"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



domenica 23 ottobre 2011

STILL SEARCHING FOR THE YOUNG SOUL REBELS (A proposito dei Dexy’s Midnight Runners)












STILL SEARCHING FOR THE YOUNG SOUL REBELS
(A proposito dei Dexy’s Midnight Runners)

 
Perché i Dexy’s Midnight Runners sono ancora una leggenda?
Penso lo siano in quanto inafferrabili.
Sorta di mito insuscettibile di essere ricondotto a realtà.

 

I Dexy’s Midnight Runners non sono il loro successo imbarazzante con il singolo “Come On Eileen”, non sono il loro improponibile look del (ancora) secondo album, non sono nemmeno quel terzo e ad oggi ultimo album di cui esistono almeno tre versioni in formato CD (credo).

 

I Dexy’s Midnight Runners erano, sono e resteranno un ideale impossibile di ascetica superiorità, forgiata in opposizione a un consumismo che deve (rectius doveva) ancora venire.

 

I Dexy’s Midnight Runners non sono, appunto, possibile oggetto di mercificazione.




I Dexy’s Midnight Runners sono faticosi anche da trovare: album fuori catalogo, a prezzi anche esorbitanti, e compilation frustranti.

 

I Dexy’s Midnight Runners sembrano in effetti una band che ancora deve pubblicare un disco, ripeto disco.

 

I Dexy’s Midnight Runners hanno dei titoli che suonano come chiamata alle armi per una purezza monastica.

 

Che fare, allora?
Semplice: trovare tutto di loro, ma dopo un percorso di espiazione (i Dexy’s Midnight Runners non avranno mai ciò che meritano mentre noi non ce li meritiamo) fermarsi al primo album, preferibilmente in versione doppio CD del trentennale; sapendo che però la sua edizione originale in vinile del 1980 con quella inner sleeve in cartoncino pesante, ma senza i testi, e quelle pagine intere pubblicate sui settimanali ad accompagnarlo restano la sintesi cui aspirare.

 

Loro sono i Giovani Ribelli del Soul in formazione paramilitare, noi li cerchiamo e vorremmo entrare a farne parte, affrancati dai nostri falsi bisogni quotidiani e purificati dalle nostre debolezze che ci aiutano ad andare avanti.

 

Chi non lo capisce dopo aver ascoltato l’incipit radiofonico di “Burn It Down” deve gettare la spugna e abbandonare ogni velleità e deve riconoscere, anche, di non avere nemmeno capito The Clash.

 

Forse i DEXY’S MIDNIGHT RUNNERS furono e sono il gruppo più punk che mai ci sarà.
E forse ho scritto anche, inavvertitamente, di Derek Raymond e della sua autobiografia, Hidden Files.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2011 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

 



venerdì 21 ottobre 2011

“THE MASSES AGAINST THE CLASSES”? NOT REALLY (poco distanti dalle “expanded edition”)



“THE MASSES AGAINST THE CLASSES”? NOT REALLY
(poco distanti dalle “expanded edition”)

Poiché il mercato è quello che è, con la ben nota frattura fra giovani (pochi) e non più giovani (molti), ecco la nascita delle edizioni di lusso dedicate alla musica, sorta di beaux livres, per dirla in Francese.

Sta bene, ma cosa c’entra il titolo di un singolo di grande successo commerciale dei Manic Street Preachers che in copertina porta la bandiera cubana con questo post?
Se è vero che la band gallese ha certo più integrità di altri, in questo autunno dello scontento l’impressione è che nemmeno i Rolling Stones possano eguagliare una tale raffica di uscite da pagarsi a caro prezzo.
Si comincia con l’antologia National Treasures che esce come doppio CD, come doppio CD più DVD, ma soprattutto un cofanetto che ha un contenuto “misto” fra repliche in vinile di antichi sette pollici e tutti i singoli oggetto della antologia in formato CD (dunque “separati”) e le copertine originali, più altre amenità acquistabile (difficilmente) su un paio di siti al prezzo che va dai 130,00 (centotrenta/00) Euro in su (!).
Poi c’è l’edizione in vinile dell’album, con una registrazione in esclusiva (per quanto tempo?) venduta solo in abbinamento alla rivista Q.
Segue un libro, da nessuno annunciato con enfasi, di Kevin Cummins intitolato Sometimes the Sky’s Too Bright, la cui edizione “povera” di 250 copie è da settimane esaurita: prezzo 200,00 (duecento) sterline, la versione limitata in 26 copie a 550,00 (cinquecentocinquanta) sterline è anch’essa esaurita.
Al momento ultima iniziativa dedicata al grande pubblico … è la edizione limitata di Death Of A Polaroid, prima fatica letteraria di Nicky Wire (bassista) che consta essenzialmente di fotografie, prezzo 300,00 (trecento) sterline.

