"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 6 dicembre 2012

QUELLI CHE NON OSANO (Sniper series - 5)


QUELLI CHE NON OSANO

(Sniper series - 5)

 
In questo blog si fanno i nomi e i cognomi (troppo, penserà sicuramente qualcuno).


Spiace vedere che qualcuno non lo fa per davvero.
Mi riferisco alla Signora Giusi Ferré.
Giornalista, anche titolare di una trasmissione televisiva (la nuova frontiera dei warholiani 15 minuti di celebrità?).

 

La eccentrica nell’aspetto (sdrammatizza? ([1])) corsivista e pretesamente giudice di eleganza ([2]) cosa fa nella sua rubrica intitolata “Buccia di banana” pubblicata su Io Donna (spin-off settimanale del Corriere della Sera)? Spiega chi sono le donne celebri che vestono male, aiutandosi con le relative fotografie.
Lo fa ogni settimana rispetto a 3 o 4 donne, poi segue la sua “promozione” nella pagina successiva, quella pari a mo’ di suspense aggiuntiva, intitolandola “Tocco di classe”.

 

Però mi cade l’occhio sulla rubrica del numero del 1° dicembre 2012 e scopro ben altro, sarà un incidente (una buccia di banana), un caso? Non so.
Gli è che la critica della Signora Ferré attiene i soli abiti delle quattro bocciate: Anna Tatangelo (cantante, che sembra avere un abito addirittura cucito addosso tanto le sta perfettamente), Diane Krüger (attrice, che parrebbe un angelo anche se stesse sgozzando un pollo con i denti) e due signore che non conosco: Darcey Burrell (ballerina) e Ashley Madekwe (attrice).
Ma, guarda un po’: la giornalista non fa il nome di chi ha, rispettivamente, creato quei quattro abiti. Paura di far arrabbiare coloro che quegli abiti hanno disegnato?

Certo Diana Wreeland o Anna Wintour non si sarebbero poste il problema (all’epoca in cui non erano ancora le direttrici delle due testate periodiche che le hanno rese famose).

 

 

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[1] Aveva una foto a fianco della sua rubrica, poi un ritratto, ora nulla.

[2] Come se bastasse essere la sorella dell’architetto Gian Franco, noto stilista di moda, obiettivamente piuttosto simpatico all’apparenza per via della mole, che usava (è morto) vestire con abiti completi di gilet, e questo è un pregio.

AVEVA RAGIONE GROUCHO MARX: OVVERO IL PROBLEMA SONO I FAN


AVEVA RAGIONE GROUCHO MARX:
OVVERO IL PROBLEMA SONO I FAN

 
Anche noi non siamo immuni da censure o colpe, ma il resto è ben peggio.

 

Quando Groucho Marx dichiarò che egli non si sarebbe mai iscritto a un club che lo avesse avuto come socio ([1]) non faceva una battuta, ma una feroce autocritica.
Al di là di certe persone votate al clownesco che quindi prendono tale affermazione letteralmente e se la dimenticano, la frase è da apprezzare solo se la si condivide con, almeno, un pugno di polvere di disprezzo per sé da gettarsi negli occhi.

 

Chi conduce, in tutto o in parte, certi programmi televisivi ([2]) fa l’elitario fine a se stesso (o meglio per se stesso): poi loro e gli artefici dei contenuti di tali trasmissioni se ne tornano a casa e magari ascoltano del bel “melodico” (nazionale o estero, i toni sono sempre quelli da balera), non perché non sia facile avere sempre voglia di perdersi in “Sister Ray” o in “Frankie Teardrop” – in effetti non è facile, ma a causa di un loro radical chic-ismo tardivo e financo posticcio (non solo musicale, ma nella musica lo noto più spesso): ecco sto entrando nel tema del mediocre.

 

A me del resto infastidisce anche l’ascoltatore medio dei Rolling Stones, dei Led Zeppelin e naturalmente di The Beatles. Cioè ascoltatori, in fondo, di artisti ormai incontestati ([3]).
Escludendo gli ultimi, di cui continuo a non sopportare i due superstiti, trovo che la guasconaggine keithrichardiana o l’affettazione jimmypageiana, capelli (quelli che restano) grigi come la neve siberiana (sporca o pulita, rispettivamente) siano oggi molto gradevoli: ad esempio Page completamente riappacificato con Jeff Beck a me fa piacere e magari un telespettatore su qualche milione del Late Show con David Letterman va a cercarsi qualche disco o CD o audioliquido del grande virtuoso fenderiano ([4]).

