"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



domenica 8 luglio 2012

MORRISSEY: WHY?, OH WHY?!


MORRISSEY: WHY?, OH WHY?!

Arrivo al concerto di Siouxsie and The Banshees ([1]) del 25 agosto 1993 in una venue londinese mai frequentata prima: The Grand (a Clapham) ([2]).


Scruto un poco l’ambiance, dove noto solamente Patricia Morrison (già Fur Bible quando aprirono proprio per i Banshees il tour autunnale del 1985 ([3])).
Indi noto Morrissey, il quale indossa dei blue jeans e una camicia bianca immacolata, mi sembra alto di statura.



Rammento che, evidentemente successivamente a un concerto (poco tempo dopo, non mi ricordo quando), Siouxsie dichiarò durante una chiacchiera fra amici che Morrissey fosse un “fascist”, sottintendendo il suo essersi pentita del suo duetto con Moz.



Io ho impiegato, sebbene non dedicandomi a ciò ex professo, anni ad apprezzare The Smiths e Morrissey ([4]); dunque nel 1994 comprai quel singolo ([5]) solo perché Siouxsie aveva duettato con lui e al Grand non provai che fastidio al fatto che ci fosse anche lui nel pubblico.



Ma Morrissey, ora che da anni sono in grado di valutare positivamente parte della sua produzione, non ha un comportamento suscettibile di essere ridotto ad uno. Morrissey vuole sempre e solo aver ragione.
Quindi non lo capisco.


Egli è convinto di piegare una stampa musicale, britannica, che ormai è l’ombra di se stessa, ma che preferisce dialogare – un poco supinamente, certo – con Paul Weller.


Egli pensa, già lo scrissi, che una base di devoti di notevole consistenza comprerà qualsiasi sua capricciosa ristampa (ma invece lui non rende disponibile oltre l’usato Song To Save Your Life ([6])) che poi finisce dopo mesi nel bargain bin ([7]).



Egli cerca di cancellare un documentario di Channel 4 (emittente televisiva britannica) quasi “battezzato” da lui ([8]) intitolato The Importance of Being Morrissey del 1992 (trasmesso l’8 giugno 1993). Modesto paradosso, scoprii che era facilmente reperibile in formato DVD via Internet ([9]).


Cosa vuole ottenere Morrissey?


Ho intrattenuto una breve corrispondenza con l’autore di un’ottima biografia su Morrissey ([10]).
Con me questo giornalista fu cortesissimo (mi regalò anche un volume fotografico su Manchester privandosi della sua copia), ma a un certo punto fra me e Moz ha scelto il secondo, declinando ogni aiuto che gli avevo chiesto su come reperire quel documentario di Channel 4.

Dunque, sembra che Morrissey non ottenga proprio nulla.
Infatti, è appena (giugno 2012) uscita una nuova edizione di The Severed Alliance, biografia controversa ma imprescindibile di The Smiths la quale per lui resta da 20 anni una spina nel fianco (anche se recentemente pare aver rivisto, ma quanto?, la propria opinione).


Intanto Moz si lamenta perché non trova chi gli “pubblichi” l’album nuovo, cioè inedito.
Ora occorre una considerazione tecnico-giuridica: di regola chi pubblica è il soggetto che ha finanziato il fonogramma (il produttore di fonogrammi, appunto) oppure un suo licenziatario.
Quindi Morrissey intende dire che – come più probabile – ha scritto opere musicali (e magari realizzato delle versioni “demo”) in numero sufficiente per quell’album?
Data questa considerazione, come mai questo valente artista non riesce a trovare “casa” stabilmente presso un PdF?

C’è anche un rischio di provincialismo in questo cercare di costruire tutto a propria immagine. Morrissey animalista e vegetariano si scontra con Jean Cocteau, autore (anche) de La corrida du 1er Mai, se usa una immagine di Jean Marais (compagno affettivo – nel senso più letterale e scevro di correttezze di facciata – di Cocteau) ([11]) tratta dall’Orphée diretto da … Cocteau.


In questo si può intravvedere il limite oggettivo di Morrissey: la sua incapacità di inserire nel loro reale contesto i riferimenti storici ed artistici di cui egli si avvale.
Dopo anni di guerra davvero si può eccepire a qualcuno il piacere di un Sunday roast? Doc Marten’s con la tomaia “ecologica”, ma con le punte di metallo, per i “suoi” skins prelevati di peso da un aggro bovver tutto richardalleniano ([12])?
Per favore!


