"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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domenica 12 febbraio 2012

“SCADUTI I DIRITTI” E TRADUZIONI (ancora a proposito di letteratura)

“SCADUTI I DIRITTI” E TRADUZIONI
(ancora a proposito di letteratura)

Cercano di venderti le stesse cose, a prezzi poco ragionevoli e poi gonfiati ancora anche nell’usato.
Incredibile questa minestra riscaldata – come iniziativa editoriale, sia chiaro – dei romanzi di George Simenon dedicati a Maigret, come si ti facessero un piacere.
Si badi: nemmeno si sa per quale motivo debba essere meglio la traduzione di Adelphi, piuttosto di quella di Mondadori vecchia di 50 anni, ma lasciamo perdere.

Però quando si vende un autore italiano “caduto in pubblico dominio”, allora davvero mi chiedo se in certi uffici di certi editori pensano che i lettori (o potenziali tali) siano poco più che dei cretini, tutti o quasi.
Trascorsi 70 anni dalla morte di un autore ([1]) le sue opere sono disponibili per tutti.
Quindi se mi vendi Alessandro Manzoni o Giacomo Leopardi devi rendere l’edizione (il “prodotto”) appetibile, altrimenti me lo cerco gratis su Internet, chiaro?
Ovviamente per chi legge in lingua straniera l’approccio è analogo ([2]).

Morale: gentili editori (inclusi quelli di periodici e quotidiani con i loro “abbinamenti” editoriali incessanti; non solo di libri, come noto), spiegateci perché dovremmo “pagare per il pubblico dominio”.
Cioè abbiate la decenza di spiegarci cosa state vendendo ([3]), con che apparati critici, eccetera, che giustificano il prezzo.

Siccome nessuno è innocente, anche chi compra senza discernimento ciò che è in pubblico dominio in formato kindle/e-book, esistendo le opere in siti Internet, o è disinformato o è molto poco attento.

Quando comprate Pinocchio o Il giornalino di Giamburrasca dovete comprare un’edizione che vi soddisfi ([4]).

Qualche parola sulle traduzioni però va ancora spesa.
Se traduco male un autore caduto in pubblico dominio, i suoi eredi potrebbero avere nei miei confronti dei diritti morali: quelli non cadono in pubblico dominio.
Se traduco bene, lo sanno quelli che leggono quella traduzione ([5]).
Allora ricordo un editore che fu anche un grande traduttore e che con la sua passione del mare – come ricordava Mino Milani in un bell’articolo pubblicato nel gennaio 2012 – ha “portato” Emilio Salgari integrale ai ragazzi (anche dicendo loro che Salgari si era suicidato) e ha realizzato con bravissimi studiosi ottime edizioni di Joseph Conrad: Ugo Mursia.


                                                                                                                      Steg
Frontespizio. Pubblicato nel 1983



© 2012-2020 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.


[1] Non mi avventuro in casi più complicati per chi non è esperto del diritto d’autore (che non è proprio lo stesso del copyright), io reputo di esserlo abbastanza.
Quindi tralascio i casi di opere derivate, di opere scritte da due o più autori, eccetera.
La regola data è quella più semplice.
Nemmeno considerate questo (o altri post) come pareri legali.
[2] Ma variando in parte le normative e mancando armonizzazione totale su scala internazionale - non c’è WIPO che tenga -, se cercate sui siti canadesi potreste trovare Antoine de Saint-Exupery gratis.
[3] Per esempio per Emilio Salgari possono esserci interessanti varianti di edizione; chi legge in Francese potrebbe discutere fra edizioni integrali e non di romanzi di Fantomas. Forse adesso capite perché di Le Diable au corp di Raymond Radriguet trovate tre o quattro traduzioni in libreria: morto giovanissimo, caduto presto in pubblico dominio (i termini di protezione continuano ad allungarsi).
Peter Pan di James M. Barrie fa eccezione, ma questa più che un’altra storia è una piccola favola dentro un mondo di avventure.
[4] Teoricamente anche le illustrazioni cadono in pubblico dominio, ma difficilmente troverete anche quelle su Internet.
[5] Riconosco come alcuni mesi fa qualcuno abbia osato contestare certe traduzioni di Fernanda Pivano di Francis Scott Fitzgerald proprio perché grazie al pubblico dominio sono state approntate nuove traduzioni. Eh sì, perché la tutela dell’autore crea anche un monopolio di traduzione salvo che l’editore originale cambi il sub-editore straniero.

