"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



lunedì 6 luglio 2015

LE TERMOPILI DELLA UE?


LE TERMOPILI DELLA UE?

 

Nessuno sa cosa succederà, anche le previsioni sulle conseguenze del “NO” greco sono state se non smentite per lo meno ridimensionate.

Lo speciale de LA7 (Mentana come una volta avrebbe fatto Emilio Fede) nella sera del 5 luglio 2015 ha evidenziato un PD di governo balbuziente (manda sempre le sue “donne” Renzi, ieri la Bonafé) e attimi di lucidità di taluni che solitamente espongono idee o riflessioni opposte alle mie, mi riferisco a Cofferati e Curzio Maltese.

Io fossi stato direttore di un quotidiano stamani avrei titolato, con evidente ossimoro: “This is Tsipras!” ([1]).

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 3 luglio 2015

DOVE VA LA LIBERTA D’ESPRESSIONE? (fra pellerossa e bandiere confederate)


DOVE VA LA LIBERTA D’ESPRESSIONE?
(fra pellerossa e bandiere confederate)



 

Nel 2014 scrissi e pubblicai un post intitolato “‘Ich Bin Washington Redskin’ (gli schieramenti del politicamente corretto)” ([1]). Ebbe scarsissimo successo.
Prendevo spunto dal fatto che una vertenza all’apparenza in puro diritto (marchi e segni distintivi) si era trasformata in una battaglia nella quale il pretesto che il termine “redskin” sarebbe offensivo per i Native Americans poteva condurre, come risultato ultimo, ad obbligare i Washington Redskins (blasonata squadra di football) a cambiare nome non potendo proteggere il suo nome.

 

Voi ve lo andate a leggere e io evito di ripetere quanto scrissi ivi, grazie.
Ma non è tutto, peggiora.

 

Magari a molti sarà sfuggito, però negli USA è in atto una nuova battaglia del politicamente corretto (con l’effetto di smorzare l’attenzione sul problema del controllo delle armi?): la bandiera confederata deve essere bandita?
Eh sì, perché il giovane Dylann Roof, autore della strage di Charleston (South Carolina) del 17 giugno 2015, appare in una foto nella quale brucia la bandiera “a stelle e strisce” e posa con quella confederata.
Risultato: catene di grandi magazzini hanno smesso di vendere la bandiera sudista, la serie televisiva “Dukes of Hazzard” (in Italia “Hazzard”) cancellata dai palinsesti perché sull’auto della serie compare quella bandiera; invito degli organizzatori delle corse automobilistiche classe NASCAR agli spettatori a non sventolare la bandiera “incriminata”.

 

La questione non è così peregrina come si possa pensare, considerate questa riflessione tratta da un sito giuridico che si occupa di proprietà intellettuale ([2]).

 

Ovviamente nel revisionismo storico a breve sarà passato a setaccio William Qantrill, tanto per indicare una figura già molto controversa ([3]).

 

Datevi una svegliata, perché di questo passo, un giorno rischiate di non poter nemmeno ascoltare le registrazioni dei Lynyrd Skynyrd o de The Allman Brothers Band (altro che Skrewdriver)!
(Ma Joe Strummer con la sua maglietta “Brigade Rosse” (sic) è sempre e solo un simpatico birbante?)
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] “What if Dylann Roof had not been shown together with a Confederate flag but with some other potent modern icon? Suppose he was clad head to toe in Lonsdale clothing, or if in each photograph he was shown with a gun in one hand and a bottle of Stella Artois in the other? Would consumer actions have been the same, calling for a ban or some sort of punishment on the brand, or do consumers condemn the wrongdoer but forgive the brand?
“The question is not as silly as it may sound: the Lonsdale brand, on account of its consumers, was in the past linked with far-right politics), and Stella Artois with wife-beating. Other brands have also been tarnished by association with those who favoured them, such as Doc Marten boots with British skinheads and Burberry by chavs” (da https://groups.google.com/forum/#!msg/ipkat_readers/UI72FiqcXvg/AeJa8sEZQREJ).

L’ANGOLO ACCADEMICO DI NEW YORK CITY (Sketches series – 21)


L’ANGOLO ACCADEMICO DI NEW YORK CITY
(Sketches series – 21)

 

Per ragioni che non rilevano in questa sede, mentre lavoravo alla mia tesi di laurea saltò fuori l’ipotesi di tentare di frequentare un master negli USA. Oltre 30 anni fa, esistevano solo master degni di tale nome, erano tutti o quasi all’estero, il prestigio di quelli nordamericani era assolutamente massimo, anche se, per prudenza, misi in elenco altresì la London School of Economics.
La rosa delle università con cui tentare la lunga procedura dell’iscrizione era abbastanza semplice: Ivy League, cioè la lega dell’edera ([1]), e qualcosa d’altro (leggasi California), il tutto focalizzato sulle law schools (le nostre facoltà di giurisprudenza).

