"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 13 ottobre 2011

“McGEOCHISMS”

“McGEOCHISMS”

Conobbi John McGeoch alla fine del concerto del 26 giugno 1981 al Teatro Nuovo di Torino di Siouxsie and the Banshees, era il mio secondo ([1]) loro concerto e nel pomeriggio avevo chiacchierato un bel po’ con Budgie, allora dotato di poco banshee-look e con un giubbotto di jeans blu stinto con diversi badge.

Rammento che a John dissi in battuta che non gli avrei fatto domande tecniche, dato anche che non suonavo e che mi sembrava a quel punto più interessante sapere se andava lui personalmente in lavanderia … Gli chiesi peraltro dove avesse comperato i sui stivali – dei biker boot – e lui così mi introdusse al mondo di Johnson’s allora ubicato solo in King’s Road.
Quando ci salutammo mi disse di cercarlo ai concerti di Londra quella estate e così feci e, un po’ avventurosamente, cominciai a conoscere meglio tutta la band (ma questa è un’altra storia).

John fu sempre molto gentile con me ogni volta che ci si incontrò, forse un poco della mia tenacia lo stupì, comunque da Scotsman era sempre molto socievole.
Rimasi davvero male quando nel pomeriggio del 28 novembre 1982 Billy “Chainsaw” Houlston in un Hammersmith Palais londinese ancora vuoto e rimbombante fra tecnici ([2]) e roadie, dopo avermi apostrofato con “You must be XXX” perché gli avevo scritto non poche volte presso il fan club ([3]) mi disse che avevano dovuto sostituirlo definitivamente, per quel tour ancora con Robert Smith.

Lo vidi anni dopo ad un concerto in cui militava con i PIL, ma non ebbi più occasione di scambiare due chiacchiere con lui.

La morte di John McGeoch il 4-5 marzo 2004 (di notte, nel sonno) lasciò tutti sorpresi e stupiti, poiché non era certo persona dai grandi eccessi, e probabilmente negli ultimi anni nemmeno certe stranezze alcooliche gli erano più congeniali, si era anche diplomato infermiere(!).

Lo descrissi circa così a qualcuno, quando seppi del suo decesso: “Era un tipo davvero curioso, sai? Me lo ricordo in studio di registrazione a Londra, con un boccale da birra pieno di vino, o le correzioni della Guinness con il Fernet Branca.
‘Aveva questo sguardo sornione, non era troppo alto, il ciuffo sugli occhi, magari, eppure alla chitarra estraeva non solo lo “stile [John] McKay” ma tutto il resto che tutti conoscono ma poco collegano a lui: poco più di due album e mezzo, ma monumentali e poi il poco ricordato terzo album dei Generation X e anche nei Visage fece meraviglie.”’.

Ogni tanto, il Grande Scozzese ricompare nelle interviste ad altri chitarristi di talento sottile, cioè meno evidente, da ultimo in quella ai Manic Street Preachers sul numero 174 di Uncut, a pagina 35 James Dean Bradfield a proposito di come voleva suonare in The Holy Bible ricorda: “I really wanted to do a lot of my John McGeochisms, from Magazine, I was getting fed up with trying to ape Slash” ([4]).

Del resto, Siouxsie lo ha descritto come musicista in grado di creare quasi tutto: ‘I loved the fact that I could say, “I want this to sound like a horse falling off a cliff”, and he would know exactly what I meant’.

Ed allora “McGeochism” è un bella parola di sintesi, non solo musicale.



POST SCRIPTUM
Se ci riuscite, cercate in internet il documentario radiofonico “Spellbound: The Story Of John McGeoch”, per ricordare come egli potesse essere sia sinuoso, sia spigoloso nel suono: la quadratura del cerchio a sei corde, o quasi.

