"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 31 marzo 2017

DECANTARE L’URGENZA (The Gags, Milano, punk e oltre, album postumi ancora da pubblicare)


DECANTARE L’URGENZA
(The Gags, Milano, punk e oltre, album postumi ancora da pubblicare)

 

 

Quelle che seguono sono le note di copertina nella loro versione finale di quasi 20 mesi fa dell’album antologico di The Gags, non ancora uscito.

Poiché a un certo punto spiace che certe proprie creature rimangano dimenticate, e considerando anche che la vita non aspetta ([1]), ho deciso di pubblicarle con qualche modesta modifica indicata in parentesi quadra e un sottotitolo.

Quando uscirà l’album delle due … tre: o le mie note saranno utilizzate come sono (esiste anche la loro versione in Inglese), o saranno utilizzate modificate, oppure non lo saranno. Credo sia già successo.

 

 

 

The Gags sono (stati) una band milanese e quindi internazionale.
Tutti gli artisti nati in Italia “perché c’è stato il punk” erano “di X” o “di Y”, tranne quelli della mia città che – anche per assenza di campanilismo – si sono ritrovati a vivere in una dimensione urbana (senza la città non ci sarebbe stato nulla, lo diceva anche Rosso Veleno) in cui lo NME lo compravamo alla Stazione Centrale oppure alla Victoria Station (qualcuno anche alla Gare de Lyon).

 

Tale caratteristica ha immunizzato fin troppo i milanesi, i quali hanno voluto fare sempre tutto da soli e, spesso, solo per sé stessi e qualche amico, come con il singolo dei Mittageisen.
Del resto, se non c’era futuro, cosa si doveva “testimoniare” (parola cara agli hippy nostrani) con dei “documenti sonori”? Nulla.

 

La storia del punk e poi a Milano ormai è ben documentata, anche con le mie opinioni ([2]), quindi in queste righe c’è solo una diversa angolazione, soprattutto perché, strano eppure vero, questa antologia di The Gags andrà nelle orecchie e nelle mani di ipotetici fratelli minori e nipoti (noi siamo come i personaggi fantastici: le nostre famiglie non sono convenzionali) di quelli del 1977, sette e non otto.
Niente “questa canzone è”, non sono un musicista, non interessa a me e non interessa a The Gags che io mi esprima nel dettaglio contenutistico dell’album.

 
 

Dopo anni di invisibilità e di altro non futuro, qualche capitolo delle proprie vite aggiunto, una elite abbastanza larga per cui non ci si conosceva più tutti nemmeno nei negozi di dischi e altro ([3]), nell’autunno 1995 appare, letteralmente, un CD che nessuno si aspettava. Frutto del lavoro delle due anime gagsiane inesaurite e inesauribili Glezos (già Anx Army) e Paolo M. (già P. T. Damper) ecco, anzi voilà, negli scaffali SEXY, IPNOTICO Very Original Punk, prima uscita passerottiana (numero di catalogo: VSOP 101).
Le prime undici canzoni delle diciassette che lo compongono, con scardinamento cronologico, sono proprio di The Gags: ed è come sempre necessario scegliere: con loro o contro di loro. Piaccia oppure no.



L’odore del repertorio di Anx Army, Lamb (che a un certo punto lascerà e allora AA sarà anche alla chitarra), Bite (e Stuart verso la fine), Ugg Nist (che sostituisce Gear …) è quello dell’abbigliamento army surplus, della gomma nera dei pavimenti delle stazioni della metropolitana (linee rossa e verde), così come quello dei concerti vissuti prevalentemente, appunto, nelle terre albioniche e, faticosamente, delle MC7 riempite di registrazioni audience mono e radiofoniche (ancora essenzialmente a un solo canale) di John Peel che si ascoltano immersi nello smog lombardo.

 

Non so se il ricchissimo libretto apribile a poster (c’è anche una versione promo leggermente differente, della cartella stampa non vi parlo semplicemente per tatto) di quel CD abbia potuto far vivere a chi non c’era l’aria sporca ma inebriante al grigio (senza sole niente ombra) dei pochi grattacieli della capitale economica d’Italia.


