"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



martedì 14 maggio 2013

BONVI: UN TALENTO NELLA STAGIONE SBAGLIATA


BONVI: UN TALENTO NELLA STAGIONE SBAGLIATA

 

Bonvi, per quasi tutti – e per diversi senza leggerne la firma sulle vignette risulta ancora più anonimo – fu solamente l’autore delle Sturmtruppen, o meglio della “striscia” a fumetti omonima.
In ragione del loro formato, essenzialmente autoconclusivo, e del contenuto, satirico, non è cosi azzardato dire che se il loro creatore fosse nato negli USA egli sarebbe stato paragonabile a Garry Trudeau, autore di Doonesbury.
 

Invece no.
 

Qualcuno lo confonde, Bonvi, anche con Silver, creatore di Lupo Alberto, suo allievo.

 
Un bel tipo Bonvi (ovvero Franco Bonvicini) biondo e teutonico ([1]), bravo e alla mano.
Ma erano anni, gli ultimi ’70 e poi gli ’80 del secolo scorso, in cui già sembrava faticoso affrancare e poi glorificare Hugo Pratt e – per i già finti giovani – Andrea Pazienza ([2]) fra i fumettisti ([3]), mentre si sperava che Frigidaire potesse fare la rivoluzione almeno nei cartoon. Figuriamoci dunque uno che “faceva fumetti da ridere” ([4]).

 
Bonvi era di quelli che non mancava mai a Lucca quando Lucca era nota solamente per il salone dei fumetti (o “comics”) annuale, che si celebrava in città a cavallo tra ottobre e novembre ancora nella Piazza del Giglio.

 
Bonvi muore male – investito per strada a Bologna, nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1995 ([5]) – ma ancora abbastanza integro (un articolo de Il Fatto quotidiano dichiara: “Lui che come il suo amico Hugo Pratt aveva la cirrosi dietro l’angolo”), dunque almeno non del tutto inviso agli dei: aveva quasi 55 anni.

 
Ecco almeno questo Bonvi se lo merita.

 

                                                                                                                      Steg

 
 

ADDENDUM

Che il post fosse poco più di un abbozzo ([6]) è evidente a tutti, prima di tutto a me e del resto chiudevo con un “almeno”.
Oggi, domenica autunnale 2014, sono incappato in ciò che probabilmente cercavo, ma in una edizione successiva e quindi meno pregiata: cioè il libro intitolato Bonvi nella collana “I cartoons in grande” della Editoriale Corno, anno 1975.

 

La bella prefazione di Luciano Secchi ([7]) sarebbe da riprodurre tutta. Sarebbe in realtà da ristampare il volume o meglio partire da esso per un’opera corposa, dedicata a un fumettista veramente internazionale.

 

Bonvi è stato uno di quelli che aveva letto, molto più del consentito, ma non lo dava a vedere.
Prova ne sia questo buffo fumetto (che riproduco qui con le caratteristiche esatte, maiuscolo e grassetti e corpo tipografico) che esce dalla bocca di Bonvi in una fotografia in bianco e nero a tutta pagina ([8]) in cui lui è in divisa da carrista: “LES HOUSARDS A LA CAMPAAAAGNE! MANG’NT LES POUL’S ET LE CHAPONS LAISS’NT LES OS POUR LES DRAGONS LES HOUSAAAARDS!.”.
Puro Roger Nimier.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

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Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – incluso il titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.