Il panorama è da completare con la già esaurita tiratura di 250 copie del volume del fotografo giapponese Sukita dedicato a David Bowie: prezzo 695,00 (seicento novantacinque) sterline, l’edizione normale costerà – pare- sulle 400,00 (quattrocento) sterline.
Il libro non è ancora uscito.

Lo scorso anno John Lydon (aka Rotten; ovvero Public Image Limited e Sex Pistols) pubblicò un volume in tiratura di 750 copie al prezzo di, almeno, 375,00 (trecentosettantacinque) sterline, pare tutte vendute.

Non discuto il livello qualitativo dei volumi, anche se certe differenze di prezzo mi lasciano perplesso (Bowie ha già firmato almeno 3.000 copie dei due volumi già pubblicati dal medesimo editore del prossimo); mentre proprio non mi convinse Lydon che pure accampava l’iniziativa come finanziamento del suo futuro album con i PIL.

Il fatto che in alcuni casi non esista nemmeno la scelta fra comperare, non comperare, aspettare e pensarci su prima di decidere per l’acquisto mi convince della bontà di due mie riflessioni già note: il rock ‘n’ roll è vecchio, tanto che da anni dico (e non mi risulta che altri abbiano fatto tale similitudine, quindi ne assumo la paternità) ispirandomi a Philip K. Dick e anche a Bladerunner che “il rock ‘n’ roll è come un replicante che scopre, per sua sfortuna, di non avere scadenza” ([1]).
E, forse peggio, nessuno è immune da questo consumismo mascherato da necessità che dovrebbe rendere anche più chic.

E pensare che già nel 1978 Julie Burchill e Tony Parsons chiudevano il loro libro “The Boy Looked At Johnny.” – The Obituary Of Rock And Roll lasciando i lettori alla loro “collezione di farfalle” in vinile: fosse il pezzo raro “Capital Radio” di The Clash in vinile (non un flexy) con copertina illustrata oppure l’allora teoricamente ancora abbordabile “God Save The Queen” stampato dalla A&M dei Sex Pistols.

Like punk never happened (ma questo è un altro libro).


                                                                                                                      Steg



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[1] Una splendida frase (riprodotta anche su una loro t-shirt del 1992) di Richey James dei MSP recita “All Rock ‘n’ Roll is homosexual”, può darsi, ma quello autentico di rock ‘n’ roll.
Per i patiti di citazioni, rinvio a Simon Price, everything: A Book About Manic Street Preachers, London, Virgin Books, 1999, p.114.

domenica 16 ottobre 2011

TAPE ART: il negozio



TAPE ART: il negozio

 

Quando non c’erano i CD c’era Tape Art ([1]).

 

Milano, come notoriamente sostengo da circa 25 anni, non è capace quasi mai di vere novità.

Eppure per diverse stagioni la mia città dispose di un negozio che era un club esclusivo. Si chiamava Tape Art.

 

Apparentemente un negozio di dischi, in realtà un luogo di conversazione, di edonismo, di azzeramento di ogni eventuale differenza sociale fra i suoi frequentatori; però anche incapace – per scelta – di trattare con chi non era degno di entrare a far parte di una clientela la quale magari pagava a caro prezzo un disco, salvo vedersi offerto l’aperitivo minuti dopo.