Certamente l’avventura piacque, perché – pubblicazioni promozionali a parte – esce anche altro con registrazioni de I Bavagli (eh sì, perché fermarsi a “gag” come parola che in lingua inglese significa scenetta comica è riduttivo), fino a che nel 2004 compare una monografia fonografica di The Gags: Criss-Cross (1979-1981) (VSOP 108) che nella versione promo contiene anche otto registrazioni in più.
Nel frattempo, i “caduti milanesi” della gioventù seventy-seven sono aumentati in numero intollerabile. Inoltre, qualcuno che amava le cuvèe pregiate si è dato ad un analcolismo musicale deleterio (per chi lo pratica).
Dunque nessuna sovrapposizione perfetta fra coloro che hanno nella propria discoteca, a temperatura ideale, le “annate” 101 e 108. Annate che non deludono mai.

 

Arriviamo così, successivamente all’album inedito Who’s Afraid Of Virginia Fetish? del 2008, a oltre vent’anni dopo. Arriviamo a [… – c’era un titolo – posto che chissà quando uscirà e con che titolo uscirà elimino questo riferimento].
Anche in questo caso mancano coincidenze oggettive, perché si tratta sì di un’antologia, ma di un’altra antologia; anzi di un nuovo album perché delle 18 [saranno poi 18?] canzoni che lo costituiscono ben 15 [o chissà] sono del tutto inedite su disco (almeno per ora è solo vinile) le restanti sono versioni alternative. Inoltre ogni uscita di El Passerotto ha sempre premiato con delle confezioni che sono belle di per sé, e questa volta non esiste spazio per il dejà vu.
Nemmeno si rinverranno totali sovrapposizioni soggettive, cioè in coloro che ascolteranno questa nuova collezione e poi ci saranno i soliti ritardatari mal pentiti che rimarranno senza.

 

Secondo una interpretazione, il feticista è un amante del dettaglio, un collezionista, e quindi un perfezionista. Ebbene ci siamo.

 

I caveau dei Bavagli ci riserveranno altre sorprese: ne sono quasi certo.
Ad esempio, tutti o quasi invocano la pubblicazione in forma ufficiale, e completa, dell’unico loro concerto: il leggendario show tenutosi l’11 febbraio 1980 al Teatro dei Chiostri di Milano per un, a inviti, “sexpeople rendez-vous”.

 

Aggiungo: perché non anche (ma non solo) un libro-raccolta di artwork, utilizzati e no, e di fotografie?

 

E il titolo di queste note da dove arriva? Beh, ci pensavo la sera in cui mi sono state gentilmente commissionate: The Gags continuano a mantenere una salutare urgenza, anche quando si assapora una loro canzone per la prima volta dopo molti anni.

Ovvero: l’urgenza può essere decantabile, eppure restare inesauribile appena serve che lo sia.

 

Dimenticavo: “be happy mosquitos!”, sino al prossimo gagsquad elpee.

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

© 2017 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto



[1] Avevo scritto un post intitolato “Scricchiolano le colonne”: fate il conto di quante morti artistiche ci sono stati dopo la sua pubblicazione. http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2014/03/scricchiolano-le-colonne-e-forse-e-ora.html .
[2] Non per personalismo, ma nel mio blog - http://steg-speakerscorner.blogspot.com/ - ne ho narrato con rigore cronistico sin dal primo post e ho fornito in molti miei scritti adeguata bibliografia e discografia di partenza. Cercate con le parole chiave “punk” e “Milano” e – soprattutto nelle note a piè di pagina che abbondano. Qualcosa di questi post è anche uscito su carta.
[3] Interessante come in città dopo “Tape Art” si fosse passati a “Supporti Fonografici”.

sabato 6 luglio 2013

“SALVIAMO MILANO”. NO TROPPO TARDI! (più che nostalgia, rabbia)


“SALVIAMO MILANO”. NO TROPPO TARDI!
(più che nostalgia, rabbia)
 
Il virgolettato è talmente banale, che forse non sarebbe necessario riconoscere la fonte, in quanto di per sé la frase non è, appunto, originale.
Siccome oltre a quelle due parole c’è un’intera canzone, di Enrico Ruggeri contenuta nell’album Polvere, è giusto citare.
Non so se “Salviamo Milano” sia ancora a lui gradita, dato un testo non politicamente corretto, ma essa resta.
 