[1] Cercate il libro Sturmtruppen – Il mondo secondo Bonvi, Milano, Rizzoli, 2005, che ha degli inserti biografici e iconografici imperdibili, anche per un profilo più tridimensionale del loro Autore. Il fatto che io lo comprassi come remainder qualche anno fa non induce a ottimismo nel suo reperimento.
Nel 2010 (rieditato in nuova edizione nel 2012) è uscito un volume analogo per i tipi della Salani (Milano): SuperSturmtruppen, con maggiori contenuti fumettistici e minori approfondimenti.
Insomma, l’uno compendia l’altro.
Per completezza, rammento anche il sito www.bonvi.it.
[2] Come è noto, io sono un tamburiniano e quindi non allineato fra i non allineati.
[3] Hugo Pratt si fregiava di essere fumettaro la prima volta che gli parlai, poi si inventò quella monata – forgive my Venetian – della letteratura disegnata e tutti a sbrodolarsi addosso.
[4] Per chi volesse tentare investigazioni ulteriori, indico: BONVI, Ultime lettere delle Sturmtruppen, Milano, Editoriale Corno, 1978 e Giorgio FERRARI, Sturmtruppen – Il fumetto di satira antimilitarista, Gammalibri, 1981.
[5] Come spesso accade per le morti dopo il tramonto la datazione è incerta.
[6] Nemmeno annoverabile nella “Sketches” series del blog.
[7] Meglio noto come Max Bunker: http://it.wikipedia.org/wiki/Max_Bunker.
[8] La pagina 4.










sabato 11 maggio 2013

ANCHE I GHANESI AMMAZZANO AL SABATO, A MILANO (Sniper series - 17)


ANCHE I GHANESI AMMAZZANO AL SABATO, A MILANO
(Sniper series - 17)

 

Mattina di follia a Milano, un ragazzo di circa 30 anni, originario del Ghana, ha aggredito a colpi di piccone tre passanti uccidendone uno e ferendone due gravemente” ([1]).
Sincere condoglianze ai parenti dell’ucciso (un quarantenne) e solidarietà ai due feriti.

 

Il picconatore della zona di Niguarda è forse un lettore di Giorgio Scerbanenco ([2])?
Non credo proprio.

 

Sono stufo della multietnia ad ogni costo, troppo spesso politicamente schierata (e mascherata?).


PS: purtroppo, al 14 maggio 2013 anche i due feriti gravi sono morti.

 

 

                                                                                              Top Shooter

 

 

 

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[1] Da L’Unità versione on line dell’11 maggio 2013, ma la sintesi è comune a tutte le testate giornalistiche.
[2] I milanesi ammazzano al sabato: titolo di un suo romanzo.
Per una vicenda grottesca nella sua tragicità assoluta, un titolo di un romanzo forte (ma che nulla ha a che vedere con i fatti qui narratti).

giovedì 9 maggio 2013

L’ETERE GRIGIA ITALIANA (lo stato della radiofonia)


L’ETERE GRIGIA ITALIANA
(lo stato della radiofonia)

 

Altrove nel blog ho commemorato, con gradimento costante dei lettori, la statura radiofonica di Leonardo “Leopardo” Re Cecconi.

 

Riscontro, io stesso fifthy-something, lo stato modesto della radiofonia italiana, quella delle emittenti che una volta si chiamavano network ora non più perché esse, ciascuna di loro, da sole trasmettono su tutto il territorio nazionale (e oltre se attraverso internet).

 

Sono i conduttori il cui pelo sullo stomaco spesso è grigio – imbragati in palinsesti dove le chitarre miagolano anziché ruggire, dove le rime sono cuore/amore, dove Fabri Fibra di straforo frantuma l’immagine (sapete da cosa deriva iconoclasta?) e i suoni laccati e paraculi (nazionali o esteri, come i liquori nei listini prezzi dei trani) e altro non si può chiedere – a mordere il freno di una briglia timorosa quando il “danno” (quale in termini quantitativi?) sarebbe comunque modesto perché modeste sono le vendite, “fisiche e digitali” come amano sottilizzare anche quelli che non sanno chi fu Phil Spector ma riscaldano minestre sonore piene di scarafaggi (non di Liverpool) e smagliate come prostitute pensionabili.

 

Ecco allora, esemplifico i miei ascolti, evidentemente: Federico l’Olandese Volante promettere più Ramones, Linus paventare “Iron Man” dei Black Sabbath a recensire il terzo capitolo dell’omonima saga cinematografica marvel-iana, Dini e Lester straforare per le casalinghe mattutine una melodia di The Smiths che si perde nel ronzio di un battitappeto modernissimo per il quale manca il danaro per onorare la rata a fine mese (è il credito al consumo, baby!).