 

A ben vedere non è che ci fosse nulla di magico: i dischi più o meno arrivavano dai grossisti e si trattava di selezionarli per la clientela.

Quando sceglievi l’unica copia pervenuta a Milano di un doppio bootleg di Adam and the Ants (o Antz) le cose si complicavano. Inserirlo nella “vaschetta” delle novità o tenerlo da parte e proporlo solo ai clienti. Appunto.

 

Qualche importatore mangiò la foglia e aprì dei negozi, dove anche andavamo, però Tape Art era altra cosa: stava alla bottega tradizionale come Frigidaire stava a Topolino.

Nicola, disc-jockey del Plastic, certe volte comprava due copie di un disco in battuta, capitava anche che di un disco seppure ufficiale arrivasse un solo esemplare e allora era un problema, ma già i turbamenti sorgevano in caso di duplice copia.

 

Ricordo di essere stato fra quelli cui (grazie) in qualche occasione veniva riservato l’appellativo “mitico”, ma circa 30 anni fa.

Ricordo che quando uscì ai primi di novembre del 1982 A Kiss In The Dreamhouse di S&TB, andai io dall’importatore a ritirare il disco (con il mio maggiolone VW nero di seconda mano) perché era tardi però si capiva che ci tenevo considerati anche i problemi alle corde vocali che Siouxsie aveva avuto in quell’anno. Si fece l’intera vetrina: 30 copie o giù di lì (dopo le mie due scelte maniacalmente) che ormai era ora di cena.

 

Ricordo, anche, i miei passaggi nel 1983 dopo le numerose ricerche per la mia tesi alla vicina Università Bocconi io studente della Statale: i discorsi erano quelli da bar, però si sostituivano le squadre di calcio con gli artisti e così ce n’era per tutti e ognuno a evocare concerti, nastri delle Peel Session acquistati o scambiati per corrispondenza, … naturalmente non era obbligatorio comperare, magari stavi lì due ore e poi te ne andavi, poteva essere un chill-out dopo lo studio o il lavoro (la mattina era meglio passare dopo le 11.00 per non rischiare la saracinesca ancora abbassata).

Non ho fatto feste per la mia laurea, sicuramente uno dei più sentiti giri di brindisi lo feci da Tape Art.

 

Tape Art era come i pochi, veri, after hour che si svolsero a Milano a metà degli scorsi anni ‘80: catch it/them while you can.

Non perché eravamo giovani, ma perché proprio ci si divertiva in quello stretto negozio da una sola luce in Corso di Porta Vigentina fra i civici 26 e 28, di cui ancora conservo l’ormai inesistente numero di telefono (oppure segnala ancora occupato il 5464411? Come quando al telefono Sergio stava magari parlando dei fatti suoi con un amico o corteggiando una ragazza e tu fremevi invano per sapere cosa era arrivato o, peggio, “se era arrivato …”!).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

POST SCRIPTUM

Nel 2021 ho pubblicato un post che ha Tape Art come luogo ideale ([2]).

Nel maggio 2022 leggendo un ampio articolo retrospettivo su The Associates/Associates ([3]) mi è tornato in mente – ancora – il negozio: perché è stato “il” negozio: niente prima a Milano di così unico, nulla a Milano poi di così unico ([4]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2011, 2013, 2014 e 2022 Steg, Milano, Italia.

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[1] Il badge dimostra gli anni, ma resta sicuramente un cimelio.

[3] Classic Pop, numero 75, May/June 2022.

[4] I doppi “:” sono un chiaro omaggio a Umberto Simonetta. 

giovedì 13 ottobre 2011

“McGEOCHISMS”

“McGEOCHISMS”

Conobbi John McGeoch alla fine del concerto del 26 giugno 1981 al Teatro Nuovo di Torino di Siouxsie and the Banshees, era il mio secondo ([1]) loro concerto e nel pomeriggio avevo chiacchierato un bel po’ con Budgie, allora dotato di poco banshee-look e con un giubbotto di jeans blu stinto con diversi badge.

