poi, ivi, una mostra dedicata a Diabolik.

 

“Come sta Castelli?” chiesi a Gianni Brunoro perché non avevo più notizie.
Rividi Castelli ancora allo Wow Spazio Fumetto nello scorso 2023, quasi estate, presentazione di una mostra “alla sua carriera”, direi.

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 


 

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[1] Che avevo conosciuto in quell’anno in cui decisi di tornare, neanche fosse “The ’68 Comeback Special” di Elvis Presley, a Lucca Comics.
[2] Citazioni sparse in qualche post.

mercoledì 3 luglio 2019

I RAGAZZINI DELL’ELIPORTO DI MILANO (ovvero circa i miei anni alle elementari) (Steg about Steg Series - 2)


I RAGAZZINI DELL’ELIPORTO DI MILANO

(ovvero circa i miei anni alle elementari)

(Steg about Steg Series - 2)

 

Fascia di anni: circa 1964-1970 ([1]).

 

Steg Question: cosa c’entra l’eliporto?

Steg Answer: avevamo traslocato, primavera 1964 mi pare, in questa via – Francesco Algarotti – cortissima nel lato iniziale (il nostro): solo numeri pari, sul lato di fronte un vivaio-serra di piante del “vecchio”, per noi, Signor Fumagalli.

Di fronte al vivaio, attraversata la strada ([2]), un distributore di benzina con autolavaggio e poi un terreno incolto più o meno attraversato da lingue di asfalto che conduceva, in fondo in fondo, a Piazza Carbonari: l’ex eliporto appunto che tutti chiamavano “eliporto”.

 

SQ: dunque?

SA: ero troppo piccolo per avere avuto amici stabili della vecchia zona (non molto distante da casa nuova in verità), credo che ci sia stata una sorta di “limbo” di amicizie nell’ultimo anno di asilo, ma cominciai a conoscerei miei coetanei o quasi intorno a casa.

E alla fine si andava a giocare all’eliporto quasi sempre, attraversando la strada da soli, noi seienni. In breve con le biciclette divenne punto di ritrovo anche per “andare a fare un giro”.

 

SQ: gli amici e compagni di gioco?

SA: beh il vivaio in qualche modo divideva due mondi che si incontravano a scuola (probabilmente i mondi erano di più, ma per noi …), l’altro mondo era Via Paoli.

Quindi c’erano gli amici dell’isolato vero e proprio: Massimo, Roberto, il giovanissimo Gigi (e le sue sorelle maggiori Iole, Susanna e Silvia ([3])). Poi “quelli di Via Paoli” perché qualcuno di loro era nella stessa mia classe: Franco B. con fratello maggiore (e un cocker fra i primi che vidi), Ettore B. la cui mamma era stata compagna di scuola della mia, il famoso “il Pxxxdi” ([4]) autentico portavoce della piromania dei sottodecenni (fra cui militavamo direi noi tutti) e il suo alcool denaturato per bruciare l’erba verde dei praticelli dei giardini condominiali.

Poi c’erano gli amici “sganciati” frequentati più o meno saltuariamente, figli di amici dei miei genitori: i fissi erano Marco, Gigi (e il piccolo Peppo) che per un po’ abitarono nello stesso palazzo poi si trasferirono fuori zona.

Come già ho scritto con felice sintesi: “gli amici sono eterogenei, una vera diagonale sociale in cui nessuno invidia nessuno e la merenda si fa a casa di quello di cui si è a casa”.

 

SQ: i fumetti?

SA: beh qui il discorso si fa articolato.

In casa entrano Topolino e altre pubblicazioni Disney-Mondadori, poi in modo sporadico di tutto (forse un albo dei Classici Audacia, un albetto di Superman però chiamato Nembo Kid) e proprio dal 1965, che è l’anno di svolta scolastico per me, Linus tutti i mesi.

Mi sarà sempre contestato negli ultimi tre anni di “sezione B” alla scuola Galvani che non leggevo libri e ciò penalizzava il mio Italiano scritto. La mia lentissima riscossa, totale, partì con Il giornalino di Gian Burrasca.

 

SQ: poi c’è una sorta di pagina milanese che non disdegni riprendere.

SA: è Diabolik.

Per quanto qui rileva, scrissi anni fa in questa sede: “Le graziose gemelle le vedo a casa loro: San Siro? Da qualche parte verso il 1970, io viaggio sui dieci anni abbondanti, loro circa qualche mese meno ([5]). Casa con piscina.

