"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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sabato 27 luglio 2024

TOWNSHENDIANA

 

TOWNSHENDIANA

 

Premessa: (magari già lo ho scritto?) comprai una Rickenbacker ([1]) black body per festeggiare - mera scusa - il superamento dell'esame di stato, ero diventato “dott. proc.”.
Prezzo? Un palo, anno 1988.
Suggeritore Sergio Scatenato, venditore Tibbi.

 

Io per Pete Townshend ([2]) ho un timore reverenziale E entusiastico.

 

Come noto, ho una emorragia intellettuale per “Pinball Wizard” ([3]).

 

Ma per spiegarmi, nel senso che nessuno mi spiega ([4]).
Esiste solo “Behind Blue Eyes” ([5]): distruggi la casa a pugni nudi e le nocche non sanguinano abbastanza.
Non rileva come prosegue.

 

(…)

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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sabato 24 aprile 2021

VIVERE “A LATO” (Tombstone series – 67)

 

VIVERE “A LATO”

(Tombstone series – 67)

 

Credo che – politicamente ed esistenzialmente – il mio schieramento sia sempre stato “a lato”: che è diverso, anche, dal “non allineato”.

 

In fondo, la vita è una sequenza di partite a flipper: e io preferisco perderle con la “regina” Arfur, piuttosto che vincerle con un bullo di quartiere senza stile, lui, siccome parte di un gruppo ben definito.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 28 febbraio 2017

NIK COHN (non “Nick”) (Sketches series - 27)


NIK COHN (non “Nick”)

(Sketches series - 27)

 

Sviste a parte, nella mia biblioteca capita che di certi libri abbia due copie (della stessa edizione). Per quanto riguarda Nik Cohn tutto si fa più complesso, ma per quanto qui rileva ho due copie ciascuno del primo e del secondo libro forse essenziali per chi ha una cultura incentrata sul rock ‘n’ roll e quindi sui giovani. In realtà si tratta di un libro e mezzo, o di tre. Vedo di spiegarmi.

 

Al sodo: Arfur Teenage pinball queen è un romanzo, seppur breve, pubblicato nel 1970 ([1]) che in qualche modo fissa tutto e potrebbe essere (depurando il secondo da tutte le parti, molte, esplicitamente erotiche e financo pornografiche) reputato anche il predecessore di The Wild Boys di William Burroughs (uscito nel 1971).

Il titolo dice tutto: la giovane Arfur è una ragazzina fuoriclasse del flipper (“pinball”, appunto).

Cohn, giornalista musicale, in qualche modo con una strizzata d’occhio dice che è lui, ed è vero, l’ispirazione di “Pinball Wizard” di Pete Townshend, contenuta nell’album Tommy, o meglio nella sua versione definitiva: del resto è proprio un personaggio di Arfur a dichiararsi il commissionatore dell’opera rock townshendiana ([2]).

 

La non facile reperibilità, per molti anni, di Arfur o anche solo la non conoscenza della sua esistenza sposta l’attenzione sul regesto (o antologia) che è Ball The Wall, uscito direttamente come tascabile nel 1989 ([3]), sottotitolato Nik Cohn in the Age of Rock, che contiene sia parti del romanzo del 1970 sia del libro che segue.

 

Ma la verità è che non “il” ma “uno” dei libri da comodino di più di una voce autorevole – ad esempio di Richey Edwards, l’autore di testi più apprezzato dei Manic Street Preachers – è Awopbopaloobop Alopbamboom: the Golden Age of Rock del 1970 che è, peraltro, l’edizione britannica di Rock from the Beginning dell’anno precedente.

Il risultato è che l’edizione probabilmente più affidabile (sebbene priva di fotografie) è quella pubblicata da Da Capo Press ([4]) con il titolo dell’edizione inglese e una nuova prefazione dell’autore.

Il volume consiste in una raccolta di articoli di Cohn che tracciano il ritratto di alcuni artisti o generi; per tutti valga lo scritto: “England After The Beatles: Mod”.

 

L’autore londinese (classe 1946), cresciuto però nell’Irlanda del nord, non si ferma qui (oltre ad aver esordito come autore letterario nel 1967 con un altro romanzo, il cui protagonista è anche menzionato in Arfur: si tratta di I am Still the Greatest Says Johnny Angelo).

Almeno altre tre sue opere sono da citare.

 

Innanzitutto la, all’epoca negletta (ricordo copie invendute in un negozio di King’s Road nel 1977-1978), opera visuale di Guy Peellaert Rock Dreams (1973), per la quale Cohn curò i testi.

Probabilmente molti conoscono alcune delle immagini dell’artista belga, senza sapere chi egli fosse e che a lui si devono le copertine, fra l’altro, di un album di David Bowie (Diamond Dogs), di uno dei Rolling Stones (It’s Only Rock ‘n Roll) e di uno di Etienne Daho (Pour nos vies martiennes).

Una ristampa per i tipi di Taschen nel 2003 gli ha reso in parte giustizia.

 

A seguire, piaccia o meno, senza di lui non sarebbe esistito il film Saturday Nigh Fever.

Tutto, infatti, trae origine da un suo lungo articolo pubblicato sulla rivista New York nel numero del 7 giugno 1976 ([5]).