giovedì 2 febbraio 2012

GOING BANANAS? (ovvero note semiserie a proposito di diritto d’autore, diritti della personalità e santificazioni affrettate)

GOING BANANAS?
(ovvero note semiserie a proposito di diritto d’autore,
diritti della personalità e santificazioni affrettate)

La notizia è molto più interessante (anche al di fuori del profilo giuridico) di quel che sembri.
Provenendo dagli USA, da New York City in particolare, essa mi risulta ancora più cara.
I soggetti coinvolti, poi, dei monumenti. Ma coloro che sono il casus belli in realtà sono a stento menzionati.

I fatti, come sono risultati prima da scarni rapporti di agenzie d’informazione serie (Reuters) e siti Internet a prova di sensazione (BBC), e poi dalla lettura dell’atto introduttivo della causa (20 pagine), sono qui riassunti ([1]).
The Velvet Underground ([2]) nel gennaio 2012 intentano – presso una corte di Manhattan, in applicazione della normativa federale sul copyright (ma per smentirne l’applicazione in favore della controparte), falsa designazione dell’origine dei prodotti, concorrenza sleale in base alla normativa statale applicabile, appropriazione indebita del “valore” assunto dal marchio (in modo incidentale si possono ipotizzare diritti alla immagine commerciale) ([3]) – una causa contro la Andy Warhol Foundation for Visual Arts.
Ciò in quanto la fondazione lo scorso 2011 ha concesso in licenza ad Apple (ecco i “rovina famiglie” – more to follow) l’artwork della banana sbucciabile del primo album ([4]), The Velvet Underground and Nico, per impieghi commerciali.

Notevole vicenda perché:
  • pare improbabile che gli artisti abbiano diritti patrimoniali di qualche genere su questo che realmente si può chiamare (più che “lavoro d’arte”) “opera d’arte”, ma come vedremo non si parla, per ora, di artisti in senso stretto,
  • costume vorrebbe che quella “copertina” fosse stata pagata dal produttore di fonogrammi dell’album in questione: MGM Records (allora, oggi Universal). Evidentemente non fu così, anzi il gruppo e il Maestro Warhol si divisero un anticipo di 3.000,00 dollari;
  • Andy Warhol, in ogni caso, fu il catalizzatore del riavvicinamento fra Lou Reed e John condusse al loro album dedicato al comune mentore: Songs For Drella, pubblicato nel 1990. Del 1992 è poi la reunion di The Velvet Underground.

Eppure il sicuramente litigioso Lou (Statunitense) e il più riflessivo John (Gallese) conducono ([5]) attraverso la loro “partnership commerciale” ([6]) una campagna contro – non il colosso Apple, del resto “terza parte” e se fossimo in Italia sicuramente immune da critiche in diritto, ma – l’anello debole e cioè gli eredi di Warhol, una fondazione, in una vicenda che ha chiaramente delle connotazioni emotive ben ponderate dagli attori nella causa.
Peggio di così non si può, nel senso che è piuttosto sgradevole l’operato forse superficiale di chi gestisce la AWF, un’iniziativa tale da indurre due artisti certo non alle prime armi a un passo formale corretto (secondo la loro impostazione), ma che sa di lite familiare, di una famiglia solida al di là di liti e ripicche ormai dimenticate anche in ragione della morte di più di un membro della medesima.

Quale è il problema? Che The Velvet Underground non vogliono essere associati a una commercializzazione della banana warholiana senza essere interpellati e prestare il loro consenso ([7]); poiché peraltro l’associazione fra prodotti (Apple) e artisti è effettivamente inevitabile l’unico rimedio è quello di fermarla legalmente.

