"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 14 luglio 2014

L’IDIOTA DI IGGY POP


L’IDIOTA DI IGGY POP

 
L’idiota di Fëdor Michajlovič Dostoevskij è un’opera ponderosa, secondo la common opinion per cui “i Russi scrivevano tanto dato un clima non benevolo”.
 
The Idiot, formalmente album di Iggy Pop, ma per tutti coloro che hanno approfondito una gemma (per me un capolavoro) berlinese di Iggy Pop e David Bowie, è ancora legato alle durate viniliche e, essendo singolo, nominalmente tanto impegnativo quanto altre centinaia di LP pubblicati nel 1977.
L’immagine di copertina è ispirata a un quadro riconducibile alla corrente pittorica die Brücke: Roquairol di Eric Heckel.
 
Una sera, sfogliando il numero del mese corrente (quale non ricordo) di Musica 80 arrivai a un articolo scritto da Maurizio Bianchi ([1]) in tema di afterpunk.
Quindi, alla luce della abat-jour scorsi i dorsi del vinile della mia discoteca ed estrassi un copia promozionale ([2]) di The Idiot. Era ancora inviolata.
 
Credo sia uno dei casi in cui la parola epifania possa essere da me e per me usata senza tema di smentita.
Grazie a Maurizio Bianchi.
 
Recensire l’album dopo 37 anni non ha senso.
Non scriverne è indice di mancanza di senno.
Quoi faire?
 
Qualche puntino sulle i.
Non ci sono più The Stooges. Altrimenti i suoni sarebbero stati rabbiosi ma vecchi.
 
Per i più piccoli: andate a cercare da qualche parte “La lega umana”, Sheffield senza lame e con già tastiere (zero chitarre ([3])), e scheggiatevi le unghie per estrarre quel gioiello che è “Medley: Rock ‘N’ Roll/Night Clubbing”. Brividi? Me lo auguro.
 
Adesso, sbavatevi il mascara (se ne avete) e andate a sudare per e con “Nightclubbing” cantata da Grace Jones.
 
Per il resto, se siete pigri vi basta Wikipedia.
 
Morchia di catena di trasmissione di motocicletta, scintillio di lame fuorilegge al chiaro di luna futurista, jeans (se del caso) ballardianamente copulati, eccipienti sintetici (not in my backyard, but if you like them I don’t judge you).
I ragazzi dum dum surfano onde macchiate di petrolio.
 
Gli anni settanta erano – finalmente e anche – loro morti.
Davanti a noi non c’era che presente. Allora ci bastava.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
© 2014 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.
 




[1] Rinvio al post  “Note sul punk in Italia e a Milano” alla nota 9 e testo ivi.
[2] Omaggio di un oscuro giovane giornalista, insieme a Marquee Moon dei Television. Lui preferiva – ancora e irrimediabilmente – l’ovvio liverpudiano e si era disfatto volentieri di quei due dischi (anche da lui ottenuti gratis) e, udite udite, stampati in Italia.
[3] Si pubblicherà mai il loro post?

lunedì 30 giugno 2014

MICHEL POLNAREFF (E LA BAMBOLINA) (Sketches Series – 17)




Pin in metallo realizzata in occasione della mostra 2015
tenutasi a Montluçon (France)






MICHEL POLNAREFF (E LA BAMBOLINA)
(Sketches Series – 17)

 

Certe volte la maschera trascende le fasi della vita.
Michel Polnareff, nato in Francia a Nérac, il 3 luglio 2014 compirà 70 anni. Ovviamente non è possibile.

 
Quegli occhiali dalla montatura bianca (forse prima di Lou Reed ([1])) e i capelli non più innaturalmente stirati sono stati capaci di traversare epoche.
Un naso adunco che non si fa correggere (a differenza di Claude François).
 
Sono più di 40 anni che questa figura quasi sacerdotale nell’aspetto (i tratti sono quelli di un dio egizio dalla testa di animale) si tramanda a generazioni inimmaginabili nella loro consistenza.
Pensare che all’inizio della sua carriera una intervistatrice (ignoro chi fosse) televisiva (la quale pareva una versione femminile del “estilo toreador”) lo aveva definito, non a torto, un incrocio fra Frédéric François Chopin e Françoise Sagan.

