"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 19 luglio 2019

VENEZIA NON È STATA LA MIA FINE (Dal Danieli a …) (Steg about Steg Series - 3)


VENEZIA NON È STATA LA MIA FINE (Dal Danieli a …)
(Steg about Steg Series - 3)


Premessa 1: non sono un hemingwayano (Ernest), e quanto di lui ho letto tratta di argomenti a me cari: Venezia e tauromachia (sebbene su questo punto Jean Cau abbia scritto che il Premio Nobel non ne capisse poi molto).

Premessa 2: per una incollatura temporale, Venezia, la mia, non è nata da Hugo Pratt, eppure ...


STEG QUESTION: credo che in questo caso l’ordine cronologico sia fondamentale.
STEG ANSWER: certo. Autunno 1973, venerdì pomeriggio piovoso, classe di prima liceo scientifico dell’Alessandro Volta di Milano, sezione P. Giustificazione per uscire un po’ prima, devo andare a Venezia, in treno a raggiungere i miei genitori per una serata di gala aziendale. Parto direttamente da scuola con la bisaccia ([1]) e indosso a protezione dalla pioggia una cerata giallo limone.
A un certo punto del viaggio, diciamo dopo Padova, uno degli occupanti il mio scompartimento mi chiede qualcosa, gli rispondo Venezia, e parlando dell’albergo (come arrivarci) scopro che “il Danieli” non è proprio una bettola.
Pioggia anche durante il viaggio in vaporetto, vedo la caserma dei vigili del fuoco e poi il Canal Grande. Pochi passi fra l’imbarcadero e la porta, mi pare girevole, dell’albergo su Riva degli Schiavoni. Arriva qualcuno, direi mia madre e anche mio padre, e mi dicono che mi hanno “dovuto dare” la suite più importante ad uso singola perché non c’era altro: stanza di marmi, bagno di marmi, soffitti affrescati, un freddo notevole. 
Ho pochi ricordi della città il giorno dopo, ancora tempo grigio e mi pare già di ritorno a casa nel pomeriggio. 

SQ: e Pratt battuto sul tempo?
SA: ricordo che avevano cercato di propormelo tempo “prima” (mi riferisco al 1974), diciamo un paio di anni, attraverso un volume Mondadori alla Milano Libri, ma il tratto mi pareva ostico per i miei gusti (leggevo L’Uomo Ragno e quanto altro della Marvel pubblicava la Editoriale Corno), sicuramente intravidi un Corto Maltese sulle pagine di Linus di quei mesi.
Comunque: estate 1974, vacanze dal mio amico FB a Nervi (Genova), in una delle nostre discese in città ([2]) per caso, dietro Piazza De Ferraris, scoprii la Libreria Il Sileno (Galleria Mazzini) dove si stagliavano splendide le copertine de Il Sgt. Kirk edito da Ivaldi: colpo di fulmine per la rivista e per Pratt.

SQ: quando tornasti a Venezia?
SA: tornai da solo, avendo letto Un romanzo d’avventura di Alberto Ongaro ([3]) e Le pulci penetranti che molti considerano la risposta stizzita di Pratt all’amico ([4]). Tornai credo in ragione di un articolo di giornale e poi, forse, l’acquisto del volume di Ugo Fugagnollo: Venezia così. Ma mi aveva anche incuriosito la copertina de Le pulci penetranti: costruita su una vignetta riprodotta 4 volte tratta da una storia di Corto Maltese ([5]) nell’ultima, completa, egli dichiara “Venezia sarebbe la mia fine!” con alle spalle le cupole di San Marco.
Fu fra il 1976 e il 1977, direi.
Ricordo la visita alla Basilica di San Marco, gratuita, ricordo anche di esser salito sulla Torre dell’orologio (una citazione prattiana da L’Asso di picche); bevvi per sfida al prezzo una Coca-cola al Caffè Florian, mentre pranzai (grazie a quell’articolo) in Cannaregio, alla Trattoria La Maddalena sulla Strada Nuova.

SQ: e poi?
SA: direi visite quasi “disintossicanti” negli anni successivi, di solito in giornata; spesso buttavo una moneta nel Canal Grande quando andavo verso la stazione di Santa Lucia per rientrare a Milano.