La mia città natale è diventata il covo di idioti (prevalentemente italiani, per le ragioni che troverete tratteggiate nel seguito) che percorrono in bicicletta i marciapiedi ([1]); magari con il casco in testa, come se dal 1970 i crani fossero diventati più molli e le pavimentazioni più dure.
Intanto noi paghiamo le piste ciclabili che loro non usano o usano contromano, è un dato di fatto.
 
Non è un caso se molti, lettori e scrittori, di romanzi e racconti polizieschi/neri (o noir/polar se preferite) rimpiangono Giorgio Scerbanenco.
La Milano che non c’è più è quella degli anni sessanta del secolo scorso ([2]), una quasi-metropoli, internazionale (come lo era stata sin dall’Ottocento e poi diventata ancora di più tale grazie al Futurismo).
Poi tutto comincia a prendere una brutta piega: la crisi energetica con la chiusura dei locali pubblici anzitempo a rendere la sera desolata, una normativa fiscale che obbliga anche i milanesi ad andare all’estero con le banconote nelle mutande o quasi, il terrorismo a desolare ulteriormente ([3]), l’incapacità (anche per questa autarchia culturale indotta) a rendersi conto di ciò che succede fuori dai confini, resero la città italiana più europea un centro urbano coperto di ferite che non si sarebbero mai rimarginate ([4]) e le fecero perdere, anche, la capacità di trainare la nazione.
Ecco dunque che essa non è più la “Milano ‘made in Europe’” che propagandava Umberto Simonetta; o meglio, la città resta “fabbricata in Europa”, ma è rimasta senza “manutenzione continentale”.
 
A parte la letteratura di genere ([5]) e non di genere ([6]), è certo che si sono mancate delle occasioni.
Basti pensare a ciò che non è successo e a quanto invece è successo (anche per agganci politici?) nella scena musicale milanese, dove i primi punk si defilarono ([7]) dalle luci dei riflettori, mentre la sinistra tradizionale e non stravolse e sfigurò una “scena” che altrove era già finita per evoluzione (non per distruzione).
 
A che serviva pattinare alla sera nelle strade del centro (parcheggiando ovviamente dove si poteva) nell’estate del 1980, quando si faticava a trovare un locale aperto per una bibita?
Nei tanto bistrattati ottanta, a Milano ([8]) c’era ancora quel buffo venditore, un po’ ritardato mentalmente ma molto spiritoso, che vendeva i “giochini” in Galleria o nei locali; locali frequentati ma senza alcuna ansia di esserci. Residuava anche qualche venditore di cravatte che passava la sera fra ristoranti e trattorie (con prezzi da trattoria) con la sua mercanzia stesa su un braccio.
Soprattutto, a Milano c’erano i milanesi che stavano in città nel fine settimana: come il Notaio Franco (nato Francesco) Cavallone, ancor più chino del solito perché in ogni mano teneva una borsa di plastica piena di libri appena comprati ([9]).
Alla fine noi ci siamo stancati, noi tutti ancora vivi alla fine di quel decennio (ormai trentenni o giù di lì), perché poi si cominciò a contare qualche “caduto”.
 
Dei circa venti anni successivi si è scritto, filmato, registrato troppo e con i soliti canovacci, così al “due per uno” si riescono anche ad abbinare gli eighties e i noughties, con in mezzo dei novanta indefiniti a parte sotto un profilo giudiziario anch’esso notissimo.
 
