"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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martedì 21 aprile 2026

FRA HESSEL E BENJAMIN (A Milano, senza “Saloni”) (Facebook Down Series – 243)

 

FRA HESSEL E BENJAMIN
(A Milano, senza “Saloni”)
(Facebook Down Series – 243)

 

Anni fa, pretesi di tentare, almeno, di buttare sul piatto l’abuso di una parola ([1]): flâneur.

 

Ho curiosità cicliche; indipendentemente da ciò, magari due lettori notarono che citai Walter Benjamin.

 

Questa settimana (20-26 aprile 2026) Milano è, come ogni anno, invasa dal Salone: che è del Mobile, ma sembra più elegante parlare di “design”.

 

Ovviamente tante persone che corrono su e giù, senza capire molto e guardando nulla (ma fotografando tutto).

 

Sono letteralmente annientato dalla recensione di Walter Benjamin dedicata a Franz HESSEL: Spazieren in Berlin, del 1929.
Data la mia pochezza di lettura nella lingua di Goethe, mi sono affidato a una ricerca minuziosa per trovare “delle” traduzioni della stessa.
Prudenzialmente, indico solo la fonte consultata, sebbene dovrebbe esistere anche altra edizione, per gli stessi tipi: Walter BENJAMIN, “Il ritorno del flâneur”, in Ombre corte – scritti 1928-1929, Torino, Einaudi, 1997, pp. 468-472.

 

Se curiosi, scorrete anche qui: https://publicdomainreview.org/essay/the-blinkered-flaneur/

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 23 marzo 2026

BERLINO, BLITZ KIDS E CCCP-FEDELI ALLA LINEA (Facebook Down Series - 232)

 

BERLINO, BLITZ KIDS E CCCP-FEDELI ALLA LINEA

(Facebook Down Series - 232)

 

Continuando nella lettura del libro sulla scena Blitz di Robert Elms ([1]), e data la inesorabilità della tavola sinottica anche per argomenti non storici per tutti, devo concludere che il “non è mai successo niente in Italia” affligge anche i due maître à penser Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni: arrivarono a Berlino con anni di ritardo.

 

Non che Steve Strange, Robert Elms, Rusty Egan et al fossero innovatori, ma lo riconoscevano (il debito weimariano, cum Christopher Isherwood, etc. era loro ben noto).

Peraltro, Elms e Chris Sullivan in quella fine 1979 tesaurizzarono una scritta letta nella – divisa – ex capitale tedesca: “Spandau Ballet”.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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sabato 10 gennaio 2026

MOONAGE DAYDREAM (film) (Diventa emotivo vedere filmati “di” David Bowie)

 

MOONAGE DAYDREAM (film)

(Diventa emotivo vedere filmati “di” David Bowie)

 

La sera dell’8 gennaio 2026 ho visto con piacevole interesse il documentario Moonage Daydream.

Sebbene ne abbia copia, mi era subito parso difficile da vedere su supporto audiovisivo: noioso scegliere le scene al piccolo schermo, ma anche impegnativo il film.

 

È un bel film, quasi obbligato per lo schermo d'argento.

È fatto di filmati. 

E i filmati ormai sono tutti carichi di emozioni, non quelle pochezze da niente ([1]) che costellano l’inutile quotidiano della gente che purtroppo devo incrociare.

 

Posso sorridere per una intervista del 1973, dopo aver ormai catalogato quelle tre canzoni in sequenza tratte dal film di D. A. Pennebaker su cui piango (stesso anno della intervista).

Non mi commuovo mai per ‘“Heroes”’ ([2]). La Berlino che fa male è quella di “Where Are We Now?”.

Rifletto sempre quando David Bowie (le fecce che apostrofano per solo nome le butterei nelle fiamme!) ricorda suo fratello.

 

Ammetto che non vedo nulla con occhio inesperto: il carico di letture rende gravida ogni re-visione (perché è anche revisione).

Vedo e anche rileggo quello che ho scritto al riguardo.

Rivedo e ripenso e rileggo e rivedo ... 

Mi chiedo quali le emozioni di chi poi è un artista che uno solo o milioni conoscono (inserite voi un nome, se volete).

 

Ho sorriso per le carte oblique “di” Brian Eno. Quanti le hanno riconosciute?

Rivedessi queste due ore abbondanti con un taccuino in mano, occuperei pagine e pagine.