 
Il peggio deve ancora venire, ma cercano di non dirvelo; perché la rivoluzione non sarà trasmessa in televisione (in quanto non ci sarà), ma la crisi economica ve la distillano lontano dai pasti.
Sta dunque a voi, prima che siano bruciate tutte le vostre cellule cerebrali, attaccare il Palazzo dei Ricordi che avete dimenticato e riconquistare la vostra dignità musicale.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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PERLE MEDIATICHE 20 – ANCORA A PROPOSITO DI PUNK

PERLE MEDIATICHE 20 –
ANCORA A PROPOSITO DI PUNK
 
Quotidiano Il Giornale, 8 maggio 2013, pagina 25, articolo di Stenio Solinas intitolato “Da anarchici a borghesi Che fine triste per i punk” ([1]), argomento: la mostra “sul punk” al Metropolitan Museum di New York.
 
Un negozio londinese di King’s Road: Sex era il suo nome e poi, via via, Seditionaries, Too Fast To Live …”.
In verità Too Fast To Live To Young To Die è il nome del negozio prima di Sex (e dopo Let It Rock); dopo la ditta/insegna Seditionaries, il negozio non venderà più “vestiti per eroi”: mai sentito parlare di World’s End?
 
Vivienne Westwood e Malcolm McLaren” ([2]) … “il secondo un genio del marketing, è morto due anni fa, la vedova ha già preso le distanze dall’iniziativa”.
A parte che non si scrive che McLaren fu il manager dei Sex Pistols e, prima, delle New York Dolls, egli morì l’8 aprile del 2010 dunque tre anni fa.
Difficile avere lo status di vedova quando non si è stata sposata con il defunto e, per di più, dal 1992 si è sposate con altra persona: Andreas Kronthaler.
 
[…] “a New York ebbe il suo epicentro nel CBGB di Bowery ([3]) e a Londra nelle cantine e nelle strade dell’East End”.
Rammento che il Marquee aveva originaria sede in Wardour Street (West End) e lo stesso valeva per il Roxy (WC2 il codice postale), mentre il Music Machine era a Mornington Crescent (nord di Londra); ricordo a me stesso che il punk festival del 20 e 21 settembre 1976 si svolse al 100 Club in Oxford Street; che King’s Road non sia nella zona est di Londra era, credevo, fatto notorio.

 

 

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[1] La “c” maiuscola nel titolo non è un mio errore.
[2] Scrivo il nome di McLaren correttamente.
[3] Evito un altro refuso presente nell’articolo.

martedì 7 maggio 2013

IL PUNK È …


IL PUNK È …

 

Il punk è un calcio volante che anticipa un pugno.

Il punk è un pugno che anticipa un calcio volante.

Il punk è anche una corsa che salva il singolo dai suoi aggressori, fiatone e un mezzo sorriso dopo lo scampato pericolo.

Il punk è coscienza della strada buia che nonostante ciò si percorre.

 

O forse è solo gioventù?

 

 

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FORZOSO PROTAGONISMO MEDIATICO


FORZOSO PROTAGONISMO MEDIATICO
 

Mio padre, mezzo secolo abbondante come giornalista professionista, con ambivalenza ([1]) mi ha spesso ricordato come i quotidiani (i “giornali” dice lui) debbano uscire ogni giorno: evidentemente non è cosi ovvio, neanche a chi riempie le redazioni.
 
Ebbene, non vi chiedo di comprare i giornali (però vi chiedo di informarvi), ma seguite una delle rassegne stampa qualsiasi che verso mezzanotte potete trovare in diversi canali televisivi.
In esse vi leggono dei titoli, sempre roboanti, come se il titolo in prima pagina bastasse (salvo imporvi cinque dozzine di pagine e più i due più importanti quotidiani nazionali).
 
È il protagonismo che scende sempre più in basso.
Non bastava che cani e porci firmassero con i propri nome e cognome ([2]) articoli dove magari salta qualche coniugazione verbale ([3]), ora siamo ai tristi titolisti che si pavoneggiano come se Andy Warhol fosse solo uno che non sa dipingere e ha canonizzato la loro apparente e transeunte popolarità.
Come se un titolo facesse vendere.
 