 
                                                                                                                      Steg


 

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[1] Molti ne seguirono ed alla fine smisi di contarli.
[2] E chissà oggi dove è Tony Selinger, pure conosciuto a Torino, che tanti biglietti e pass mi procurò.
[3] Anche Billy una persona davvero notevole.
[4] Avendo già citato in un altro mio post i Magazine, per chi volesse approfondire segnalo Helen CHASE, Magazine The Biography, Newcastle U. T., Northumbria Press, 2009.

martedì 11 ottobre 2011

JEFF BECK

JEFF BECK

Se guardi le mani di JB non pensi a un chitarrista, sono le mani forti di chi fa lavori manuali ([1]).
Penso a un vetraio o a un falegname di quelli che vedevo a sei-sette anni: mani che nemmeno la punta del diamante o i denti della sega possono intimidire, erano come dei Vulcano della metropoli, potenti e temibili!

JB che scende in città a comperare le candele (spark plug però suona meglio) per uno dei sui pezzi da collezione su ruote e poi si ferma al pub per un whisky allungato con acqua.
Jeff Beck è come la copertina di Jeff Beck’s Guitar Shop: ama le chitarre come le sue automobili e le guida entrambe con metodo e grandissimo talento; con altrettante perizia e passione le accudisce.

Jeff Beck sale sul palco con pantaloni neri, tank top bianca e gilet nero con scarponi da lavoro che lo terrebbero attaccato alle assi di legno anche se arrivasse un tornado con un AAA pass.
Poi impugna la chitarra Fender Stratocaster (spesso con leva) e tutto si trasforma. Lui non suona degli assolo, lui rende il suono una sorta di stream of consciousness potente ma mai volgare, riesce persino a farmi sopportare “A Day in the Life” ...

Jeff Beck suona, nel senso che trae musica da uno strumento musicale, è un musicista che poco affida alla parola e in questo si distingue sia dagli altri chitarristi che hanno militato ne The Yardbirds, sia da un grandissimo della chitarra quasi per caso come Pete Townshend. Solo Jeff Beck si accontenta di esprimersi con il suo strumento.

Delle due l’una: o già conoscete Jeff Beck o dovrebbe venirvi voglia di conoscerlo.
A me piacerebbe averlo come amico e qualche volta andare in auto con lui, su una MG racing green sapendo di potermi fidare della sua guida.

                                                                                                                      Steg



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[1] Incidentalmente mi ricordano le mani di un altro fuoriclasse di cui ho già scritto in questo blog, ma qualche pensiero lo tengo per me.

venerdì 7 ottobre 2011

ADAM CON E SENZA ANTZ









ADAM CON E SENZA ANTZ

 

Non è per il fatto di essere stato, se non il primo, fra i primissimi ad esibirsi in Italia che fa di Adam Ant con gli Antz (inizialmente lo spelling, in quanto logo, aveva la “D” del leader invertita e la “S” finale del gruppo scritta come se fosse stata una zeta, appunto) una figura perno per i pochi che c’erano già nel 1977.

Del resto, i concerti di A&TA sono dell’ottobre 1978 ([1]).

Andando per tavole sinottiche, in quel mese a parte i Sex Pistols già sciolti da mesi si respirava aria di PIL e chi aveva avuto la fortuna almeno di ascoltare le prime due John Peel session di Siouxsie and the Banshees ([2]) era ben conscio della svolta che avrebbe reso, allora era così ([3]), quasi vecchi The Clash con il secondo album.

Perché il punk stava finendo.

 

Ed allora?

Adam era outsider fra outsider, punk fra i punk; tanto che qualcuno tacciò i Banshees di snobismo quando decisero di abbandonare il progetto cinematografico di Jubilee, così privando per molti anni il pubblico di edizioni ufficiali di almeno un paio di loro canzoni, in particolare di “Love in a Void” ([4]), nelle loro prime versioni.

Eppure A&TA aprirono alcuni concerti dei Banshees e una splendida foto in bianco e nero ritrae sedute fianco a fianco Siouxsie Sioux e Jordan all’Eric’s di Liverpool ([5]).

