"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 23 aprile 2026

BOWIE E SIOUXSIE (Facebook Down Series – 245)

 

BOWIE E SIOUXSIE

(Facebook Down Series – 245)

 

Pagine 140-142 di Bowie Odissey 76 di Simon Goddard.

Fidatevi.

  

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 21 ottobre 2025

SUE CATWOMAN (ancora settembre) (Facebook Down Series – 167)

 

SUE CATWOMAN (ancora settembre)

(Facebook Down Series – 167)

 

Era stata, per breve periodo, “rivale di stile” di Siouxsie Sioux.

https://it.wikipedia.org/wiki/Soo_Catwoman

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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sabato 30 agosto 2025

I MORTI NON POSSONO REPLICARE

 

I MORTI NON POSSONO REPLICARE

 

Siccome in quel pomeriggio di un giorno di primavera del 1984, Milano, Ippodromo, Siouxsie mi chiese: “who’s that girl?” (e non era Madonna bensì Jo Squillo) e le spiegai ... E mi disse: “alright, no pictures with her” ...

Sorrisi con la soavità di un barracuda alle due sorelle Coletti (la fotografa era “sua sorella”) e concessi loro il responso dell’incandescente-fu-Regina-di-Ghiaccio.

(Intanto Robert Smith si gustava il cono gelato che gli avevo offerto.)

 

La signora Squillo sul CdS del 29 agosto 2025 ci racconta la sua epica con Karl Lagerfeld e con Vivienne Westwood... Entrambi morti.

Su Kaiser Lagerfeld - considerata la mia parca ma non certo manchevole bibliografia - dissento.

Su Dame Westwood, ipotizzo qualche tozzo di pane buttato alle poverelle.

 

Accetto solamente rettifiche documentate.

Le ragioni sono evidenti: io ero mitico oltre mezzo secolo fa.

 

Nota cronologica: il giorno era il 30 marzo 1984.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 13 febbraio 2019

E PENSARE CHE “NON VOLEVAMO ALCUNCHÉ” (riflessioni su Siouxsie and the Banshees e Bauhaus, con degli anniversari in mezzo)


E PENSARE CHE “NON VOLEVAMO ALCUNCHÉ”
(riflessioni su Siouxsie and the Banshees e Bauhaus,
con degli anniversari in mezzo)


 

La parte virgolettata del titolo di questo post trae origine sia da quello di una canzone dei Bauhaus virato a contrario: “All We Ever Wanted Was Everything” ([1]), sia ancor più a contrario rispetto a “Don’t know what I want/But I know how to get it” ([2]), e volendo penso anche a “No sé que quiero/Pero sé lo que no quiero” ([3]).

 


I buoni propositi di gennaio 2019 son già svaniti, poiché scrivo in versione definitiva a febbraio.
Sono comunque 40 anni di post punk, che poi è cominciato con il primo singolo dei PIL, quello “con la copertina ‘di giornale’”.
Sono anche 100 anni di Bauhaus, la scuola (o era un movimento? O una avanguardia, ma senza seguito).
Sono, infine, 40 anni dall’uscita di Join Hands, fra la fine di agosto e l’inizio di settembre prossimi.


 

Doppia B: Banshees e Bauhaus, legati – non da Daniel Ash che dai secondi sarebbe potuto passare ai primi – bensì da tutto ciò che noi non avevamo conosciuto, non avremmo conosciuto, avremmo conosciuto più tardi o, anche, solamente, avremmo conosciuto male.
Ma soprattutto da ciò che ci fecero conoscere.


 

Potrei scrivere delle Art School britanniche ([4]), ma la matrice bansheeiana è più DIY di quella bauhausiana.

 

Vi capita mai di dire grazie?
E a quelli di voi meno ottusi: vi capita mai di ricordare Maestri o, anche solamente (solamente? Sic), fratelli e sorelle ([5]) maggiori scelti da voi – perché le uniche famiglie che contano sono quelle che vi formate da soli?
Ecco quindi Sorella Siouxsie e Fratello John McGeoch (RIP) e Fratello Steven per quanto mi riguarda, e un poco fratelli anche Pete, Daniel, David e Kevin.
Noi qui, loro là.


