"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 29 novembre 2024

POLEMISTA IO? (Facebook Down Series – 90)

 

POLEMISTA IO?

(Facebook Down Series – 90)

 

Non pare sia cambiato molto …:

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2013/12/modernisti-e-vecchi-mod-futuristi-e.html

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 31 luglio 2024

IL MIO AMICO CHAINSAW

 

IL MIO AMICO CHAINSAW

 

Dato il periodo townshendiano, sistemo qualche pensiero (certi eventi qui descritti sono già in alcuni post qui citati).

 

L’amico è Billy Houlston, noto come “Chainsaw”.
Su internet dovreste trovare riferimenti biografici: servono?

 

Billy, un giorno, decide di svoltare e ... Diventa l’anima mediatica di Siouxsie and the Banshees.
Nel frattempo Yours Truly giunge al 1981 e, come noto anche ai farisei, a Londra (vecchio per seguire la legione brandoniana del Teatro dell’odio, ma non dimentico ([1]) si guadagna i galloni di Steffàno (due effe e accento sulla “a” ) come unico italiano nei ranghi della Guardia Bansheeiana.

 

Ma occorre arrivare all’anno 1982: “You must be Steffàno xxxx” mi apostrofa con voce nasale Billy, capelli quasi a spazzola (credetemi) backstage pomeridiano allo Hammersmith Palais. E mi informa, anche, che John McGeoch è ... Indisposto e alla chitarra è di nuovo Robert Smith.
Due concerti molto belli ma algidi, e si consideri che: a Milano mesi prima ero un AAA benedetto da Dave Woods (fate le vostre ricerche) e poi le session di settembre (mcgeochiana ... ([2]) ([3])).

 

Intanto, io sono sempre sotto l’ala protettiva e oltre di Tony Selinger e sua (moglie poi. ... RIP) Loya.
Grazie, altri due fratelli maggiori.

 

Beh si approda al totemico 1984 ([4]) e – non so come – combino un early dinner con Billy. Che arriva con 105 minuti di ritardo, mi pare.
Mi rammentano, spesso, di non ricordarmi di eventi che mi riguardano, ma ho ancora ben presente quando Billy al ristorante (direi indiano, siamo sempre andati all’indiano e per me ordinava lui. Infatti non vado mai al ristorante indiano, manca Billy) mi disse che S&TB non davano la fiducia che mi davano a tutti.
Probabilmente la cena si svolse dopo i primi due concerti londinesi dello Hyæna Tour (cominciarono a presentarmi i chitarristi).

 

Estate londinese.

 

E Townshend?
Beh Billy abitava agli White City Estates, in Bloemfontaine Road (ma magari mi sbaglio).
E “Rough Boys” ...
Comunque, la prima volta che andai a casa di Billy lui ancora non era rientrato: mi accolse Yana Yaya e vi assicuro che era “superstar” anche per chi non conosceva i Sigue Sigue Sputnik (del resto ancora di là da venire).

 

Negli anni con Billy mai uno sbrego, certo ci vedevamo poco.

 

Billy è un grande artista: un aneddoto che mi raccontò è di quando per sua sorella minore (mai da me conosciuta) realizzò un disegno (Batman mi pare) che vinse un concorso e lei per mesi temette di essere scoperta e punita.

 

Fu grazie a Billy che io e VM ([5]) fummo in guest list con un qualche pass alla Brixton Academy, per il concerto natalizio quando i Suicide Aprirono per S&TB.

 

Uno dei due (facciamo tre se volete, ma allora sono due con Exxxa) più belli, siccome non inutili, fine anno più piacevoli della mia vita fu da Billy, la sua fidanzata, un amico loro imbalsamatore di mezza età.
Ricordo giochi da tavolo dopo cena.
Lo stesso giorno mi ero comperato il primo Barbour e, mi pare, un paio di “Jodhpur boots” di Johnson’s ([6]).