Comunque sia, gli Antz arrivarono a Milano con un’aura davvero leggendaria e i due loro concerti furono memorabili in quanto veri e partecipati: la barriera del palco non è mai esistita nello spirito punk anche quando i palchi cominciarono a diventare più alti.

C’è una canzone intitolata “Nietzsche Baby” di cui non si ha notizia di versioni in studio la quale da sola vale tutto il 1978 della band.

 

Ecco allora che – a parte coloro che ebbero la fortuna di ottenere almeno del materiale cartaceo proveniente dal gruppo, cioè da Adam – negli anni successivi si arrivò ad una archeologia spasmodica la quale non ha reso alcuno pago delle scoperte, dato che troppe canzoni sono andate seppellite.

Le Formiche non erano punk nel suono, e canzoni come “Il Duce” avrebbero potuto per lo meno mettere in guardia sull’eclettismo di Stuart L. Goddard.

 

Per ascoltare qualche cosa, di nuovo si doveva ricorrere alle sessioni con John Peel e a quel famoso bootleg che molti dicono essere stato almeno propiziato dallo stesso Adam Ant: Madam Stan in cui confluirono le registrazioni che avrebbero dovuto essere il primo album del gruppo.

 

Non fu così, ed allora gli Antz esordirono con il secondo album: Dirk Wears White Sox.

Poi tutto collassò, nel senso che Adam perse (o piuttosto si fece sfilare) la band che divenne i Bow Wow Wow; cosicché quel disco e la tournee estiva che ne precedette l’uscita – dove però c’erano già novità atte a rendere inattuale, sebbene non obsoleto, il contenuto del LP – si pongono come una sorta di cerniera fra zeta ed esse ([6]).

 

Quando la Antmusic esplose, Adam ebbe l’intelligenza di usare alcune sue vecchie composizioni come lati b dei singoli.

Perché, come non è notissimo, prima degli Antz ci furono The B-Sides (sebbene su Internet taluno erroneamente li inquadra come gruppo senza al suo interno Adam).

 

La vita successiva degli Ants è esploratissima e per molto tempo essa fu rose e fiori (lealtà volle che il 26 maggio 1981 al Rolling Stone di Milano ci fossero tutti quelli che erano stati alle due gig del X-Cine).

Poi arrivò la carriera solista (ma sempre con Marco Pirroni al suo fianco) inizialmente di buon successo e quella – tentata- di attore di Adam Ant.

Quindi una spirale artistica in discesa cui si sono aggiunti problemi di salute psichici.

 

Nel terzo millennio, a parte la sortita con l’autobiografia e qualche apparizione sporadica, solo nel 2010 Adam torna davvero sulle scene, più Anz che Ant, cioè sembra con la voglia di ripartire senza dimenticare le sue origini.

L’album ormai è atteso da mesi, ha un titolo assolutamente improbabile: Adam Ant Is The Blueblack Hussar in Marrying The Gunner’s Daughter, ma c’è una certa curiosità e una discreta attesa.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Il 16 e 17 a Milano, i più importanti.
[2] Reperibili nell’album Voices on the Air, fra l’altro.
Chi li aveva visti e sentiti dal vivo aveva subito impatti ben più permanenti negli effetti.
L’album The Scream sarebbe uscito il 13 novembre.
[3] Poi giustificare con la produzione di Sandy Pearlman è altra cosa.
[4] Curiosamente, se “Deutscher Girls” di A&TA fu in seguito censurata onde la strofa “to be so nazy” divenne “to be so nasty”, la nuova registrazione di “Love in a Void” come altro lato (era una sorta di double a-side single) di “Mittageisen” portò da “too many Jews for my liking” a “too many fools for my liking”.
[5] Rivedendola oggi si può sostenere che essa contiene l’abbandono della scena della seconda e l’avvicinarsi di una visibilità finalmente non per pochissimi per la prima insieme a Severin, Mckay e Morris.
[6] Sembra quasi la strofa di una splendida canzone di The Associates: “A”, una mia piccola fissazione.

domenica 2 ottobre 2011

A RIOT ON THEIR OWN, BUT NOT ON MINE (The revolution will not even be televised?)