 

Infine – in ordine cronologico – forse per mio gusto personale, occorre non trascurare The Heart Of The World (1992), libro dedicato alla arteria stradale non più famosa, ma certamente più significativa sotto un profilo artistico di Manhattan: Broadway (e aree limitrofe). A quanto mi risulta, è l’unica opera dell’autore tradotta in Italiano: Broadway – Storie dal cuore del mondo ([6]).

Tendo ad associarla ad altro pregevole lavoro di ricerca, questa volta a spettro geografico leggermente più ampio (sebbene il respiro dei due testi non sia molto differente), di Jerome Charyn: Metropolis: New York as Myth, Marketplace and Magical Land del 1986 ([7]) dedicato alla “griglia” manhattanita ([8]).

 

Cohn ha scritto poi anche altro e, secondo un articolo del 2 dicembre 2011 di Mark Rozzo pubblicato dal New York Times, starebbe (stava?) lavorando a un’opera narrativa che potrebbe arrivare a 5.000 pagine provvisoriamente intitolata Dirty Pictures.

Chissà.

 

 

NOTA REDAZIONALE

Con modifiche minime (note aggiunte e correzione di qualche errore tipografico), il post riproduce quello commissionatomi da Magazzini Inesistenti (http://www.magazzininesistenti.it/) di cui ignoro la sorte.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

Dedica su pagina di guardia ai genitori 
in copia della prima edizione de I am Still the Greatest Says Johnny Angelo 
     (sottostante occhieggia Arfur)

 

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[1] London, Weidenfeld and Nicolson.
[2] Pp. 145-146.
[3] London, Picador.
[4] New York, 1996.
[5] Reperibile qui al momento in cui carico il post: http://nymag.com/nightlife/features/45933/
[6] Torino, Einaudi, 1993.
[7] Esiste più di una traduzione italiana, tutte con Metropolis come prima parola nel titolo, a partire da quella delle Edizioni e/o.
[8] Charyn qualche anno fa ha peraltro dedicato anche lui un libro alla Broadway.


sabato 31 agosto 2013

PINBALL IN CANTERBURY (Tombstone series – 7)


PINBALL IN CANTERBURY
(Tombstone series – 7)

 

Il flipper non è cattolico.
Ottieni il replay (pallina o partita) solo se sei bravo, non se ti penti.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 19 dicembre 2011

“PINBALL WIZARD”

(copia del blogger)

 

“PINBALL WIZARD”


Gli anni sessanta non sono (solo?) quelli venduti come tali.
In effetti sussiste un equivoco totale che annulla la spinta modernista in favore della reazione alla medesima.

La notevole miopia cosi pretende di non vedere la dominazione della chitarra elettrica e delle prime tastiere anche elettroniche ([1]) nella musica e vuole spacciare per ciò che non furono molti artisti.

Che dire poi dei film tratti dai romanzi di Ian Fleming? Tecnologia pura.
E Diabolik, dopo i primi albi, di nuovo sublima la modernità e le macchine.

Ecco allora che non è inutile, siccome reiterata, bensì necessaria, poiché dimenticata, speculazione intellettuale spiegare la valenza anche sociale di “Pinball Wizard”.

Per chi non conosce la genesi della canzone di The Who valga l’immagine che illustra questo post (non è un racconto, bensì un romanzo breve).
Quanto alle versioni chi preferirà la più nota cantata da Elton John, chi quella originale interpretata da Roger Daltrey e chi sceglierà fra le versioni demo di Pete Townshend.

Il pinball, in Italia il flipper, è veloce e come tale futuristicamente moderno.
C’è la competizione fra uomo e macchina. La macchina non solo comunque vince a fine partita, ma con il tilt essa detta la regola.
C’è la artificialità sonora e luminosa.
C’è il tempo ristretto coerente con una società che vuole vivere a un ritmo compresso.
C’è anche il consumo fine a se stesso, che il replay o - fenomeno italiano - la partita (o l’aperitivo) offerta (o) dal gestore non possono modificare. Consumismo.
C’è la solitudine del giocatore (l’opposto del calciobalilla, o del biliardo) che gli spettatori enfatizzano: nessuno vuole essere guardato mentre combatte con il moloch elettrico di metropolis-iana memoria, bensì il giocatore si fonde con il punteggio finale che può renderlo campione e porlo super alios.
C’è il lato desiderato della solitudine, l’estraniamento dal mondo.
C’è la valenza effimera di quella supremazia che, di nuovo la velocità, evidenzia inesorabile come lo scorrere del tempo.
A tutto voler concedere, può anche esserci la competizione della sfida diretta, ma separata.
E a essere complici, c’era anche la partita in cui i due amici, parliamo di ragazzini sui nove anni, stavano ai due lati del pinball, ma chi teneva la destra per gestire il lancio della pallina cromata oltre che il proprio flipper?

Questo era il bello di mettersi davanti a un Gottlieb, a un Bally o a un Williams.
Cinquanta lire (tre partite cento, per anni) e si poteva partire per un mondo di luci, metallo scintillante e strane suonerie.


                                                                                                                      Steg



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[1] Un giorno qualcuno riuscirà a spiegare alle masse cosa furono i Pink Floyd di Syd Barrett allo UFO - non al “Country barn” - di Londra? Perché i feedback de The Velvet Underground sono tuttora inconcepibili per chi non li comprende da solo.