SQ: “pellegrinaggi prattiani”?
SA: non proprio.
Certo quella frase: “Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti …” ([6]), ma allora non c’era internet e se erano magici e nascosti almeno una ragione per faticare a trovarli c’era, così mi accontentai di incappare abbastanza facilmente nel Ponte delle Maravegie (o meraviglie).
Piuttosto, in ragione della sua citazione da parte di Alberto Ongaro nel suo romanzo, decisi di andare una volta a cena al Poste Vecie: una trattoria di fronte al mercato del pesce di Rialto, con un ponticello da attraversare per arrivare alla sua porta. Entrai e mi misero a un tavolo da due, non c’era molta gente, su un muro vicino a me stava un blow-up di una foto in bianco e nero di Hugo Pratt, già ne ho scritto, posso aggiungere solo che ritraeva il Pratt classico: pantaloni un po’ larghi, camicia e cardigan, un impermeabile chiaro proprio come quello nelle foto della famosa intervista dedicatagli da Alberto Ongaro e intitolata: “Una sera con Pratt, l’Orson Welles dei fumetti” ([7]). Oggi quella foto non c’è più, chissà chi la scattò.
Meglio lasciarsi portare dal fato quindi.

SQ: fato?
SA: nel 1982, mi sembra, andai per il carnevale, di cui vidi poco e serate senza uscite in città, ma il portiere del piccolo albergo dove ero sceso alla mia domanda se poteva indicarmi un ristorante, mi disse che ce ne era uno nuovo, ma un poco strano perché aveva la carta del macellaio per tovaglie e un nome curioso: Corte Sconta. Tradussi in Corto Maltese: Corte Sconta detta Arcana era il titolo della già citata avventura del marinaio de La Valletta ambientata in parte proprio a Venezia ([8]).

SQ: “enters Cipriani”?
SA: eh sì, siamo finalmente arrivati anche in Calle Vallaresso.
Così come avevo chiesto per i miei 18 anni di andare a cena al Savini di Milano ([9]), per i 50 anni di mio padre nel novembre 1983 dissi: “perché non festeggiamo a Venezia al ([10]) Harry’s Bar?” E la proposta fu accettata.
Se ben ricordo, finì che ci cenammo due sere di fila, comunque nelle gite in laguna con i miei genitori, si cenava lì.

SQ: e poi?
SA: beh io presi ad andare al Corte Sconta come “mio” ristorante con amici o da solo, finché un giorno non scoprii che era diventato più conveniente Cipriani: sic transit, eccetera.

SQ: aneddoti o curiosità del bar più famoso del mondo?
SA: senza andare troppo sul personale, diciamo che ce ne è uno uguale e contrario: apparve su Panorama (il settimanale) la piantina della sala che io chiamo “dabbasso” e che è quella storica ([11]) di “stanza”; da allora mi sono sempre divertito nella “raccolta” dei tavoli da me occupati: ricordo addirittura il “senatoriale” n. 1 occupato da solo, un mezzogiorno; ma quello cui sono più affezionato (dal 12 aprile 1997) è il n. 4, che però non sapevo ancora se fosse – come fu – “il tavolo di” Orson Welles ([12]) oppure “di” Ernest Hemingway ed io continuo sempre ad inchinarmi al primo ([13]).

SQ: i Cipriani?
SA: beh a parte quando Giovanna ci assistette (al primo piano) nella seconda cena del novembre 1983, sua sorella Carmela fu mia collega in un noto studio legale milanese, suo fratello Giuseppe potrei averlo incrociato anche al Harry’s Cipriani di New York ([14]).
Nel giugno 2018, in occasione di un premio giornalistico sono finalmente riuscito ad avere due dediche da Arrigo Cipriani, che ovviamente ho incrociato molte volte ([15]): una sul precitato Prigioniero e l’altra sulla mia copia di Eloisa e il Bellini ([16]), sua prima fatica letteraria che uscì mentre ero a studiare alla Columbia University, il che scusa il fatto che la mia copia sia della seconda edizione.

SQ: curiosità e casualità lagunari tue?
SA: sicuramente la più buffa fu quando andai a Venezia per vedere una mostra su Hugo Pratt e la sera al concerto dei Prozac + a Marghera in un centro sociale: era il 18 maggio 1996 e nell’attesa del concerto pensavo al fatto che avevo pranzato al Harry’s Bar, un bel contrasto.