A RIOT ON THEIR OWN, BUT NOT ON MINE
(The revolution will not even be televised?) ([1])

Blanda eco in Italia per le proteste “contro Wall Street” che ultimamente si svolgono a Manhattan il sabato ([2]).

Da un lato, appare con evidenza che dette proteste non sono rivolte nei confronti del sistema finanziario in sé, bensì avverso quella finanza che ha portato a un’artificiosa crescita che, con altre concause, ha condotto a una crisi finanziaria che non è solo nordamericana, che non è di un unico settore (cominciò con quello immobiliare), che nessuno è in grado di definire territorialmente e nel tempo (doveva già essere finita. Ogni governo nazionale si dichiara meglio degli altri nel contrastarla, in realtà vivono a ore, con gli indici dei mercati degli strumenti finanziari che oscillano incessantemente mettendo in crisi anche i parametri di valutazione dei medesimi), che nessuno sa come e quando (lo ripeto) risolvere.

Dall’altro, chiunque abbia capacità di considerare la propria dimensione europea si chiede: cosa succede chez nous? Pressoché niente.
Se un imprenditore come (ripeto come) Diego Della Valle (rivolto formalmente al lusso, ma anche entro il consiglio d’amministrazione del Corriere della Sera, già nel patto di sindacato di Mediobanca ora fuori per salire meglio nel suo capitale sociale, etc.) acquista degli spazi su quotidiani, mentre i cittadini ([3]) non si sento spinti a protestare (intanto significativamente gli “indignados” spagnoli danno il nome agli indignati su scala planetaria), il panorama che si presenta agli occhi di chi voglia vedere è brullo e desolato (non desolante).

Non esiste cioè nel nostro paese alcuna spinta alla protesta rivolta al cambiamento.
Esiste una palude politica che tutto assorbe, nella quale diviene un timido ribelle (dopo il meno ribelle sindaco di Macherio, anch’egli leghista) il Ministro degli Interni (quasi una contraddizione in termini) Maroni dichiarandosi favorevole alla consultazione popolare referendaria relativa alla normativa che regola le elezioni.

Esiste, però, anche un popolo che, ormai da un trentennio abbondante, non si distingue più per classi sociali, ma è accomunato dall’illusione dell’eterno miglioramento a credito (quel compro oggi e pago domani che non funziona più per chi non ha lavoro o si vede non pagato dal proprio datore) del proprio tenore di vita, dalla borsa di grande marchio che dovrebbe consentire alla piccola impiegata di sentirsi uguale alla moglie del grande dirigente o, meglio ancora, a quella dello sportivo, dall’orologio da migliaia e migliaia di euro (però poi l’ora è letta sullo schermo di un telefono mobile), e così via.

Detto in modo brutale e banalizzante: è il padrone che sembra fare la rivoluzione al posto dei suoi operai? Probabilmente no.
Verosimilmente, in Italia l’imprenditore cura i propri interessi; mentre il dipendente, abbagliato dall’esclusività vendutagli dalla pubblicità (come può essere esclusivo ciò che viene propagandato per essere venduto in grandi quantità? Impossibile), non si accorge di essere ogni giorno più povero.
L’intellettuale è sparito, oppure è ospite dei rotocalchi che nascono come costole di altre testate e che sono farciti d’inserzioni pubblicitarie e “redazionali” (la stessa cosa, ma vestita da articolo con foto di prodotti da vendere).