 

Non ho dubbi: scrivo righe noiose.

Ma sono un poco come Sylvia Plath. Già.

Fine.

 

PS: “Rebel Rebel”: a Torquay, al juke-box dell’albergo, nell’estate del 1974.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Quella roba che tira ai funerali con la gente vestita da spiaggia o da montagna o da parkour e i palloncini e gli applausi alla bara, tanto per dare una idea.

[2] Virgolette in originale richiedono altre virgolette.

martedì 1 ottobre 2024

AMPELMANN: MILANO NON È BERLINO (Facebook Down Series – 68)

 

AMPELMANN: MILANO NON È BERLINO

(Facebook Down Series – 68)

 

Da qualche tempo, anche la semaforica milanese ha degli Ampelmann ([1]), ma mi paiono un poco tristi rispetto a quelli berlinesi.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

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venerdì 27 settembre 2024

DAVID BOWIE, BERLIN (AND ME) (Facebook Down Series – 66)

 

DAVID BOWIE, BERLIN (AND ME)

(Facebook Down Series – 66)

 

Finchè durano.

 

https://www.bbc.co.uk/sounds/play/m00230sd

 

https://bowieheroes.wordpress.com/other-artists/clare-shenstone/

 

https://www.youtube.com/watch?v=QWtsV50_-p4

 

Yours Truly:

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2014/05/berlin-ein-geisteszustand.html

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

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mercoledì 31 gennaio 2024

OLTRE IL MULINO NERO (il lusso dei poveri)

 

OLTRE IL MULINO NERO

(il lusso dei poveri)

 

Notizia di ieri, 30 gennaio 2024: il Ka.De.We. di Berlino in stato di insolvenza ([1]).
Diciamo che se non sapete cosa significhi questo acronimo e avete più di 50 anni di età un poco ve lo meritate.

 

Il lusso dei poveri è di facile definizione: consiste in quello che un povero può immaginare: il povero ha un tetto, oltre il quale non va.
Quello che la società attuale propone è appunto il lusso dei poveri.
Quindi “luoghi” come il Ka.De.We. (o Harrods, o …) non servono, bastano i centri commerciali.

 

Il tema di queste righe non è nuovo e un post addirittura fornisce il titolo per questo ([2]).

Ed i sogni ([3]) sono sempre più indotti dalla melatonina.

 

Chiudo con una canzone d'epoca, dei Decibel di Enrico Ruggeri (primo album ([4])): https://www.youtube.com/watch?v=l1v52T0kgEE.

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 

 

 

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venerdì 30 marzo 2018

COSA È LA LIBERTÀ NEL 2018?


COSA È LA LIBERTÀ NEL 2018?

 

Provo sempre un moto di disgusto quando penso al Muro, il muro di Berlino, die Mauer (femminile come “il Ponte” tanto amato da David Bowie). Un milione di bambini morti mi causa minor fastidio – fastidio, ripeto – del Muro.
Eppure! ([1]) nel 2018 vorrei andare a vivere a Mosca: a osannare Putin o a morire sotto le insegne di “un” Limonov: salmone affumicato troppo salato (forse), caviale vero (senz’altro), vodka (whatever!), eccetera.

 

Il capitalismo non ha più alcun dinamismo, i suoi lavoratori si sbriciolano le ossa in periferie “titine” ulteriormente travestite da socialdemocrazia (a brevissimo), senza più sognare l’edonismo reaganiano del compra oggi, paga domani che davvero significava pagare domani.
È la rivincita comunista? O la morte della democrazia sociale?

 

Di politica non capisco niente (pour cause), ma la politica ormai non è niente. Siamo tornati al “contro ordine compagni” – probabilmente  ma nessuno dà più la linea.
Dunque fedeli al nulla, ché i CCCP sono stati ben poco (rispetto agli introspettivi Prozac +: ci avete mai pensato?), ma almeno non parlavano della mamma ([2]).

 

È una Italia davvero triste e modesta quella che mi circonda: mi sono trovato circondato, dove le mamme (appunto) non muoiono mai e, infatti, ne parlano i Mannequin, che finiranno come i Velvet (chi? Certo! Chi, entrambi?).

 

Si affaticano i nostri politici, gente modesta, come tutti – i commentatori inclusi ([3]) – e nonostante la fatica nulla esprimono.