Vi sembra blando questo post?
Ma io non sono un “gazzettiere del nulla” ([4]) e neanche un titolista, cosa pretendete da me?

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Se essi devono uscire ogni giorno: dai medesimi non si può pretendere molto, i predetti tempi stretti in parte costringono il respiro di un articolo.
[2] Una volta firmare con le proprie iniziali era già un traguardo.
[3] Peggio gli errori di contenuto, ma allora siamo alle “perle mediatiche”.
[4] Espressione cara a Carmelo Bene.

sabato 4 maggio 2013

HIRE A BRAIN (Sniper series - 16)


HIRE A BRAIN
(Sniper series - 16)


Sto pensando di aprire un’impresa commerciale con la ditta “Hire a Brain”: è destinata, prevalentemente, ai ciclisti idioti che percorrono preferibilmente sul marciapiede, preferibilmente contromano, le strade di Milano.


Ai più spiritosi l’adesivo: “NO brain, NO brakes!”.


Ho un solo dubbio: come possono capire che serve loro un cervello, sebbene a noleggio?
Il problema non è la lingua inglese, evidentemente.
Se ne doleva Tommaso Labranca già molti anni fa nel suo libro 78.08.



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martedì 30 aprile 2013

BILLIE RAY MARTIN


BILLIE RAY MARTIN
 
Billie Ray Martin mi ha brutalmente criticato: le avevo scritto un messaggio di posta elettronica senza la dovuta etichetta: aveva ragione: anche io ero caduto in un eccesso di immediatezza che avrei certamente evitato scrivendo una lettera secondo i canoni tradizionali ([1]).
 
Billie Ray Martin è la dimostrazione che avere molto talento non serve per avere successo, anzi può risultare deleterio.
Sto scrivendo di una grande artista, una cantante con una voce che colpì – quando lei fronteggiava la Electribe 101 ([2]) – Siouxsie Sioux e Budgie.
 
Certo se avessero creduto di più nella Tribù Elettrica Centouno coloro che li posero sotto contratto...: al tempo, quando si cercava di uccidere il vinile ([3]), acquistai la versione negletta e deperibile, nera e ingombrante (12 pollici) del loro unico album, Electribal Memories, perché quella in formato CD con tracce in più a Milano giunse in qualche (due, tre?) copie.
Molto vinile lo accumulai ex post ([4]):
 
Poi questa sirena dai natali incerti nel luogo (Germania, probabilmente Hamburg) e nel tempo (ma a una Signora non si chiede mai la data di nascita, mai) cominciò una carriera solista tortuosa con qualche EP, l’album Deadline For My Memories e i “suoi” singoli.
Prima uscite indipendenti, anche un paio non autorizzate dall’artista, e quindi solo autoproduzione o quasi, come testimonia il suo sito internet ufficiale.
 
Billie Ray Martin rimane, dunque, una artista di culto senza certo volerlo ad ogni costo, roba da dancefloor slavati dalla stanchezza e cerchiati dalle occhiaie di coloro che ancora li calcano a tardissima ora.
L’opposto della discoteca del disimpegno ([5]).
 
Difficile aggiungere altro senza diventare personale e quindi noioso, oppure semplicemente essere una discografia.
 
Se potete, cercate anche il DVD con i suoi promo clip, e ivi fustigatevi con “Imitation Of Life”: dove il playback soccombe alla voce, ma le immagini smantellano ogni residua resistenza scettica.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Non è sempre buono il progresso, soprattutto nei media.
[2] Electribe è il nome di una “linea” di strumenti della nipponica Korg, Inc. (Kabushiki-gaisha Korugu): sintetizzatori e drum machine.
[3] Altro che Record Store Day, allora!
[4] I 12” avevano delle versioni monumentali rispetto a quella “originale”.
Rammento una record fair all’Electric Ballroom di Londra (quando a Camden Town la prima lingua non era l’Italiano): trovai un raro mix della Electribe 101, il numero 1 di i-D, un clamoroso CD non ufficiale dei Soft Cell e, se non ricordo male, anche una copia di Anarchy in the UK (la fanzine): il tutto per qualche decina di sterline.
[5] Soliti gli esempi: dal Northern Soul alle gay disco del popolo Bowie (e Bowie stesso?) che arrivò al punk: dico Marc Almond e “John, I’m Only Dancing”.