E smettiamo di rotolarci in “nottate” napoletane che devono “passare”, perché fuori dalla crisi, quando se ne verrà fuori, l’Italia sarà ancora più indietro in quanto non avrà partecipato in alcun modo a costruire il futuro mondiale.
Altro che sequestri di prodotti cinesi pericolosi! Le poche speranze sono proprio in generazioni nate nello Stivale, ma con gli occhi a mandorla oppure che praticano il Ramadan; ovviamente, loro avranno i propri politici, italiani però con logiche che saranno incomprensibili a una classe politica vecchia e tesa a perpetuarsi ad ogni costo (anche contro le imprese. Forse qualcuno ricorda chi sostennero gli imprenditori nel 1922?), incluso quello di sfumare le proteste a Lower Manhattan (cioè la periferia censura la Capitale dell’Impero).


                                                                                                                      Steg



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[1] I due riferimenti parafrasati di titolo e sottotitolo sono, rispettivamente, a “White Riot “ di The Clash e a “The Revolution Will Not Be Televised” di Gil-Scott Heron.
[2] Parafrasando Scerbanenco, i Newyorkesi protestano il sabato.
[3] Perché Beppe Grillo è quasi sparito?

martedì 27 settembre 2011

STYLE WARS (the right side of my blog series)

STYLE WARS
(the right side of my blog series)

Essendo un sostenitore – per (mia) necessità – del “nulla si ottiene senza impegno”, escludo che lo stile lo si ottenga per caso.

Purtroppo molti pensano che sia possibile comperare lo stile, ed aggravano la situazione reputando il prezzo di un oggetto (essenzialmente capi di abbigliamento, ma non solo) il miglior modo per valutare lo stile ([1]).
Peggio del caso, direi, a meno di ammettere in qualche modo la propria incapacità di avere almeno gusto.

Un altro errore interessante e frequente, più grave forse per gli uomini ([2]), è quello di ritenere che chi produce un buon capo possa essere poi affidabile su tutto.
Così si acquistano senza scrupolo cravatte di una marca di camicie affidabile mentre sarebbero da scegliere le cravatte sin dall’acquisto e non solo al mattino.
Nemmeno sullo stesso tipo di capo ci si può sempre fidare: un modello può essere particolarmente ben riuscito, ma altri no: perché comperare i mocassini di chi produce ottime scarpe foderate e stringate? Né un buon fabbricante di modelli “brogue” diviene una garanzia anche per dei “boot” modello militare in quanto entrambe le calzature posseggono lacci.

La maggiore o minore penetrabilità fra gli stili (il punk fu l’apice delle interferenze) non toglie alla qualità di ciascuno di essi.
Quello mod e quello rocker sono entrambi stili.

Lo stile richiede tempo e lavoro. Naturalmente anche qualche imitazione è ammessa soprattutto per i giovani; però poi occorre camminare con le proprie gambe e capire cosa si sta comperando e come lo si abbinerà.

Altro nemico dello stile è l’eccesso di sicurezza in se stessi, spesso conseguente all’invecchiare.
In questo senso trovo che attualmente Lemmy Kilmister abbia più stile di Paul Weller (un pavone non è un dandy).

E` mia opinione, ben nota, che i manuali di stile servano a pochissimo, spesso sono da impiegare a contrario ([3]).
Anche perché chi ha stile ne è geloso, altrimenti è solamente un vanitoso.

Ci sono comunque libri interessanti che trattano di stili senza volerli insegnare, qualcuno è (o sarà) anche da me elencato.
Possono essere spunti, oppure semplicemente un piacere leggerli.
Ad esempio, quello che ho impiegato come titolo per queste righe è di Peter York, autorevole giornalista britannico.


