"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 6 ottobre 2025

I RAGNI MARZIANI POSSONO INDURRE ALL’ORFANAGGIO (Facebook Down Series – 159)

 

I RAGNI MARZIANI POSSONO INDURRE ALL’ORFANAGGIO
(Facebook Down Series – 159)

 

Mi reputo un bowiano metallico (non d’acciaio, ma non più di latta – senza giochi di parole, forse, vedi infra). 
Magari non sarò mai di diamante, però... un pensiero o due ogni tanto.

 

Mi pare evidente che per David Bowie i veri Tin Machine furono i Nine Inch Nails, che erano i nuovi Spiders from Mars.

 

Già.
Ma sempre e solo Ronno.

 

 

Avvertenza: si tratta di un pensiero che rischiava di andare perso.
Non pretendo di essere compreso.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 

 

sabato 8 giugno 2024

INATTUALITÀ BOWIANE: DIAMOND DOGS (nemo profeta in patria) (Facebook Down Series – 43)

 

INATTUALITÀ BOWIANE: DIAMOND DOGS

(nemo profeta in patria)

(Facebook Down Series – 43)

 

Infatti Ioime è furlano:

https://radioondefurlane.eu/programs/golden-years/?fbclid=IwAR2OnAFB27FSck22pgL7Y85UGuAPemYVimVJla8Uz1aUvlqf9-SZ8ybhulI

 

Io no:

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/02/i-fratellastri-di-ziggy-stardust.html

 

Ovviamente: state “serene”.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 12 novembre 2019

PUNK A MILANO: ADDENDUM (ovvero delle “avanguardie storiche” non sapeva nulla nessuno)


PUNK A MILANO: ADDENDUM
(ovvero delle “avanguardie storiche non sapeva nulla nessuno)

Nel post che inaugurò il blog ([1]), si fece una fugace citazione del Dadaismo parlando di fanzine italiane: “primogenita nata dai miasmi dei navigli è Dudu H.y.n.d.r.o. Punk News: Dudu per ‘dada + punk’, Hyndro per Montanelli. Meglio delle avanguardie storiche ispiratrici (care ai mastermind della ‘zine medesima)”.

Gli è che all’epoca: da un lato, ancora non era così sicuro parlare di Futurismo ([2]), pure allora tacciato di fascismo come Gabriele d’Annunzio (e il suo alias artistico D’Annunzio).
Dall’altro, forse era comodo evocare il Dadaismo e l’orinatoio di Duchamp e il ferro da stiro chiodato di Man Ray: cose da gente stramba, poi rinsavita. Rinsavita come i giovani quando diventano adulti.
Eppoi su questa linea era anche più semplice far passare gli Skiantos, ad esempio ([3]).

Insomma, con la parola Dada (i dadaisti non amavano molto la parola “Dadaismo”) si addolciva il punk senza dire una parola su futuristi e dadaisti che litigarono: accadde.
Si vendeva una versione del punk “un po’ più a sinistra” di quella reale (vedi sopra Futurismo).
Si diceva poco o niente dei dadaisti non celeberrimi, fra cui Jacques Rigaut di cui dal 1970 circolano i suoi Ecrits per la curatela di Martin Kay ([4]), anche perché probabilmente chi spacciava il dada-punk non la conosceva nemmeno questa figura leggendaria: autentico “too fast to live, too young to die”.

Che poi noi ci si sentisse più futuristi che dadaisti, anche prima di Adam and the Antz ([5])/Ants ([6]) era quasi ovvio: soffiava il post-punk nel 1979 ([7]).

Ecco in questa situazione, con appena un quarantennio abbondante di ritardo vorrei che i Signori Sandro Baroni e Nicola Ticozzi (i succitati “mastermind”) ci porgessero le loro scuse.
E si leggessero la monumentale biografia dedicata a Rigaut da Jean-Luc Bitton che lo apostrofa “suicidato magnifico” ([8]), suona leggero e micidiale quasi come “cane di diamante”.