I concerti di Morrissey sembra siano quasi sempre degli esauriti ([13]), ma forse tornare a respirare l’aria di Albione anziché fare l’esiliato californiano (o dove vive adesso, poco importa) gli farebbe bene.


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[1] Confesso, ho dovuto verificare nella mia cronologia personale: i loro concerti cui ho assistito furono molti (un paio di dozzine?), talvolta cruciali.
[2] Ovviamente Billy “Chainsaw” Houlston – grazie – si era preso cura di Yours truly con un pass di un qualche genere.
[3] Quando il 24 ottobre Siouxsie si strappò i legamenti del ginocchio sinistro durante l’esecuzione di“Christine”, al Hammersmith Odeon di Londra.
[4] Nel frattempo ho capito The Rolling Stones; obiettivo che reputo più significativo in prospettiva storica. Evidentemente, The Beatles sono per me irrecuperabili.
[5] “Interlude”. Uscì in 4 formati (CD, 12”, 7” e MC7) nell’agosto 1994, attribuito a Morrissey & Siouxsie su “etichetta” Parlophone (dunque EMI) .
[6] Brillante antologia di diversi artisti da lui curata e distribuita anni fa con il New Musical Express.
[7] In una splendida recensione pubblicata su Amazon.Uk, il 5 aprile 2012 che racconta di come avrebbe dovuto essere la riedizione di Viva Hate di cui ho già scritto (nel post “Riscrivere la propria storia artistica non è leale”). Se il 50% di quanto ivi è scritto è vero, la situazione è ben peggiore di quella da me tratteggiata.
[8] Non solo ivi è intervistato, ma lo sono anche alcune persone a lui vicine.
[9] Spiacente, per me audio e video hanno da essere su supporti fisici.
[10] Non ritengo corretto citarne nome e cognome in questa sede.
[11] Mi riferisco alla copertina del singolo “This Charming Man” di The Smiths.
[12] A tal proposito rimando, con un altro corto circuito umano-letterario, al – già citato in questo blog – saggio England Is Mine di Michael Bracewell, marito di Linder Sterling.
[13] Andate a vedere il sito – che Morrissey ha, quanto a suo webmaster – “bandito” dai suoi concerti: www.morrissey-solo.com e leggete le entusiastiche recensioni dei suoi concerti del 2012, Italia inclusa.

EMILIO SALGARI: alcuni pensieri


EMILIO SALGARI: alcuni pensieri


Ho avuto bisogno di anni per spostare l’accento dalla prima alla seconda “a”.
Continuo a pensare Emilio Sàlgari, ma ormai sempre dico e scrivo Emilio Salgàri, ritenuta pronuncia corretta poiché il cognome deriverebbe da “salgàr”, un salice in dialetto veneto (veronese?).

Un uno-due crudele fa sì che il centenario della morte nel 2011 (con un francobollo di cui nessun estraneo si è accorto) pare abbia assorbito i 150 della sua nascita nel 2012.


Il culto salgariano è l’opposto di ogni altro ([1]): ci si ritrova dentro per caso, nessuno fa resistenza al tuo ingresso.


I salgariani sono sempre visti come uno sparuto gruppo di vecchi rimbecilliti, afflitti da patologie cattive come il Parkinson o lo Alzheimer.
Non è proprio così.


Probabilmente non c’è scelta.


Salgari è una cosa di famiglia: se Stefano “Stephen Gunn” Di Marino rammenta le protettive prassi censoree materne rispetto a Jolanda La figlia del Corsaro Nero ([2]), anche io ho ricordi familiari.


Copie de Le tigri di Mompracem e de Il Corsaro Nero in una edizione con copertine sgargiantissime ma senza illustrazioni interne dell’editore Lucchi mi furono regalate da mio padre in una bella serata estiva milanese: era già buio, eravamo al ristorante Al Ceppo dal Signor Attilio ([3]), ma la bancarella era ancora aperta in quello slargo all’inizio di Via Soresina, traversa di Corso Vercelli a Milano, e probabilmente tardava ad arrivare il secondo piatto.
Finivano gli anni sessanta e io neanche decenne già respiravo la nostalgia per la Milano di Giorgio Scerbanenco d’estate, calda e quasi metafisica in certi angoli (non solo umidamente fredda e nebbiosa d’inverno).