A memoria, il primo anno (fresco di laurea) tentai con: Harvard, Yale, Columbia, Michigan, UCLA e LSE; rimasi in equilibrio con la sola Columbia fino a luglio 1985, senza successo. L’anno successivo, intanto ormai un poco più esperto anche delle folli procedure di autenticazione documenti, dei corrieri transatlantici, delle lettere di presentazione obbligatorie, ridussi il tutto a Harvard, Yale e Columbia in cuor mio sperando di farcela e, magari, di poter scegliere e che nelle alternative ci fosse la Columbia School Of Law, cioè New York con un campus molto bello, a poche street da Harlem.

 

Conoscevo la Columbia University e anche la New York University ([2]) in quanto avevo frequentato le rispettive biblioteche di facoltà per ricerche riguardanti la mia tesi nella primavera 1983.
Andò bene: la Columbia mi accettò ad aprile, mentre Yale mi metteva in una sorta di pre-lista di “ammissibili”: non c’era ragione per aspettare e, poi, in fondo, lì volevo andare, quindi cominciarono le altre trafile: visto studentesco, garanzie bancarie, eccetera.

 

Anche su questo argomento, New York City non si scompone e i ragionamenti alla fine sono uguali per tutti i newyorkesi di nascita o di adozione, prendo a prestito quelli di Jerome Charyn, ebreo newyorkese, laureato alla Columbia: “Aveva frequentato per un anno la Harvard University, ma Cambridge nel Massachusetts, doveva essergli sembrata una specie di Sahara. Lui aveva bisogno di New York” ([3]) “Phipps volle fermarsi a New Haven a fare colazione. Holden rabbrividì, quando vide le torri di Yale. Era come entrare in un paese straniero, un paese dell’Inghilterra […]” ([4]).
Leggenda vuole che il cognome del protagonista del romanzo sia stato scelto ispirandosi a Holden Caulfield.

 

Se vi è venuta voglia di New York, provate con Metropolis: New York as Myth, Marketplace and Magical Land, pubblicato da Charyn nel 1986 e almeno edito due volte anche in Italiano.

 

 

                                                                                                                      Steg

  

 

POST SCRIPTUM TARDIVO E DEDICATO

Estate 2022, caldo.

Ho “ripreso” Suzanne Vega, che fu studentessa al Barnard College.

Magari prima o poi un post solo per lei.

Per ora, posso consigliarvi un album dal vivo: An Evening Of New York Songs And Stories.

 

 

                                                                                                                      Steg

 




 

 

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Cioè atenei ababstanza antichi, per I parametri nordamericani, da avere edera che cresce sui loro muri.
[2] Più giovane, più rampante e più caratterizzata da una forte matrice ebraica fra studenti e “strutture”.
[3] J. CHARYN, Elsinore, traduzione italiana (trad. L. Grimaldi): Milano, Interno Giallo Editore, I edizione, 1992, p. 37.
[4] Idem, pp. 41-42.

giovedì 2 luglio 2015

FACEBOOK MI AVVILISCE (Sniper series – 30)


FACEBOOK MI AVVILISCE
(Sniper series – 30)

 

Facebook ha imposto (ancora procede in tal senso a macchia di leopardo) che tutti abbiamo la pagina principale con i propri nome e cognome (o qualcosa del genere: quale è il controllo per chi si iscrisse senza obbligo di produrre copia di un documento di identità?).
Sono rimasto “fuori” per quasi due settimane e sono rientrato per due ragioni: su insistenza di un amico, che ringrazio con gli altri – pochi come devono essere gli amici – che mi hanno dato il bentornato; per la mia pagina (secondaria) del blog.
 
Al rientro su Fb, oltre all’ala dell’imbecillità di baudelairiana memoria, mi hanno sfiorato quelle della banalità esistenziale e comportamentale, della modestia intellettuale travestita male con saccenza superficiale, della convenienza mascherata, dell’ingenuità pericolosa, del protagonismo dannoso, eccetera.
A tacer del fatto che: se “sei su Fb” non scrivi post.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

Ospito – io ospite – il blogger nella mia serie in quanto questo scritto ha dimensioni “di precisione”, ma non “tombali”.

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

 

 

 

© 2015 Top Shooter
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martedì 30 giugno 2015

PANEM ET CIRCENSES – 4 (Andrés Calamaro)


PANEM ET CIRCENSES – 4
(Andrés Calamaro)

 

Andrés Calamaro è l’ultimo artista, argentino di Buenos Aires, che ho scoperto con piacere, un po’ per caso e un po’ no.
Gli ho dedicato parzialmente questo post: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2015/02/buenos-aires-e-oltre-dame-dos.html, dove trovate qualche riferimento, se volete.
Qui di seguito, qualcosa di nuovo. Attenzione: Calamaro, e anche io lo sono, è pro corrida.