domenica 28 aprile 2013

AYRTON SENNA: UN ASSO


AYRTON SENNA: UN ASSO ([1])

 

Pilade Del Buono, che ogni anno scrive un necrologio commemorativo per la morte di Gianni Brera, chiese a mio padre se il necrologio per Ayrton Senna fosse mio (cioè quello con il mio cognome).
Se si muore di domenica, difficilmente il Corriere della Sera pubblicherà il giorno successivo. Cosi accadde anche per il mio necrologio: redatto il lunedì mattina nell’ufficio-inserzioni del quotidiano milanese di Via San Pietro all’orto, uscito il giorno dopo.

 

La casa vuota come se avessi appena traslocato, in realtà una scelta mia.
Seduto su quella poltrona da scrivania un poco sfondata ma comoda e con cuoio vero a rivestirla, passo le ore del pomeriggio di domenica davanti al televisore, poi è l’ora dell’aperitivo e ancora la notizia della morte non è confermata formalmente: decido di indossare la maglietta con la doppia S sgommata che celebra le sue 50 pole position ([2]) e sto seduto a un tavolino all’aperto del Bar Basso a Milano, come se quasi nulla ci fosse intorno.
Cena.
Ancora davanti al televisore. Finalmente alla mezzanotte passata riesco a piangere.

 

Chissà come mai: quest’anno saranno 19 anni dalla morte dell’asso brasiliano, usai campionissimo nel necrologio (come Fausto Coppi), eppure sembra che vogliano farli sembrare 20.

 

E pensare che era partito cosi bene dal palo di quel nastro d’asfalto, che sembrava falso come il nome del Gran Premio che ivi si correva.
Anche per questo risulta ancora più grottesca la sua morte: il Mago della pioggia, il Re di Montecarlo, finisce i suoi giorni nella trista Imola in un caldo pomeriggio che sembra solamente banale.

 

Gli assi sono innovativi, e così Ayrton Senna che percorreva il tracciato a piedi alla vigilia di un Gran Premio dimostrava un’attenzione fuori dal comune.

 

Molti assi lasciano fra le ultime loro immagini quella del casco indossato come un elmo, per poi finire in una nuvola, in una dimensione comunque aerea che nessuno può penetrare.

 

Mentre il dimenticato dai molti Alain Prost, e il fuoriclasse “solo per aver superato il record di Juan Manuel Fangio” Michael Schumacher in qualche modo beneficiarono della tragica luce riflessa data dal fatto che Senna morì in quella stupida e modesta pista il 1° maggio 1994.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

POST SCRIPTUM

Sono quasi trascorsi 20 anni, da quel giorno e un anno esatto (era il 28 aprile 2013) dalle righe qui sopra.
Io non posso aggiungere niente.

Per chi vuole “qualcosa di diverso” rimando a Giorgio Terruzzi, Suite 200. L’ultima notte di Ayrton Senna.


Metteteci, di vostro, anche un sorriso.

 

 

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[1] L’appellativo di asso è nato per i piloti d’aviazione di guerra, poi è passato agli sport motoristici.
Per essere un asso occorre abbattere almeno cinque velivoli avversari (più che “nemici”), questo perché la stampa francese chiamò “asRené Paul Fonck quando egli abbatté il suo quinto. Parliamo di prima guerra mondiale.
[2] Il record di pole position di Jim Clark: 33, durò per vai lustri, sino a quando, appunto, lo eguagliò e superò Ayrton Senna.

venerdì 26 aprile 2013

MISSIONE COERENZA (variazioni sulle guerre di stile)


MISSIONE COERENZA
(variazioni sulle guerre di stile)

 

 

Ricevo il post che qui di seguito pubblico sempre da EKS, quindi dall’autore (autrice), fra l’altro, di una doppia striscia a fumetti che a breve farà il suo debutto: Vice-Versa.
Le parole in parentesi quadra sono una mia aggiunta chiarificatrice.

