"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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martedì 9 dicembre 2025

“OVERTOURISM”? (Facebook Down Series - 187)

 

“OVERTOURISM”?

(Facebook Down Series - 187)

 

Il rischio “overtourism” lo ipotizzai 13 anni fa:

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/01/la-bella-vita-finta-e-la-morte-vera.html

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 28 novembre 2025

FINE MESE

 

FINE MESE

 

Come fanno ad arrivare alla fine del mese?

Grottesco il mantra fine mese non raggiungibile. Grottesco se ci si guarda intorno.

 

I cinesi conquistano le città. Nulla osta.

Fra i territori di conquista le botteghe convertite a “unghifici”, eh la fine mese.

 

Le consegne a domicilio cittadine di cibi (e altro), eh la fine mese.

 

Il Black Friday, eh la fine mese.

 

Tutto il credito al consumo a rate obbligatorie (rectius vietato pagare in unica soluzione, altrimenti addio tassi debitori), eh la fine mese.

 

Adesso c’è una novità: “scavallare la settimana al mercoledì”. Con obiettivo fine settimana (scusate: weekend), eh la fine mese.

 

Potete proseguire voi.

Se non vi stancate e se non siete in palestra o fuori città, compatibilmente con la fine mese.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 7 febbraio 2014

“VORREI NON POSSO (ESSERE ALMENO UN NOUVEAU RICHE)”




 
“VORREI NON POSSO (ESSERE ALMENO UN NOUVEAU RICHE)”
 
L’origine di questo post ([1]) è antica: parto da un aneddoto.
Avevo sugli 8-9 anni, ero in auto con amici di amici (non ricordo chi), a un certo punto con il guidatore (adulto evidentemente) si cominciò a parlare di automobili: si arrivò alla “Fiat 850 coupé” e io dissi: “è un’auto da vorrei non posso”, lui mi rispose: “ce l’ha mia suocera”, ribattei: “rimane da vorrei non posso”.
 
“Vorrei non posso” (o “vorrei ma non posso”) significa desiderare qualche cosa che non si può, o non si può normalmente, avere in proprietà a causa del proprio ceto sociale. Quando il “vnp” può, solitamente il bene o il luogo non sono più quello che erano.
Qualcuno lo assimila al “would-be-ism” (“would like to be”), ma in questo caso il riferimento è direttamente al soggetto e non all’oggetto.
Evidentemente i concetti sono, comunque, strettamente legati.
 
Sentii parlare per la prima volta di Vermeer ([2]) dalla allora “fidanzata” ([3]) di un mio amico: Lxxxxa Bxxx. Era il probabilmente intorno al 1990, in quanto direi che si conversasse del film All The Vermeers in New York, del 1990.
Qualche tempo dopo, lei mi chiese in prestito ([4]) Trilogia di New York di Paul Auster, già introvabile ([5]).
Qualche elemento comune (non New Amsterdam o Mannahatta, che poi è solo una parte della città, come potrebbe pensare qualcuno) fra queste due opere c’è: allora, né Vermeer, né Auster erano popolari al grande pubblico.
 
Il 7 febbraio 2014 leggo ([6]) che sono stati venduti 110.000 biglietti per la mostra che si terrà a Bologna a partire dall’8 febbraio 2014 nella quale il pezzo più “pregiato” è un quadro di Vermeer ([7]).
La mostra ha un titolo lungo, che dovrebbe far capire che c’è altro ([8]). Inoltre essa è dichiarata come realizzata con “Capolavori dal Mauritshuis”.
 
Bene: certo tutti sanno dove è il Mauritshuis, no?
Certo tutti conoscono Vermeer da anni, da prima del romanzo di Tracy Chelaier del 1999 e da prima del film tratto da questa opera letteraria, vero?
Certo che no!
 
Eccoli i vorrei- non-posso-dell’arte, quelli che prendono il sole “a Sharm” ([9]), magari pensando che si scriva “charme” (quelli che conoscono il Francese), e che non hanno nemmeno potuto diventare dei nouveau riche e andare nell’equivalente attuale di “Santa” (Margerita) o “al Forte” (dei Marmi).
 
Ormai non ci combatto nemmeno più, li disprezzo direttamente, questi umani riuniti in masse.
 