 

 

Breve documentario, in tre parti (al momento reperibili le prime due):
https://www.youtube.com/watch?v=5DN_l7Avjgg
https://www.youtube.com/watch?v=I9jJ3eePNHg.

 

Interessante intervista occasionata nel titolo dall’ultimo, recente, libro pubblicato da Calamaro (il precedente è un dialogo con l’amico Alejandro Rozitchner):
http://www.calamaro.com/2015/05/libertad-digital/.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 


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lunedì 29 giugno 2015

PERLE MEDIATICHE 35 – IGNORANZA PUBBLICITARIA IN RAI (il Belgio non è una regione della Francia)


PERLE MEDIATICHE 35 – IGNORANZA PUBBLICITARIA IN RAI
(il Belgio non è una regione della Francia)

 

Premetto: desidero conoscere il responsabile dello scempio.
Gradirei che venisse sanzionato per quanto ha fatto.
Farò del mio meglio per rintracciarlo.

 

Spot pubblicitario RAI per il Tour de France, ripeto “de France”, 2015.
Colonna sonora: “Ne me quitte pas”, scritta da Jacques Brel, belga.
https://www.youtube.com/watch?v=i2wmKcBm4Ik

 

Sostenere che “tanto è in Francese” è come negare la cittadinanza di: Jacques Brel (evidentemente), Eddy Merckx (Edouard Louis Joseph detto Eddy); Georges Simenon, René Magritte, Hergé (nato Georges Prosper Remi).
Tutti belgi, tutti famosissimi nel mondo ([1]) come cittadini del Belgio, ma non per chi ha ideato questa colonna sonora, cui vorrei chiedere: “lei sa dove si trova Bastogne?”.
 
 
E non mi si dica che non si poteva usare una canzone francese composta e scritta da un Francese come colonna musicale e sonora dello spot.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Per Hergé vi dico Tintin.

domenica 28 giugno 2015

IL MOD CON IL PARKA E LE SCARPE DA BARCA (fra “style wars“ e “perle mediatiche”)


 

IL MOD CON IL PARKA E LE SCARPE DA BARCA
(fra “style wars” e “perle mediatiche”)
 
 
Rammento con senso di sgradevole coscienza stilistica un concerto di The Cure al Ritz di NYC, estate 1983.
Nel pubblico c’era un mod locale che indossava un parka (dettaglio curioso dato il clima termico cittadino estivo) e calzava delle scarpe da barca color marrone, naturalmente con usuale stringatura e suola di gomma in quanto modello “da barca”.
Lo archiviai fra uno degli errori più marchiani che avessi mai visto.
 
Prendete il DVD di Summer Of Sam, film diretto da Spike Lee (nato nel 1957, cresciuto a Brooklyn sin dall’infanzia), persona certo di cultura.
Ebbene, il personaggio “del punk” (Richie, interpretato da Adrien Brody), con la storia ambientata nell’estate 1977 a NYC, esibisce un’acconciatura “spike” ([1]) a ciocche lunghe mai vista all’epoca a Londra (lo stile dovrebbe essere britannico e “dell’anno” o del 1976) e indossa in scene diverse, rispettivamente: una maglietta con disegno “target” – quindi mod non punk e - un’altra maglietta (è una scena di concerto al CBGB’s) con una variazione dello “smile” sanguinante simbolo del fumetto Watchmen ([2]) del 1986.
La colpa sarà stata dei costumisti e degli addetti alla continuità, ma …
 
 
 
(Nota tecnica: inizialmente pensavo di scrivere un post sulle apparenti, invero ipocrite, reciproche influenze e riverenze fra “ambienti culturali” europeo e della costa est statunitense, sarà per un’altra volta).
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Nessun gioco di parole.
[2] Di Alan Moore, Dave Gibbons e John Higgins.


 

venerdì 26 giugno 2015

IN MEMORIA DI JOHN STEED


IN MEMORIA DI JOHN STEED

 

“Arsène-Georges è un magister vitae alla pari e prima di John (Wickham Gascoyne Berresford) Steed-Patrick Macnee”.
Questo scrivevo nel mio post ([1]) commemorando la morte dell’attore Georges Descrieres, interprete delle serie televisive di Arsène Lupin, dove il “prima” si riferiva al fatto che il personaggio di Maurice Leblanc è nato nel 1905.
 
Il 25 giugno 2015 è morto a 93 anni ben compiuti ([2]) John Steed.
Sì, perché – inutile negarlo – per tutti Patrick Macnee è sempre stato l’agente John Steed, così come Diane Rigg sarà sempre Mrs. Emma Peel.
 