Più di un quarto di secolo dopo il testimone passava, e io portavo in clinica a mio padre delle copie de Il Re del mare ([4]) e di qualche altro romanzo del Maestro veronese vecchie di decenni e comprate dal libraio antiquario Malavasi.


Ho sempre preferito Yanez a Sandokan.
Mi ha educato più l’ultima pagina de Il Corsaro Nero che il politicamente corretto femminista e di sinistra che non va da nessuna parte.


Gli eroi salgariani hanno un coefficiente di imperfezione che li rende precursori dei super eroi della Marvel targata Stan Lee.
In questo sono molto moderni.


Salgari, come tutti i grandissimi, viene “tirato per la giacchetta” da ogni lato.
Fatico a vedere il lato rivoluzionario di un devoto suddito di Casa Savoia come lui era.
Certi studi recenti hanno dimostrato che – oggettivamente – gli editori non lo affamavano.


Salgari è semplicemente solo, come Friedrich Nietzsche che a Torino parla con un cavallo.
Fuori dal coro si vive male e lui visse male.


Non ha neanche senso inserirlo fra gli Artisti suicidi poiché non si possono classificare i suicidi: si possono solo, spesso, trovare non banali i suicidi, ma cosa potrebbe legare Robert Malaval ([5]) e Hunter S. Thompson?



Un discorso lineare su Salgari non lo credo possibile al di fuori delle sue opere.
Però dei “pensieri da Salgari” possono essere la fonte di riflessioni o di una memoria altrimenti orfane di spunti o peggio mai nate.





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[1] Pensate al Fight Club (non il libro, ma il club, appunto) di Chuck Palahniuk.
[2] Solo chi non ha memoria - faticosa e in bianco e nero, non sostenuta dagli archivi RAI: meno compensi a certi ospiti e più fondi per la preservazione del patrimonio programmi scrivo - può considerare stupido il programma della TV dei ragazzi Giovanna la nonna del Corsaro Nero.
[3] Che, burbero, per me era ancora un po’ “il Signor Artiglio”... come lo storpiavo qualche anno prima.
[4] È il solo titolo che ricordo a memoria.
[5] Un pittore di cui prima o poi scriverò un post: data di morte 8 oppure 9 agosto 1980. Dunque egli è, anche, nel “club dei morti con data incerta” (non necessariamente suicidi), come Stefano Tamburini o Jean Seberg.

venerdì 6 luglio 2012

L’AVVENTURA È L’AVVENTURA? (Ovvero: è possibile fare dei bei film d’azione o apparentemente tali? Sì, in Francia)


L’AVVENTURA   È  L’AVVENTURA?
(Ovvero: è possibile fare dei bei film d’azione o apparentemente tali?
Sì, in Francia)



Jacques Brel attore brillante? Ma come, quel belga cantato anche da Scott Walker, David Bowie e Marc Almond?
Proprio lui, con Lino Ventura e Aldo Maccione nel film che, senza il punto interrogativo, intitola questo post ([1]).



Una volta esclusi i capolavori, quando fu l’ultimo vero?, quale è lo stato del cinema in Italia negli ultimi trenta e più anni? ([2])



In Francia un film all’apparenza “di plastica” apre la strada a una cinematografia (spesso) giovane, veloce, bella da vedere e rivedere, meno banale di quanto essa possa apparire, violenta ma anche talvolta esagerata in modo da disinnescare i momenti più cruenti.



Si comincia dunque nel 1980 con Diva, primo lungometraggio di Jean-Jacques Beineix ([3]), vero cult ([4]) tanto che lo vidi per la prima volta a Londra, in un cinema d’essai di Baker Street: tratto dal romanzo omonimo di un autore svizzero celantesi sotto lo pseudonimo di Delacorta ([5]) si svolge in una Parigi da cartone animato (nel senso buono del termine).



Tchao Pantin, tutt’altro che plastificato, ma tratto da un polar (o meglio noir) peculiare del 1983 (il romanzo è dell’anno precedente, scritto da Alain Page, noto, allora, appunto come scrittore di genere).
Il protagonista è un Coluche stratosferico, drammatico (lui che era “un comico”), ci sono riferimenti alla scena musicale punk della capitale (compare il locale Le Gibus).
La colonna musicale e sonora fu realizzata da CharlÉlie Couture ([6]) in stato di grazia.