 

Ehi! Siamo arrivati ai DAF (o D.A.F. o Deutsch Amerikanische Freundschaft), beniamini di questo blog.
L’ultimo (o penultimo) merchandising dei DAF è da galera: l’artwork è quello della RAF (Joe Strummer: move over!), RAF-DAF: stelle rosse su fucili  mitragliatori, come quel Better (B)adge di fine 1978 che abbiamo comprato “tutti” (due, tre?), incoscienti come si deve essere a quella età, a Londinium 39 anni fa.

 

Ma gli è che il “nemico” (sic! E scusate le troppe virgolette) è sbagliato, se ancora esistente.
Lo “sceriffo” DAF-iano è ormai un conglomerato williamgibsoniano apolitico (e forse non apocalittico): Walmart senza remore di correttezza (imposte, le remore?) la Corea del Nord che bacia giudaicamente il primo – ebreo – Marc Zuckenberg che trova.

 

Dunque fra una ipoteca che sarà la sola eredità che i vostri figlio e/o nipoti accetteranno scelleratamente senza beneficio di inventario e una coleridgiana rata, inestinguibile quanto ad interessi, per una automobile e/o un telefono e/o un frullatore e/o un passeggino per un figlio forse mediocre probabilmente non voluto almeno “in quel momento”, vi ([4]) troverete anche con un nulla (di) fatto di scarpe non risuolate (o non risuolabili, Quale è peggio?), consolle per videogiochi inutili e prive di valore, lettori digitali di non-libri che quindi non hanno “dentro” libri. Ma nemmeno ve ne accorgerete.

 

E così, Jeff Beck che nel 2016 alla Hollywood Bowl si inventa o quasi una “The Revolution Will Be Televised” (G. S.-H. chi? Gil Scott-Heron chi?, Di nuovo) appare privo di pubblico sciente, sebbene “commanding through loudspeakers” (do you Banshees?).

 

Se non è gloria, non passa nemmeno.
A Hackney non ci vai, se non hai voglia di mangiare anguilla.  

 

Non avete capito nulla? Meglio, la libertà non vi manca, perché non la conoscete.
Comunque, l’ultima volta che sono andato a Berlino mi sono fatto regalare, si era a Kreutzberg, un Opinel: tecnologico (manico di plastica gialla, non di legno) e individualista: ché io cadrò con l’arma bianca in pugno (e libero a ogni prezzo).

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

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[1] Troverete più esclamazioni del solito in queste righe.
[2] N parlerà Massimo Zamboni una trentina di anni dopo in Nessuna voce dentro, Torino, Einaudi, 2017.
[3] Antonio D’Orrico, che mi sta visceralmente antipatico per il suo protagonismo, ha due palle che un Romano si farebbe regalare. Ma D’Orrico scrive di “libri”, rectius letteratura).
[4] Son troppo generoso? Qualcuno di voi, allora.

mercoledì 24 giugno 2015

PANEM ET CIRCENSES – 3 (Berlìn)


PANEM ET CIRCENSES – 3
(Berlìn)

 

Un post cui sono molto affezionato è quello a proposito di Berlìn (si pronuncia con questo accento in lingua tedesca): http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2014/05/berlin-ein-geisteszustand.html.

 

Ho l’impressione che non poche persone scrivano su questa città anche se, apparentemente, scrivono d’altro. L’autore di questo post è – per quanto mi risulta – il più autorevole commentatore delle canzoni di David Bowie. Giudicate anche voi:
https://bowiesongs.wordpress.com/2015/06/24/where-are-we-now/

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2015 Steg, Milano, Italia.

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lunedì 14 luglio 2014

L’IDIOTA DI IGGY POP


L’IDIOTA DI IGGY POP

 
L’idiota di Fëdor Michajlovič Dostoevskij è un’opera ponderosa, secondo la common opinion per cui “i Russi scrivevano tanto dato un clima non benevolo”.
 
The Idiot, formalmente album di Iggy Pop, ma per tutti coloro che hanno approfondito una gemma (per me un capolavoro) berlinese di Iggy Pop e David Bowie, è ancora legato alle durate viniliche e, essendo singolo, nominalmente tanto impegnativo quanto altre centinaia di LP pubblicati nel 1977.
L’immagine di copertina è ispirata a un quadro riconducibile alla corrente pittorica die Brücke: Roquairol di Eric Heckel.
 