SQ: ma Venezia non finisce mai?
SA: no, finisce, per più ragioni.
Però occorre evocare ancora due personaggi senza i quali la mia Venezia sarebbe meno personale.
Uno è Claudio (Ponzio), fra parentesi il cognome perché un barman si apostrofa per nome: sorta di timoniere del Harry’s Bar finché non ha deciso che la missione era compiuta. Inimitabile, ti faceva sentire il cliente più importante, l’attenzione di una vista a 360 gradi (non è un cliché), la battuta tagliente (il mio zaino lo chiamava “il paracadute”) ([17]). Senza di lui il locale (ecco perché ha senso stare di sotto, di sopra non c’è bancone del bar) non è lo stesso, comunque.
L’altro personaggio è anche un fumetto …

SQ: in che senso?
SA: perché si tratta della belga Anne Frognier, la moglie veneziana di Hugo Pratt, la mamma di Silvina e Giona, il viso di Anna della/nella Giungla ovvero Anna (ma Ann nell’edizione sudamericana) Livingstone.
Questa signora, con cui il “fumettaro” visse a Malamocco (cucendogli anche pantaloni: i tempi erano duri), cercai di rintracciarla all’epoca in cui avevo deciso di scrivere la mia biografia del suo ex-marito. Ci riuscii e andammo (andammo, io e …) a trovarla un pomeriggio d’estate a Malamocco, sempre in quella casa che risultava sull’elenco telefonico di Venezia consultato un quarto di secolo prima alla stazione ferroviaria di Venezia, aspettando il treno per Milano, arrivavamo da San Marco, dopo un pranzo in Calle Vallaresso.
Le facemmo evidentemente una buona impressione, perché fissammo un altro incontro a breve con pranzo, e ci preparò degli ottimi gamberi alla griglia, accompagnati da insalata e vino bianco fresco (ricordo un piccolo aereo sopra le nostre teste sul terrazzo). Poi si andò a trovare Ivo Pavone, ormai oggi [scrivevo nel 2019] l’ultimo sopravvissuto del “gruppo dell’Asso” ([18]), e lì conobbi anche Roberto Reali, forse il più grande filologo ([19]) dell’opera prattiana, con cui intrapresi una fruttuosa corrispondenza e amicizia epistolare, purtroppo anche Reali è morto anni fa.
Decisi di non scrivere la biografia e di tenermi le sue “storie” del famoso ex marito.

SQ: e adesso?
SA: Corto Maltese disse: “Fermarsi nel passato come fa lei... è come custodire un cimitero” ([20]).
Oltre a Venezia c’è Berlino, c’è stata Londra, come New York City, … ne ho già scritto.  


                                                                                                                      Steg





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[1] Fin dalla terza o quarta elementare la cartella era stata sostituita da giberne o bisacce/tascapane army surplus comprate alla Fiera di Senigallia.  
[2] Per soldatini scala 32 Airfix e modelli in metallo di mezzi militari Solido. Per conto mio scoprii i soldatini della francese Starlux, ma questa è altra storia.
[5] L’angelo della finestra d’oriente. Titolo ispirato da Gustav Meyerink, L’angelo della finestra d’occidente.
[6] Così si apre Corte Sconta detta Arcana.
[7] L’Europeo, n. 43, 25 ottobre 1973. Si trova riprodotta nella prima edizione di Gianni BRUNORO, Corto come un romanzo: Bari, Edizioni Dedalo, gennaio 1984.
[8] Tutta veneziana invece è Sirat Al Bunduqiyyah, meglio nota come Favola di Venezia.
[9] Negli anni a seguire questo storico ritrovo ebbe un rilancio non da poco e la nostra famiglia un trattamento … beh come Cipriani tratta i Veneziani, diciamo.
[10] Rimane un mio vezzo di grafia e pronuncia, essendo la h aspirata.
[11] Si veda Arrigo Cipriani, Prigioniero di una stanza a Venezia, Milano, Feltrinelli, 2009.
[13] Il che mi ha anche condotto al Chicote di Madrid, perché altrimenti i compiti non sarebbero fatti.
[14] Dove ai primi di maggio del 1987 festeggiai con la mia amica VM il conseguimento del mio e del suo LL.M.
[16] Milano, Longanesi, 1986.
[18] Rammento che Alberto Ongaro è morto il 23 marzo 2018.
[19] Essendo il biografo più accreditato Dominique Petitfaux.
[20] Da Una ballata del Mare Salato.

giovedì 26 febbraio 2015

BUENOS AIRES E OLTRE (“¡Dame dos!”)