                                                                                                                      Steg



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[2] Sebbene il volume dedicato a Filippo Tommaso Marinetti risalga al 1968 e poi ebbe la consacrazione nei Meridiani: mi riferisco a Teoria e invenzione futurista.
[3] Gruppo che per me non è più innovativo degli Squallor. Quindi Freak Antoni avrebbe avuto importanza anche senza di loro.

domenica 28 luglio 2013

NACH TONITO (una conoscenza interrotta prima dell’usura)

L’edizione scelta per David Bowie
(copia di mia proprietà)



NACH TONITO
(una conoscenza interrotta prima dell’usura)
 
I vampireschi appetiti che si saziano anche mediante i miei post non capiranno molto, pazienza. Del resto questo è un altro scritto per pochi.
 
Vorrei chiedere a Tonito: “sei stato a Berlino?”
 
Vorrei chiedere a Tonito: “hai letto Nietzsche?”
 
Vorrei chiedere a Tonito, soprattutto: “perché ti piace David Bowie ([1])?”
 
Avendo io impiegato anni per redigere e rendere leggibile ad altri (se non concludere, come dimostrano queste righe) il “Tonito Memorial”, non può sorprendere se una ulteriore spiegazione di quelle mie pagine abbia richiesto altre dozzine di mesi per definirsi ([2]).
 
Quella con Tonito è stata per me – allora io non ero una persona cosi interessante (o meglio non mi reputavo io; salvo smentita di qualcuno, come mi disse Billy Houlston a proposito del mio frequentare Siouxsie and the Banshees) – una grandiosa conoscenza (non uso il termine amicizia in quanto credo eccessivo o, comunque, abusato) diluita ed interrotta.
Mi rendo conto di ciò solo in questi giorni, avendo diagnosticato, a malincuore ma definitivamente, come una amicizia durata mezzo secolo sia per me sepolta ([3]).
 
Le amicizie e le conoscenze spesso finiscono per usura di uno dei due, che diventa noioso/a; per le amicizie la soglia di percezione è semplicemente meno spiccata di quanto accade fra conoscenze interessanti in quanto si genera una tolleranza reciproca.
Con Tonito non ho potuto, per cause a noi non imputabili, nemmeno ipotizzare di raggiungere quel rischio di soglia usura, c’era ancora molto da dire prima della noia.
 
Vorrei chiedere a Tonito: “che ne pensi di Bill Sienkiewicz e di Howard Chaykin (tu che su foglietti a quadretti snoccioli storyboard senza fatica)?”
 
Vorrei chiedere a Tonito: “del finto ‘effetto scarno’ di Keibol Black di Miguel Àngel Martìn cosa mi dici?”
 
Chiaramente, la lista può proseguire. È un esercizio infinito ed impossibile, perché gli avvenimenti di oltre sedici anni influenzerebbero anche lui ([4]), ma tant’è.
Non è che io sia senza interlocutori, però me ne manca sempre almeno uno, e le tempeste cerebrali sono, sempre, insufficienti.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
© 2013 Steg, Milano, Italia.
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[1] È facile oggi, 2013, spiegarsi, ma nel 1996 stavamo ancora digerendo, nel migliore dei casi, 1.Outside.
[2] L’illustrazione di accompagnamento di questo post ha un’origine, ancora una volta, bowiana. Nelle sessioni fotografiche per Diamond Dogs v’è ne è una, scattata da Terry O’Neill, di cui fa parte la celeberrima foto in bianco e nero con il cane danese che salta in alto e David Bowie seduto in una tenuta quasi da gaucho alla Rodolfo Valentino. Ai suoi piedi un libro aperto con la copertina in qualche evidenza: è quello di Walter Ross, dedicato nella sostanza a James Dean. Caveat: non tutte le edizioni hanno quella copertina, quella che rileva è del 1958.
Inizialmente, avevo pensato di utilizzarla per “Tonito Memorial”.
Una curiosità per iniziati, e in fondo noi tutti eravamo degli iniziati.
[3] Altro non serve aggiungere.
[4] Che quindi avrebbe potuto diventare noioso, non lo escludo, il fatto è che non mi è concesso scoprirlo.


domenica 26 febbraio 2012

I FRATELLASTRI DI ZIGGY STARDUST (Alladin Sane e Diamond Dogs)

Dog tag metallica
parte del merchandising del Diaond Dogs Tour



I FRATELLASTRI DI ZIGGY STARDUST
(Alladin Sane e Diamond Dogs)


Senza originalità, il mio canone bowiano è racchiuso nell’era del catalogo RCA ([1]).
 