 
Polna è un dinosauro: non siccome anacronistico, bensì in quanto intorno a lui ormai c’è ben poco e quindi l’aria si fa fredda.
Ne ha passate molte. Fisiche e psichiche.

 
C’è un bel documentario, di quelli che in Italia ([2]) non si vedono mai ([3]), in cui fra l’altro si tratta diffusamente dei problemi di vista del Re delle formiche ([4]).
 
Jimi Hendrix interpretò in strumentale una sua canzone: “La poupée qui fait non”, anche The Birds si cimentarono con essa.
Certo proprio quella canzone del 1966 con cui anche I Quelli hanno venduto un po’ di vinile ([5]), se non fosse che Polnareff ne ha registrate anche una versione in Tedesco (“Meine Puppe sagt non”) e anche in Italiano, appunto: “Una bambolina che fa no, no, no …” ([6])
Fra l’altro, chi ha un minimo di conoscenza della gestualità musicale, riscontrerà degli accenni di “windmilling” nelle esibizioni alla chitarra: Pete Townshend ([7]) anyone?
 
Insomma l’Amiral non è uno degli ultimi arrivati.

 
Per questo vi invito a cercarlo anche oltre le sue canzoni: potete partire dall’edizione in doppio DVD dell’audiovisivo, recente, Classic Vintage.
 
Provate innanzitutto con la trasmissione “Michel Polnareff, les Secrets d’un exil” della serie Un Jour, un destin del 2008: https://www.youtube.com/watch?v=WSlMmPyyO8s
E poi con il più sciamanico programma, un’intervista nel deserto del Mojave realizzata da Michel Denizot per la pubblicazione dell’album Live at the Roxy, “Rendez-vous a Zzxyz Road”, teoricamente con questa stringa: https://www.youtube.com/watch?v=7RHhLrg14_A.
 

 

                                                                                                                      Steg

 


 

 

 

 

POST SCRIPTUM

Mesi dopo sono incappato in un nuovo documentario (apparentemente del 2014 e al momento in cui scrivo indisponibile in DVD), più celebrativo del Re delle formiche: Polnareff – Quand l’écran s’allume rinvenuto in https://www.youtube.com/watch?v=p_bVbFYVdHI.

Ivi l’artista dichiara che la parte di chitarra in “La poupée qui fait non” nella registrazione originale è eseguita da Jimmy Page: non mi pare improbabile.

 

 

                                                                                                                      Steg


 

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[1] Con buona pace di Enrico Ruggeri.
[2] Dagli sempre e solo con De André e i Nomadi, per i morti; facciamo finta sia attuale tifare Morandi o Celentano (oppure Luciano Ligabue o Vasco Rossi, elidendo il nome per il primo e il cognome per il secondo mi raccomando. È lo stesso).
[3] Purtroppo non lo ho reperito in rete, quindi vi indico altro a chiusura di questo bozzetto.
[4] “Le Roi de fourmis”: Titolo di una sua canzone e di una biografia scritta dall’Eudeline meno famoso dei due fratelli: Christian (l’altro è Patrick).
[5] Sulla storia delle versioni italiane dei successi stranieri più che scrivere delle righe, andrebbero – in altra sede – vergate delle reprimende.
[6] Meglio allora la versione di Ivan Cattaneo se vogliamo una variante, piuttosto de I Quelli.
[7] La Mente di The Who ha dichiarato di avere copiato Keith Richard.
 

venerdì 30 maggio 2014

ROLLING STONES: PERCHÉ (Sketches series – 16)


ROLLING STONES: PERCHÉ
(Sketches series – 16)

 

Digerire “gli Stones” è stato laborioso, ma mentre non li consideravo ero certo che comunque sarebbero arrivati prima loro e, se loro non fossero arrivati, The Beatles non sarebbero neanche partiti.

 

“Tutto nero”: per uno scolaro delle elementari 196X (([1]) la arrabbiatura era evidente, anche se cantata da Caterina Caselli, e quella batteria isolata suonava indubbiamente inusuale. Ovviamente scrivo di “Paint It Black”.

 

Passano i lustri e (quel che succede non interessa a nessuno) alla fine i tasselli si incastrano. Complice magari uno di quegli articoli (di una rivista in lingua inglese, per forza cosa vuoi leggere?) che ho letto in vacanza.
Forse sono ammorbidito (sic!) anche in ragione della precedente lettura di quella storia a fumetti coloristicamente pirotecnica, graficamente gotica e barocca ma funerea nella dedica (cancro che ti priva della persona amata) intitolata La Nuit di Philippe Druillet, storia che mi impose l’ascolto e la lettura (del testo) di “Brown Sugar”.