 

Necessariamente schematizzo, perché il dub me lo ha raccontato un b-side dei Generation X, ad esempio.

 

Mi abbeveravo alle spiegazioni che sgorgavano da quelle interviste, magari anni dopo mi capitava fra le mani un certo libro ([6]).

 

Tutto ciò accadeva prima, durante e dopo i Joy Division. Tutto ciò si verificava prima (anche i Joy Division già erano stati) di The Smiths che pure avrebbero preso per mano le masse che – mai lo capirò – non avevano udito tutto ciò che era successo prima del 1983 pur essendoci ed essendo capaci di intendere e di volere e, soprattutto, di ascoltare.

 

Non c’è tesi in queste righe.
Se possibile, ce ne è meno del solito.
Ma un po’ di ordine nelle idee serve sempre (d’altronde questo blog cominciò proprio riordinando idee già buttate giù, come diario personale).


 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Dall’album The Sky’s Gone Out.
[2] “Anarchy In The U.K.”,  Sex Pistols.
[3] “Donde va marinero”, Andrés Calamaro.
[4] E “un” Paul Weller townshendiano nulla sarebbe legittimato ad obiettare: ricordate quella copertina del Melody Maker del 1980: The punk and the godfather?
[5]We are all sisters and brothers”: “Premature Burial”, Siouxsie and the Banshees.
[6] Quante copie di Colin MacInnes ha fatto vendere Paul Weller?

venerdì 27 maggio 2016

IL PUNK DOPO 40 ANNI (note minime a margine di un anniversario non troppo gradito; ovvero “nel 1976 non successe nulla” parte seconda)


IL PUNK DOPO 40 ANNI
(note minime a margine di un anniversario non troppo gradito; ovvero “nel 1976 non successe nulla” parte seconda)
 
Il blog fu inaugurato scrivendo su questo argomento e ritenendo che per noi tutti o quasi gli accadimenti sono da situarsi un anno dopo, dopo il 1976 ([1]).
La portata evocativa del numero 7 doppio nel Regno Unito è nota per più ragioni: ripetizione, aspettative di qualcosa che già c’era un anno prima, il Silver Jubilee monarchico, eccetera. Basti pensare ai titoli di due canzoni: “1977” di The Clash e “Two Sevens Clash” dei Culture (che intitola anche l’album che la contiene).
 
Forse negli USA il punk non è mai esistito, oppure semplicemente la cesura fu minore. Certamente, il 1977 non significò molto stateside, e quindi il 1976 rimane l’anno di riferimento, ma non in Italia.
 
Quando noi cominciammo a non essere più giovani, la curiosità sulle nostre origini ribelli si materializzò.
La conferma di ciò, per chi la cercasse, può darsi raffrontando due copertine del mensile The Face, per anni arbitro di molte “scene” britanniche e oltre: nel novembre 1981 un servizio su 5 anni “di punk” non ha l’onore della copertina, nel febbraio 1986 (attenzione al mese) quello sul decennale sì.
 
Per vario tempo esistettero solamente due libri autorevoli sul punk britannico: quello di Caroline Coon, 1988, e quello di Julie Davis, Punk.
Jon Savage pubblicò England’s Dreaming solamente nell’autunno del 1991 e la sua opera ([2]) rimane, comunque il punto di riferimento anche per i critici della medesima.
 
Con queste premesse, il “minuto 1” o la “ora 0” del punk ([3]) sono opinabili comunque, e lo erano soprattutto quando di tutto ciò ci interessava poco.
 
Se è ben vero che il 4 luglio 1976 i Ramones suonarono a Londra ([4]) – il che li rende rilevanti per gli anglosassoni – in quei giorni tutti i prime mover locali erano ancora non troppo noti.
 