Pomeriggio, telefilm della serie Flipper alla tv. Una loro nonna a badare su di noi, se ben ricordo.

Giornata di sole: qualche albo di Diabolik portato a bordo piscina. Le gemelle, ricordo solo il nome di una di loro: Valeria, mi dicono – più o meno – che Diabolik si può leggere più o meno tollerati dalla loro madre, ma Kriminal ... Quello davvero è per i grandi.”.

Ecco, Diabolik era l’unico fumetto “milanese”, Linus era una rivista quindi altro.

Poi quando passava davanti all'eliporto una Jaguar E-type noi appunto dicevamo: “guarda l’auto di Diabolik”; forse una volta ne passò una cabriolet ([6]).

 

SQ: e gli adulti?

SA: per noi i “grandi”. O erano i genitori degli amici, oppure strane figure incrociate al bar o, ancora, al tavolo del poker casalingo della domenica. Due esempi.

L’Armando, un giovanotto frequentante un bar-osteria a fianco dell’eliporto che mi aveva preso a mascotte (mi è capitato spesso: ero trattato da persona, solo più giovane) e mi regalava i chewing-gum della Wrigley’s. Un giorno sentii la canzone “L’Armando” cantata da Jannacci (dovevo essere sui quattro anni, però) e finché non lo rividi fui un po’ preoccupato per la sua incolumità.

Un collega giornalista di mio padre, non buon giocatore, che talvolta mi dava una mancetta portafortuna (per lui) prima di cominciare il pokerino, se vinceva altra mancetta non infrequentemente.

Poi la mamma dell’Ettore B. che mi insegnò il poker alla fine di una festa di compleanno del figlio.

 

SQ: il bar?

SA: altro anello di congiunzione generazionale. Quello dei genitori di Roberto P. evidentemente il più rilevante; ci andavo anche con papà a giocare a flipper prima di cena se ero di nuovo a casa intorno alle sette di sera.

Noi Coca-cola in bottiglia con la cannuccia, i grandi le loro cose: spruzzati, “camparini” in sequenza, “dammi un baby” …

 

SQ: altri negozi?

SA: di fianco al bar dei P. c’è il cartolaio nella cui vetrina troviamo i modellini che ci fanno sognare (oltre i terribili opuscoli per le ricerche scolastiche); qualche isolato più giù in Via Pola quello di giocattoli dove sicuramente abbiamo comprato una Aston Martin di 007, oppure un Yellow Submarine strano come quello del film che non abbiamo visto (Missione Goldfinger sì), con papà da Movo di Piazza Principessa Clotilde per i soldatini.

I 45 giri si comprano nel negozio di elettrodomestici che, già verso il 1968, vende anche le prime MC7 “compilate” con i successi della Hit Parade (presentata da Lelio Luttazzi) o di Bandiera Gialla (condotta da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni), due trasmissioni RAI perché le radio libere ancora non c’erano.

Terribili tagli di capelli dal barbiere a fianco.

Ovviamente, il centro di Milano era altra cosa: Noé e Nano Bleu erano i templi dei giocattoli; il bar all’ultimo piano de La Rinascente oppure La Racchetta (in un futuro non lontanissimo divenuto primo Burghy di Italia) dove si beveva anche il latte di mandorle (versione chic della orzata).

 

SQ: spedizioni, vostre?

SA: tutte in bicicletta, spesso senza meta. Siam sempre tornati a casa sani e salvi.

Pochissime botte fra noi; frequenti graffiature e sbucciature di ginocchia, gomiti ed avambracci.

Precisazione: io ero fuori da tutto quello che fosse calcio.

E nessun uomo nero ci ha traumatizzato ([7]).

 

SQ: televisione?

SA: mi limito allo stretto indispensabile.

O TV dei Ragazzi (cui si aggiunse quella dei piccoli prima) e a dormire prima di Carosello, o TV fino a Carosello, e sabato magari uno strappo all’orario. E dalla mia seconda elementare in poi direi forse fino alle 22.00 licenza di video.

Ricordo quindi pezzi di Maigret, Sherlock Holmes, La freccia nera (del primo e del terzo imperdibili le sigle), il Giamburrasca diretto da Lina Wertmüller … ricordo un temibile Paolo Stoppa … e per la televisione pomeridiana onore a Sergio Tofano, Paolo Poli e a “I racconti del faro”, nonché a quel classico perso che furono le serie di “Giovanna, la nonna del Corsaro Nero”.

 

SQ: film?