                                                                                                                      Steg



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[1] Che lo stile non sia sinonimo di eleganza è altra questione.
[2] Concordo con chi sostiene che l’eleganza è maschile, nel senso che non può essere femminile, dato anche l’assunto per cui si ritiene di norma la donna antitesi del dandy.
Il che non rende immune dal mio disprezzo una donna che compera stivali da motociclista realizzati da una maison di moda francese; né per contro esclude l’eleganza di certe mise – con pantaloni – di Marlene Dietrich o di qualche tailleur della giovane Lauren Bacall.
[3] Non è infrequente incontrare in questi libri perle come “lord” Brummell oppure come – la mia tolleranza appare di poco superiore per il fatto che anche in Francia sia termine, erroneo, invalso – l’espressione giacca da smoking per ciò che correttamente deve indicarsi come dinner jacket o tuxedo.

lunedì 26 settembre 2011

YOUNG FLESH REQUIRED (recensione)

YOUNG FLESH REQUIRED
(recensione)

Quando tornai dal mio viaggio a Londra alla fine di dicembre 1977 NON consegnai (eppure gli accordi erano “portaci un libro sul punk che te lo paghiamo”) ai due conduttori di “Sine Ulla Intermissione” la copia di Punk di Julie Davis, avendo già comunque deciso di tenermi il libro di Caroline Coon, 1988 The New Wave Punk Rock Explosion ([1]).

Faccio questa premessa in quanto di fatto i libri già allora contavano come e più delle fanzine, perché essi erano merce rara e in qualche modo, soprattutto già dotati di respiro storico.
Le eccezioni non mancarono, ma si trattava quasi esclusivamente di riviste ([2]).

Fra libri essenziali o almeno importanti sul punk e quanto seguì si arriva almeno ad una dozzina abbondante, e fra essi un minimo di tre ad argomento esclusivo o principale Sex Pistols sono identificabili.


Ed allora nel 2011, a 35 anni dal vero anno del punk, qualche cosa di più ci si dovrebbe aspettare da Young Flesh Required di A. G. Parker “con” M. O ‘Shea in considerazione di quanto già sino ad oggi pubblicato e delle precedenti opere letterarie che hanno pubblicato (particolarmente godibile quella del secondo Only Anarchists Are Pretty).
Nel senso che la bibliografia che lo conclude risulta troppo scarna, per lo meno il volume di Clinton Heylin scritto su NMTBH’sTSP non citato stupisce, per chi sa come si scrivono i libri e si sarebbe aspettato dalla varietà autorevole di fonti (anche periodiche) evocate la garanzia di un lavoro assolutamente accurato.

Lascia a desiderare anche la riproduzione fotografica nel testo di immagini in originale a colori che sono semplicemente sbiadite nel b/n.
Eppure non poche recensioni indicano le illustrazioni fra i punti di forza: per esempio data la rilevanza e la collezione di Parker qualche bella riproduzione di capi d’abbigliamento marchiati Westwood/McLaren non avrebbe guastato.

Un raffronto, immancabile, con England’s Dreaming di Jon Savage (anche in edizione tascabile se si vuole badare solamente al testo) operato su un paio di avvenimenti porta a concludere che mentre il primo ha un respiro più generale e non datato, Young Flesh Required va sul particolare minuto, dunque più un libro per completisti, ma non privo di pecche.

Due errori evidenti sono: le date di nascita di Morrissey e di Siouxsie Sioux, sbagliate (la prima lo ringiovanisce, la seconda la invecchia), e ancora a proposito di Siouxsie and the Banshees indicarli come in concerto al Roxy (cioè The Roxy di Neal Street) il 21 dicembre 1976, mentre il loro secondo concerto fu solamente il 24 febbraio 1977 al Red Deer di Croydon aprendo per Johnny Thunders and the Heartbreakers ([3]).

Lascio per ultimo quello che reputo il difetto maggiore: la discografia è solo quella ufficiale e risulta davvero insoddisfacente dato che di registrazioni semi-ufficiali la storia dei Sex Pistols è colma e talune sono importanti; per di più Spunk ha ricevuto una “canonizzazione” ed è ormai un album assolutamente legale oltre che imprescindibile (pur se i puristi preferiscono la versione semi-legit intitolata No Future UK?) però non è citato.
Ma anche sull’assolutamente ufficiale (perché pubblicato da Virgin e/o EMI) ci sono mancanze, in particolare e soprattutto il cofanetto di 3 CD sostanzialmente senza titolo e noto come Box ([4]).