BUENOS AIRES E OLTRE
(“¡Dame dos!”)

 

Secondo una prospettiva di sistema, scrivere di Buenos Aires e della nazione di cui è capitale ([1]) è congeniale al blogger in quanto – per luogo comune ([2]) – la capitale dell’Argentina ha (o ha avuto per decenni) la più alta concentrazione di psicanalisti del mondo.
Io mai mi rivolgerò a uno psicologo, salva la resurrezione di Sigmund Freud, ma certo non nego la rilevanza di guardarsi dentro, ogni tanto.
 

In una continuità negativa, nonostante la mia passione devota per Ayrton Senna, il mio disinteresse per il Brasile permane intatto ([3]) e considero il campionissimo paulista soltanto un argentino nato in una nazione sbagliata: il trimondiale di Formula Uno era un malinconico assoluto, un gaucho che montava cavalli vapore e non certo un sambista spensierato. In un mondo ideale egli avrebbe dovuto ritirarsi gigante, pur se agonisticamente mano a mano con Juan Manuel Fangio (argentino).

 

Devo ringraziare Hugo Pratt, ma soprattutto Alberto Ongaro: sin da quando, ragazzino appena teen, lessi per la prima volta il suo, secondo libro, Un romanzo d’avventura e subii il fascino lontanissimo e solitario (non sempre triste e finale, ma ... ([4])) di quella città assolutamente impossibile da immaginare, ma che confina sempre e soltanto con la pampa dello hogarthiano Drago, un gaucho fumettistico talmente estraneo a ogni classificazione che per voi non ha nemmeno senso leggerlo (oppure sì?).

 

Dunque fra leggende future ([5]) delle historieta e passati fasti bruciati dal cinema con improbabili cavalieri dell’apocalisse cominciava ad ardere una fiamma personale, curiosa e malinconica.

 

A mo’ di reprise: la Samba mi fa schifo.
Il Tango lo apprezzo innanzitutto siccome tragico e poi in quanto molto bello e rigoroso nei passi. Poi che sia un cantato da Carlos Gardel o un bandoneato del mardelplatense Astor Piazzolla è questione di momenti.
 

Y todo a media luz ([6]) è il vero titolo della storia di Corto Maltese che poi ([7]) tutti conobbero come Tango.
Rifletteteci: il titolo originario, che è quello di “un” tango, accentua quel ruolo pivotale che ha la luce nelle nazioni di lingua castigliana: la luce è fondamentale quando si sceglie il posto per vedere una corrida, ma evidentemente lo è anche in una sala piena di ombre (rammento il bonaerense Caffè Tortoni, non una tangheria ma allora ...) sulle cui tavole di legno del pavimento scivolano i passi dei ballerini.

 

Cosa si trova in Argentina? Potrei rispondere che non lo so, in quanto dopo oltre 20 anni dalla mia seconda e ultima visita anche lì le cose saranno cambiate.
Non so che fine abbiano fatto quegli eleganti sebbene anacronistici “colectivo”, tutti cromo e anni ‘50, con cui si traversavano pezzi della Capital Federal.
 
Credo si trovi ancora (e sempre) quella ospitalità per cui a Mar Del Plata il titolare di uno stabilimento balneare, durante un lungo e assolato pomeriggio, mi offrì illimitati caffè espresso solo in quanto Italiano, io.
Per cui la mia guida la seconda volta che andai a Baires non solo si preoccupo di invitarmi a trascorrere la fine dell’anno in famiglia da lei (altro a seguire su quella sera), ma si premurò anche di portarmi in aeroporto con un van perché le strade erano allagate (questo accadeva poche ore dopo essere stato riaccompagnato in albergo da qualche suo parente).
Per cui la famiglia Güiraldes si preoccupò di mettermi appena possibile di nuovo a disposizione la stanza padronale della estancia di famiglia, cuarto comprensivo di scala di legno che conduceva alla biblioteca dell’avo (l’autore di Don Segundo Sombra).
 