 

A titolo di accompagnamento, riporto un passo tratto dal racconto “Il mangiatore di libri”, contenuto nel volume Adoro essere uccisa di Tibor Fscher pubblicato in Italia nel 2003 da Fazi Editore (Roma), l’originale si intitola Don’t Read This Book If You’re Stupid ed è del 2000: “Quella t-shirt non gli piaceva più, la trovava imbarazzante. Bookcruncher con arco disegnato sopra,, nel mezzo i primi due versi del L’Iliade e sotto, in caratteri più piccoli, ‘Dovete avere paura di me’. Il tipo di accessorio di quando sei giovane  e hai voglia di combattere” (pag. 161).

Questo passo mi consente, anche e finalmente, di criticare quella tristanzuola moda di alcuni anni fa di quelli che indossavano delle magliette con passi tratti da opere letterarie le più disparate (fra l’altro lucrando, i fabbricanti di dette t-shirt, sul fatto che le citazioni provenivano da autori ormai non più tutelati dal diritto d’autore e, aggiungo, disinteressandosi anche dei diritti dei traduttori): di oltraggioso in ciò non vi ho mai visto nulla, e la più modesta era quella maglietta portante una citazione di Friedrich Nietzsche a proposito di “stella danzante” perché sembrava cercata con il lanternino nella sconfinata produzione del filosofo (e molto altro) tedesco.

 

 

                                                                                                          Steg

 

 

 

 

MISSIONE COERENZA

 

Ho scoperto di non avere più vent’anni.
O meglio, ho doppiamente vent’anni, ma impiegherò i prossimi venti per abituarmi.
E, come me, molte altre persone anagraficamente oltre i vent’anni non si rendono conto che bisogna adeguare comportamento e apparenza all’età anagrafica.
 
Dopo la seconda guerra, i giovani di allora si ribellarono ai costumi dei padri e si ritagliarono una autonomia di condotta e apparenza.
Per un breve periodo i giovani furono convinti che il mondo sarebbe stato nelle loro mani, che avrebbero avuto voce in capitolo e possibilità di esclusiva espressione.
 
Sono ora passati 60 anni e gli ex giovani (giovani di allora) si sono ripresi il conformismo, rovesciandolo. Gli ex giovani si vestono da giovani allo scopo di continuare la loro missione: fanno bene queste signore di 70 anni a guardare con un occhio al portafoglio e un occhio alla taglia, i capi da H&M, sgomitando con le adolescenti. Hanno vissuto tutta una vita e possono fare quello che vogliono, tanto le adolescenti non arriveranno ad una età tale da poter capire.
Si tratta di proseguire a ribellarsi ai costumi dei padri, e indossare i costumi dei nipoti per poter dare un seguito alla coerenza.
 
La mia fascia d’età corrisponde ai doppi vent’anni, l’età dell’invisibilità:
-        età in cui sei accasata e non cerchi il principe azzurro,
-        sei in faccende affaccendata e non cerchi un passatempo,
-        hai gli armadi pieni e non cerchi un nuovo stile,
-        hai i libri anche sotto il letto e non cerchi un nuovo autore emerso dall’emergenza, hai il cuore già infiltrato a morte e non cerchi una nuova band,
-        hai i cassetti pieni e non cerchi sogni nuovi.
La mia generazione non si è ribellata ai costumi dei padri, alcuni si sono dissociati dai costumi dei propri coetanei, niente più.
E ora tutti noi invisibilmente uniformi e conformi alle aspettative. Tutti zittiti dal trambusto e [dall’]inutile vociare collettivo. Con poco da ricordare del presente, e con uno sforzo costante per poter coltivare una versione ricordabile del passato.

 

 

                                                                                                                      EKS

 

 

 

 

 

© 2013 EKS, Milano, Italia
     © 2013 Steg, Milano, Italia.
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