Quindi, dischi a parte, posto che tutti questi artisti per mesi si esibirono dal vivo prima di entrare in uno studio di registrazione, per me il punk si consolida il 29 agosto 1976, a Londra, in un cinema di periferia. Da mezzanotte all’alba.
Si esibiscono, in ordine di apparizione: i Buzzcocks (in trasferta da Manchester) nella loro formazione originale e dunque con Howard Devoto come cantante; The Clash nella formazione a cinque comprensiva di Keith Levene come terzo chitarrista e i Sex Pistols ovviamente con Glen Matlock al basso.
Film di Kenneth Anger sono proiettati fra un set e l’altro: Kustom Kars Kommandos e Scorpio Rising.
 
Ma noi di tutto ciò non sappiamo niente.
Forse qualcosa si ([5]) è letto nei libri di Coon e di Davis. Visto nulla.
Dopo l’estate del 1978 almeno due copie arrivano a Milano di un altro libro che, in tutta onestà, comprare è un azzardo: lo comprammo io e Tonito ([6]) Si tratta di In the Gutter di Val Hennessy in cui sono appaiate foto di costumi “primitivi” e foto di punk, quasi sempre. A colpire però è la foto, non appaiata, che occupa l’intera pagina 74: Siouxsie Sioux sicuramente pre-1977, immortalata dal basso con un reggiseno senza coppe, un bracciale di tessuto con svastica a destra, collant di rete e slip di vernice, un gambale sempre di vernice a coprire la destra; stupefacente, perché lei dal 1977 passò a uno stile in cui era in qualche modo androginizzato tutto, non a caso fu soprannominata “The Ice Queen” ([7]).
Sì ma da dove arriva quella foto ([8])? Per anni non fu proprio del tutto chiaro, anche se incrociando un po’ di fonti si concluse che gli scatti erano di Ray Stevenson, non solo fotografo, ma anche fratello di Nils Stevenson.
 
La foto è della notte dello Screen On The Green ([9]) di quella torrida fine di agosto: Midnight Special at the Screen On The Green. Con Siouxsie c’erano anche Debbie Juvenile, Tracy O’ Keefe – improbabile trio di ballerine sul palco – e Steven Severin (occhi truccati).
Vi propongo queste descrizioni: “the chick who danced on-stage in the leather corset etceteras with the tit-slits... got her garters all wrong. But more than that - along with a dozen or so of other garishly designed night creatures - the overall impression was of a bunch of failed auditionees for ‘The Rocky Horror Show’ having wandered into the first couple of rows” ([10]). “I was shocked … she was walking around wearing some suspenders and a bra with her whole tits out. I was stunned … That night I couldn’t listen to the Pistols at all because Siouxsie was sitting one row behind me. I was so uncool because I couldn’t stop looking at her tits” ([11]).
Ma c’è anche Billy Idol, buon amico di Severin, nel pubblico: loro due e Siouxsie chiedono a Malcolm McLaren di esibirsi all’imminente 100 Club Punk Festival: nascevano gli ancora innominati Banshees.
 
Se pensate che i Buzzcocks esordirono su disco nel gennaio 1977, capirete come quel 29-30 agosto fu vera leggenda.
Oggi potete ascoltare una registrazione di discreta qualità dell’esibizione dei Sex Pistols (è stata pubblicata anche ufficialmente), mentre i concerti di The Clash e dei mancuniani di quella notte si rinvengono in un buon bootleg (doppio CD) intitolato semplicemente Midnight Special at the Screen On The Green.
L’esordio di Suzie and the Banshees il 20 settembre 1976 è da sempre disponibile su nastro magnetico fra i fan.
 
Senza dimenticare che quell’evento agostano è in qualche modo citato in “Fall In” di Adam and the Antz.
 