In conclusione: caveat emptor e un giudizio 3/5.


                                                                                                                      Steg



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[1] Credo si tratti in assoluto dei primi due volumi pubblicati in Gran Bretagna in argomento.
[2] Mi riferisco a Zigzag, qualche anno dopo The Face e Blitz per diversi anni.
Per le fanzine rinvio a quanto ho scritto partendo da Tom Vague.
[3] Argomento verificato sia sul materiale del fan club, sia anche con Billy “Chainsaw” Houlston (che definire responsabile del “Banshees File” è più che riduttivo) personalmente.
[4] Che sebbene fuori catalogo è meritevole di essere cercato (a parte il fatto che discografie con titoli non più disponibili sono quasi pane quotidiano).

venerdì 23 settembre 2011

WHITE TROUSERS - Passion is a fashion?

WHITE TROUSERS - Passion is a fashion? ([1])

Il bisticcio non è voluto, la domanda è: i Depeche Mode sono (talvolta) mod?

L’unica definizione di mod-ism accettabile è quella di Peter Meaden: “An aphorism for clean leaving under difficult circumstances”.

I white trousers, siano essi sta-prest o jeans, hanno tre capisaldi: The Who, The Clash ([2]), i Manic Street Preachers.
Ma Dave Gahan ha indossato in talune occasioni white trousers con profitto.

Ritengo quindi che i Depeche Mode possano in certi casi essere qualificati stilisticamente come mod.

Lo über-mod diventa dandy ([3]), mentre il dandy che sbaglia (forse perché è in crisi esistenziale? Come è noto, il danaro non è barriera assoluta, né per il dandy né per il mod rispetto al loro stile. Ancora Meaden ricordava l’importanza di essere proprietari di un ferro da stiro e della complementare ma necessaria asse) scivolerà nel mod.

Queste considerazioni sono assolutamente sincere, però mi rendo conto che l’argomento stile è molto personale (del resto nessuno confonderebbe George Brummell con Charles Baudelaire quanto ad abbigliamento) quindi mi aspetto molto dissenso.


                                                                                                                      Steg



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[1] Senza il punto interrogativo, si tratta di uno slogan scritto con modalità stencil su una giacca (para)militare indossata da Joe Strummer. Nonostante tutto, credo che la dicitura emotivamente (non grammaticalmente) esatta sia quella indicata da Caroline Coon “Pashion is a Fashion”.
[2] In realtà una lettura attenta della iconografia vestiaria clash-iana dimostra una attenzione maniacale, per cui “fashion can become part of a passion”; non a caso il problema della street credibility è centrale per Joe, Mick, Paul (e Topper) come dimostra già il testo di “Garageland” in cui lo scontro stilistico è fra i “suits” (riferimento a The Jam probabilmente) e “boots” che sono i Doc Marten’s. La svolta USA porta agli “Hudson boots” , etc.
Prima o poi, sarà il caso di scrivere anche sulla santificazione di The Clash in Italia, altra brutta pagina pseudo culturale, sia perché le santificazioni non sono mai positive, sia perché hanno in sé una valenza tardiva che quanto a tutto ciò nato con il punk le rende antistoriche.
[3] Morrissey da anni veste come un tipico cameriere di pizzeria che trascorre le ore libere in sala corse (o altro), salvo per le scarpe che spesso sono quelle “della festa” del pizzaiolo. Si tratta di un fatto, che quindi non implica giudizi negativi sui lavoratori del settore pizzerie, è piuttosto un dato stilistico inoppugnabile.
Ergo: amare Oscar Wilde non rende dandy (e nemmeno – che non è un “almeno” – mod).
Morrissey, comunque, non si è mai vestito con gusto.