La formula di Beineix fu ben compresa da Luc Besson, che dopo un lollypop movie come Subway del 1985 (ancora Parigi, questa volta sotterranea e letteralmente “metropolitana” ([7]) con due belli come Isabelle Adjani e Christophe Lambert) classificabile come un “presque cult”, realizzò nel 1994 un altro film da vedere e rivedere e del quale in effetti non credo occorra dire nulla tanto è famoso: Léon, con un Jean Reno a molti sconosciuto e una giovanissima Natalie Portman agli esordi in una New York City assolata e matrigna.



Dopodiché si fa più difficoltoso tenere il conto, dunque cito due dei “miei”: Dobermann, vero pulp al sangue realizzato (altro lungometraggio d’esordio) da Jan Kounen del 1997, con un Vincent Cassel devastante e Monica Bellucci muta, tratto dal primo di una serie di romanzi scritti in un Francese über-argotique da Joël Houssin ([8]) che è anche sceneggiatore del film. Precisazione: il Dobermann è un delinquente.



Ni pour ni contre (bien au contraire) altro noir dai toni sempre oscillanti fra commedia, dramma e messa in scena giocosa, diretto nel 2003 da Cédric Clapisch, con personaggi veri nelle apparenze (nessuna bella faccia fine a sé stessa insomma), con sogni di vita dispendiosa senza lavorare, un ultimo colpo super milionario …



Un triste verdetto: film così in Italia non mi pare ne siano mai stati realizzati ([9]).





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[1] Del 1972, diretto da Claude Lelouch, in originale L’aventure c’est l’aventure.
[2] È una licenza stilistica la mia nel citare un film francese ben più risalente.
[3] Nel 1986 questo regista si ripeté con il tragico 37°2 Le Matin, meglio noto (anche in Italia) come Betty Blue, in cui esordì Beatrice Dalle.
Incidentalmente, Betty Blue fu uno dei nomi adottati inizialmente dai Manic Street Preachers (si consideri il videoclip di “You Love Us”).
[4] La mia nozione di “culto” riferita ai film (ma vale anche per opere narrative – non vale per la musica in quanto le opere musicali difficilmente hanno quel grado di scindibilità), è per quelli di cui si ha voglia anche di rivedere singole scene, oltre all’opera cinematografica nella sua interezza.
D’altro canto, il cult “locale” è, per definizione, minore.
[5] Vero nome Danierl Robert Odier.
La serie di romanzi è di sei titoli in tutto: Nana, Diva, Luna, Lola, Vida, Alba. Tutti hanno come personaggi principali la minorenne Alba e il suo fidanzato/pigmalione/artista circa trentenne Gorodish.
[6] Il quale avrebbe forse potuto assurgere a stella post-gainsbourghiana come Alain Bashung se lo avesse voluto?
[7] Gli appassionati di fumetti cerchino Tenebrax, scritto da Lob (George Loeb) e disegnato da Georges Pichard.
[8] Gli ultimi cinque titoli furono inizialmente pubblicati con copertine di due grandi disegnatori di fumetti: Tanino Liberatore e Enki Bilal.
[9] E la serie televisiva, leggera ma ben confezionata, dell’Ispettore Coliandro (tratta dal personaggio creato da Carlo Lucarelli) è poco replicata e troppo cara da comprare nel formato DVD.

mercoledì 4 luglio 2012

LA LINGUA ITALIANA CHE NON MI PIACE (dall’estinzione del congiuntivo all’uccisione del sostantivo corretto)


LA LINGUA ITALIANA CHE NON MI PIACE
(dall’estinzione del congiuntivo all’uccisione del sostantivo corretto)



Customizzato, interfacciare, valore aggiunto, policy, commitment, core business, assett, monitorare, ...
Sono esempi di parole usate a sproposito o come sinonimi di un termine che non è stato ancora usato e mai sarà usato.



Diversi – me compreso – anni fa pensavano fosse necessario difendere la forma verbale del congiuntivo; così facendo, l’Italiano sarebbe stato salvo. Illusi!
Ben peggiori eventi erano prossimi: l’attacco a qualsiasi sostantivo è più profondo.



Pensate a “policy”: intendo dire politica o procedura? Non è esattamente la stessa cosa.



La nostra lingua è diventata quella dell’informatico (costretto a usare cosi spesso l’Inglese da dimenticarsi l’Italiano), senza che nessuno ce lo abbia imposto.