 

Mi creo così, man mano, un pugno abbondante di canzoni che possono, anche, sintetizzare alcune mie opinioni.
A partire da quella crowleiana e blasfema, anche contra Kennedy, “Sympathy For The Devil”.

 

Che dire poi della – già citata altrove – guerrigliera urbana invocazione (pre “White Riot” di The Clash, inconfutabilmente) che è “Street Fighting Man”, la quale comincia defiante solo in canale destro nella versione stereo ([2])?

 

Ho una sorta di passione da trincea piena di fango e di topi, mentre ci bombardano da terra e dal cielo, per “Gimme Shelter”.
Forse in un’altra vita mi hanno scartato quando ho fatto domanda per la cavalleria del cielo. Rambo child negletto, ancora.

 

Aggiungo, why not?, la depressione di molte madri per constatare come morda rabbiosa anche nel 2014, “Mother’s Little Helper”.

 

Senza cadere nell’elencazione telefonica, preciso che mi domando “quid Brian Jones” di cui ricordo ancora la notizia in bianco e nero (ma bianche furono solo le farfalle di Hyde Park?) della sua morte al telegiornale (c’era solo quello serale) del 1969.

 

Sorrido alla “parentela” fra Richards e Johnny Depp.

 

Mi “ricordo sempre di Turner” (non il pittore) anche in omaggio a Nicolas Roeg.

 

Nota per i lettori maschi: le ragazze magari ti dicono che sognano Mick Jagger, ma in realtà sono perse per Keith Richards. Così naufragate per lui che nemmeno pronunciano Keif.
Non lo ho scoperto io, lo dicono le ragazze (poche, ma parlano per tutte), quindi hanno ragione loro e voi ragazzi dovreste trovare una di quelle che lo dicono: sono sincere e non vi mentiranno mai.

 

Precisazione: non li ho mai visti dal vivo, non andrò a Roma a fare carne da leoni: per dirla alla Oscar Wilde: molto “campo” e niente “camp”.
We can’t always get what we want ([3]), ma questo non obbliga ad accontentarsi.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Vent’anni prima, invero dieci. Altro che Dumas!
196X più 20: l’algebra della ribellione, ma più 20 appunto dieci anni solo dopo e non venti: chiaro? Diversamente andatevi a leggere i post “Tonito Memorial” e “Palach Memorial”.
[2] Eh già, perché esiste anche quella monofonica.
[3] Cfr. “You Can’t Always Get What You Want”.



POST SCRIPTUM
(GIOCANDO COL FUOCO)

 

A breve annotazione di parte dei commenti di Glezos.



Morrissey è un sostenitore delle New York Dolls.
Johnny Thunders fu la chitarra solista delle NYD.
Johnny Thunders aveva nel suo repertorio dal vivo “Play With Fire” dei Rolling Stones.

 

A definitivo scanso di coerenza: è noto quanto James Dean significhi per Morrissey. Eppure essi sono inconciliabili quanto alla corrida.

 

Per completezza: i ricordi di Morrissey riescono ad avere scarti di anni ([1]). Perciò non lo ritengo affidabile nemmeno in quanto a coerenza nei suoi gusti, appunto; pur apprezzandone io – come ho anche scritto – la scorrettezza oltre a parte della sua carriera artistica.

 

Temo, anche, che dopo 24 anni, con qualche aggiustamento nel testo la canzone di Morrissey “Get Off The Stage” potrebbe ben adattarsi a Morrissey.
D’altro canto, io non ho indicato canzoni dei Rolling Stones “recenti” e, questa è una strizzatina d’occhio: Keith Richards ha rifiutato il titolo di Sir, come probabilmente lo rifiuterebbe Morrissey (“The Queen Is Dead”).

 

Nel rispetto di tutte le opinioni.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] i Ludus non hanno - perché non esistevano - pubblicato nulla nel decennio settanta. Quindi associare i loro primi due singoli all’esperienza di Morrissey con i Nosebleeds è da parte sua una svista notevole.