 

Fast forward.
Io e Exxxa siamo a Londra ...
Siamo a Londra per lo Seventh Year Itch Tour di S&TB.
Dettaglio: io indosso al concerto la mia camicia di Boy, quella (rossa) che mi ri-comprai ad agosto 1978 siccome la mia originale (nera) la avevo scambiata per il mio primo chiodo e una maglietta.
Usciamo a pranzo con Billy, un posto scelto da lui, a Soho.
Prima di salutarlo gli presentiamo il “nostro” Sxxxxxxo e io dissi a Billy: “You are his ‘Third Uncle’”: lui capì i tre livelli della frase.

 

Eccetera, per ora.

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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sabato 27 luglio 2024

TOWNSHENDIANA

 

TOWNSHENDIANA

 

Premessa: (magari già lo ho scritto?) comprai una Rickenbacker ([1]) black body per festeggiare - mera scusa - il superamento dell'esame di stato, ero diventato “dott. proc.”.
Prezzo? Un palo, anno 1988.
Suggeritore Sergio Scatenato, venditore Tibbi.

 

Io per Pete Townshend ([2]) ho un timore reverenziale E entusiastico.

 

Come noto, ho una emorragia intellettuale per “Pinball Wizard” ([3]).

 

Ma per spiegarmi, nel senso che nessuno mi spiega ([4]).
Esiste solo “Behind Blue Eyes” ([5]): distruggi la casa a pugni nudi e le nocche non sanguinano abbastanza.
Non rileva come prosegue.

 

(…)

 

 

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martedì 23 luglio 2024

PETER E PETE (una mezza recensione costretta)

PETER E PETE

(una mezza recensione costretta)


 

Ho ricevuto la copia di King Mod ([1]) ordinata oltre nove mesi fa.
È la biografia di Peter Meaden ([2]).

 

In effetti è la seconda biografia dedicatagli: la prima è quella, quasi fantasma, di John Hellier e Pete Wilky. Ne ho copia.

 

Il titolo del libro sembra sia stato suggerito da Pete Townshend ([3]).

 

Non credete a chi vi racconta altro: i compratori di questo libro saranno molti di quelli che già posseggono una copia (o possedevano) della intervista editata - che costituisce la spina dorsale di King Mod – pubblicata sul New Musical Express del 17 novembre 1979.

 

Il libro è carente sia di indice, sia di indice dei nomi.

 

Ci si diverte a segnare quanti libri si hanno della bibliografia: non mi lamento.
Bibliografia per certi versi prevedibile: io avrei aggiunto almeno un titolo: Jeremy Reed, The King of Carnaby Street ([4]) che racconta la storia di John Stephen ([5]).

 

Per il banale, leggete altrove.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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domenica 7 aprile 2024

IL MARE “FUORI STAGIONE”? (Facebook Down Series - 27)

 

IL MARE “FUORI STAGIONE”?

(Facebook Down Series - 27)

 

Il mare “fuori stagione”?

 

Beh prima di Enrico Ruggeri, Pete Townshend con Quadrophenia: https://www.youtube.com/watch?v=-B6iJPOI0b8

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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sabato 24 aprile 2021

“… BEFORE I GET OLD” (Tombstone series – 69)

 

“… BEFORE I GET OLD ([1])

(Tombstone series – 69)

 

Ancora cerco di evitare “un’adultità insipida e infelice, dove la strategia di sopravvivenza è la rassegnazione” ([2]).

 

Strategie esistenziali differenti, appunto ([3]).

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Pete Townshend, da “My Generation”.

[2] Diego DE SILVA, prefazione a A. SILLITOE, Sabato sera, domenica mattina, Roma, Minimum Fax, 2010, p. 11.

[3] Le citazioni mi hanno obbligato alle note, altrimenti assenti da questa serie.

giovedì 4 marzo 2021

NELL’ETERNITÀ ANTEMICA

 

NELL’ETERNITÀ ANTEMICA

 

Chi conoscesse il finale de “The Purloined Letter” di Edgar Alla Poe ([1]) si potrebbe fare una risata, a ragione.