L’Argentina è un paese elegante, anzi una nazione di signore e di signori. Dunque anacronistica.
I signori sono quelli che non devono esibire nulla di nuovo per dimostrare chi sono. Invero tutti i loro effetti personali paiono essere immuni da età e privi provenienza, sono e basta.
Ciononostante, la frase che ormai da circa un quarto di secolo mi torna nelle orecchie ogni tanto, e che in qualche modo è il degno sottotitolo del nome della nazione è “¡Dame dos!”: perché l’Argentino quando compra tende a esagerare e compra doppio. Questo aneddoto proviene dal mio primo soggiorno presso los Güiraldes, me lo raccontò la nonna (obiettivamente non ricordo di chi fosse la madre).
 

E qualche altro ricordo e pensiero.

 

I cavalli in Argentina sono tolettati in modo che non ci sia un pelo in eccesso (prima ancora che fuori posto): Criniera a spazzola e il resto di conseguenza. Il primo colpo d’occhio offre una visione che per un europeo può sembrare quasi oscena siccome non siamo abituati.
Le redini “a mazzetto in una mano, gaucho o polista che tu sia o pretenda di imitare.
Ricordo le mie partenze, da fermo, al galoppo.
I migliori cavalli del mondo.

 

Alla Cabaña di Buenos Aires: pasteggiando con bottiglie di Coca-Cola da 33 centilitri su filetti con controfiletti inseparati di manzo monumentali.

 

Ti senti a casa ogni volta che ordini una – sempre formato argentino – milanesa de ternera.

 

Alla prima colazione in veranda arriva pane del giorno precedente – come dovrebbe essere naturale – tostato su cui, in alternativa a confettura o marmellata, puoi spalmare una crema marrone: chiedi in un mix di lingue se contiene cioccolato, la riposta è no. Scopri il dulce de leche.

 

La piscina si chiama pileta.

 

I ghiacciai sono di colore blu trasparente.

 

Bariloche: un gran cioccolato, un lago maestoso, …

 

In Patagonia di Bruce Chatwin lo avevo già letto sdraiato su una spiaggia libera di Key West.

 

Ho capito Courrier Sud di Antoine de Saint-Exupéry volando da Rio Gallegos (o era Entre Rios?) con l’azzurro del cielo argentino sopra di me.

 

Andrés Calamaro. Meglio tardi che mai: continuo a non ricordare quale fosse il titolo della sua canzone ascoltata alla radio di cui un tre lustri fa non trovai a Madrid il singolo o l’album che la contiene. Ho rimediato: ho chiuso il 2014 con alcuni suoi album ([8]) in valigia di ritorno da Barcelona e proseguo nella discografia del porteño, scorretto rockenrollero dylaniano e amico di Fresán, più che cinquantenne “Mitad hombre-mitad marisco” ([9]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Questo post di impressioni non può rientrare nella Sketches series in quanto troppo lungo.
[2] Secondo Rodrigo Fresán, mi rifaccio al suo romanzo Esperanto, il fenomeno risale agli ultimi anni settanta.
[3] Di nuovo, sembro condividere il sentimento per lo meno con il protagonista di Esperanto: Federico Esperanto.
[4] Sto citando un grande autore argentino: Osvaldo Soriano.
[5] Qui invece non sto citando David Bowie.
[6] Strofa di un tango del genere milonga celeberrimo: “A media luz” del 1924: musica di Edgardo Donato, testo di Carlos Lenzi.
[7] Fu pubblicato per la prima volta a puntate sul mensile Corto Maltese a partire dal giugno 1985. Anche la prima edizione francese mantiene il titolo originale.
[8] Fra cui i fondamentali Honestidad Brutal (doppio CD) e El Salmòn (quintuplo CD).
[9] Come lo definì Miguel Abuelo, fondatore del gruppo Los Abuelos de la Nada in cui Calamaro militò fra il 1981 e il 1985.

sabato 17 novembre 2012

HUGO PRATT: QUANTO ANCORA C’È DA RASCHIARE? (e qualche mio aneddoto, con un pensiero alla “grande belga” Anne Frognier)


HUGO PRATT: QUANTO ANCORA C’È DA RASCHIARE?
(e qualche mio aneddoto,
con un pensiero alla “grande belga” Anne Frognier)

 

L’impressione è che il barile prattiano sia ormai raschiato anche sui lati.