Sarei un bugiardo se dicessi che non invidio chiunque assistette a quell’evento.
Ancor più sinceramente ribadisco formalmente il mio fastidio per quasi tutto quanto è stato, è e sarà scritto in Italia sul quarantennale del punk sino al 2017: c’eravamo in pochi, e oggi siamo ancora meno; quelli che ora ne discettano non c’erano oppure non sapevano o erano molto occupati a osteggiarci ([12]).
Accidenti: nel 1976 non succedeva niente. In Italia.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[2] Che comunque un po’ di “americani” di occupa.
[3] D’ora in poi, senza precisazioni scrivo di UK.
[4] E, come già ho precisato in questo blog, nessun componente dei Sex Pistols o di The Clash era nel pubblico.
Il quartetto di Forest Hills si esibì anche il 5 ed il 6 di quel mese nella capitale del regno.
[5] Fu un caso, ma credo per anni di essere stato forse l’unico a Milano ad avere copia del libro della Davis, mai ristampato.
[6] A Tonito si riferiscono diversi post, uno gli è dedicato: “Tonito Memorial”, http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/08/tonito-memorial-to-live-and-die-in.html.
[7] Numero di Sounds del 3 dicembre 1977.
[8] Stesse origini ha una piccola immagine che accompagna un celebre articolo di John Ingham intitolato “Welcome to the (?) Rock Special” pubblicato da Sounds il 9 ottobre 1976. Un quasi primo piano in topless.
Esso fu riprodotto da Ray Stevenson nel suo libro Sex Pistols File del 1978 (una precedente edizione, pubblicata in proprio si intitola Sex Pistols Scrapbook).
[9] Riprodotta in Vacant – A Diary of the Punk Years 1976-79, di Nils Stevenson e Ray Stevenson.
[10] Giovanni Dadomo, Sounds del settembre 1976.
[11] Nora Forster: madre di Ari Up (The Slits) e moglie di John Lydon.
[12] Sì lo so, torno a scrivere quello che è il contenuto del secondo post del blog.

venerdì 9 dicembre 2011

MI PIACEREBBE ENTUSIASMARMI PER DEL NUOVO


Dal booklet in formato A4
accompagnante la prima edizione (del 1981 in MC7) di Pickpocket dei Ludus

MI PIACEREBBE ENTUSIASMARMI PER DEL NUOVO

La mia passione per i fumetti sopravvisse solamente grazie e attraverso Métal Hurlant e Cannibale-Frigidaire.
Infatti, dall’estate del 1977 in poi l’esplosione punk e le sue conseguenze non consentivano distrazioni come Spiderman, mentre i tempi produttivi di Hugo Pratt si dilatavano a dismisura.
Meglio leggere NME, MM e - quando si trovava (mai o quasi) - Sounds. Poi c’era Zigzag: titolo atroce, ma fusione splendida di fanzine e respiro oltre il settimanale. Con tutta questa dotazione di stampa (rammento l’inesistenza di Internet) difficilmente si perdeva qualche importante uscita musicale.

Nell’estate 1980 - dove gli Young Marble Giants di “N.I.T.A.” a San Francisco in un negozio di dischi mi fecero quasi sobbalzare: era uscito senza annuncio il terzo album di S&TB o cosa? - The Face uccise definitivamente un b/n non scelto, ma impostoci ([1]), permettendo appunto di scegliere fra 9 colori: l’arcobaleno e i due che ci avevano forzosamente fatto pensare fossero i soli.

Della modrophenia 1979 già scrissi.

Ex post, le critiche ai neonati Spandau Ballet e Duran Duran fanno sorridere in quanto prive di ogni profondità. Come spesso accade a London e Birmingham avevano studiato, sodo; nel 1980-81 quelle valutazioni negative di certo giornalismo nazionale si potevano perdonare, oggi no (le intenzioni delle due band agli esordi almeno erano genuine; del resto chi si ricorda quando anche i Depeche Mode erano un bersaglio impossibile da mancare?).
I Visage poi produssero un primo eponimo album davvero rimarchevole e il namechecking di chi vi partecipò lo dimostra.

Intanto si affacciano i Bauhaus e, quasi senza che molti se ne accorgessero, fondamentali come The Associates (anche io inizialmente li liquidai come “leggeri” pur se apprezzati da Steve Severin), ma forse si era distratti - senza sarcasmo, li vidi al Maximus di Leicester Square nella estate del 1981 indimenticabili - dai Soft Cell?