Il risultato nel 2013? Qualche istantanea meneghina eccola qui.
Panini imbottiti del mezzogiorno tagliati in 4 per diventare cibo per aperitivisti serali storditi ([10]); lustri e lustri di “vietato costruire” e adesso la scommessa è solo quale delle nuove edificazioni monstre diverrà per prima terra di nessuno; tariffe dei mezzi pubblici immutate da tempo immemorabile ed ora, con il Municipio al centrosinistra, una politica dei servizi che pare di centrodestra, eccetera; la crisi economica che si manifesta nei modi più disparati (ma ci vogliono 3 mesi e più perché l’ISTAT confermi che alle casse dei supermarket aspetta meno gente).
Un’annotazione a parte merita la tendenza (non solo politica, ma anche della Curia cattolica) a guardare sempre con un occhio di riguardo e soccorso gli extracomunitari più “evidenti” ([11]), mentre quasi si demonizzano “i Cinesi” e restano invisibili Polacchi, Russi, Ukraini, Georgiani (chiedo scusa se l’elenco non è completo).
 
Senza dimenticare che intorno alla città ci sono altre giunte comunali, una provincia che fu anche gestita dal PD, quindi le responsabilità sono ben suddivise fra i partiti.
Probabilmente non è così solo a Milano, ma io vedo questo.
 
No, non si salva più niente a meno che non ci salvino gli extracomunitari demonizzati e/o invisibili, ma ci impiegheranno molti anni.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
© 2013 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
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[1] Incrociatone uno e quindi sorpassato da un secondo, questo si stupiva che io mi lamentassi.
[2] E l’Autore muore il 27 ottobre 1969, dunque alla fine della decade.
Scerbanenco rimane indissolubilmente legato a quel decennio in quanto le sue opere più riuscite sono di quegli anni: la serie dedicata a Duca Lamberti e la raccolta di racconti Milano calibro 9, essenzialmente. Poi ognuno ha le sue preferenze alternative, io considero molto bello Al mare con la ragazza (del 1950).
[3] Anche in questa sede rammento come il “veto Berlinguer” fece sì che il colore nei programmi televisivi arrivasse tardissimo (tanto che oggi possiamo vedere programmi che furono realizzati a colori, ma trasmessi originariamente in bianco e nero!).
Se la cromoterapia è una scienza seria, allora anche questo incise sul morale.
[4] Mi astengo da analisi politiche, in quanto salvo eccezioni (il sindaco Gabriele Albertini) non vedo differenze.
[5] Rinvio al mio post “L’incapacità di superare Scerbanenco”.
Essendo un post poco letto, forse è il caso di ricordarne diverse righe.
La spiegazione, però, può essere ritrovata non in chi scrive, ma in ciò che di cui si scrive: Milano non è cambiata molto in otto lustri.
Le tre linee di metropolitana non la rendono più europea della sola linea rossa presente negli scorsi anni sessanta; al contrario sono le due attualmente mancanti che la inchiodano, insieme al resto che non c’è, in una dimensione marginale mentre altre città sono cresciute.
Qualche grattacielo in più, finalmente, non la avvicina a una City davvero bifronte come quella londinese.
Assente un fiume che attraversi il capoluogo lombardo.
Ecco quindi che è la città a contribuire a forgiare sempre a sua immagine e somiglianza i personaggi, sebbene in modo quasi perverso essa sia oggi provinciale: senza una sala da tè Alemagna in Via Manzoni, con gli edifici che sono diventati più bassi come le persone quando invecchiano, e il gusto necrofilo per il restauro a tutti i costi anziché la costruzione del nuovo quando ne valga la pena.
Al contempo il mancato rispetto per le tradizioni è concausa: così lo scempio di un Savini dove le Sorelle Giussani oggi non andrebbero più a pranzare a Ferragosto (e poi due film nel pomeriggio nel solo giorno di riposo delle mamme di Diabolik)”.
[6] Rimando ai post “Umberto Simonetta (Ovvero, un post per milanesi non troppo giovani o ‘non troppo regolari’)” e “Beppe Viola”.
[7] Leggete tutto nei post “Note sul punk in Italia e a Milano” e in“Tonito Memorial (To live and die in Milano – note sul punk e oltre)”.
[8] Non sono il più adatto per descrivere la vita notturna; per i dischi, rimando a quanto ho scritto a proposito di Tape Art.
[9] Morto nel 2005, a 73 anni, ironia della sorte a Verona, a causa di un infarto. Era appassionato di lirica.
Soprattutto, fu uno dei primi traduttori in lingua italiana delle strisce dei Peanuts, si dice che inventò lui le “toffolette”. Io lo ricordo anche condurre impeccabilmente in Inglese un’assemblea societaria di quelle grondanti fiele e non solo.
[10] Ma qualcuno mi segnala dalle colonne di Vivimilano (ovvero: Corriere della Sera) che a 40 Euro bevande escluse, in centro c’è un ristorante che propone un ottimo hamburger … non temete, i giornalisti de La Repubblica non sono diversi.
[11] Anche in questo caso è perché in bicicletta saremmo tutti seduti e comodi, e quindi non si pone il problema degli stremati sudamericani e degli stanchissimi Filippini che affollano i posti a sedere del trasporto pubblico a discapito dei pensionati locali che, chissà come mai?, non svernano in French Riviera?