 

È stato pubblicato in queste settimane (autunno 2012) un volume intitolato Capitan Cormorant che contiene il solo episodio, il primo, disegnato da Hugo Pratt: ma non sono stati usati gli originali perché essi sono stati dispersi fra i collezionisti tanti anni fa.
Se quando si ripubblicano registrazioni audio si parla delle rimasterizzazioni, sarebbe corretto anche in caso di fumetti (che non sono libri tradizionali) spiegare “da dove si parte”.
 
Mortificante anche il volume Wheeling pubblicato sempre nel 2012: infatti, il libro contiene come extra quella serie di tavole intitolate Leggende indiane, unico modo per far comprare quel volume da chi altrimenti non lo comprerebbe.
Ciò perché questo Wheeling soffre un formato che non è di ampio respiro, con anche gli acquerelli d’accompagnamento “impiccati”.
Un rimpianto, un altro, per il “totemico tomo” edito a Genova da Ivaldi nel 1972: quale che sia l’edizione che riuscite a reperire ([1]), un gioiello e basta (tutte le successive edizioni sono pochissima cosa).

 

Bel volume di Laura Scarpa, intitolato Hugo Pratt - Le lezioni perdute, uscito sempre in questo autunno 2012, ma alla fine anch’esso si dimostra incompleto e molto di parte ([2]).
O meglio: esso si risolve in una sorta di visione dal buco della serratura, come già in passato accadde.
Del resto un venditore di bandes dessinée parigino, dalle parti della Gare du Nord, mi sibilò che era lui a prestare a Dominique Petitfaux gli albi poco comuni riprodotti nelle due, fondamentali, opere dedicate a Pratt da questo autorevole scrittore francese ([3]).

 

Nel libro della Scarpa sono riprodotte pagine di grande interesse, ma tutto è ancora (e sempre?) parziale e paralizzato.
La ragione principale è nota: sull’opera di Pratt il controllo è massimo, i soci di controllo ([4]), appunto, della elvetica Società Anonima Cong non perdonano.
Quindi ci si muove entro quello che gli anglosassoni chiamano “fair use” e esercitando il diritto a parlare almeno di sé, diritti che a nessuno si possono negare, inclusi gli oggetti che fanno parte della propria storia. Anche la figlia Silvina nel proprio bel libro ([5]) non ha, è mia opinione, potuto o voluto raccontare papà Hugo come si poteva pensare e comunque quanto lei ha raccontato ha un retrogusto di soggezione che stona ([6]).
 

Meno comprensibile è  – lo ritengo un dato oggettivo poiché anni fa mi vennero offerte (non le acquistai) “matite” dove era evidente anche il suo tratto – il relegare da parte della Scarpa Mario Faustinelli a nulla o quasi come apporto grafico (“altri disegnatori” (pagina 14)) ([7]), mentre – diversi collezionisti possono smentire l’assunto di questo fumettista – Stelio Fenzo non è il solo a disporre di disegni prattiani ([8]) del periodo iniziale della sua carriera.

 

Ebbene, con un po’ di tenerezza ricordo me stesso: circa 7 lustri fa: consultando l’elenco telefonico di Venezia, alla stazione ferroviaria, incappai nell’indirizzo di Malamocco di Hugo Pratt. Cioè lo trovai facilmente ma ... Piccolo segreto.