SA: dipendeva un po’ da chi ti portava, direi (non essendo io uno da oratorio). Morta mia nonna materna che io neanche arrivavo ai quattro anni e cinque mesi, western col nonno paterno, ma Per un pugno di dollari visto con mia mamma come anche Mary Poppins, “gli 007”, eccetera.

 

SA: direi che è ora di andare.

Ma ribadisco un altro concetto: siamo cresciuti non obesi, non storpi, non analfabeti di ritorno, abbiamo fatto le nostre stupidate, abbiamo guardato la televisione e letto più fumetti che libri, siamo cresciuti come siamo cresciuti.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

ADDENDUM

 

SQ: cosa ti è tornato in mente?

SA: mah due simboli del decennio precedente (uno barthesiano, come noto almeno a chi ha un serio interesse per i miti moderni) che però divennero diciamo così visibili in Italia negli anni sessanta.

La macchina fotografica Rolleiflex che usavi inquadrando dall’alto e che sembrava meno ostica.

E, soprattutto, la Citroën DS ([8]): credo che ce ne siano state due in famiglia, se ben ricordo, la prima color bordeaux e la seconda grigia: i viaggi erano divertenti e il sedile posteriore per me solo (o quasi: qualche piccolo bagaglio) era una specie di regno; diciamo che “la dea” non si capisce se non ci si ha viaggiato, poi scoprii un po’ più grande la famosa storia ([9]) dell’attentato a DeGaulle.

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

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[1] Alcuni materiali sono presi o ripresi dal post https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/05/keith-moon-mi-ricorda-il-mio-amico-gigi.html e forse qualcosa da https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/03/danger-diabolik-50-anni-febbraio-1987.html.
[2] Via Pola e Via Luigi Galvani senza soluzione di continuità.
[3] RIP per quest’ultima, deceduta qualche anno fa.
[4] Raro caso, per l’epoca, di nominato per cognome, ma degno di articolo determinativo alla milanese.
[5] Figlie della sorella di un’amica di famiglia, Nuccia, sorta di mia zia adottiva.
[6] Ma mi fermo qui, altrimenti mi metto a riprendere troppo di quanto già scritto a suo proposito però con cisiderazioni di me adulto.
[7] Ma forse il mio maestro di terza, quarta e quinta … Non si spinse mai oltre una soglia evidente, e piaceva alle nostre mamme, quindi chissà.
[8] Potete partire da qui: https://faminorehome.wordpress.com/2019/08/29/roland-barthes-la-bellezza-senza-tempo-della-citroen-ds/
[9] Si veda ad esempio: https://autologia.net/cinema-e-auto-la-ds-lo-sciacallo-ventura-maccione-e-brel/


martedì 24 novembre 2015

I BUZZATI E MILANO


I BUZZATI E MILANO

 

Quando, io milanese, vado ai Giardini Pubblici di solito ci arrivo da Viale Vittorio Veneto, entro dal cancello sull’angolo fra Via Manin e i Bastioni, talvolta mi cade l’occhio su una specie di grotta artificiale, era una gabbia, non ricordo per quali animali. Sto dunque attraversando la zona che era lo zoo. Alla fine si arriva a quella spianata con la fontana (vera trappola per le barche dei bambini, 50 anni fa), subito prima c’è ancora sulla sinistra quella che era la vasca piastrellata delle foche, me la ricordo (con tutto il resto dello zoo) dalle visite negli scorsi anni ’60 con mio nonno.

 

Dalla casa di Dino e Almerina Buzzati si sentiva il verso roco e penetrante delle foche ([1]), lo scrisse almeno in una occasione il giornalista del Corriere della Sera.
Uno degli ultimi loro cani si chiamava Diabolik.
Insomma: i Buzzati erano due veri milanesi, sebbene nati in Veneto.

 

È morta “la” Almerina in questa ultima decade novembrina 2015: una signora che ricordo sempre con una treccia di capelli corvini, abbigliamento quasi immancabilmente con pantaloni (amava molto il colore rosso), un passo corto ma abbastanza spedito. Qualche volta ci si incrociava fra i corridoi del supermarket di Viale Piave, in un paio di occasioni in un locale vicino a casa sua che non esiste più: beveva birra.
Non le ho mai rivolto la parola per educazione: per parlarle del marito? Per carità: a che titolo?
Pensavo fosse immortale, o meglio che almeno per altri vent’anni la avrei comunque vista da qualche parte.
Oggi ho ripreso fra le mani la mia copia di quel volume ponderoso, postumo, che è Pianeta Buzzati: la mia copia è (o meglio era visto che fu venduto) un envoi a un amico francese che reca la sua firma autografa: molto lineare e non dissimile a quella di suo marito nei tondi e nelle zeta.