Una sera, sfogliando il numero del mese corrente (quale non ricordo) di Musica 80 arrivai a un articolo scritto da Maurizio Bianchi ([1]) in tema di afterpunk.
Quindi, alla luce della abat-jour scorsi i dorsi del vinile della mia discoteca ed estrassi un copia promozionale ([2]) di The Idiot. Era ancora inviolata.
 
Credo sia uno dei casi in cui la parola epifania possa essere da me e per me usata senza tema di smentita.
Grazie a Maurizio Bianchi.
 
Recensire l’album dopo 37 anni non ha senso.
Non scriverne è indice di mancanza di senno.
Quoi faire?
 
Qualche puntino sulle i.
Non ci sono più The Stooges. Altrimenti i suoni sarebbero stati rabbiosi ma vecchi.
 
Per i più piccoli: andate a cercare da qualche parte “La lega umana”, Sheffield senza lame e con già tastiere (zero chitarre ([3])), e scheggiatevi le unghie per estrarre quel gioiello che è “Medley: Rock ‘N’ Roll/Night Clubbing”. Brividi? Me lo auguro.
 
Adesso, sbavatevi il mascara (se ne avete) e andate a sudare per e con “Nightclubbing” cantata da Grace Jones.
 
Per il resto, se siete pigri vi basta Wikipedia.
 
Morchia di catena di trasmissione di motocicletta, scintillio di lame fuorilegge al chiaro di luna futurista, jeans (se del caso) ballardianamente copulati, eccipienti sintetici (not in my backyard, but if you like them I don’t judge you).
I ragazzi dum dum surfano onde macchiate di petrolio.
 
Gli anni settanta erano – finalmente e anche – loro morti.
Davanti a noi non c’era che presente. Allora ci bastava.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Rinvio al post  “Note sul punk in Italia e a Milano” alla nota 9 e testo ivi.
[2] Omaggio di un oscuro giovane giornalista, insieme a Marquee Moon dei Television. Lui preferiva – ancora e irrimediabilmente – l’ovvio liverpudiano e si era disfatto volentieri di quei due dischi (anche da lui ottenuti gratis) e, udite udite, stampati in Italia.
[3] Si pubblicherà mai il loro post?

domenica 25 maggio 2014

BERLÌN (ein Geisteszustand)

Berlin Tempelhof


BERLÌN
(ein Geisteszustand)



Uno stato mentale diverso dall’usuale. Uno stato mentale urbano.
Più di 1 stato mentale urbano: quanti se ne possono avere? Dipende, io sono una persona da città, ne conto 2 molto forti di stati mentali urbani e qualcun altro meno intenso, comunque sempre certo e indelebile.
 
La canzone di Billy Joel – di cui rileva il titolo e non il contenuto – si intitola “New York State of Mind” ([1]). Ma qui provo a scrivere di Berlino, meno distante geograficamente di Gotham City, ma con altri ostacoli, a partire da quello linguistico che - per la nostra notoria incapacità di percepire le differenze non evidenti - induce a minor sforzo e a fare un unicum di tutta la Germania, mentre Berlino con il resto della Germania non c’entra più molto da quasi 70 anni.
 
Fine della premessa ([2]) a questo enorme schizzo.
 
 
L’accento va sulla lettera “i”, non è un dettaglio.
 
Credo che David Bowie non sia comprensibile appieno a chi non ama Berlin.
Ci sarebbe da domandarsi – non mi risulta qualcuno se lo sia domandato – se Berlin o già “Berlin” di Lou Reed abbiano influenzato Bowie per lo meno nella sua scelta di trasferirsi in questa capitale ([3]).
Non limitatevi al dato cronologico, per favore e, per assurdo, nemmeno a quello geografico: in una intervista del 2006 Reed dichiara di non essere mai stato nella capitale tedesca ([4]).
Senza, evidentemente, dimenticare Iggy Pop ([5]), come si vedrà.
 
Devo anche precisare che chi arriva per la prima volta a Berlin (di nuovo mi raccomando la “i”) oggi, non ha modo di capire molto della sua storia recente: i cambiamenti si notano solo conoscendo il prima che non esiste più.
 
