"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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domenica 28 dicembre 2025

IN FAVORE DEL LIBERO ARBITRIO, CONTRO CERTE PUBBLICITÀ

 

IN FAVORE DEL LIBERO ARBITRIO,

CONTRO CERTE PUBBLICITÀ

 

Ci sono pubblicità che non servono, anzi sono deleterie.

E io le vieterei.

 

Nessuno ha mai scelto - in ragione della pubblicità - di:

-          optare per una marca di sigarette;

-          preferire una bevanda alcoolica;

-          appassionarsi a un gioco a pagamento.

 

Quindi vietiamo tutte le relative pubblicità, lasciando le persone bere, fumare e giocare (anche rovinandosi, ma - ma - senza che qualcuno genericamente gli evochi quella eventualità senza offrirgli alcun appiglio. Poi, tanto, solo gli spiriti superiori penseranno ai casinò di Sanremo e della Costa Azzurra e a “dei” Landolfi e “dei” Bacon quando perderanno in misura “suturabile” oppure no).

 

I più attenti miei lettori (oppure no), peraltro, sanno che Francis Bacon era anche un consumatore di alcoolici.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 25 giugno 2014

SON OF CAULFIELD


SON OF CAULFIELD

 

Molto raramente mi concedo di cambiare idea.
Ancor più sporadicamente tale revirement ([1]) si basa su certezze istintive.
 
Avevo già bollato la biografia (so to say) scritta da David Shields e Shane Salerno su Jerome D. Salinger – intitolata poco originalmente Salinger – come inacquistabile, ma la lunga recensione di Alessandro Piperno su La Lettura ([2]) del 22 giugno 2014, del quale non ho letto nessuna opera letteraria ma di cui mi fido come critico letterario (eh sì di qualcuno mi fido), mi induce a cambiare idea ([3]).
 
Interessa tutto ciò ai miei lettori? Non so, ma almeno segnalo un buon articolo da leggere.
 
A Piperno posso solo obiettare che egli avrebbe potuto citare Tommaso Landolfi quanto al profilo inesistente (cfr. Italo Calvino) o blank (cfr. Richard Hell) dell’autore “sulla” copertina.
Inoltre, egli potrebbe, anche, dichiarare di essere proprietario, come molti, di copia del “non più pubblicato” di Salinger.
Piperno Landolfi lo conosce sicuramente, mentre per i bootleg salingeriani concediamogli un qualche pudore, anche interessato, alle prede della sua biblioteca.
 
Inoltre, mi permetto, uso questo verbo con attenzione, una piccola analisi critica.
Holden Caulfield è realmente un outcast ([4]) o un self-outcast.
La sua non appartenenza alla società lo rende(va) certamente facile (o prevedibile) idolo giovanile.
Salinger avrebbe - dopo il certificato successo - potuto serializzarlo e, magari, uscire indenne dall’operazione.
Ci si può chiedere cosa spinse Susan E. Hinton a serializzare la sua narrativa. Ma la Hinton è un traguardo difficile, come i Ramones. La serializzazione ti rende di solito Federico Moccia, Moccia con meno successo (per l’artista musicale “mocciaesco” scegliete voi).
 
I libri di Salinger oggi non dicono più niente, o molto poco, a un giovane.
Ritengo che chi legge il capolavoro The Catcher in the Rye e non il resto del suo autore non abbia capito molto. Come ascoltare i Sex Pistols senza, almeno, un b-side ([5]).
 
Penso anche che attualmente Salinger vada letto di nascosto dai propri genitori: cioè asportando copia dalla libreria di famiglia senza farsi vedere.
Molti, sfortunatamente, avranno fra le mani solamente copia de Il giovane Holden (per di più recente e peggio ancora in Italiano, appunto) e dovranno arrangiarsi per il resto, anche con operazioni dubbie su siti Internet compiacenti.
 
Non posso, mi dispiace, raccontarvi il suono di una mano sola che applaude. Non è spiegabile.
Ma se siete arrivati fin lì siete sulla vostra, e quindi buona, strada.