 

Comunque, quando passate davanti alla Casa Fontana in Viale Vittorio Veneto, se tendete bene l’orecchio ([2]) verso sinistra, si sentono ancora le foche che chiacchierano allo zoo.

 

 

                                                                                                                                  Steg

 

 

 

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[1] Capitava anche con le foche dell’Edinburgh Zoo, almeno nel 1998, dall’albergo ove eravamo alloggiati. 
[2] Sorde le autorità locali quei Giardini hanno dedicato non a Buzzati, ma a Montanelli.

lunedì 19 marzo 2012

ANCORA “DANGER DIABOLIK”?: 50 ANNI












ANCORA “DANGER DIABOLIK”?: 50 ANNI

 

Febbraio 1987: come mi capitava spesso, entrai alla libreria Rizzoli sulla 57th West Street, tardo pomeriggio, un tramonto splendido come ne può regalare New York City, there’ s more than some poetry in Gotham City.

Allora le copie del Corriere della Sera arrivavano con i voli di Alitalia ([1]).

Comprai, come raramente (usualmente era sufficiente scorrere le prime pagine), il Corriere della Sera: lo comprai perché era morta Angela Giussani ([2]) e l’unico modo per assorbire la perdita – anche di un pezzo della mia città – era leggere e rileggere l’articolo. Dopo andai solitario a cena, stessa street, al Hard Rock Cafe ([3]).

 

OPPURE

Le graziose gemelle le vedo a casa loro: San Siro? Da qualche parte verso il 1970, io viaggio sui dieci anni abbondanti, loro circa qualche mese meno ([4]). Casa con piscina.

Pomeriggio, telefilm della serie Flipper alla tv. Una loro nonna a badare su di noi, se ben ricordo.

Giornata di sole: qualche albo di Diabolik portato a bordo piscina. Le gemelle, ricordo solo il nome di una di loro: Valeria, mi dicono – circa – che Diabolik si può leggere più o meno tollerati dalla loro madre, ma Kriminal ... Quello davvero è per i grandi.

 

OPPURE

Mia mamma mi dice che Pietro, nostro amico di famiglia ([5]), le ha prestato dei Diabolik: siamo verso il 1972.

Diabolik entra ufficialmente a casa mia.

 

OPPURE

Caldo torrido, domenica pomeriggio del luglio 1986: mi telefona AT: il giorno dopo il primo scritto dell’esame per diventare procuratore legale e saremmo stati insieme al tavolo.

In televisione: il film Diabolik (o per il mercato anglosassone Danger Diabolik): meglio quello che ripassare (cosa poi?).

In DVD molti anni dopo il film uscì prima nel mercato nordamericano, tanto che le copie che circolavano in Italia erano appunto duplicate da quel formato (magari ancora in VHS…).

 

OPPURE

E il 15 agosto di ogni anno mollavamo tutto e andavamo a mangiare al Savini e poi a vederci due film”. Chi parla è Luciana Giussani ([6]), la piccola delle due sorelle diabolike, in un’intervista a Torpedo, pubblicata nel numero dell’agosto-settembre 1991.

 




Come si vede, per me Diabolik è marchiato dagli Sforza e dai Visconti: il fumetto più milanese di tutti. Nel senso che chi non vive a Milano non potrà mai capire veramente Diabolik e quel retrogusto extrafumettistico del medesimo (la cravatta di Ginko è un regimental rossonero: leggasi Milan).

Non per caso, quindi, una sottilissima linea rossa lega Diabolik a Dino Buzzati ed una ancor più tenue a Giorgio Scerbanenco.

 

Ma anche, più banalmente, ci si può chiedere: Diabolik cosa sei?

Perché Diabolik è anche internazionale, davvero, ed è un prodotto/fenomeno che bene simbolizza l’Italia (la quale realmente era una potenza nel mondo, ma tanti decenni fa. Ferragosto e ristoranti aperti, Savini incluso).

Forse non c’è risposta alla domanda, ed è sufficiente leggere le sue storie.