Rammento che a John dissi in battuta che non gli avrei fatto domande tecniche, dato anche che non suonavo e che mi sembrava a quel punto più interessante sapere se andava lui personalmente in lavanderia … Gli chiesi peraltro dove avesse comperato i sui stivali – dei biker boot – e lui così mi introdusse al mondo di Johnson’s allora ubicato solo in King’s Road.
Quando ci salutammo mi disse di cercarlo ai concerti di Londra quella estate e così feci e, un po’ avventurosamente, cominciai a conoscere meglio tutta la band (ma questa è un’altra storia).

John fu sempre molto gentile con me ogni volta che ci si incontrò, forse un poco della mia tenacia lo stupì, comunque da Scotsman era sempre molto socievole.
Rimasi davvero male quando nel pomeriggio del 28 novembre 1982 Billy “Chainsaw” Houlston in un Hammersmith Palais londinese ancora vuoto e rimbombante fra tecnici ([2]) e roadie, dopo avermi apostrofato con “You must be XXX” perché gli avevo scritto non poche volte presso il fan club ([3]) mi disse che avevano dovuto sostituirlo definitivamente, per quel tour ancora con Robert Smith.

Lo vidi anni dopo ad un concerto in cui militava con i PIL, ma non ebbi più occasione di scambiare due chiacchiere con lui.

La morte di John McGeoch il 4-5 marzo 2004 (di notte, nel sonno) lasciò tutti sorpresi e stupiti, poiché non era certo persona dai grandi eccessi, e probabilmente negli ultimi anni nemmeno certe stranezze alcooliche gli erano più congeniali, si era anche diplomato infermiere(!).

Lo descrissi circa così a qualcuno, quando seppi del suo decesso: “Era un tipo davvero curioso, sai? Me lo ricordo in studio di registrazione a Londra, con un boccale da birra pieno di vino, o le correzioni della Guinness con il Fernet Branca.
‘Aveva questo sguardo sornione, non era troppo alto, il ciuffo sugli occhi, magari, eppure alla chitarra estraeva non solo lo “stile [John] McKay” ma tutto il resto che tutti conoscono ma poco collegano a lui: poco più di due album e mezzo, ma monumentali e poi il poco ricordato terzo album dei Generation X e anche nei Visage fece meraviglie.”’.

Ogni tanto, il Grande Scozzese ricompare nelle interviste ad altri chitarristi di talento sottile, cioè meno evidente, da ultimo in quella ai Manic Street Preachers sul numero 174 di Uncut, a pagina 35 James Dean Bradfield a proposito di come voleva suonare in The Holy Bible ricorda: “I really wanted to do a lot of my John McGeochisms, from Magazine, I was getting fed up with trying to ape Slash” ([4]).

Del resto, Siouxsie lo ha descritto come musicista in grado di creare quasi tutto: ‘I loved the fact that I could say, “I want this to sound like a horse falling off a cliff”, and he would know exactly what I meant’.

Ed allora “McGeochism” è un bella parola di sintesi, non solo musicale.



POST SCRIPTUM
Se ci riuscite, cercate in internet il documentario radiofonico “Spellbound: The Story Of John McGeoch”, per ricordare come egli potesse essere sia sinuoso, sia spigoloso nel suono: la quadratura del cerchio a sei corde, o quasi.

 
                                                                                                                      Steg


 

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[1] Molti ne seguirono ed alla fine smisi di contarli.
[2] E chissà oggi dove è Tony Selinger, pure conosciuto a Torino, che tanti biglietti e pass mi procurò.
[3] Anche Billy una persona davvero notevole.
[4] Avendo già citato in un altro mio post i Magazine, per chi volesse approfondire segnalo Helen CHASE, Magazine The Biography, Newcastle U. T., Northumbria Press, 2009.

martedì 11 ottobre 2011

JEFF BECK

JEFF BECK

Se guardi le mani di JB non pensi a un chitarrista, sono le mani forti di chi fa lavori manuali ([1]).
Penso a un vetraio o a un falegname di quelli che vedevo a sei-sette anni: mani che nemmeno la punta del diamante o i denti della sega possono intimidire, erano come dei Vulcano della metropoli, potenti e temibili!