 

Belli e quasi intimorenti sono questi autentici senatori, con volti solcati da vite al limite, come i guerrieri mongoli o vichinghi che si sfregiavano le gote e la fronte per indurre maggior timore negli avversari.
Ma il mediocre loro ascoltatore non migliora: tristo da giovane e tristo da vecchio, con il suo recinto musicale che egli (o ella) pensa preziosissimo nel contenuto e che invece si rivela uguale al suo proprietario: banale, comune (si direbbe nel gergo delle case d’asta).

 

Va un poco meglio con i seguaci dei “meno ascoltati” ([5]): ecco perché, alla fine, dovendo avere qualche contatto umano, si finisce noi sonic elite a discettare – pur in toni spesso dopolavoristici – fra nostri pari su una sessione di Smile, o su una partecipazione a “Sound of the Seventies” di David Bowie, o su una versione alternativa di “Computer Blue” in cui Wendy e Lisa sono lasciate, pantere, a ruggire e zampare artigliate da un Prince lungimirante, o ..., o ...

 

Lo so: già vi avevo citato John McGeoch tempo fa, in altro post, sul tema dei fan.
Però l’argomento meritava un approfondimento o, anche solo, una variazione.

 

 

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[1] Il testo esatto e completo dovrebbe essere il seguente: ‘I sent the club a wire stating, ‘PLEASE ACCEPT MY RESIGNATION. I DON’T WANT TO BELONG TO ANY CLUB THAT WILL ACCEPT ME AS A MEMBER.”’
[2] Vorrei fare una nota nella nota, per meglio relegarlo: mi riferisco a “Cooltour” trasmesso da RAI5 con un Carlo Massarini imbolsito, qualche espediente per mascherare la calvizie (peraltro minima) come sicuro segnale di una insicurezza senile piuttosto triste.
Incidentalmente e per aneddotica: durante le ricerche per la mia tesi di laurea incappai in un manuale di Corporation Law con note ordinate alfabeticamente che contenevano note numeriche.
[3] A parte certe specifiche idiosincrasie, appunto: ma io non scrivo male dei Beatles come invece fa Piero Scaruffi rispetto a David Bowie.
[4] “La” chitarra del dirigibile al piombo è un gibsoniano.
Il che non significa che entrambi non abbiano anche usato anche altre “asce” elettriche oltre alle loro preferite.
[5] Per parafrasare il titolo di una biografia su Nico: le sue canzoni mai trasmesse alla radio.
 

martedì 4 dicembre 2012

IL XXI SECOLO È VECCHIO, ANCHE A CAUSA DELLA MODESTIA UMANA (Sniper series - 4)


IL XXI SECOLO È VECCHIO,

ANCHE A CAUSA DELLA MODESTIA UMANA
(Sniper series - 4)

 
Stavo attraversando Piazza Duomo, a Milano, oggi 4 dicembre 2012, verso le 17, cielo già scuro, una coppia che si fotografava a vicenda con i relativi telefoni mobili (con che “modalità”?), un tubo di luce al neon dal piano alto del Museo del ‘900 mi ammiccava (una installazione), l’anniversario della morte di Filippo Tommaso Marinetti trascorso da due giorni ...
Ritengo che questo secolo, il ventunesimo, sia vecchio.
Non solo per le mie propensioni futuriste ([1]) le quali evidentemente mi rendono più sensibile, ma perché non vedo nulla di oggettivamente innovativo e a causa delle condotte umane.

 
Basti considerare che Internet risale al XX secolo. Ma c’è di peggio.
 

In mancanza di innovazioni rivoluzionarie, per aggravare il tutto la massa dell’umanità impiega in modo apatico tutto ciò che le è stato generosamente messo a disposizione.
 

Usare un telefono per fotografare male o filmare peggio non è un progresso.
Pensateci ogni volta che lo fate.

 

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[1] L’aggettivo futurista non è sinonimo di futuribile, etc.

venerdì 30 novembre 2012

PERLE MEDIATICHE 13 – LA CRITICA GASTRONOMICA


PERLE MEDIATICHE 13 – LA CRITICA GASTRONOMICA

 
Una puntata non altrimenti identificabile di Cuochi e fiamme, programma attualmente trasmesso dall’emittente televisiva LA7d: puntata del 29 novembre 2012, delle ore 19.10.
 