martedì 12 marzo 2013

OF BLUES AND BRUISES (l’ennesima strada senza uscita sentimentale qualche pensiero sui Neon)


OF BLUES AND BRUISES
(l’ennesima strada senza uscita sentimentale
qualche pensiero sui Neon)

 

Nell’estate 1984, all’edicola della fermata di metropolitana di Bank, City of London, compro l’usuale trimurti in una soleggiata mattina di metà settimana: NME, MM e Sounds, nell’ultimo c’è un’intervista a Steve(n) Severin nella quale egli spiega all’intervistatore, dato l’incipit, che la musica che ascoltava quando gli ha aperto la porta sono “ i DAF italiani”: la MC7 gliela ho mandata io.
Sono i Neon.
 
Pochissimi sono gli artisti italiani che io stimo ([1]), per tutto quel che arriva dalla Toscana poi io nutro un sospetto che si estinguerà alla mia morte, forse: troppe le energie ivi profuse per darci un Niccolò e un Leonardo.
 
Ma ecco questi fiorentini che, un anno prima di quell’estate albionica per me impareggiabile, mi portano via: io che piuttosto di incappare nel banale femmineo continuo, appunto, in quegli anni a schivare il pericolo e a lasciare le mie lenzuola fredde, fredde ma non in grado di farmi vergognare.
Mi arrovello e torturo dunque su una nuova lied di romantica passione: “My Blues Is You”: privilegiate il singolo, purtroppo la versione inclusa nell’album Rituals soffre di aggiunte barocche assolutamente leziose e grevi.
 
Curiosi? Cercate altresì gli EP dodici pollici precedenti: Obsessions e Tapes Of Darkness.
A detta di Sergio di Tape Art nel primo dei due (di cui custodisco anche una rara copia promozionale) suonava una splendida, oltre che brava, tastierista: Barbara Big. Forse fu lei – sarebbe bello se leggesse queste righe – a ispirare quei sentimenti bluastri, dolorosi ma piacevoli, che mi sorpresero dal piatto del Viridis nel 1983?
 
L’importante è che blues and bruises valgano la pena.
E le drum machine, devono suonare come maschie automobili che infrangono vetrate piombate di cattedrali tardo medievali. Senza rimpianti, marinettiane e futuriste.
 
 
                                                                                                                      Steg
 

 

 

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[1] La parola “rispetto” me la hanno sottratta con l’inganno infime e sbiadite figure di una scena rap locale che nemmeno potrebbero avere il ruolo di comparse pasoliniane.

mercoledì 9 gennaio 2013

QUALCHE BREVE NOTA SUL DOPOPUNK A MILANO (partendo dalla copertina di Alles ist gut dei D.A.F.)


QUALCHE BREVE NOTA SUL DOPOPUNK A MILANO
(partendo dalla copertina di Alles ist gut dei D.A.F.)

 

La copertina e il suo retro mostrano lucidi di sudore e con capelli corti Gabi Delgado-López e Robert Görl.
“Froci e nazisti”: facile equazione dei compagni al testosterone, ai quali la pantera di copertina di For Your Pleasure avrebbe - se del caso - con una sola zampata orbato mascolinità e certezze intellettuali (poche entrambe). Poveri retrogradi, ancora a domandarsi come inquadrare La caduta degli dei, Il portiere di notte e Salò-O le 120 giornate di Sodoma, dati i loro registi “a sinistra” ([1]).
 