Finisco sorridendo: nella ricetta del “L’uovo alla Diabolik” è sbagliato il tempo di cottura. Per forza! Angela e Luciana non erano due brave massaie, ma delle grandi autrici.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Leggenda vuole che al Pierre Hotel arrivassero prima, volando con il Concorde.
[2] Il giorno 11, anche se fonti “ufficiali” indicano il 12 (se un necrologio compare in un quotidiano il 12, evidentemente il decesso è anteriore).
[3] Mi fregio di non aver mai comprato un solo oggetto di merchandising dello HRC in qualsiasi parte del mondo, perché io quello di Old Park Lane lo ho frequentato sin dal mese di agosto del 1978 ed allora non servirebbe molto.
[4] Figlie della sorella di un’amica di famiglia, Nuccia, sorta di mia zia adottiva.
[5] Nonché sorta di “zio scapestrato” per quel che mi riguarda, ma anche arbitro di eleganza.
[6] Morta il 31 marzo 2001.














mercoledì 24 agosto 2011

L’INCAPACITÀ DI SUPERARE SCERBANENCO

L’INCAPACITÀ DI SUPERARE SCERBANENCO


Nato a Milano, mi piace leggere romanzi gialli ambientati a Milano.

Però qui trovo un limite qualitativo invalicabile: Giorgio Scerbanenco.
Scrittore che resta geniale con le sue storie (siano esse racconti o romanzi), ma che pesa come un albatross al collo di ogni altro autore.
Basti notare la “schiavitù del calibro .9”: dall’illustre Piero Colaprico, con il suo libro-inchiesta che appunto mutua dal titolo della raccolta di racconti datata 1969, a Paolo Roversi che ne fa titolo di capitolo nel suo romanzo del 2009 (entrambi senza il “.” a precedere il 9, avrebbe osservato criticamente Jean-Patrick Manchette).

Il protagonista lo si ricerca sempre poliziotto, ma non troppo, con il risultato che Hans Tuzzi alla fine per distinguersi dagli scerbanenchiani diventa epigono di Renato Olivieri (con il suo Commissario Ambrosio a suo modo versione maigretiana di Lamberti?).
Altrimenti, il riferimento diventa Alan Altieri con il romanzo L’uomo esterno e con le storie del poliziotto Andrea Calarno, ma allora si ripiega su Milano co-protagonista: sempre nella visuale di chi preferisce ammazzare di prefestivo, sebbene il sangue sia più da periferia di gusto manchettiano e con Zamberletti quasi emulo di Altieri nell’amore per il calibro parabellico e ad alta penetrazione (e qui ovviamente anche le “storie di gangland” de Il Professionista di Stephen Gunn sono da rammentare), e pur se con locali notturni dove si sente la mancanza almeno delle braccia da fuoco delle “batterie” del Bel Renè o di Faccia d’Angelo.

La spiegazione, però, può essere ritrovata non in chi scrive, ma in ciò che di cui si scrive: Milano non è cambiata molto in otto lustri.
Le tre linee di metropolitana non la rendono più europea della sola linea rossa presente negli scorsi anni sessanta; al contrario sono le due attualmente mancanti che la inchiodano, insieme al resto che non c’è, in una dimensione marginale mentre altre città sono cresciute.
Qualche grattacielo in più, finalmente, non la avvicina a una City davvero bifronte come quella londinese.
Assente un fiume che attraversi il capoluogo lombardo.
Ecco quindi che è la città a contribuire a forgiare sempre a sua immagine e somiglianza i personaggi, sebbene in modo quasi perverso essa sia oggi provinciale: senza una sala da tè Alemagna in Via Manzoni, con gli edifici che sono diventati più bassi come le persone quando invecchiano, e il gusto necrofilo per il restauro a tutti i costi anziché la costruzione del nuovo quando ne valga la pena.
Al contempo il mancato rispetto per le tradizioni è concausa: così lo scempio di un Savini dove le sorelle Angela e Luciana Giussani oggi non andrebbero più a pranzare a Ferragosto (e poi due film nel pomeriggio nel solo giorno di riposo delle mamme di Diabolik).

Quindi, a parte l’eccezionalità dell’Autore di Kiev nel costruire trame e storie, è la difficoltà di trovare una Milano come quella in cui si muovevano i personaggi di Scerbanenco a rendere nostalgici i suoi, più o meno volontari e desiderosi, eredi. Autori i quali spesso, significativamente, trovano materiale nei già ricordati anni di piombo e da bere: negativi sì, ma certamente anche più stimolanti. Diversamente si deve andare nell’apocalittico e qui ancora Altieri docet.

 
                                                                                                                      Steg


 
© 2011 Steg, Milano, Italia.
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