 

 
                                                                                                                      Steg

 
 

 

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[1] Eh sì perché non sono curve a 45° ma a 180° quelle che percorro.
[2] Supplemento letterario al Corriere della sera. Non infrequentemente citato nel blog.
[3] Non al prezzo dell’edizione italiana, evidentemente.
[4] C’è un romanzo di Joseph Conrad intitolato An Outcast of the Islands, in Italiano la traduzione “reietto” può sembrare obsoleta, ma è corretta. Non è sinonimo di ribelle, ma può essere conseguenza di ribellione.
[5] Io scelgo “Satellite”.

venerdì 18 gennaio 2013

INVISIBILITÀ ARTISTICA CONTRO IL SOCIALMENTE CORRETTO


INVISIBILITÀ ARTISTICA
CONTRO IL SOCIALMENTE CORRETTO

 

Quando il blog che ospita i miei scritti era agli inizi, celebrai l’inutilità degli elenchi.
Ne sono ancora convinto.
 
Se prendete fra le mani un libro o un fonogramma ([1]) oggi essi debordano di “grazie” ([2]).
Pare ([3]) che Carlo Fruttero non li amasse questi ringraziamenti, non conosco la ragione ma condivido.
 
Tommaso Landolfi aveva chiesto al “suo” editore (Vallecchi, allora) di non mettere nulla su di lui, ovvero esigeva il risguardo di biografia bianco nelle copie dei propri libri.
Lo ammiro molto.
 
Una variazione sul tema dei ringraziamenti è la “colonna sonora” dello scrittore e/o del romanzo.
Non so a chi si debba questa idea, credo che in Italia responsabile, o meglio causa di fatto senza volontà in tal senso, per un suo successivo uso – erroneo in riferimento al romanzo e un uso sempre censurabile se riferito all’autore – sia Pier Vittorio Tondelli, il quale indicò una colonna sonora, trentotto canzoni, in coda alla conclusione del suo romanzo Rimini (un successo di vendite).
 
Che senso hanno i ringraziamenti ([4])? Nessuno.
Pensate a coloro che ringraziano il loro agente letterario: il loro agente lavora ed è pagato per quello.
Coloro che ringraziano moglie o marito (o analoga persona) perché li ha sostenuti o sopportati ([5]): cosa interessa ai lettori? Roba da rotocalchi rosa. Al più si dedicherà loro l’opera letteraria ([6]). Fra l’altro si rischia anche di minare la propria sfera di vita privata (e quella dei “ringraziati”).
 
Morale? Tutto questo daffare a descriversi e a fare gruppo mi sembra l’ennesimo, sgradevole esempio di come si sia circondati da persone che devono essere per forza sorridenti e in branco, incapaci di distinguere i “real friends” dagli “sham friends” ([7]) e desiderose di descriversi al prossimo per cercare compagnia ad ogni costo.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013 Steg, Milano, Italia.
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[1] I ringraziamenti nelle opere cinematografiche sono meno frequenti, forse perché i titoli di coda li seguono un pugno di spettatori
[2] Nel numero di domenica 13 gennaio 2013, se non vado errato, è comparso un servizio di due pagine su La Lettura (supplemento del Corriere della Sera) relativo a prologhi e ringraziamenti nei romanzi. Pare che Walter Veltroni nell’ultimo sia arrivato alla mezza dozzina di pagine dei secondi.
[3] Lo dichiara sua figlia Maria Carla nel libro La mia vità con papà che evidentemente ammicca con un cognome scritto in corpo triplo rispetto al suo titolo.
[4] Non sto scrivendo di pubblicazioni scientifiche o di ricerca o comunque saggistiche.
[5] Uso comune nei paesi anglosassoni pare in Italia semplicemente importato: lo fanno loro facciamolo anche noi!
[6] Sta bene la dedica a qualche persona, ma non l’elenco.
[7] In fondo un’epigrafe francisbaconiana che è fra le bandiere di questo blog e che copre tutto lo spettro dei dedicabili, inclusi quelli che dovrebbero seguire la dicitura: “non dedico questo libro a”.