Ecco come si presentano nel 1981 i D.A.F. nella “vaschetta” di Bonaparte Dischi di Via Marghera, Mailand, Europa, qualche settimana prima del loro concerto all’Odissea 2001 con il loro terzo – ma “primo” ([2]) – album: Alles ist gut.
Qualcuno (Andrea V.?) mi loda questi due artisti di cui il New Musical Express mi ha già promesso meraviglie.
 
Allora e per qualche anno ancora – vedi Tape Art – i negozi di dischi sono altresì cenacoli di dibattito e speculazione intellettuale dove, bluffando, in fondo ognuno di noi insegna qualcosa di nuovo agli altri senza pretendere l’onore delle armi.
All’apparenza diffidenti, in realtà noi ci riconosciamo subito: ciascuno unico e ussaro, con la veemenza di dragone ma capace di fare il baciamano alla regina, occorrendo.

 

La Virgin di Richard Branson ai tempi fa prodigi: una inner sleeve in cartoncino pesante sembra quasi una polizza dei Lloyd’s: infallibile.
Finisce che compro sia l’album, sia il singolo “maledetto” ivi contenuto: “Der Mussolini” in formato 12”, roba impegnativa allora ([3]). Natürlicher, di li a poco comprerò anche Für Immer ([4]).
 
Ecco perché non era cambiato nulla.
Nessuna velleità, men che meno necessità, di name dropping per motivare le nostre scelte (non dovevamo motivare nulla a nessuno), ma alla nostra cintura erano già “appesi” Suicide, Magazine, Siouxsie and the Banshees, Public Image Ltd., Human League, Adam and the Antz ([5]), ...
Chi ci contrastava era spesso ancora confuso per la svolta elettrica di Bob Dylan ([6]).
Dove eravamo? Ovviamente ben oltre i cliché punk che, divenuti tali, noi avevamo abbandonato verso la metà del 1978 come ho scritto in altre occasioni ([7]).

 

And so you are, now, afterpunk and punk.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] O meglio tali da loro definiti. Tre serie monografie su di loro, forse, condurrebbero ad altri risultati.
Sufficie dire che Liliana Cavani diresse un film struggente, forse decadente certo sessualmente totale in quanto uomo e donna si pongono alla pari, assolutamente inconcepibile prima che inaccettabile dalla sinistra.
[2] In quanto album di esordio e successivo, rispettivamente intitolati Produkt e Die Kleine Und Die Bosen, resteranno sempre interesse per pochi. D’altro canto, la formazione storica è quella appunto a due.
[3] Perché se i modesti cervelli limitati da palizzate cercavano ancora di digerire The Clash grazie alle loro (della band, non dei locali militanti a gauche) incontinenze viniliche, beh con quel titolo e cantando in tedesco il nemico non poteva essere scambiato e confuso.
Invece sì.
[4] Due album nell’anno 1981 per i D.A.F.
[5] Mi riferisco a, almeno, i seguenti album in ordine circa cronologico in riferimento al primo: Suicide; Real Life; The Scream e Join Hands e Kaleidoscope; First Edition e Metal Box; Reproduction; Dirks Wears White Sox.
In realtà la storia la facevano spesso i singoli.
[6] In quanto noi, noi, avevamo studiato e quindi eravamo al corrente anche di quell’episodio, ormai vecchio di lustri.
[7] In particolare in “Note sul punk in Italia e a Milano” e in “Tonito memorial”.

domenica 23 ottobre 2011

TAPE ART- For the record

Cimeli di Tape Art
(per il "mitico" si rinvia al post precedente)






                                                                                                                      Steg
 
 
 
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domenica 16 ottobre 2011

TAPE ART: il negozio



TAPE ART: il negozio

 

Quando non c’erano i CD c’era Tape Art ([1]).

 

Milano, come notoriamente sostengo da circa 25 anni, non è capace quasi mai di vere novità.