Incidentalmente: i Vermeer li ho visti tutti da anni ([10]), mentre dell’edizione Rizzoli della trilogia austeriana ho due copie.
Ancor più incidentalmente: le mostre “vere” (quelle dove non si mescolano più artisti usandone uno come specchietto per le allodole) in Italia erano altre: come quella di Edvard Munch, a Milano, a cavallo fra 1985 e 1986 ([11]).
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Dove anche le parole fra parentesi sono parte del titolo. Nessun sottotitolo.
Potevo anche intitolarlo “La bella vita finta e la morte vera – parte seconda”.
[2]Johannes, Jan or Johan Vermeer (Dutch: [joˈɦɑnəs jɑn vərˈmɪːr]; 1632 – December 1675) was a Dutch painter who specialized in domestic interior scenes of middle-class life. Vermeer was a moderately successful provincial genre painter in his lifetime. He seems never to have been particularly wealthy, leaving his wife and children in debt at his death, perhaps because he produced relatively few paintings” (da Wikipedia) .
Questo è tutto quello che, al momento, occorre sapere.
[3] Il termine ragazza mi pare riduttivo.
[4] Ho sempre prestato molto di rado, nella specie mi fidavo della persona come seria con “le cose degli altri”.
[5] Lungimiranza di Rizzoli editore (adesso la versione italiana è per i tipi di Einaudi).
Quasi un quarto di secolo fa, non sempre si andava per edizioni originali dei libri: faticoso reperirle senza internet. E poi non si parlano e leggono tutte le lingue, no?
[6]Delirio Vermeer, notte bianca per mostra
“Orario fino a due di notte, già 110.000 le prenotazioni
“07 febbraio, 12:47
“(ANSA) - ROMA, 7 FEB - Alla vigilia dell'apertura è salito a 110.000 il numero dei biglietti prevenduti per la mostra bolognese che porta per la prima volta in Italia La Ragazza con l'orecchino di perla, capolavoro di Vermeer diventato un'icona planetaria dell'arte al pari della Gioconda di Leonardo e dell'Urlo di Munch”.
[7] In realtà ce ne sono due.
[8]La ragazza con l’orecchino di perla, Il mito della Golden Age, Da Vermeer a Rembrandt”.
[9] Sharm el-Sheikh, per intero.
Mangiando spaghetti come a Torre Pedrera.
[10] Non per “merito mio”.
Anche “al”, i due “del”  Mauritshuis.
[11] E gli “urli” sono più di uno, per la precisione.
Ma ho il dubbio che l’autore anonimo della notizia ANSA citi, senza nominarlo, Arthur Lubow.
 

domenica 27 ottobre 2013

RESTA ANCORA QUALCOSA?


RESTA ANCORA QUALCOSA?

 

Se in mezzo secolo (e oltre) si e fatto e visto e frequentato poco si è irreversibilmente vecchi.
 
Negli ultimi (ultimi quanto? Non so) anni mi è capitato poco, pur dandomi io ancora da fare.
 
Nei ristoranti – quasi tutti in Italia – più che prestare attenzione a cibi e bevande di qualità, si deve prestare attenzione a una soglia di modestia dei medesimi che scende al di sotto della sufficienza e a conti redatti dagli osti che vanno oltre l’infamia che Charles Baudelaire associa al commercio: voci inesistenti o altro.
Purtroppo non posso andare settimanalmente a gustare pesce a Londinium, testina di vitello a Lutetia, o altro.
 
Evito quasi tutti gli autori letterari italiani contemporanei viventi non “di genere”; mi soffermo sui morti più o meno recenti, ho decine di libri di autori stranieri (non sempre celebri o vivi) da leggere.
 
Il cinema è pressoché defunto e molti ottimi documentari sono disponibili solo a risoluzione bassa su You Tube.
 
Lo stato musicale nel suo lato positivo credo sia ben rappresentato dalle Savages.
 
Della situazione in tema di trasparenze etiliche ho scritto già anche troppo.
 
Per l’abbigliamento, meglio far risuolare e rattoppare (occorrendo).
Non si tratta di “vin d’age” ([1]), ma di valutazioni qualitative.
 
Del resto, se migliaia di idioti pensano che sia esclusivo (o trasgressivo) ciò che un messaggio pubblicitario gli dichiara tale (e non pensano alle cene a base di cibo pronto, più o meno surgelato dei creativi, i “copy”, che gli hanno confezionato lo slogan), è consequenziale che la vita di chi ancora pensa da solo non sia particolarmente stimolante e stimolata.
 
Continuo a beneficiare, molto raramente, di qualche inaspettata sorpresa, per il resto ormai non vale nemmeno più la pena di consegnare al passer-by un bigliettino cartonato che denunci la sua assoluta, dannosa, incurabile modestia esistenziale.
 