JB che scende in città a comperare le candele (spark plug però suona meglio) per uno dei sui pezzi da collezione su ruote e poi si ferma al pub per un whisky allungato con acqua.
Jeff Beck è come la copertina di Jeff Beck’s Guitar Shop: ama le chitarre come le sue automobili e le guida entrambe con metodo e grandissimo talento; con altrettante perizia e passione le accudisce.

Jeff Beck sale sul palco con pantaloni neri, tank top bianca e gilet nero con scarponi da lavoro che lo terrebbero attaccato alle assi di legno anche se arrivasse un tornado con un AAA pass.
Poi impugna la chitarra Fender Stratocaster (spesso con leva) e tutto si trasforma. Lui non suona degli assolo, lui rende il suono una sorta di stream of consciousness potente ma mai volgare, riesce persino a farmi sopportare “A Day in the Life” ...

Jeff Beck suona, nel senso che trae musica da uno strumento musicale, è un musicista che poco affida alla parola e in questo si distingue sia dagli altri chitarristi che hanno militato ne The Yardbirds, sia da un grandissimo della chitarra quasi per caso come Pete Townshend. Solo Jeff Beck si accontenta di esprimersi con il suo strumento.

Delle due l’una: o già conoscete Jeff Beck o dovrebbe venirvi voglia di conoscerlo.
A me piacerebbe averlo come amico e qualche volta andare in auto con lui, su una MG racing green sapendo di potermi fidare della sua guida.

                                                                                                                      Steg



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[1] Incidentalmente mi ricordano le mani di un altro fuoriclasse di cui ho già scritto in questo blog, ma qualche pensiero lo tengo per me.

venerdì 7 ottobre 2011

ADAM CON E SENZA ANTZ









ADAM CON E SENZA ANTZ

 

Non è per il fatto di essere stato, se non il primo, fra i primissimi ad esibirsi in Italia che fa di Adam Ant con gli Antz (inizialmente lo spelling, in quanto logo, aveva la “D” del leader invertita e la “S” finale del gruppo scritta come se fosse stata una zeta, appunto) una figura perno per i pochi che c’erano già nel 1977.

Del resto, i concerti di A&TA sono dell’ottobre 1978 ([1]).

Andando per tavole sinottiche, in quel mese a parte i Sex Pistols già sciolti da mesi si respirava aria di PIL e chi aveva avuto la fortuna almeno di ascoltare le prime due John Peel session di Siouxsie and the Banshees ([2]) era ben conscio della svolta che avrebbe reso, allora era così ([3]), quasi vecchi The Clash con il secondo album.

Perché il punk stava finendo.

 

Ed allora?

Adam era outsider fra outsider, punk fra i punk; tanto che qualcuno tacciò i Banshees di snobismo quando decisero di abbandonare il progetto cinematografico di Jubilee, così privando per molti anni il pubblico di edizioni ufficiali di almeno un paio di loro canzoni, in particolare di “Love in a Void” ([4]), nelle loro prime versioni.

Eppure A&TA aprirono alcuni concerti dei Banshees e una splendida foto in bianco e nero ritrae sedute fianco a fianco Siouxsie Sioux e Jordan all’Eric’s di Liverpool ([5]).

Comunque sia, gli Antz arrivarono a Milano con un’aura davvero leggendaria e i due loro concerti furono memorabili in quanto veri e partecipati: la barriera del palco non è mai esistita nello spirito punk anche quando i palchi cominciarono a diventare più alti.

C’è una canzone intitolata “Nietzsche Baby” di cui non si ha notizia di versioni in studio la quale da sola vale tutto il 1978 della band.

 

Ecco allora che – a parte coloro che ebbero la fortuna di ottenere almeno del materiale cartaceo proveniente dal gruppo, cioè da Adam – negli anni successivi si arrivò ad una archeologia spasmodica la quale non ha reso alcuno pago delle scoperte, dato che troppe canzoni sono andate seppellite.