 

Un quarto di secolo dopo, abbastanza facilmente trovai un altro indirizzo, cui scrissi; in Francia.
Allora volevo scrivere il mio libro sul padre di Corto Maltese.
Ricevetti da quell’indirizzo una qualche risposta, per posta elettronica mi pare.
Finì che andai a Malamocco a quell’indirizzo dell’elenco telefonico, due volte in due splendidi giorni di estate.
La seconda mangiammo – io, la mia fidanzata e Anne (o Ana, o Anna) Frognier ([9]) – degli ottimi scampi preparati dalla padrona di casa su una terrazza deliziosa. Alla fine della nostra seconda conversazione (non le ho mai sbobinate) si andò in auto (la Signora Frognier era già “nonna volante”, come lei amava definirsi con sottile charme mascherato da una sincera genuinità ([10]) “a trovare Ivo” (Pavone). Lì incontrai anche Roberto Reali: letteralmente un motore di ricerche e scoperte e iniziative prattiane, strappato qualche anno dopo alla vita da un tumore, un vero gentleman ([11]).
Non vidi più Madame Frognier, con cui (e con Silvina Pratt) ebbi ancora qualche cordiale corrispondenza, incontrai qualche volta Roberto Reali e in un paio di occasioni Ivo Pavone.
Da tutto ciò trasse giovamento e sollievo la mia passione collezionistica; ma, soprattutto, decisi che il mio libro su Pratt poteva aspettare, forse per sempre perché qualche aneddoto preferisco ancora tenerlo per me.

 

Io continuo strenuamente, faziosamente e univocamente a considerare i colori “di Anne” per le storie di Corto Maltese i più belli ed inimitabili e Anne Frognier, cui rivolgo un ennesimo saluto e un altro infinito ringraziamento per il tempo dedicatomi, una donna eccezionale e affascinante.
Andate a leggere Anna della giungla, ascoltate poi quel che volete (“Sweet 16”, “Little Wing”, “A Question of Time”, ...) e forse capirete cosa provò Pratt a Buenos Aires per questa ragazzina bionda e lentigginosa.

 

Hugo e Anne vivevano fianco a fianco, ripeto fianco a fianco, lì a Malamocco con Silvina e Giona.

 

Tutto il resto rischia di essere solo fatto di dimensionalmente grandi e qualitativamente modeste, inutili, vecchie e retoriche, monate ([12])!

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] E potete permettervela.
Certo leggere questo fumettista dal 1973 mi ha aiutato nel creare una biblioteca delle sue opere a prezzi normali. Il tempo della ricerca ovviamente ha un valore, ma era collezionismo (e alla libreria Il Sileno di Genova i numeri de Il Sergente Kirk, sempre Ivaldi, pochi li consideravano e lo stesso accadeva alla Milano Libri dove comprai anche, appunto, Wheeling).
[2] Prevalentemente da esso prende spunto questo secondo post su Hugo Pratt.
[3] Si tratta di De l’autre coté de Corto e Le Desir D’Etre Inutile.
Entrambi editi anche in Italia.
[4] Non è ozioso ricordare come Silvina e il fratello Jonas, figli di Hugo Pratt e Anne Frognier, abbiano fondato un comitato per tutelare i propri diritti: http://comitepratt.canalblog.com.
[5] Avec Hugo. Un’edizione anche qui da noi, la quale credo abbia venduto qualche decina di copie, purtroppo.
[6] Le foto di famiglia dove tutti ridono, a Malamocco, sono (o erano?) altra cosa.
[7] Questa riscrittura, comune a David Bowie, della propria carriera mi rattrista in quanto essa è soprattutto post Pratt (e Faustinelli) mortem, ma non solo: come dichiara Ivo Pavone a pagina 35 del libro di Scarpa.
[8] Se li firmava, allora era con Ugo senza la h e il cognome prima del nome, magari anche con “Davide” vicino, che era lo pseudonimo di Mario Faustinelli.
[9] Seconda – unica vera? – moglie di Hugo Pratt.
Sono polemico? Ma certo che lo sono. E ricordo anche Gisela Dexter.
Quelli erano i due volti femminili su cui costruivo le scorrerie porteñe di Hugo narrate da Alberto Ongaro e quelli rimangono anche oggi.
[10] Come talune donne della pampa argentina.
[11] Conservo ancora anche certe sue buste e certi suoi piccoli appunti.
[12] Anche perché della santificazione di Pratt, Vincenzo Mollica docet, io sono stufo.
Possibile che nemmeno oggi, che sono entrambi disponibili, non sappiano i cultori di Pratt leggere l’aspetto ribelle e ruthless di cui a Le pulci penetranti e a Un romanzo d’avventura?
Eppure Corto Maltese avvisava: “Fermarsi nel passato come fa lei… è come custodire un cimitero” (da “Una ballata del mare salato”, tavola 131).