E che dire delle sirene Linder e Claire Gogran a fronteggiare Ludus e Altered Images, per cui dovetti dolorosamente scegliere, ancora nel 1981, in favore dei primi (oggi non me ne pento) optando per il leggendario Heaven “under the arches”?
La signora Sterling, sposata Bracewell, dopo Siouxsie e con Billie Ray Martin si pone a completare la mia trinità assoluta di voci femminili ([2]).

A definitivo suggello della distruzione del banale - senza nemmeno toccare in questa sede la devastante Deutsche Neue Welle - cito il cinematico (nelle sensazioni offerte al pubblico) concerto del 1982 celebrato dalla britannica metallurgia dei Test Department in una disusa stazione ferroviaria di Londinium.

Per onestà intellettuale dichiaro di non aver notato i quattro anni di The Smiths; credo di avere più di una attenuante e forse anche una causa di giustificazione.
In fondo chi oggi non conosce i primi due album di The Human League per me è insufficiente: ovvero ancora negli scorsi anni ottanta si era persi nella propria musica e quindi non necessariamente si ascoltava anche ciò che era negli altrui gusti ([3]).

Mi fermo poiché credo che già si richieda l’ossigeno (fra tenda e bombola, io e David Bowie opteremmo per la prima) per taluni più giovani e pazienti lettori.

Dunque si procede così per anni perdendo anche di vista qualcuno - i Theatre of Hate risucchiati sbrigativamente nel positive punk inter alia - senza arrestarsi mai.

Ma poi non c’è più nulla ([4]) per diversi anni.
Appunto.
E comincia la lenta marcia della rimasterizzazione, complice la tecnologia del CD, la quale dapprima svela gemme assolute o relative e poi si autoalimenta.

Ormai noti i miei gusti tramite i miei post ([5]), fermo l’orologio con due band fra loro antitetiche: Oasis ([6]) e Placebo.
Una quindicina di anni fa.
Ecco vorrei, ci ho provato inutilmente comprando album che all’ascolto sono risultati derivativi senza rimedio (Franz Ferdinand per Joy Division?), qualche cosa di nuovo.
Non lo trovo.

Nei fumetti è peggio.
Solo Miguel Angel Martin, di cui apprezzo soprattutto Keibol Black perché frigidairiano come un nipote bastardo di Ran(k)xerox, mi diverte e mi fa pensare.

Lascio a voi decidere il perché principale del mio non entusiasmarmi più.


                                                                                                                                            Steg



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[1] È mia ferma convinzione che il tardivo ingresso del colore nelle trasmissioni televisive italiane - leggenda catodica vuole che fosse frutto di un veto di Enrico Berlinguer nell’ambito del compromesso storico - unito alla pessima qualità delle immagini - come mai le riprese dei soldati del Terzo Reich sono a colori e non sgranate mentre quelle della RAI sono grigie e spesso difficili a vedersi? - abbiano danneggiato l’economia e lo sviluppo culturale della nazione.
[2] Per “un quarto” al tavolo dovrei scomodare Maria Callas e non mi penso blasfemo; Diamanda Galas credo non sarebbe in totale disaccordo.
[3] Chi ascoltava Marc and the Mambas infatti non “doveva” per forza apprezzare anche la band di Morrissey e Marr.
[4] In una prospettiva più popolare, degni di disamina ex professo sono sicuramente Public Enemy e Guns ‘n’ Roses e, prima di loro, un già folgorante (per contenuti e cross-over reale fra rock, soul e jazz, sulle spalle di Sly Stone più che di James Brown) Prince a partire dal suo terzo album.
[5] Evidentemente mi sono astenuto dal ricordare specificamente gli Artisti di diverse generazioni e generi (il loro, le etichette non superano le ripartizioni più generali) che hanno, in un modo o nell’altro, ovvio spazio nel blog.
[6] Nella loro sfida tifavo ingenuamente per gli antagonisti Blur, di cui oggi salvo solo Modern Life Is Rubbish.