Mi rendo conto che non ho dedicato una frase almeno alla politica, o alle ideologie.
Credo che il mio orientamento (non la mia “linea”) sia ormai chiaro leggendo quanto scrivo in questo blog. Non serve aggiungere altro.
 

 

POST SCRIPTUM

Preciso che quanto scritto qui sopra precede di molte ore la notizia della morte di Lou Reed. A scanso di equivoci quanto al mio pensiero.

                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Non è un refuso.

venerdì 8 marzo 2013

QUALITÀ E QUANTITÀ DELLA VITA (continua ad essere “vietato morire” in Italia?)

 
Illustrazione di F. D. Bedford
 
 
 

QUALITÀ E QUANTITÀ DELLA VITA
(continua ad essere “vietato morire” in Italia?)
 

Se dovessi eliminare una sola norma dal codice penale italiano, eliminerei il primo comma (e ne andrebbe riscritto il secondo) dell’articolo 580 del codice penale.
Sarebbe un passo verso il riconoscimento del diritto all’eutanasia.
 
Sono, da molti anni, subissato da inviti dei (tramite i) mezzi di comunicazione di massa ad avere uno stile di vita atto a farmi vivere più a lungo, come se una vita più lunga fosse una vita migliore.
A tacere degli errori nelle analisi cliniche (errori subiti anche da me e dai miei familiari) o di quelli sui pazienti (il mio medico di famiglia morto in seguito ad operazioni mal eseguite), per quale motivo altri dovrebbero essere infallibili nel dirmi cosa fare? Medici sovrappeso e fumatori oppure funzionari di ASL che non sanno fare a meno dell’ascensore in discesa a pontificare sul mio colesterolo?
 
Poi le pubblicità mi spacciano vite banali e modeste (si può essere modesti nel senso deteriore del termine anche se abbienti e scialatori, non lo si dimentichi, ma la felicità comprata a rate non mi è mai parsa molto vera) come felici.
Nemmeno sposo il – spesso finto – “pauperismo potendoselo permettere”: una per tutti la signora Giulia Maria Crespi, meglio di lei Lapo Elkann piuttosto.
 
Dissento dunque.
 
Il grottesco è l’acquisto senza consumare, oppure il “vizio in modica quantità”. Ultima per ora frontiera di un mercato nemmeno capace di vendere se stesso (“vieni avanti creativo!”?).
Pensate all’alcool o al gioco d’azzardo.
Più subdolo il secondo, in quanto il “coma” ha una soglia senza ritorno: quella persona che ha perso 23.000,00 Euro in 12 ore sarebbe morto (e ben prima) se avesse ingerito una dose “equivalente” di alcool ([1]).
 
Dissento nuovamente.
 

Se risulto banale è, credo, in quanto mi pare che molti siano distratti e, appunto, non considerino argomenti di buon senso.
Quei molti non più arbitri e non più artefici delle proprie esistenze (lo sono mai stati?), bensì schiavi di un “piccolo fratello” che in fondo ha solo bisogno che si muoia un giorno prima di quando cominceremo ad essere un costo per la società, anche solo un costo intellettuale siccome dissenzienti.

 

Ultimamente in Italia si muore di più prima del – già stigmatizzato – “dovuto”.
Certamente ciò disturba.
Ma è davvero un male? Oppure è un modo di prendere coscienza (almeno quello) della propria impotenza? Durerà?

 

Noterete che non ci sono quasi note a piè di pagina e che non sono pensieri di Top Shooter, questi (non se la sentiva di distillare con la sua usuale sintesi; da tiratore scelto egli potrebbe solo regalarmi un colpo perfetto …).
Ovviamente le parentesi permangono: cosi penso, cosi scrivo.
In certi casi, si è soli con la propria intelligenza (quale e quanta essa sia) e con qualche altro individuo senza nemmeno bisogno di contarci fra noi pochi.

 

Spero di non essere del tutto obsoleto anche se, magari, non sempre lineare nell’esporre il mio pensiero.