Le Formiche non erano punk nel suono, e canzoni come “Il Duce” avrebbero potuto per lo meno mettere in guardia sull’eclettismo di Stuart L. Goddard.

 

Per ascoltare qualche cosa, di nuovo si doveva ricorrere alle sessioni con John Peel e a quel famoso bootleg che molti dicono essere stato almeno propiziato dallo stesso Adam Ant: Madam Stan in cui confluirono le registrazioni che avrebbero dovuto essere il primo album del gruppo.

 

Non fu così, ed allora gli Antz esordirono con il secondo album: Dirk Wears White Sox.

Poi tutto collassò, nel senso che Adam perse (o piuttosto si fece sfilare) la band che divenne i Bow Wow Wow; cosicché quel disco e la tournee estiva che ne precedette l’uscita – dove però c’erano già novità atte a rendere inattuale, sebbene non obsoleto, il contenuto del LP – si pongono come una sorta di cerniera fra zeta ed esse ([6]).

 

Quando la Antmusic esplose, Adam ebbe l’intelligenza di usare alcune sue vecchie composizioni come lati b dei singoli.

Perché, come non è notissimo, prima degli Antz ci furono The B-Sides (sebbene su Internet taluno erroneamente li inquadra come gruppo senza al suo interno Adam).

 

La vita successiva degli Ants è esploratissima e per molto tempo essa fu rose e fiori (lealtà volle che il 26 maggio 1981 al Rolling Stone di Milano ci fossero tutti quelli che erano stati alle due gig del X-Cine).

Poi arrivò la carriera solista (ma sempre con Marco Pirroni al suo fianco) inizialmente di buon successo e quella – tentata- di attore di Adam Ant.

Quindi una spirale artistica in discesa cui si sono aggiunti problemi di salute psichici.

 

Nel terzo millennio, a parte la sortita con l’autobiografia e qualche apparizione sporadica, solo nel 2010 Adam torna davvero sulle scene, più Anz che Ant, cioè sembra con la voglia di ripartire senza dimenticare le sue origini.

L’album ormai è atteso da mesi, ha un titolo assolutamente improbabile: Adam Ant Is The Blueblack Hussar in Marrying The Gunner’s Daughter, ma c’è una certa curiosità e una discreta attesa.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Il 16 e 17 a Milano, i più importanti.
[2] Reperibili nell’album Voices on the Air, fra l’altro.
Chi li aveva visti e sentiti dal vivo aveva subito impatti ben più permanenti negli effetti.
L’album The Scream sarebbe uscito il 13 novembre.
[3] Poi giustificare con la produzione di Sandy Pearlman è altra cosa.
[4] Curiosamente, se “Deutscher Girls” di A&TA fu in seguito censurata onde la strofa “to be so nazy” divenne “to be so nasty”, la nuova registrazione di “Love in a Void” come altro lato (era una sorta di double a-side single) di “Mittageisen” portò da “too many Jews for my liking” a “too many fools for my liking”.
[5] Rivedendola oggi si può sostenere che essa contiene l’abbandono della scena della seconda e l’avvicinarsi di una visibilità finalmente non per pochissimi per la prima insieme a Severin, Mckay e Morris.
[6] Sembra quasi la strofa di una splendida canzone di The Associates: “A”, una mia piccola fissazione.

domenica 2 ottobre 2011

A RIOT ON THEIR OWN, BUT NOT ON MINE (The revolution will not even be televised?)

A RIOT ON THEIR OWN, BUT NOT ON MINE
(The revolution will not even be televised?) ([1])

Blanda eco in Italia per le proteste “contro Wall Street” che ultimamente si svolgono a Manhattan il sabato ([2]).