Causa vinta, dunque? Nessun bravo avvocato vi direbbe di sì e le complicazioni non sono modeste; però diciamo che sulla carta se si presentassero i Signori Reed e Cale nel suo studio, una diffida ad Apple la avrebbe scritta anche un avvocato appassionato di folk vietnamita nato nel 1982.
Comunque (e dopo infruttuose diffide, appunto), la band, o meglio i suoi rappresentanti, chiede che sia bloccata ogni iniziativa commerciale non autorizzata e un bel risarcimento per i danni subiti.

Senza sputare sul consumismo, può in effetti dare fastidio anche a chi considera The Velvet Underground dei giganti (e non solo a loro, quindi) un uso disinvolto di immagini a loro necessariamente associabili.
Pertanto, l’azione giudiziaria intentata non stupisce.

E le santificazioni? Beh non mi pare che alla morte di Steve Jobs le voci stonate siano state molte, ammesso che ce ne siano state.
Anzi, usualmente “buono Jobs e cattivo Gates” è un mantra accattivante per coloro che usano l’informatica. O sbaglio? Per me nessuno dei due è buono o cattivo, e occorre ragionare in altri termini.

Eppure, appunto, Apple (vivo Jobs) non è che con i titolari dell’altra Apple (The Beatles, ovviamente) avesse sempre avuto dei rapporti idilliaci.
Eppure, ancora, mi pare che i nasi si storsero solamente quanto Microsoft ottenne da Mick Jagger e Keith Richards (cioè dal/dai soggetto/soggetti che gestisce/gestiscono i diritti editoriali e quelli “connessi” dei Rolling Stones) la licenza per l’uso di “Start Me Up” (opera e registrazione, appunto).

Una conclusione (piuttosto che una morale)? Non tutti per del danaro accettano tutto ([8]).
In ogni caso, occorre sempre non peccare di superbia o presunzione oppure semplice ignoranza dei delicati meccanismi che legano persone, opere dell’ingegno e diritto (o anche solo persone e diritto) e che poi da questioni di principio diventano questioni patrimoniali.
Inoltre, non si deve nemmeno mettere acriticamente e perennemente sul piedistallo qualcuno, con la pretesa che tutti vorranno un suo “santino” nel proprio portafoglio e che gli (cioè alla “sua” impresa o alle “sue” imprese) attribuiranno, acriticamente, la capacità di realizzare solo prodotti perfetti e da tutti desiderabili.


                                                                                                                      Steg



© 2012 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.



[1] Questa è quindi la seconda versione del post che viene pubblicata, in sostituzione della prima (i fatti extragiuridici rimango gli stessi).
[2] Poiché è la versione più accreditata, mantengo il “The” in tutto il post.
[3] Ricordo come nei sistemi di Common Law i diritti morali di autori e artisti siano piuttosto blandi.
[4] Colgo l’occasione per domandarmi come mai Stefano Bianchi, giornalista preparato e attento, abbia speso due pagine piuttosto laudative sulla mostra “Da Bacon ai Beatles” che, come ho scritto, ha anche confuso questo artwork con una banale imitazione.
[5] I siti e le agenzie si riferivano invece al gruppo. Non essendo così, l’illazione per cui potessero essere coinvolti Moe Tucker e, financo, gli eredi di Sterling Morrison e Nico è priva di fondamento. Il che non esclude che in caso di successo della causa, possano ipotizzarsi altre dispute.
[6] Di cui sono i “general partners”.
[7] L’immagine del frutto, in sé, pare fosse stata prelevata da Andy Warhol da una pubblicità peraltro non più protetta da alcuna norma giuridica: ciò non stupisce.
[8] Anni fa Tom Waits vinse una causa in Italia per un’iniziativa editoriale condotta senza la sua autorizzazione, eppure si trattava di commercializzare la sua musica.