Steed e Mrs. Peel furono e sono la coppia più bella, improbabile, cool, educata, tongue-in-cheek (e così oltraggiosa) che abbia mai occupato il tubo catodico ([3]) domestico, prima in bianco e nero e poi a colori (quei colori che noi non vedevamo di certo, l’Italia degli scorsi anni sessanta era in bianco e nero, un bianco e nero destinato anche a sbiadire). Loro erano The Avengers, per noi Agente Speciale.
 
Non credete a quello che vi raccontano i miei coetanei: eravamo ragazzini che frequentavano le scuole elementari, qualcuno più grande le medie inferiori, quindi al pomeriggio dopo i compiti si andava a giocare ([4]), potendo. Certo c’erano programmi che ci piacevano, ma non facevamo i critici televisivi e quindi si vedeva quel che si vedeva e siccome programmati appunto “per ragazzi” ([5]) gli episodi arrivati in Italia di The Avengers furono pochi, trasmessi in disordine ([6]).
Per The Prisoner, con e di Patrick McGoohan, andò forse peggio ([7]).
Del resto, la qualifica di serie televisiva “supercult” per The Avengers arriva solamente nel 2001 ([8]). Mentre chi mai si preoccupava quindici anni prima di pubblicazioni come il libro Cult TV di John Javna ([9]) – nel quale quattro pagine complessive sono dedicate all’intera saga ([10]) avengersiana, in cui sempre militava Patrick Macnee nei panni di John Steed?
 
Ne The Avengers steedpeeliani c’era tutto: compreso il lento declino della moda maschile (improbabili, visti con i colori, taluni abiti di Pierre Cardin indossati da Macnee). Però, Steed era sempre lì, con bombetta e ombrello arrotolato, la antica Bentley verde a contrastare la modernità della Lotus ([11]) di Mrs. Peel ([12]).
Evidentemente, stava ai telespettatori, come poi stette e ancora sta agli spettatori (sempre di uno schermo comunque più piccolo di quello cinematografico), capire cosa sia lo stile nel vestire, non buttare via il concetto di cravatta, rendersi conto che ha un senso il bastone da passeggio, eccetera.
 
Quasi sterankiani i toni delle immagini della sigla di apertura della quinta serie mentre siamo alle ombre cinesi per quelle di chiusura ([13]), comunque eleganti e che consentono ancora una volta di vedere Mrs. Peel impegnata in qualche movenza di Tai Chi.
Sterankiani tout court i titoli in bianco e nero per l’edizione USA ([14]).
 
Lascia la serie Mrs. Peel, che ritrova il marito (militare di carriera, il pilota Peter Peel) ([15]), mentre a Steed si affianca Tara King ([16]).
 
Steed c’è sempre, anche ne The New Avengers ([17]).
 
Il tempo è così galantuomo con lui (meno con le sue compagne d’avventura), che lo si credeva immortale John Steed, o per lo meno capace di diventare centenario e restare in ottima salute ([18]), dunque ancora a tirare di scherma con il suo acuminato brolly e senza che il bowler hat cambiasse inclinazione.
 
Chiudo con un’intervista del 2000, https://www.youtube.com/watch?v=DBXgN9_2uY8, e un otto anni dopo: https://www.youtube.com/watch?v=r8OipmKFDeM.
 
Dimenticavo: oggi hanno ancora prezzi ragionevoli le copie dell’autobiografia del 1989 di Patrick Macnee ([19]), domani non so.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[2] Così si eviteranno le tipiche frasi italiane “avrebbe compiuto”, “aveva appena compiuto” e altre idiozie del genere.
[3] Altro che schermi piatti.
[4] All’inizio degli anni settanta c’era i doppi turni: le aule scolastiche erano occupate anche il pomeriggio.
[5] La “tv per ragazzi” cominciava alle 17.30.
Andava meglio per certe programmazioni domenicali: ricordo quella di La spada Zorro e poi nel 1971 UFO.
[7] Tutto a colori, arrivò sui canali RAI soltanto nel 1974.
[8] Si cfr. L. DAMERINI e F. MARGARIA, Dizionario dei telefilm, prima edizione, Milano, Garzanti, 2001, p. 5.
[9] J. JAVNA, Cult TV – A viewer’s guide to the shows America can’t live without!!, New York, St. Martin’s Press, 1985, pp. 62-65.
[10] Sei serie in totale.
[11] Anni fa ricordo a centinaia di sterline alcuni pezzi della leggendaria confezione contenente i due modellini – le automobiline – della Corgy Toys. Adesso per un esemplare ben tenuto siamo quasi a 1.000 sterline, e aumenteranno ancora le quotazioni.
[12] Del “male appeal” di Emma Peel scriverò in altra occasione. 
Notare il passaggio dalle coppe alle flute per lo champagne.
[15] Il suo cognome da nubile è Knight.
[18] Come Ernst Jünger.
[19] Intitolato Blind in One Ear.