 

giovedì 10 aprile 2014

EDDIE COCHRAN: IL BALBETTIO ADOLESCENZIALE PERFETTO (Sketches series – 14)


EDDIE COCHRAN: IL BALBETTIO ADOLESCENZIALE PERFETTO
(Sketches series – 14)

 

Eddie Cochran muore, Gene Vincent resta storpio (alla gamba sinistra già colpita da un precedente infortunio) ([1]). È il resoconto di un incidente stradale ([2]).

 

“Mi” è noto quanto io abbia a cuore Vincent, così “poco statunitensemente a posto” ([3]).
Ma Cochran ogni volta che lo ascolto mi sposta qual piuma al vento.
Tre generazioni musicali gli si sono inginocchiate davanti in riverente devozione: The Who, Marc Bolan, Sid Vicious.

 

Eppure, altrimenti non leggereste questo blog, alla fine per me: la voce narrante deve impazzire per la sua amata con i capelli raccolti a coda di cavallo, i calzini bianchi arrotolati alla caviglia, la gonna a pieghe che vola quando lui la cinge la vita in un passo di rock ‘n’ roll.
Ecco perché lui corre su – per ben venti piani! – e poi resta senza fiato ([4]) (e io con lui) ([5]).

 

Ma un altro punto di forza di questo rocker è la modernità che, appunto, lo ha reso memorabile ben oltre la contingenza storica: “Summertime Blues” e “Nervous Breakdown”.
Tanto , alla fine, mi domando: fu davvero un incidente (stradale)?
Perché, forse, Eddie Cochran si era spinto qualche anno troppo avanti a tutti gli altri.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Per i più superficiali: Gene Vincent uguale “Be-Pop-A-Lula”, canzone che inizialmente fu il b-side del singolo “Woman Love”.
[2]On 16 April 1960, while on tour in the UK, Vincent, Eddie Cochran, and songwriter Sharon Sheeley were involved in a high-speed traffic accident in a private hire taxi in Chippenham, Wiltshire. Vincent broke his ribs and collarbone and further damaged his weakened leg. Sheeley suffered a broken pelvis. Cochran, who had been thrown from the vehicle, suffered serious brain injuries and died the next day. Vincent returned to the States after the accident” (Wikipedia).
[3] Eh sì non ignoro nemmeno Buddy Holly e Carl Perkins e Jerry Lee Lewis (anche lui non “a posto”) ..., d’altronde era Joe Strummer a dichiarare provocatoriamente nel 1977 la morte di Chuck Berry.
A parte quelle due dozzine di mie visioni di American Graffiti.
Mi aspetto un commento di Glezos a questo post.
[4] “Twenty Flight Rock”.
[5] Ringraziando anche un ex componente dei Generation X.

martedì 18 marzo 2014

SCRICCHIOLANO LE COLONNE (e forse è ora di fare un inchino e uscire di scena)


SCRICCHIOLANO LE COLONNE
(e forse è ora di fare un inchino e uscire di scena)

 
Quando morì Ron Asheton, chitarrista nella formazione più celebre di The Stooges, scrissi un messaggio di posta elettronica alla redazione del Corriere della Sera, posto che non avevano pubblicato la notizia del suo decesso. Naturalmente nessuna risposta, come accadde anche tempo dopo per Alain Bashung.
Figuriamoci per la morte di Scott Asheton ([1])! Non vale nemmeno la pena di ipotizzare una eco al di fuori dei media specialistici (e anche quelli … ([2])).
 
Siccome la memoria è corta, la mia semplicemente non tiene in considerazione tutti i miei pensieri, sono per lo meno soddisfatto di avere citato già Scott in un mio post ([3]).
 
Ma non è questo il punto.
 
Vedo morti ovunque, oppure artisti che sentono il fischio della falce del Tristo Mietitore, magari per interposta persona (si pensi a Roger Daltrey e al suo album con il malato terminale Wilko Johnson).
 
Non è mia intenzione affermare che tutti gli artisti debbano smettere di essere tali a una certa età (quale poi?), ma …
Lo ho già scritto in questo blog, lo ripeto verbatim: il rock ‘n’ roll è vecchio, tanto che da anni dico […] ispirandomi a Philip K. Dick e anche a Bladerunner che “il rock ‘n’ roll è come un replicante che scopre, per sua sfortuna, di non avere scadenza”.
 
