"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



venerdì 17 gennaio 2014

BAUHAUS 2014 (Remade and remodelled series - 1)


mia copia originale del singolo del Fan Club 
(fronte di copertina tutto nero)


BAUHAUS 2014 ([1])
(Remade and remodelled series - 1) ([2])

 

I Bauhaus rischiano l’estinzione, per lo meno visuale.
I due DVD ufficiali commercializzati tempo fa hanno una qualità audio e/o video al limite del sufficiente. Mi chiedo se non sia possibile un loro restauro.
I libri a loro dedicati ([3]) sono difficili da reperire, e a che prezzo poi?

Certo sto occupandomi di artisti in ambito musicale, ma l’aspetto visuale è oggettivamente confermato sin dall’ispirazione del loro nome, mentre i loro riferimenti d’esibizione dal vivo sono, come da loro ribadito (sebbene in posizione quasi ossimorica rispetto all’essenzialità dei riferimenti alla scuola germanica, nata a Weimar, ispiratrice) anche fonograficamente, taluni capisaldi glam che richiedono non solo orecchie ma anche occhi per apprezzarli appieno.

 

C’è questo piccolo mistero: perché io e Daniele dobbiamo contattarci telefonicamente quella sera mi pare a cavallo fra 1981 e 1982? Non ricordo proprio.
Rammento, però, che è una mia telefonata proficua ([4]). Argomento della conversazione il fan club, o meglio il materiale del fan club gestito dalla sempre paziente Stella Watts.

 

Un fattore cruciale e scriminante nella musica dal punk in poi è il seguente: se l’artista si conosce attraverso il singolo di esordio oppure a motivo del successivo album.
Per i Bauhaus il problema non mi si pone, poiché me li fa conoscere Daniele e, quindi, assommo (e compro) i formati vinilici nei primi mesi del 1981: questo dettaglio è certo, perché a Bologna, all’ex Manifattura Tabacchi, arrivai al concerto di luglio (venerdì 17, per i superstiziosi) con tutte le dotazioni del caso: non poche.

 

Nove minuti e oltre di “Bela Lugosi’s Dead” sono l’esordio indelebile.
Sorta di contraddizione in termini, convivono le linee nette promesse dalla ditta musicale del quartetto di Northampton con gli svolazzi gotici della loro celebrazione del Principe delle tenebre ematiche (o meglio del suo massimo interprete).
E allora “a studiare!” Bela e Walter Gropius ([5]), ché non siamo mai stati pigri o apatici.

 

Ma poi si vira di formato, abbandonando il 12”, con il per me (anche oggi) cruciale dialogo fra amore ([6]) e – al finale ultimo fra loro congiunte – morte di “Dark Entries”: non più liquido cadere bensì urlo accelerato avvolto in quella copertina la cui tinta di fondo è inequivocabilmente il colore del sangue secco.

 

Immacolata è, contraddittoriamente, la tela a sette pollici di “Terror Couple Kill Colonel”, dove la band si avvale di un piccolo fatto di cronaca quale fonte di ispirazione.

 

Tralasciando le varianti più o meno rare dei singoli, in ottobre del 1980 si arriva all’album di debutto: In The Flat Field che non contiene alcunché di déjà entendu, proprio come si faceva (o si doveva fare? ([7])) ai tempi del punk.
Un disco che dimostra una raffinatezza di potenza assolutamente inequivocabile e inconfondibile, tale da rendere povera e senza scopo la muscolarità dei contemporanei Killing Joke.

 

È quindi inevitabile la diaspora dei delusi ascoltatori (e non fedeli seguaci) di basso rango, i quali non si ritrovano nel successivo percorso artistico, davvero eclettico, dei Bauhaus: non che sia tutto oro quel che riluce, ma fermarsi al primo ostacolo non giova.

 

Ecco quindi che – volutamente io abbandono la cronologia – anche solo sforzarsi su “un” Antonin Artaud non è mai energia sprecata, mentre i croon-ismi dedicati all’uccisione del Signor Chiarodiluna (ammiccamenti futuristici, anche?! Oppure hanno letto l’episodio di Ranxerox con Mister Volare?) anticipano future strade (Love And Rockets ([8])).

 

Al solito io mi fermo su quel manifesto dudovich-iano (oltre che bowiano) dai colori caldi eppur tenui che è l’impenetrabile “King Volcano” dai tratti, inevitabili, del miglior incrocio fra Mangiafuoco e Nettuno.

 

Anche oggi, in fondo “all we ever wanted was everything” ([9]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Da molto tempo avevo voglia di riscrivere la mia visione a proposito di questa band.
Il primo post si intitola “Bauhaus: considerazioni su una band e oltre”.
Ovviamente, esiste una sorta di gioco di parole, posto che inizialmente si chiamavano Bauhaus 1919.
[2] Non so se questa serie avrà un seguito. Il suo titolo si riferisce a una canzone dei Roxy Music: “Re-make/Re-model” contenuta nel loro album d’esordio, omonimo.
Se un pittore può interpretare più volte un tema, perché non dovrebbe essere possibile anche in ambito di scrittura?
[3] Essenzialmente due: quello di di Ian Shirley, Dark Entries - Bauhaus And Beyond, e quello di Andrew J Brooksbank, Bauhaus: Beneath The Mask.
[4] Dalla cabina di un ristorante ben noto (non alla moda) di Milano: Romani (o Tre stelle da Romani) in una traversa di Corso Sempione.
[5] Scoprendo che quel Mies van der Rohe di cui ti parlava al liceo l’architetto Ivo Ceccarini ti aveva, in fondo, già reso angolare e non allineato.
Questa probabilmente ha il premio come nota più personale del blog, molto bene.
[6] In quanto è la sintesi di come vedo un rapporto amoroso leale: il reciproco abbattimento del proprio “orgoglio scudato” (“shielded pride”, appunto) per vedere con reciproca fiducia il proprio lato oscuro (“until exposed became my darker side”: in una prosa piuttosto barocca per la Lingua del Bardo).
[7] Sex Pistols, The Clash e Damned, infatti, tutti volenti o nolenti non offrirono un primo (o unico) album così.
[8] Con tutto il fumetto che ne consegue, vero?
[9] Strofa e titolo di una loro canzone. E poi anche titolo di un mio post:  https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2019/02/e-pensare-che-non-volevamo-alcunche.html. 


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