Si badi che anche professionisti con un buon vocabolario semplicemente trascurano i sostantivi madrelingua e, come ho già scritto altrove, talvolta si fanno utenti di neologismi macabri (al solito cito “scannerizzare” oltre al precitato “customizzato”) mentre poi legano quei mostri con un corretto uso di congiunzioni, avverbi, etc.



Purtroppo, poi capita che altre parole vengano distorte: il sostantivo “aura” diventa “aurea”, per esempio.
È l’atrofizzazione progressiva: sempre meno persone verificano se quello che dicono o scrivono è corretto.



Il fenomeno è, lo sottolineo, più grave del parlato per “luogo comune” e/o “fuggitivo da responsabilità ([1]) in quanto colpisce verticalmente ([2]) tutti, ricchi e poveri (i secondi magari imitano i primi), accademici e pratici, giovani e vecchi.



Un rimedio? Compratevi un buon dizionario dei sinonimi e dei contrari, ma poi usatelo (e usate anche il vocabolario che deve stargli a fianco).



E un consiglio: se la parola straniera che voi usate faticate a tradurla, per favore non usatela.





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[1] Quello di cui prevalentemente scrivo nel post “’Il ‘pantalone’ e il ‘caipiroska alla fragola’”.
[2] Qualcuno sperava forse che cadessi irretito da un bel “trasversalmente”?

BLADE RUNNER (qualche riflessione sul film)


BLADE RUNNER
(qualche riflessione sul film)



Philip K. Dick e James G. Ballard sono gli scrittori noir della fantascienza, applicando a loro le tesi di Derek Raymond.



Do Androids Dream Of Electric Sheep? non è scorrevole, come spesso non lo sono gli scritti di Dick.



Blade Runner, tratto molto liberamente dal romanzo di Dick, è uno dei pochissimi film per i quali varrebbe avere una propria sala di proiezione.
Il cofanetto da 5 DVD non è una esagerazione per questo film diretto da Ridley Scott.
Anzi: per la sua capacità di trattare molti argomenti, esso si risolve in un oculato investimento.


Blade Runner è un’opera dell’ingegno cosi carica di capacità anticipatrice di quanto sarebbe accaduto ([1]) ed accade che sorprende, posto che le doti divinatorie umane sono prossime allo zero.



Con o senza l’ausilio di documentari e libri, è sufficiente annotarsi degli elementi, man mano che il film scorre e poi guardare alla propria vita quotidiana.
Diversi sono gli elementi che combaciano.



Ci si può anche domandare quanto importante sia la trama, poiché – appunto – la struttura narrativa forse si risolve in un pretesto (per Dick e per Scott).



Buona visione e buone riflessioni.







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[1] Fuori dai banali aneddoti, ricordo come a Milano verso la metà degli 1980 c’era un gruppo musicale la cui cantante aveva lo pseudonimo di Lupe Replicant. La semplice adozione del trucco degli occhi di Pris (interpretata da Daryl Hannah) da parte di Lupe diede un poco di, davvero effimera, notorietà alla band.
Perché in senso frivolo o serio, con Blade Runner non si è più smesso di averci a che fare.

lunedì 2 luglio 2012

CLOCKWORK SUPPORTERS E ALTRE AMENITÀ (contro il tifo obbligatorio)


CLOCKWORK SUPPORTERS E ALTRE AMENITÀ
(contro il tifo obbligatorio)



Premessa 1: trovo il calcio noiosissimo, sport lento.
Ho provato a giocarlo qualche volta, sotto i 10 anni, ho smesso subito.


Premessa 2: tifo Milan, non indotto, pur essendo di famiglia milanista.
Ciononostante, sento più mia la scelta di tifare i New York Yankees nel baseball.



Premessa 3: significativamente il giornalista Giuseppe (ma ama farsi chiamare Beppe) Severgnini tifoso dell’Inter, che notoriamente ha un numero esiguo di giocatori italiani se non unitario, “ci” scrive (nella sua rubrica su Sette del 29 giugno 2012) e dice che si deve tifare Italia agli europei. Non è il Barcellona, evidentemente (quanto a numero di giocatori nazionali), l’Inter, quindi perché dovrei ascoltarlo?



Premessa 4: mi ha dato molto fastidio vedere Pirlo (ex milanista) giocare nelle fila della Juventus, ma contemporaneamente – da dichiarato incompetente quale sono – mi chiedo se nella “nazionale di Prandelli” ci sia chi tira le punizioni meglio di Alessandro Del Piero.