Si può preferire schiantare in scena, però si deve essere sinceri e non considerarlo un incidente che non si vorrebbe subire. In caso contrario sarebbe il caso di pensare, piuttosto che a riunioni sempre più grottesche (con abbondante uso di tinture per capelli, gilet più o meno contenitivi e altro) dove manca solo qualche roadie peso massimo a tenere ferme le lancette del tempo per il performer di turno, a cambiare genere o a correggere il proprio repertorio.
Perché il problema è continuare a chiamarlo rock ‘n’ roll quando manca anche il fiato nel pronunciare quelle tre parole. Troviamogli un altro nome o, almeno, evitiamo di considerarlo sinonimo di gioventù eterna, non lo è.
 
Se poi la gente pensa che un concerto li ringiovanisca, un farmaco gli restituisca l’energia di alcuni lustri fa, eccetera, beh sono problemi loro, io schivo qualche martello tiratomi perché il Grillo Parlante continua a non essere gradito, anche quando “egli c’era mentre altri non c’erano” (e oggi dicono di esserci stati).
 
E adesso vedo di scegliere, un’altra volta, cosa ascoltarmi e in che edizione di The Stooges, i quali riuscirono a rendere sinistro o sensuale (vedete voi) anche il suono di un tamburello.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] La “quota giovanilistica” per gli ultracinquantenni già coperta nei telegiornali dalla morte della fidanzata di Mick Jagger che forse, si cfr. “Substitute” di The Who, si tirava indietro gli anni.
[2] Aspettiamoci magari qualcosa di più dal bastione francese, sempre sodale e solidale con The Stooges e Iggy Pop.
[3] Si tratta di “Oreste Del Buono (senza dimenticare Pilade)”.

giovedì 6 marzo 2014

IL “PROBLEMA” (a proposito del blog)


IL “PROBLEMA”
(a proposito del blog)

 

Attorneys who play guitar solos” (Joe Strummer).
 
Questo blog è chiaro: nel suo titolo, nel suo sottotitolo, nel suo motto.
Esprimo la mia opinione, tiro sempre una linea di confine fra avanguardisti e ultimi arrivati con pretese mistificatorie, non riservo compassione per i falsi compagni di strada.
 
Posso essere tacciato di eccesso di critica, ma la riservo a chi e cosa conosco bene in quanto da me seguiti positivamente per anni, spesso con passione maniacale e intransigente.
 
Il “problema” non è Joe Strummer (che infatti cito contra mundum, o meglio contra attorney), ma certa gente che partecipa al documentario The Future Is Unwritten: dal comandante in capo dei funesti celebratori dell’altrui morte Bono U2, al tristanzuolo Flea dei Red Hot Chili Peppers che dichiara Sandinista! essere il suo album preferito di The Clash (e qui non si tratta di un rigurgito di “I’m So Bored With The USA”).
 
Il “problema” non è Hugo Pratt, ma le mamme “sciure” e i papà liberi professionisti a caccia di tavole spaiate di portfolio leggendari e indiscutibili da appendere nelle camere dei figli (il ragionamento vale anche con originali di fumettisti più recenti emersi abbastanza per impestare qualche galleria; capitava anche ai bravi neomorti: Tambura e Paz, anni fa).
 
Il “problema” non sono le motociclette, sono i clienti della concessionaria di Max Pezzali e del suo socio Angelo: nessuno di loro “nato per essere selvaggio”.
 
Eccetera.
 
Tanto per chiarire al lettore saltuario e distratto.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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venerdì 24 gennaio 2014

WE (STILL) WANT PRINCE (anche per una cena)


WE (STILL) WANT PRINCE
(anche per una cena)

 

Una ventina di anni fa mi inventai, per addormentarmi, un gioco: “con chi vorresti uscire a cena per fargli un po’ di domande?”.
Erano poche le persone degne di un tavolo di ristorante ([1]), qualcuno nel frattempo è morto, più di qualcuno non è più interessante (infatti non me ne ricordo), insomma ne rimangono un numero molto esiguo.

 

Fra gli ancora restanti c’è Prince, uscire a cena per parlare con lui di lui, di Miles Davis, di Jimi Hendrix e del rock ‘n’ roll in generale ([2]), della new wave Stateside ([3]), del cinema, ...