Eppure per diverse stagioni la mia città dispose di un negozio che era un club esclusivo. Si chiamava Tape Art.

 

Apparentemente un negozio di dischi, in realtà un luogo di conversazione, di edonismo, di azzeramento di ogni eventuale differenza sociale fra i suoi frequentatori; però anche incapace – per scelta – di trattare con chi non era degno di entrare a far parte di una clientela la quale magari pagava a caro prezzo un disco, salvo vedersi offerto l’aperitivo minuti dopo.

 

A ben vedere non è che ci fosse nulla di magico: i dischi più o meno arrivavano dai grossisti e si trattava di selezionarli per la clientela.

Quando sceglievi l’unica copia pervenuta a Milano di un doppio bootleg di Adam and the Ants (o Antz) le cose si complicavano. Inserirlo nella “vaschetta” delle novità o tenerlo da parte e proporlo solo ai clienti. Appunto.

 

Qualche importatore mangiò la foglia e aprì dei negozi, dove anche andavamo, però Tape Art era altra cosa: stava alla bottega tradizionale come Frigidaire stava a Topolino.

Nicola, disc-jockey del Plastic, certe volte comprava due copie di un disco in battuta, capitava anche che di un disco seppure ufficiale arrivasse un solo esemplare e allora era un problema, ma già i turbamenti sorgevano in caso di duplice copia.

 

Ricordo di essere stato fra quelli cui (grazie) in qualche occasione veniva riservato l’appellativo “mitico”, ma circa 30 anni fa.

Ricordo che quando uscì ai primi di novembre del 1982 A Kiss In The Dreamhouse di S&TB, andai io dall’importatore a ritirare il disco (con il mio maggiolone VW nero di seconda mano) perché era tardi però si capiva che ci tenevo considerati anche i problemi alle corde vocali che Siouxsie aveva avuto in quell’anno. Si fece l’intera vetrina: 30 copie o giù di lì (dopo le mie due scelte maniacalmente) che ormai era ora di cena.

 

Ricordo, anche, i miei passaggi nel 1983 dopo le numerose ricerche per la mia tesi alla vicina Università Bocconi io studente della Statale: i discorsi erano quelli da bar, però si sostituivano le squadre di calcio con gli artisti e così ce n’era per tutti e ognuno a evocare concerti, nastri delle Peel Session acquistati o scambiati per corrispondenza, … naturalmente non era obbligatorio comperare, magari stavi lì due ore e poi te ne andavi, poteva essere un chill-out dopo lo studio o il lavoro (la mattina era meglio passare dopo le 11.00 per non rischiare la saracinesca ancora abbassata).

Non ho fatto feste per la mia laurea, sicuramente uno dei più sentiti giri di brindisi lo feci da Tape Art.

 

Tape Art era come i pochi, veri, after hour che si svolsero a Milano a metà degli scorsi anni ‘80: catch it/them while you can.

Non perché eravamo giovani, ma perché proprio ci si divertiva in quello stretto negozio da una sola luce in Corso di Porta Vigentina fra i civici 26 e 28, di cui ancora conservo l’ormai inesistente numero di telefono (oppure segnala ancora occupato il 5464411? Come quando al telefono Sergio stava magari parlando dei fatti suoi con un amico o corteggiando una ragazza e tu fremevi invano per sapere cosa era arrivato o, peggio, “se era arrivato …”!).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

POST SCRIPTUM

Nel 2021 ho pubblicato un post che ha Tape Art come luogo ideale ([2]).

Nel maggio 2022 leggendo un ampio articolo retrospettivo su The Associates/Associates ([3]) mi è tornato in mente – ancora – il negozio: perché è stato “il” negozio: niente prima a Milano di così unico, nulla a Milano poi di così unico ([4]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2011, 2013, 2014 e 2022 Steg, Milano, Italia.

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[1] Il badge dimostra gli anni, ma resta sicuramente un cimelio.

[3] Classic Pop, numero 75, May/June 2022.

[4] I doppi “:” sono un chiaro omaggio a Umberto Simonetta.