Premessa 5: rugginosi giornalisti che sono pagati da noi che paghiamo il canone RAI ([1]) spiegano nella tarda serata del 1 luglio 2012 che alle squadre di club calcistiche italiane non interessa nulla della nazionale.



Ecco, allora, perché non capisco questo obbligo di tifare Italia.
Dove si vede la nazione? Non si vede.
Per lo meno io non la vedo.
Posso avere una vena di simpatia per un capitano, il portiere Gianluigi Buffon, che ha sofferto di depressione, ma non vedo una nazionale.
Mancano le “bandiere in campo”, mancano cioè i grandi giocatori simbolo.
Allora questi tifosi che si disinteressano di tutto, incluso il costo dei carburanti, che festeggiano le vittorie della squadra dell’Italia strombazzando per le strade cittadine mi fanno contemporaneamente tristezza e fastidio, come coloro che tifano Ferrari ad oltranza.


Io ho tifato Germania, e poi Spagna.
Per un motivo molto semplice: io non ho nulla a che vedere con una squadra assemblata quasi per caso, cosi come non capisco perché dovrei identificarmi con tifosi che durante l’anno sputano veleno sui giocatori delle squadre rivali (salvo poi trovarli nella nazionale).



Dunque io non mi mischio con questi “tifosi a orologeria”.
Ma non nel senso deflagrante di Anthony Burgess, bensì in quello di un sostegno che finisce e scade appena si sentirà la suoneria.
Infatti, oggi sono già tutti a criticare.



Mi rendo conto che questo post è intellettualmente modesto, ma l’argomento è quello che è.





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[1] Ma non sono convinto che il canone sia giusto “in sé”.
Sono decenni che conosco il dubbioso brocardo latino per cui, declinato in Italiano: “è legge ciò che è giusto o è giusto ciò che è legge?”

domenica 1 luglio 2012

BRET EASTON ELLIS


BRET  EASTON  ELLIS

Pensavo di scrivere il non facile post sui Manic Street Preachers.

Poi mediante un DVD ([1]) ho visto una breve intervista a Bret Easton Ellis di qualche anno fa.
Escludendo di creare un post di stile “pugilistico” (ma ricordate la locandina dove erano contrapposti Andy Warhol e Jean Michel Basquiat?) in cui si confrontavano Ellis e Chuck Palahniuk ([2]) (autore di Fight Club) ([3]) ho pensato che Bret Easton Ellis rimane un buon argomento.


I circa cinquantenni italiani hanno subìto un momento non del tutto positivo: ancora non esisteva Internet (in termini commerciali) e quindi pensavano di venderci “l’America” ancora come ai tempi in cui Carla Gravina correva “in bianco e nero” sul ponte di Brooklyn ([4]).
In verità erano passati venti anni, ma niente da fare. I critici letterari ci hanno venduto un pacchetto di “minimalisti” (negli USA almeno Ellis, Jay McInerney e Tama Janovitz li chiamavano literary brat pack ([5])) assolutamente eterogenei.

Infatti, l’unico vero talento, indipendentemente da ciò che cercano ancora di ammannire nel 2012 (contratto con Bompiani, dunque recensioni delle testate Rizzoli: ma McInerney è da tempo noioso) e da chi è svanito (Davide Leavitt, ma anche la Janovitz), era Bret Easton Ellis.
Tanto che io, ben conosciuto a me stesso come coltivatore di culti destinati all’estinzione, lessi ed apprezzai il romanzo di esordio della sua amica di allora Jill Eisenstadt, intitolato From Rockaway ([6]), e non perché evocativo di una canzone dei Ramones ([7]).


La realtà è un’altra: se l’esordio nel 1985 di Ellis, Less Than Zero, fu un caso letterario (a noi lo disse il mensile The Face), pochi si accorsero del romanzo successivo: The Rules Of Attraction del 1987, storia godibile, soprattutto per chi conosce direttamente le strutture accademiche nordamericane ([8]).


Ma poi ecco un nuovo ordigno letterario deflagrare: American Psycho, nel 1991.
Sono gli anni della nuova invincibilità finanziaria, assorbite certe sconfitte del 1986-87 (a parte Michael Milken e Ivan Boesky) peraltro “certificate” dal, ancora geniale, Tom Wolfe nel suo The Bonfire Of Vanities di tackeriana assonanza ([9]).