 

A tarda sera mi si sono appaiati alla mente due fra i più grandi, perché pretesi, equivoci della storia del rock and roll.
Inverto le date e parto dal 1973, luglio, il giorno 3, allo Hammersmith Odeon di Londra David Bowie di chiara che ([2]) quello era stato il “loro” ultimo concerto. Ai media che poi è essenzialmente la stampa, conviene venderlo come la fine della sua carriera musicale mentre oggi ormai anche un cretino sa che con quel “we” non si usa il plurale maiestatis ma si tratta della normale prima persona plurale e quindi si stanno “seppellendo” solo gli Spiders From Mars (ma non Mick Ronson) ([3]).

 

Si va ora indietro di otto anni, 1965 ([4]) per il verso che fissa il genere (è un genere?) musicale che copre mezzo ventesimo secolo senza discussioni di sorta (volete forse discutere con Lou Reed?): “I hope I die before I get old” (“My Generation”, 1965). Una strofa, nemmeno un ritornello, scritta da Pete Townshend ([5]). Strofa di cui fu, era, è e sarà sempre riconosciuta la portata assoluta ma con il passare degli anni anche la valenza impietosa della sua paternità. Ma davvero? Chi decide quando si diventa vecchi?
Moltissimi hanno dimenticato, o magari anche solo non conoscono quella frase cui fu aggiunto un “question mark” ([6]) per non uccidere il successo commerciale di Peter Pan: “To die it will be an awful big adventure”.
Ecco l’equivoco: perché Townshend un centesimo di secondo prima di morire, e solo allora, diverrà vecchio.

 

Rimane tutto un po’ ambiguo, incluse queste righe: pensateci.
La voce narrante è quella degli Spiders che sciolgono la band quando i kids hanno ucciso the man. Eppure è il contrario.
Tutti questi vecchi, creativamente sterili: dalla nascita o anche solo dalla fine della propria gioventù biologica e intellettuale che almeno nei momenti più squallidi (che mi sembra stiamo aumentando vertiginosamente) a Townshend in fondo invidiano tutto, in particolare il 1965.

 

Fuori tema (apparentemente): e Syd Barrett?
Credo che lui si sia messo “di lato” nelle ali di quinta del palcoscenico senza calcolo alcuno, sebbene recentemente una fonte autorevole abbia dichiarato che egli incassava ben oltre un milione di sterline l’anno per proventi dovuti ai suoi diritti d’autore.
Accadde perché la band (Pink Floyd) aveva “sciolto” lui, e lui scomparendo aveva sconfitto Chronos sebbene a un prezzo umano impossibile.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Allan è il cognome adottivo.

[2] Of all the shows on the tour this particular show will remain with us the longest, because not only is it the last show of the tour, it’s the last show we’ll ever do”.

[3] Ci fu peraltro anni dopo una breve reunion della band.

[4] Ma concettualmente quasi senza muoversi: si cfr. Pin Ups di David Bowie del 1973.

[5] Peraltro autore anche della stragrande maggioranza delle musiche del suo gruppo The Who.

[6] Senza “Misterianti” e senza – non dico 96 ma almeno – una lacrima.

martedì 28 febbraio 2017

NIK COHN (non “Nick”) (Sketches series - 27)


NIK COHN (non “Nick”)

(Sketches series - 27)

 

Sviste a parte, nella mia biblioteca capita che di certi libri abbia due copie (della stessa edizione). Per quanto riguarda Nik Cohn tutto si fa più complesso, ma per quanto qui rileva ho due copie ciascuno del primo e del secondo libro forse essenziali per chi ha una cultura incentrata sul rock ‘n’ roll e quindi sui giovani. In realtà si tratta di un libro e mezzo, o di tre. Vedo di spiegarmi.

 

Al sodo: Arfur Teenage pinball queen è un romanzo, seppur breve, pubblicato nel 1970 ([1]) che in qualche modo fissa tutto e potrebbe essere (depurando il secondo da tutte le parti, molte, esplicitamente erotiche e financo pornografiche) reputato anche il predecessore di The Wild Boys di William Burroughs (uscito nel 1971).