 

Ma soprattutto: “To die will be an awfully big adventure.([2]): morte “da” e “come” avventura.
Peter Pan non sbaglia mai.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Per i non giuristi: qualche volta mi chiedo se il brocardo latino “iussum quia iustum o iustum quia iussum” sia sempre applicabile: ed infatti alcool e gioco d’azzardo possono essere oggetto di normativa secondo quello che il legislatore nazionale decide, non dovendo motivare molto i propri ripensamenti (o addirittura inversioni di 180 gradi).
[2] James M. Barrie, Peter and Wendy, London, Hodder & Stoughton, 1911. Capitolo 8, ultime parole, virgolettate in originale.
L’opera è spesso intitolata Peter Pan, anche perché frequentemente è edita in volume insieme al precedente (1906) Peter Pan in Kensington Gardens.
Una curiosità: l’illustrazione di questa frase realizzata da F. D. Bedford (utilizzata “ a sé” recentemente da Rodrigo Fresán nel suo Kensington Gardens) contiene un punto interrogativo, aggiunto, nella didascalia rispetto al testo: come se i lettori dell’epoca non fossero stati in grado di notare l’apocrifia, o era per tranquillizzare i genitori?

mercoledì 18 gennaio 2012

LA BELLA VITA FINTA E LA MORTE VERA (Ovvero: a “cheap holiday in other people’s misery” and in your own too)

LA BELLA VITA FINTA E LA MORTE VERA
(Ovvero: a cheap holiday in other people’s miseryand in your own too) ([1])

Premetto che chi desidera una descrizione di come erano le crociere vere, uniche degne di tale nome, deve leggere quanto scritto su Il Foglio del 17 gennaio 2012 da Carlo Panella: “La banalità del mare”.

Il salmone affumicato finto e il caviale finto (entrambi con pesci allevati), lo champagne finto anche se la denominazione è vera (perché realizzato sempre più lontano dalle zone originarie). Solo tre esempi.
A un certo punto, diciamo inizio degli anni ‘80 del secolo scorso, con la scalata sociale che permette l’acquisto della pelliccia di visone (o tale dichiarata) anche nelle famiglie di operai, tutti vogliono tutto, ma non infrangendo le vetrine dei negozi e rubando le merci (il cosiddetto “esproprio proletario”) bensì diligentemente comprando ciò che forse non tutti possono permettersi perché scarso (non si tratta di sinonimo di costoso).

Ed ecco che allora comincia a strisciare il “finto”, se possibile non dichiarato tale, lusso per tutti.

I viaggi in aereo cominciano a farsi sempre più scomodi, si fanno sempre più rari i casi di un posto libero a fianco del proprio.

E gli alberghi? Anch’essi devono essere completi. Mai più una sorpresa (la bella camera non arriva perché se due camere sono diverse per dimensioni, quella di 1,50 metri quadrati in più diventa junior suite…), perché la tua stanza viene decisa con sempre più ampio anticipo.

I villaggi vacanze perdono la prerogativa francofona e cosi, pian piano, tutto viene appiattito in una capsula nazional-popolare che banalizza ogni località esotica dove la vacanza deve essere “come in Italia”. I turisti alle Maldive, o nel Mar Rosso, trascorrono la villeggiatura come in riviera in Romagna, ma inquinano di più.
Sintesi massima: le lasagne mangiate in Kenia, tutto compreso.

Sicché anche le navi diventano condomini con sala giochi e parco semi-sportivo, il mare un “incidente” (quindi si fa finta che non ci sia, una sorta di fondamenta liquide per un albergo) e l’escursione a terra non dista molto da calli e canali veneziani ricostruiti a Las Vegas ([2]).
Domanda: esiste ancora il mal di mare?

Tutti uguali.
Eppure tutti ancora disperati ad anelare per l’espresso e il quotidiano sportivo su carta non appena rientrati in Italia.

Villeggianti da macello, in fondo.
Squalificati e necessitanti sempre di personale che parli Italiano, le capacità e esperienza di quei lavoratori sono secondarie.

La cosa più vera rimane la morte, che strappa a una vita finta lo sfortunato turista di cui i mass media offrono un ricordo inevitabilmente mediocre e spesso sgranato (la foto realizzata con un telefono mobile?).
Mai più acquisti con grandi sconti di capi passati di moda, ma “firmati”, negli spacci che se chiamati outlet divengono belli e furbi per chi li visita come consumatore spesso bulimico (altre decine di chilometri di spostamenti, a inquinare); mai più svaghi sempre in gruppo, sempre vestiti a nuovo senza rendersi conto di sembrare come quei divani con il cellophane mai tolto di qualche lustro fa.

Ripeto la domanda: ma quella era vita vera?


                                                                                                                      Steg



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[1] Si veda “Holidays In The Sun” dei Sex Pistols per la citazione e la copertina del relativo singolo per l’essenza dell’argomento.
[2] Del resto, si pensi alla necessità di costruire una copia delle cuevas di Altamira, per evitare la distruzione di quello che si è preservato per 15.000, respirandoci su per 50 anni.