Anche perché Berlin è come Düsseldorf (o viceversa), cioè due città poco considerate ([6]) se non dai proto-punk e dai primi “eroi” (cfr. clothes for heroes).
Chi, nel 1972, andò a leggersi Christopher Isherwood dopo aver visto al cinema Cabaret di Bob Fosse?
Chi, nel 1977, visitò la città natale dei Kraftwerk dopo il successo di “Trans Europa Express” ([7]) ([8])?
 
Nel 1986 le barriere nella stazione di metropolitana dello Zoo mi parevano come le paratie per tori e cavalli selvaggi nei rodeo.
Era stata una visita fugace, d’estate, arrivando da quella autostrada in cui era meglio non fermarsi che attraversava la “Germania dell’est”. Ricordo una bibita al tavolino all’aperto di un bar lungo la Ku’damm ([9]).
 
Quando per le mie vacanze natalizie scelsi Miami Beach fui trattato ([10]) come un eccentrico o peggio, era il 1987.
Qualche anno dopo non ebbi maggiori consensi per le mie visite invernali alla non più squartata Metropolis ([11]).
Molto fango nella Ebertsraße, fra la Brandenburger Tor e Potsdamer Platz ([12]), e poi tutti quei grovigli di tubi (spesso dipinti di rosa) sopraelevati ([13]).
 
Però con Berlin occorre prima o poi fare i conti, nella propria vita. Oppure non li si fa, come non li si fa con New York City ([14]), e un certo giorno è troppo tardi.
Se non li avessi fatti non scriverei (o non potrei scrivere ([15]) queste righe).
 
L’ordinata – nelle procedure – capitale ha una doppia rete di metropolitana, ma i convogli si confondono nelle tratte in cui la U-Bahn è sopraelevata come la S-Bahn.
No, non sto scrivendo una breve guida alla città, il fatto è che l’Atene della Spree ([16]) ha la rara caratteristica di avere tratte gradevoli (o intellettualmente interessanti) anche quando si viaggia in vagoni, come testimonia “The Passenger” di Iggy Pop.
 
Un vantaggio della città è che non soffre di quella triste patologia che sono gli anni sessanta: Parigi e Londra, che non sono cambiate molto se non in peggio ([17]) nei loro centri extra-finanziari ([18]), subiscono ancora gli ultimi postumi, rispettivamente, di sessantottismo e di swingite ([19]).
Qui quel decennio è forse quello meno gradito del secondo dopoguerra.
 
Oggi il muro (“die Mauer” ([20])) per la massa è poco più che un ruvido pseudo-monumento turistico da portarsi a casa: si vendono ancora “pezzetti di muro” ([21]) e vedere quelli che li comprano ora mi fa l’impressione di vedere coloro che compravano gli LP postumi di Jimi Hendrix autografati dal deceduto.
Ma vi assicuro che un poco lo si percepisce ancora, in certe zone.
Il punto della città che preferisco? Di fianco al severo e vigile Adlerkopf ([22]) del vecchio Berlin Tempelhof.
 
E la musica? Beh, evidentemente un poco di confusione esiste, per lo meno in quanto la scena punk e successive derivate occidentali e quelle omologhe orientali erano, appunto, separate.
Poi c’è “tutta la scena techno” che si può riassumere volendo nella parola Tresor e che in qualche modo è – fra il 1991 e il 2005 – un “ballare in faccia all’avversità” ([23]) passata (ed ormai definitivamente (?) conclusa) e all’incerto futuro.
 
Come è capitato, raramente, per altri post, credo necessitino degli “apparati”, ovviamente soggettivi.
Evidentemente chi conosce almeno elementarmente la lingua tedesca in queste righe può solamente trovare un altro punto di vista e, quindi, le indicazioni che fornisco sono – di nuovo – al più alternative.
Con tre precisazioni preliminari:
1) Trabant significa satellite;
2) U2 è per me sempre e solo la linea 2 (rossa) della metropolitana sotterranea (U appunto);
3) nonostante tutto non sono ancora riuscito a vedere Der Himmel über Berlin ([24]) di Wim Wenders.
 