Il titolo dice tutto: la giovane Arfur è una ragazzina fuoriclasse del flipper (“pinball”, appunto).

Cohn, giornalista musicale, in qualche modo con una strizzata d’occhio dice che è lui, ed è vero, l’ispirazione di “Pinball Wizard” di Pete Townshend, contenuta nell’album Tommy, o meglio nella sua versione definitiva: del resto è proprio un personaggio di Arfur a dichiararsi il commissionatore dell’opera rock townshendiana ([2]).

 

La non facile reperibilità, per molti anni, di Arfur o anche solo la non conoscenza della sua esistenza sposta l’attenzione sul regesto (o antologia) che è Ball The Wall, uscito direttamente come tascabile nel 1989 ([3]), sottotitolato Nik Cohn in the Age of Rock, che contiene sia parti del romanzo del 1970 sia del libro che segue.

 

Ma la verità è che non “il” ma “uno” dei libri da comodino di più di una voce autorevole – ad esempio di Richey Edwards, l’autore di testi più apprezzato dei Manic Street Preachers – è Awopbopaloobop Alopbamboom: the Golden Age of Rock del 1970 che è, peraltro, l’edizione britannica di Rock from the Beginning dell’anno precedente.

Il risultato è che l’edizione probabilmente più affidabile (sebbene priva di fotografie) è quella pubblicata da Da Capo Press ([4]) con il titolo dell’edizione inglese e una nuova prefazione dell’autore.

Il volume consiste in una raccolta di articoli di Cohn che tracciano il ritratto di alcuni artisti o generi; per tutti valga lo scritto: “England After The Beatles: Mod”.

 

L’autore londinese (classe 1946), cresciuto però nell’Irlanda del nord, non si ferma qui (oltre ad aver esordito come autore letterario nel 1967 con un altro romanzo, il cui protagonista è anche menzionato in Arfur: si tratta di I am Still the Greatest Says Johnny Angelo).

Almeno altre tre sue opere sono da citare.

 

Innanzitutto la, all’epoca negletta (ricordo copie invendute in un negozio di King’s Road nel 1977-1978), opera visuale di Guy Peellaert Rock Dreams (1973), per la quale Cohn curò i testi.

Probabilmente molti conoscono alcune delle immagini dell’artista belga, senza sapere chi egli fosse e che a lui si devono le copertine, fra l’altro, di un album di David Bowie (Diamond Dogs), di uno dei Rolling Stones (It’s Only Rock ‘n Roll) e di uno di Etienne Daho (Pour nos vies martiennes).

Una ristampa per i tipi di Taschen nel 2003 gli ha reso in parte giustizia.

 

A seguire, piaccia o meno, senza di lui non sarebbe esistito il film Saturday Nigh Fever.

Tutto, infatti, trae origine da un suo lungo articolo pubblicato sulla rivista New York nel numero del 7 giugno 1976 ([5]).

 

Infine – in ordine cronologico – forse per mio gusto personale, occorre non trascurare The Heart Of The World (1992), libro dedicato alla arteria stradale non più famosa, ma certamente più significativa sotto un profilo artistico di Manhattan: Broadway (e aree limitrofe). A quanto mi risulta, è l’unica opera dell’autore tradotta in Italiano: Broadway – Storie dal cuore del mondo ([6]).

Tendo ad associarla ad altro pregevole lavoro di ricerca, questa volta a spettro geografico leggermente più ampio (sebbene il respiro dei due testi non sia molto differente), di Jerome Charyn: Metropolis: New York as Myth, Marketplace and Magical Land del 1986 ([7]) dedicato alla “griglia” manhattanita ([8]).

 

Cohn ha scritto poi anche altro e, secondo un articolo del 2 dicembre 2011 di Mark Rozzo pubblicato dal New York Times, starebbe (stava?) lavorando a un’opera narrativa che potrebbe arrivare a 5.000 pagine provvisoriamente intitolata Dirty Pictures.