 

Tre ricordi di Prince dal vivo: a Milano in color pesca lui e la band; il concerto cancellato a Torino ([4]) (magari trovo il biglietto di quel concerto); a Madrid nella Plaza de Toros negli scorsi novanta ci regalò anche un a solo di batteria.
Per il resto misuro a campate di CD, a spanne di vinile ([5]) (e VHS e DVD) e a decimetri di scaffali occupati da libri e a cartelle di ritagli il mio interesse per quest’artista. Non mi reputo un esperto su di lui, ma diciamo che so più o meno dove guardare in caso di bisogno.

 

C’è un album intitolato We Want Miles ([6]).
Posto che, purtroppo, Miles Davis (il disco è suo) non è più fra noi, non possiamo chiedere Miles e Prince insieme ([7]), ma solo Prince.

 

Perché lo vogliamo? Per le ragioni che lo resero un gigante.
Egli distrusse i calendari delle case discografiche ([8]), con ritmi che ricordano quelli usuali degli ultimi anni settanta (prendete la discografia di David Bowie a titolo di esempio).
Egli fuse stili musicali (ancora oggi, l’ascoltatore medio e distratto non sa che Sly Stone è stato una sua matrice più di quanto lo siano stati Rick James o James Brown, della sua ammirazione per il mancino di Seattle si sa).
Egli infranse cliché sessuali: ascoltate “Controversy” ed anche “If I Was Your Girlfriend”.

 

Da anni il Signor Nelson sabota ([9]) la sua base di fan, rendendo pressoché impossibile trovare su di lui notizie che non siano state filtrate o censurate ([10]).
E questo non è certo un merito.

 

Talvolta mi chiedo se in certi momenti Prince non si comporti lungo una progressione autodistruttiva.
Perché essere un genio non fa rima con essere masochista.

 

Negli ultimi anni della sua vita Miles Davis “mungeva la mucca” con la pubblicazione di album non di grande livello qualitativo e sicuramente centellinandosi.
Prince per anni ha fatto il contrario, “uccidendo la mucca” con una produzione sterminata; ed ancora oggi egli disorienta con le sue virate che, sfortunatamente, non sono più positivamente radicali come un tempo e sono anche oscillanti: l’ultima svolta (2013) è di nuovo elettrica e muscolare con tre ragazze ad accompagnarlo ([11]).

 

Eppure per lui una sera libera per una cena la trovo sempre e ancora ([12]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] E certo non a Milano.
[2] Fra l’altro Prince mi pare essere immune da influenze stilistiche britanniche marcate, pur vedendo io in lui dei tratti rundgrendiani che quindi hanno almeno dei riverberi d’Albione.
Ho scritto marcate, per il fatto di aver suonato “Whole Lotta Love”, egli non diventa un emulo ledzeppeliniano.
[3] Bastarda ab origine mentre originale era la no wave, per saltum dopo il punk.
[4] Dopo un’andata in treno in prima classe portando con me Il doppio sogno di Schnitzler e avendo la Signora Chiara Boni di fronte.
[5] Uno di quei casi in cui il fan benedisse l’avvento del CD, perché gli album non ufficiali erano ormai sempre più spesso multipli e il vinile non reggeva quindi la mole di materiale che usciva (non si è mai capito, soprattutto dopo la fine del rapporto contrattuale con Warner Bros., se con una sorta di bonario spirito del laissez-faire da parte dell’artista).
[6] We Want Miles is a double album recorded by jazz trumpeter Miles Davis in 1981, produced by Teo Macero and released by Columbia Records in 1982. The album features one of the first live appearances by Davis in more than five years, at Boston's Kix Club, on June 27, 1981. Other tracks are recorded at Avery Fisher Hall, New York, on July 5, and in Tokyo, October 4 of that year. First released on CD in Japan as a two-disc set (CBS/Sony CSCS 5131/5132), subsequent CD releases fit the music onto one disc. Columbia Records have never released it on CD in North America”: da Wikipedia.
[7] È davvero frustrante quel pochissimo che circola fra gli appassionati.
[8] Uso questo termine anche se non è corretto, per essere leggibile.
[9] Nessun gioco di parole con la Sabotage: uno dei più rinomati produttori di suoi bootleg negli anni che furono.
[10] Una volta esistevano siti internet dedicati solamente alla sua discografia “parallela”.
[11] A noi appassionati di antica data mancano sempre le ragazze “rivoluzionarie” Wendy Melvoin e Lisa Coleman.
[12] Del resto questo post è rimasto in bozza per una ventina di mesi.