Da un lato, appare con evidenza che dette proteste non sono rivolte nei confronti del sistema finanziario in sé, bensì avverso quella finanza che ha portato a un’artificiosa crescita che, con altre concause, ha condotto a una crisi finanziaria che non è solo nordamericana, che non è di un unico settore (cominciò con quello immobiliare), che nessuno è in grado di definire territorialmente e nel tempo (doveva già essere finita. Ogni governo nazionale si dichiara meglio degli altri nel contrastarla, in realtà vivono a ore, con gli indici dei mercati degli strumenti finanziari che oscillano incessantemente mettendo in crisi anche i parametri di valutazione dei medesimi), che nessuno sa come e quando (lo ripeto) risolvere.

Dall’altro, chiunque abbia capacità di considerare la propria dimensione europea si chiede: cosa succede chez nous? Pressoché niente.
Se un imprenditore come (ripeto come) Diego Della Valle (rivolto formalmente al lusso, ma anche entro il consiglio d’amministrazione del Corriere della Sera, già nel patto di sindacato di Mediobanca ora fuori per salire meglio nel suo capitale sociale, etc.) acquista degli spazi su quotidiani, mentre i cittadini ([3]) non si sento spinti a protestare (intanto significativamente gli “indignados” spagnoli danno il nome agli indignati su scala planetaria), il panorama che si presenta agli occhi di chi voglia vedere è brullo e desolato (non desolante).

Non esiste cioè nel nostro paese alcuna spinta alla protesta rivolta al cambiamento.
Esiste una palude politica che tutto assorbe, nella quale diviene un timido ribelle (dopo il meno ribelle sindaco di Macherio, anch’egli leghista) il Ministro degli Interni (quasi una contraddizione in termini) Maroni dichiarandosi favorevole alla consultazione popolare referendaria relativa alla normativa che regola le elezioni.

Esiste, però, anche un popolo che, ormai da un trentennio abbondante, non si distingue più per classi sociali, ma è accomunato dall’illusione dell’eterno miglioramento a credito (quel compro oggi e pago domani che non funziona più per chi non ha lavoro o si vede non pagato dal proprio datore) del proprio tenore di vita, dalla borsa di grande marchio che dovrebbe consentire alla piccola impiegata di sentirsi uguale alla moglie del grande dirigente o, meglio ancora, a quella dello sportivo, dall’orologio da migliaia e migliaia di euro (però poi l’ora è letta sullo schermo di un telefono mobile), e così via.

Detto in modo brutale e banalizzante: è il padrone che sembra fare la rivoluzione al posto dei suoi operai? Probabilmente no.
Verosimilmente, in Italia l’imprenditore cura i propri interessi; mentre il dipendente, abbagliato dall’esclusività vendutagli dalla pubblicità (come può essere esclusivo ciò che viene propagandato per essere venduto in grandi quantità? Impossibile), non si accorge di essere ogni giorno più povero.
L’intellettuale è sparito, oppure è ospite dei rotocalchi che nascono come costole di altre testate e che sono farciti d’inserzioni pubblicitarie e “redazionali” (la stessa cosa, ma vestita da articolo con foto di prodotti da vendere).

E smettiamo di rotolarci in “nottate” napoletane che devono “passare”, perché fuori dalla crisi, quando se ne verrà fuori, l’Italia sarà ancora più indietro in quanto non avrà partecipato in alcun modo a costruire il futuro mondiale.
Altro che sequestri di prodotti cinesi pericolosi! Le poche speranze sono proprio in generazioni nate nello Stivale, ma con gli occhi a mandorla oppure che praticano il Ramadan; ovviamente, loro avranno i propri politici, italiani però con logiche che saranno incomprensibili a una classe politica vecchia e tesa a perpetuarsi ad ogni costo (anche contro le imprese. Forse qualcuno ricorda chi sostennero gli imprenditori nel 1922?), incluso quello di sfumare le proteste a Lower Manhattan (cioè la periferia censura la Capitale dell’Impero).


                                                                                                                      Steg



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[1] I due riferimenti parafrasati di titolo e sottotitolo sono, rispettivamente, a “White Riot “ di The Clash e a “The Revolution Will Not Be Televised” di Gil-Scott Heron.
[2] Parafrasando Scerbanenco, i Newyorkesi protestano il sabato.
[3] Perché Beppe Grillo è quasi sparito?