Partendo dalla letteratura, per chi ha velleità trascendenti ciò che ho scritto l’inizio può essere il volume, oltre mille pagine, di Alexandra Richie, Faust’s Metropolis – A History of Berlin ([25]).
Altri libri possono essere il pre-9 novembre 1989 Der Mauerspringer ([26]) di Peter Schneider. Sempre con la città divisa e solo parzialmente ambientato ivi The Boy Who Followed Ripley di Patricia Highsmith ([27]). Ricordo anche The Innocent di Ian McEwan.
Un’antologia intelligente, che combina cronaca e narrativa sulla sera cruciale, è Die Nacht, in die der Mauer fiel ([28]), curata da Renatus Deckert dove ancora una volta si precisa a più riprese che il muro non cadde fisicamente.
Per chi legge almeno il Francese, esiste un numero monografico (il 625) della rivista letteraria Les Temps modernes dal titolo Berlin mémoires. Sempre d’oltralpe è l’opera narrativa di Oscar Coop-Phane Berlin demain.
 
Per la musica tutto si fa più complicato per una ragione banale: musica delle rive della Spree non significa musica di suoi nativi. Inoltre, esistono delle ripetizioni.
Una ritenuta fondamentale, ma rara, antologia in CD è Als die Partisanen kamen. Forse più semplice è trovare Berlin 61-89 Wall Of Sound (un doppio CD). Depurando da tutto il non “locale” (ma non ha senso in quanto si tratta di un lavoro fondamentale) si veda un altro doppio compact: Verschwende deine Jugend. Non semplice da reperire il CD più DVD Berlin Super 80. Per “adiacenza concettuale” indico anche il libro Berlin Sampler di Théo Lessour che analizza una serie di opere musicali “berlinesi”.
Passando ai singoli artisti, fra i tedeschi sono da citare per lo meno Nico ([29]), Malaria!, Einsturzende Neubauten, i parzialmente berlinesi Liaisons Dangereuses.
Rispetto a tutta la scena del Tresor, a parte le molte compilation realizzate dal locale medesimo, necessario e sufficiente è il già citato documentario Sub Berlin – The Story of Tresor che oltre al DVD consta anche di un CD.
Quanto agli stranieri, per David Bowie sono essenziali ([30]) i “soliti” tre album: Low, “Heroes”, Lodger e la canzone “Station To Station” ([31]), mentre per Iggy Pop The Idiot e Lust For Life. Provocatorio il Rock Around The Bunker di Serge Gainsbourg.
La distanza fra le influenze di una sola parola è udibile in Live in Pankow dei CCCP rispetto a Florence In Silence dei Pankow ([32]).
 
Per il cinema, a fianco di Metropolis cito espressamente soltanto One, Two, Three di Billy Wilder, Good Bye Lenin! e il recente Oh Boy.
 

Aggiungo un bonus: non mi risulta che sia disponibile ufficialmente, e su You Tube è diviso in 5 parti. Si tratta di David Bowie An Earthling At 50, andate alla “part 3” (https://www.youtube.com/watch?v=oXOnANBUT2o), intorno a 1’45” per un paio di minuti importanti.
 
In conclusione, non solo “Where Are We Now?” ([33]), ma anche e sempre where are YOU now?
 