Chissà.

 

 

NOTA REDAZIONALE

Con modifiche minime (note aggiunte e correzione di qualche errore tipografico), il post riproduce quello commissionatomi da Magazzini Inesistenti (http://www.magazzininesistenti.it/) di cui ignoro la sorte.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

Dedica su pagina di guardia ai genitori 
in copia della prima edizione de I am Still the Greatest Says Johnny Angelo 
     (sottostante occhieggia Arfur)

 

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[1] London, Weidenfeld and Nicolson.
[2] Pp. 145-146.
[3] London, Picador.
[4] New York, 1996.
[5] Reperibile qui al momento in cui carico il post: http://nymag.com/nightlife/features/45933/
[6] Torino, Einaudi, 1993.
[7] Esiste più di una traduzione italiana, tutte con Metropolis come prima parola nel titolo, a partire da quella delle Edizioni e/o.
[8] Charyn qualche anno fa ha peraltro dedicato anche lui un libro alla Broadway.


venerdì 24 gennaio 2014

BIG STAR E ALEX CHILTON (una innegabile eredità musicale)


BIG STAR E ALEX CHILTON
(una innegabile eredità musicale)

 
Se i Big Star fossero stati più popolari, probabilmente non mi sarebbero piaciuti.
Data la mia quasi idiosincrasia per The Beatles, al fastidio ogniqualvolta ad una compagine musicale viene attribuita qualche somiglianza con loro ([1]) si aggiunge anche un maggior fastidio ove si assiste a una banalizzazione da successo commerciale dell’artista di turno.
 
Con il gruppo di Memphis, Tennessee, questo non accade.
Stante l’incomprensibilità del termine “power pop” per definire un ipotetico genere musicale ([2]), è più semplice lasciar perdere; anche perché, con discreto ossimoro, avremmo dei ragazzi di Memphis ispirati da britannici che si sono ispirati al genere blues che evidentemente nel Tennessee è una sorta di “cespite musicale”.
 
A un certo punto della vita di una persona che ascolta molta musica non di “corrente principale”, capita(va)no in casa gli album di due gruppi statunitensi: New York Dolls e Big Star.
Diciamo che non necessariamente “dovevano” arrivare tutti, anche perché non vi sono molti punti musicali in comune fra questi artisti (se non che entrambi conoscono bene quello che è stato creato prima di loro), ma dato che la discografia di studio essenziale di entrambi è costituita da due soli dischi ([3]), non è mai stato proibitivo conoscere l’intera produzione di Bambole e Stelle.
In realtà, ritengo che sia piuttosto difficile fermarsi nell’arricchire la propria collezione, almeno rispetto agli uni o agli altri: l’archeologia per entrambi è cominciata relativamente presto e quindi con il passare degli anni (e dei formati fonografici).
 
Esiste, forse, un punto di etereo contatto stilistico fra le due band: il primo album del gruppo fronteggiato da Alex Chilton si apre con “Feel” che suona molto Todd Rundgren, cioè il produttore artistico dell’esordio eponimo delle Dolls.
E, magari, seguendo la linea townshendiana non tutti sono torti, in quanto Rundgren capitanò i più britannici degli statunitensi: i Nazz ([4]).
 
Con Alex Chilton ([5]) condivido la data di nascita: 28 dicembre.
Ma Alex è stato anche un ragazzo meraviglia: giovanissimo aveva già fronteggiato The Box Tops: oltre il milione di copie con il singolo “The Letter”, la registrazione è quella demo (tutto senza X-Factor e, per contro, Elvis Presley non in disarmo).
 
La storia dei Big Star è quella di aspettative deluse, successi preannunciati che hanno girato nel punto sbagliato, ... ([6]).
Con ovviamente conflitti interni e egocentrismi di statura colossale, ma entro un mondo che si chiama, lo ripeto, Memphis ([7]) e non Springville, ed ivi si trovano i leggendari Ardent Studios ove si registrano le fatiche dei quintessenziali alfieri del ... power pop e cioè oltre a Chilton: Chris Bell (l’altra meta del nucleo creativo), Jody Stevens e Andy Hummel.
 