Innanzitutto segnalo una scelta editoriale piuttosto interessante: il romanzo non ha una prima edizione hardcover. Questo accade, per quanto ne so, negli USA, nel Regno Unito, in Italia. Cioè` si vende “pulp”.
Poi, per chi lo ha letto, leggetelo se state leggendo questo post, è chiaro come la storia sia piuttosto un modo per pensare sulla base di vignette truculente.
Comunque fra persone uccise ed elenchi di marchi di moda famosi (qui davvero anticipando l’esasperazione del brand (una volta erano “marchi di fabbrica” o “marchi di commercio” - ora è il marchio del bestiame, ma il bestiame marchiato è umano ([10])) il romanzo consacra definitivamente Ellis, anche se nessuno si preoccupa di controllare nomi e cognomi dei suoi personaggi che invece si ritrovano.

Al protagonista, Patrick Bateman: Wall Street wiz e omicida, i Manic Street Preachers intitoleranno nel 1993 “un” b-side (che b-side!).


C’è una bella raccolta di racconti di Ellis, si intitola The Informers ([11]), è del 1994.


Il successivo romanzo è del 1998, esce con copertina rigida, non lo ho ancora letto ([12]): Glamorama ([13]).


A questo punto credo vi sia chiaro che per me Ellis finisce prima del 2000. Ma il mondo è strano, la vita di più: anni fa ero ad Amsterdam e, su una panchina, una sera, ho trovato copia, privata della sovraccoperta, dell’edizione italiana di Lunar Park, ad oggi penultima sua opera narrativa lunga.
Lo lessi. Non lo trovai, per i miei gusti, eclatante.
Comunque l’autore è di quelli con cui ci si deve confrontare e (ecco un tratto similare a Palahniuk) è di quelli che fanno dei veri tour per promuovere i propri libri: c’è del rock ‘n’ roll animalism quindi in questi scrittori.


Dimenticavo: quando Ellis venne a Milano a promuovere Lunar Park, gli feci autografare la mia prima edizione, USA, di American Psycho.




                                                                                                                      Steg






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[1] Altro post sul conduttore di questa e altre trasmissioni, Thierry Ardisson, seguirà, dati i livelli qualitativi talvolta eccelsi, e si tratta di programmi della “televisione pubblica” francese.
[2] Prima o poi ci sarà anche un post su Palahniuk.
[3] Regola 1: sempre nome e cognome delle persone citate, cosi come in un testo scientifico si definisce subito un concetto. Regola 2: nome e cognome possono richiedere un altro elemento di identificazione.
[4] Regalo un post su qualsiasi argomento a chi fosse in grado di fornirmi l’audio del primo, ripeto primo non mi interessa il successivo, “Carosello” del chewing-gum Brooklyn con appunto Carla Gravina protagonista.
[5] Gioco di parole evocativo non solo del “brat pack” dei giovani attori degli scorsi anni ottanta, ma anche degli spavaldi Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis Jr. del “rat pack”?
[6] In Italiano I ragazzi di Rockaway.
[7] Non c’entra niente, ma io ho un/a lettore/lettrice ideale, inesistente: ha meno di trenta anni; meglio se più giovane.
Gli/le regalo delle indicazioni che permettono di non seguire strade tortuose.
Quindi, per favore, mio/a ideale lettore /lettrice cerca e leggi Fabulous Nobodies - in Italiano – Favolose nullità - di Lee Tulloch. Chissà: magari – se me lo farai scoprire – in futuro sarò io a leggere il tuo blog! In fondo io scrivo perché trovo poco da leggere (in rete e fuori) che mi incuriosisca.
[8] Entrambi i romanzi furono pubblicati in Italia dal coraggioso editore Tullio Pironti. D’altronde aveva pubblicato anche White Noise di Don DeLillo e il precitato From Rockaway. Grazie.
[9] William Tackeray, Vanity Fair.
[10] Ecco un possibile senso, spregiativo, nel passaggio da trademark a brand nel parlato di chi opera nel settore della moda.
[11] Assurdità delle traduzioni, in Italia si intitola Acqua del sole.
[12] Fu il mio primo acquisto su Internet.
[13] C’è ancora Patrick Bateman fra i personaggi, come del resto lo si trova in The Rules Of Attraction.