 
                                                                                                                      Steg
 
Berlino ai tempi del Mauer con l'indicazione dei vari settori
 
Variazione sul tema Berlino ai tempi del Mauer
 
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[1] Reperibile anche in qualche sua antologia, apparve nell’album Turnstiles, che significa “tornelli”: quelli della metropolitana.
[2] La mia narrativa soffre di tanti e tali difetti che siamo al non pubblicabile, se non fosse che il prezzo dell’inedito mi sembra troppo alto sia per l’autore, sia per i lettori.
[3] Questo post rientra fra quelli che mi fa piacere scrivere, ma che non sono semplici in quanto meditati. Il risultato è che questa considerazione precede di mesi la morte di Lou Reed.
La canzone fa parte del primo album solista, eponimo, di Reed (1972), mentre il long playing dal medesimo titolo è dell’anno successivo: sebbene fra loro stia Transformer (prodotto da Bowie), va considerato come la canzone sia anche l’ispirazione dell’album cui dà il titolo e che “apre”.
[4] L’intervista, televisiva e di circa 67 minuti, è nota come “Lou Reed joined Anthony DeCurtis at 92Y on September 18, 2006”, l’ho reperita come: http://www.youtube.com/watch?v=Ms4V0faf94M. Per esattezza il programma dovrebbe intitolarsi “92 Street Y”.
[5] Incidentalmente: Ian “Curtis’s obsession with Germany – according to his wife Deborah, their wedding fetured a hymn sung to the tune of the German national anthem [più che verosimilmente si tratta di “Das Lied der Deutschen”, che quasi tutti sono soliti ricordare con l’incipit “Deutschland über alles”, NdA] – stemmed partly from the Berlin chic of his glam heroes, Reed, Pop and Bowie” scrive Simon Reynolds nel suo libro Rip It Up and Start Again-Postpunk 1978-1984 (pag. 183).
La paternità dell’espressione post punk è peraltro solitamente attribuita a Jon Savage al tempo in cui scriveva per il settimanale musicale Sounds e si fa risalire già alla fine dell’anno 1977.
[6] La Germania tende ad essere poco considerata, ed anche un poco insultata quando non si sanno distinguere i tipi di birra o di wurst.
[7] Che tutti o quasi conoscono nella versione in lingua inglese “Trans Europe Express”.
[8] Dalla stessa città arrivano anche Neu!, Deutsch Amerikanische Freundschaft, Die Krupps, …
[9] Io e il mio amico MZ ci stupimmo: le donne non si depilavano le gambe.
[10] Senza scomodare l’oceano d’inverno.
[11] Perché se NYC è Gotham City, è altrettanto chiaro che Fritz Lang è fedele alla madrepatria quando immagina il suo Meisterwerk.
[12] Qualche immagine (talvolta accelerata) dello stato della presto nuovamente capitale della riunita nazione tedesca si rinviene nel documentario SubBerlin – The Story of Tresor.
[13] Che servivano, e servono, per pompare l’acqua (dato che la città ha una falda molto vicina alla superficie) ogniqualvolta si costruiscono degli edifici.
[14] Questa è una prospettiva più oggettiva di quella in premessa.
[15] Non essendo io un artista.
[16] Il fiume della città.
[17] Ho un’età per cui posso rimpiangere “il” Drugstore (nome corretto drugstore Publicis) che guardava sulla piazza a Saint-Germain-des-Prés a qualche passo dalla Brasserie Lipp.
Credo lo copiò un poco (insieme ad altro) Elio Fiorucci quando aprì in Via Torino a Milano.
[18] Scelte diverse: La Défense tutta fuori, mentre i grattacieli gomito a gomito con la vecchia City.
[19] Potrei divertirmi a scrivere di ciò.
[20] Muro è sostantivo di genere femminile in Tedesco.
Lo è anche Brücke: per chi si voglia sforzare e andare a vedere il museo.
[21] Un piccolissimo frammento è contenuto nel cofanetto Tesori della patria dei Disciplinatha.
Io ne ho anche due frammenti avvolti in carta stagnola come fossero caramelle: l’idea di un giornalista italiano che “era là” quando fu abbattuto il muro – curioso tutti parlano di “caduta” come se fosse crollato per eventi naturali – e li regalò a una sua festa quando tornò (non partecipai, me li portarono).
[22] Der Adler e der Kopf: ancora due cambi di genere.
[23] Si tratta del titolo di uno dei due CD che costituiscono una fondamentale antologia della newyorkese ZE Records.
[24] Pur disponendo anche dell'edizione Criterion.
[25] Di cui esiste anche l’edizione italiana: Berlino, storia di una metropoli.
[26] Edizione in Inglese intitolata The Wall Jumper.
[27] Fa parte della “saga” di Tom Ripley la quale, fra l’altro, è caratterizzata da una discreta ambiguità sessuale molto “berlinese”.
Il titolo italiano del libro è eccessivo: Il ragazzo di Tom Ripley.
[28] Tradotto in Italiano con il titolo identico de La notte in cui cadde il muro.
[29] Oltre alla sua versione di “Das Lied der Deutschen”, si vedano tutte le sue canzoni cantate nella madrelingua contenute nel doppio CD The Frozen Borderline – 1968-1970.
[30] Più una aggiunta di chiusura.
[31] In qualche modo “compilati” nella colonna sonora del film Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo, tratto dall’omonimo libro di Christiane Vera Felscherinov, con l’aggiunta anche di “Stay” e “TVC15” tratte dall’album Station to Station e una versione bilingue del simbolo “Heroes”-“Helden”.
[32] Di Garbo e Enrico Ruggeri ho già scritto altrove.
[33] Che si riflette nel sottotitolo, precedente a questa canzone tratta dall’album di David Bowie The Next Day, del mio blog.