Le strade che potete percorrere anche da soli ovviamente non ve le disvelo, secondo la linea impressionista ([8]) del blog.
Posso solo mettervi in guardia rispetto alla pletora di varianti versioni della stessa opera musicale registrata dalle, instabili e susseguentesi, formazioni dei ([9]) Big Star.
 
Il fatto è che, per Alex Chilton la storia artistica sembra ricominciata per la terza volta “dalle parti del punk”: solista e autorevole ispirazione fra i reietti, si costruisce una carriera di album più o meno misconosciuti, fra loro anche sovrapposti seppur non coincidenti, padrino suo malgrado di una bohemia urbana, ovviamente darling dalle parti della manhattanita Bowery, senatore quasi senza platea per le sue orazioni a sei corde, anche triumviro con Alan Vega e Ben Vaughn, eccetera.
 
Poi ci sono le “riformazioni” per quelli che sono cosi nostalgici che sosterrebbero anche che Ringo Star sia un bravo batterista.
Dalla intervista del 25 aprile 1993 concessa dopo il concerto alla Missouri University ([10]) si percepisce il disagio del frontman.
 
Brutalmente e bruscamente: anche dopo la morte del bello e dannato Alex il 17 marzo 2010 (comunque molto più longevo di Bell deceduto il 27 dicembre 1978 ([11])), la Grande Stella continua a brillare per gli appassionati più maniacali e per i neofiti.
E forse è un bene perché i Big Star (e le NYD) devono ancora entrare, necessariamente, in molte case.
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Devo dire che, per fortuna, non mi è mai capitato che un gruppo che ascolto fosse assimilato agli U2, di cui tollero solo Achtung Baby e Zooropa dati i riferimenti urbani, Berlino, e la produzione, Brian Eno.
[2] Power pop is a popular musical genre that draws its inspiration from 1960s British and American pop and rock music. It typically incorporates a combination of musical devices such as strong melodies, clear vocals and crisp vocal harmonies, economical arrangements and prominent guitar riffs. Instrumental solos are usually kept to a minimum, and blues elements are largely downplayed.
Recordings tend to display production values that lean toward compression and a forceful drum beat. Instruments usually include one or more electric guitars, an electric bass guitar, a drum kit and sometimes electric keyboards or synthesizers” (dalla relativa voce di Wikipedia).
Eppure il termine sembra essere stato inventato da Pete Townshend! Power pop is what we play—what the Small Faces used to play, and the kind of pop The Beach Boys played in the days of ‘Fun, Fun, Fun‘ which I preferred“: Altham, Keith. “Lily Isn’t Pornographic, Say Who”, NME, 20 Maggio 1967.
[3] Rispettivamente: New York Dolls (1973) e Too Much Too Soon (1974); #1 Record (1972) e Radio City (1974).
[4] Tre album per lo meno da vagliare ed antologizzare, sebbene non all’altezza nel loro complesso della successiva prima, ma abbondante, produzione solista dello Stregone Stellare.
[5] E con Mary Weiss, voce solista delle Shangri-Las.
[6] Per la loro storia, fino a un certo punto, rinvio a Rob JOVANOVIC, Big Star: The Story of Rock's Forgotten Band. London, Fourth Estate, 2004 e a Bruce EATON, Big Star's "Radio City" (33⅓). Continuum International Publishing Group Ltd, 2009.
[7] Lo stato del Tennessee (certo anche because of Nashville) con quelli di New York e della California detta - letteralmente - legge sul tema musica per tutto quanto non coperto dalla legislazione federale statunitense, e non è poco.
Fidatevi.
[8] Non voluta ma necessitata da onestà intellettuale e mediatica dell’autore.
[9] Lo so se scrivo “le” Bambole dovrei dire sempre “la” Grande Stella …
Esiste un album dell’evento, intitolato Columbia.
[11] Morto nel 2010, il 19 luglio, anche Hummel.