Non vedo novità nello stilare una mia antologia che – ancora con poca fantasia – consisterebbe in discreta dose di versioni piuttosto che di soli “take” definitivi (siccome ufficialmente pubblicati); pur se è mia opinione che per scrivere di David Bowie si debba avere l’umiltà di una sua frequentazione ([2]) non tacciabile di una superficialità che, proprio con l’aumentare delle fonti a disposizione, si fa più evidente ([3]).
Consiglio a tutti di ascoltare qualsiasi registrazione in cuffia: diversamente molte sfumature vanno perse. Meglio un ascolto notturno, scevro di distrazioni di sorta.

Ho già scritto del brutto anatroccolo The Man Who Sold The World, ma dopo l’inequivoco cigno Ziggy (TRAFOZSATSFM, in breve) stanno i fratellastri Alladin Sane e Diamond Dogs, entrambi racchiusi in dovuta gatefold sleeve ([4]).

Il primo di questi due album è, obiettivamente, così inafferrabile che non ci si ricorda molto della sua essenza (le canzoni) bensì della sua forma (l’immagine di copertina con la saetta che traversa il volto bowiano). Curioso, anche perché essendo uscito in piena Ziggy-mania entrò a far parte di ciò che era suonato dal vivo nel 1973.
A parte leggere (non sullo schermo del vostro lettore MP3: non li riporta) i sottotitoli di ogni opera musicale che lo compone, provate a pensare “USA nella mente di un artista inglese nell’anno 1973” ([5]) e magari qualcosa salta fuori.
Oltre all’inevitabile, appunto, citazione di Vile Bodies  di Evelyn Waugh, vi invito a sviscerare il testo di “Time” e a non sottovalutare il respiro di Bowie perfettamente udibile nella registrazione.

I Cani di diamante, come semi-abortito concept album ispirato a 1984 di George Orwell ([6]) avrebbero ragion d’essere anche se la loro durata fosse di 5” al “minuto due della prima facciata”: il tempo di dichiarare “This ain’t rock and roll/This is genocide!” ([7]). 
Ma le salivanti fauci in costume peellaertiano (senza dimenticare il film Freaks) non lasciano la preda.
Il disco può essere sgradevole e come tale non apprezzato. Però nessuno può evitare d’inchinarsi al riff perfetto che apre “Rebel Rebel” e schierarsi di conseguenza; perché questa canzone è la nemesi generazionale ([8]).
Gli è che si prosegue ancora, lungo strade che saranno poi percorse con altra visione: ironicamente “1984” è già il plastic soul di Young Americans.

Infine, rammento: è il 1974, David Bowie ha 27 anni e si sente oltre l’età di scadenza (si cfr. “Time”, ma già “All The Young Dudes”) da 2.

                                                                                                                        Steg 
 
© 2012 Steg, Milano, Italia.
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[1] Evidentemente si tratta di convenzione, poiché ormai tutte quelle registrazioni sono da lustri nella disponibilità dell’artista, che le licenzia come meglio crede.
Cosi i fan sognano che allo scadere della licenza di EMI possano finalmente essere pubblicati inediti leggendari (che nemmeno compaiono su bootleg), riprese audiovisive che continuano ad affaticare gli occhi in edizioni più o meno soddisfacenti, eccetera.
[2] L’ascolto non basta di certo.
[3] È la solita storia: le poche pagine a mo’ di scrapbook del giovane Morrissey dedicate alle New York Dolls o a James Dean reggono il confronto con i due volumi dedicati da Peter Guralnick a Elvis Presley.
[4] Un mio cruccio è l’impossibilità di entrare, letteralmente, nel mondo racchiuso nella immagine di copertina di  The Rise and Fall … ovvero davanti al 21-23 di Heddon Street (London, W1) nel 1972.
[5] Non era la sua prima visita stateside, ma in qualche modo fu forse il suo primo viaggio in cui poteva cercare di confrontarsi con questo continente.
[6] Ma si cerchi (su Internet, volendo) anche l’intervista reciproca con William Burroughs: “Beat Godfather Meets Glitter Mainman”, pubblicata in Rolling Stone, numero del 28 febbraio 1974. Intervista svoltasi a Londra nel precedente novembre.
[7] Alla musica italiana sé-dicente quasi sempre manca l’ingrediente “genocidio”.
[8] Il giorno in cui non la si condivide più si è vecchi.