IL
FALLITO CONSUMATORE
(che si
crede vincente siccome glielo dice la pubblicità)
Prendiamo un banale esempio: una nota “marca”
()
di prodotti da forno pubblicizza i “pancake”.
È un caso, evidente, di “vorrei non posso”: cosa fossero
i pancake lo scoprii - senza internet - 49 anni fa fra qualche mese. Per il
brunch l’anno successivo (a San Francisco).
Non solo i creativi (“vieni avanti creativo”), quelli che
si chiamavano “copy (writer)” quando il pubblico non aveva bisogno di sapere
della esistenza di questa categoria professionale, sono ormai di norma dei
tristi figuri, anche vittime (reciproche) di loro colleghi nel mondo del
consumo (eccezioni? Attendo una campagna pubblicitaria a smentirmi per
qualcuno).
Ad esempio in una perversa casalingazione consumistica lo
“hamburger” (arrivato fretto col “rider”, che è un “deliverer” semmai) oggi deve
sapere di “svizzera” mal abbinata con ingredienti italiani, e non di
metropolitano più o meno unto a stelle e strisce.
La novità del prodotto (e il suo lancio) dovrebbe colpire
il “non-passato”, la “non-tradizione”.
Quando mai avete mangiato i pancake a colazione?
Fidatevi: i primi e quasi ultimi cornflakes li mangiai ben oltre 57 anni fa.
Cosa credete di ottenere abbeverandovi al messaggio
pubblicitario?
Siete dei “nemmeno sconfitti” siccome non avete mai
combattuto, bensì vivete pronamente accettando vaghi e nebulosi canoni
consumistici esteri e di para-ottimismo nazionale adattati alla mal bisogna.
Certo, il tema non è nuovo nemmeno per questo blog, ma
siccome le pubblicità cambiano …
Steg
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