Ultima prova per i due concorrenti, quella di “presentazione”, piatto da presentare il “Carpaccio”.
L’autorevole giornalista gastronomica (non so se anche “eno”) Fiammetta Fadda, prima inter pares dei tre giurati fissi, si sente in dovere di citare l’origine del piatto e dichiara che il suo creatore fu Arrigo (sic!) Cipriani.
 
Il vostro reference blogger corresse molti anni fa Time (il settimanale in lingua inglese), rispetto alla ricetta del “Bellini” (altra creazione, un cocktail, nata in Calle Vallaresso a Venezia) da loro riportata.
Ottenne risposta cartacea alla sua lettera altrettanto tradizionale.
 
Per i curiosi filologici: consultate ([1]) L’angolo dell’Harry’s Bar di Giuseppe Cipriani (padre di Arrigo) a pagina 63.
In effetti il 2, il 4 e il 10 sono grandi “angoli”.
 
 

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[1] Il volume non è recente, credo dobbiate cercare in biblioteca.
Fu pubblicato da Rizzoli nel 1978 (ne esistono almeno due edizioni, identiche nell’aspetto).

giovedì 29 novembre 2012

MORRISSEY E L’APATIA DEI SUOI FAN


MORRISSEY E L’APATIA DEI SUOI FAN


Me lo dico da solo: meglio tardi che mai.
Ci sono pensieri che circolano nella mente ma faticano a raggiungere una forma definita.
Io non sono stupido ([1]), Morrissey è molto intelligente, eppure per anni noi sembravamo (nella mia mente) due pugili su un ring intellettuale che si studiavano senza trovare il varco nella guardia dell’altro.
Siccome solo io ho coscienza del confronto, dovevo – appunto – scoprire dove entrare con i miei pensieri nella sua opera.
Alla fine il tutto si è risolto nel mio apprezzare le sue sintesi formali e musicali di pensieri certo non unici, pur mantenendo il mio approccio critico (o anche solo diverso) per molte sue scelte che i suoi fan non discutono e semplicemente accettano: io non sono vegetariano (ormai non lo sarò più), però io non vedo ragione di biasimare il suo incensare una certa cultura albionica poco gradita ai più ([2]) perché certo aristocratica.
Ancora continuava a non quadrarmi qualche cosa.
Come mai?
Perché mi sfuggiva ancora un elemento e per di più quello decisivo?
Questioni di prospettiva, direi.
Leggevo scritti su di lui e interviste a lui, approfondivo anche i suoi gusti musicali, continuavo (come continuo) ad inchinarmi ai Ludus e all’arte visiva di Linder Sterling; come mio solito facevo i compiti.
Eppure niente!


Morrissey è un pessimo maestro, i suoi discepoli sono di conseguenza dei pessimi allievi (non apostoli per loro eccesso numerico) rispetto ad altri.
Questo lo capivo, ma perché? Soprattutto perché ciò mi dà grande fastidio tanto che per un decennio non ho mai ascoltato volontariamente The Smiths?


Ecco (finalmente. Troppo tardi?) l’illuminazione: Morrissey non innesca nulla, non induce a nulla.
Morrissey ha come effetto l’antitesi alla reazione alla vita quotidiana.
Morrissey è l’autoindulgenza malata e immobile che conduce al piangersi addosso fine a se stesso.
Morrissey ti consente di crogiolarti nell’abbruttimento senza reagire: “ogni giorno è come la domenica”? Bene stai sdraiato sul letto e guarda il soffitto, piangi, ascolta la tua musica, ...
“Novembre ha partorito un mostro”? Convivi con la tua mostruosità ([3]).
Forse ciò spiega perché in lui i suoi fan vedono il “salvatore”: deve essere lui a salvarli, appunto.


Direte: ma i concerti? Ah sì i concerti. Vecchie reminiscenze di The Smiths dopo 25 anni, una scintilla che dura qualche istante, altro che “luce che non si spegne mai”.
Poi il fan torna nella sua cameretta e torna alle sue (non) attività di sempre, con bolse letture wildeiane e poco altro ([4]).


Morrissey è ancora solo, alla fine.
Come 30 anni fa.
Perché i suoi fan si accontentano di come sono.



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[1] Chi passa il tempo a darsi dello stupido alla fine perde anche se la sua mente funziona.
[2] Per tutto il resto rinvio al mio post precedente: “Morrissey: why?, oh why?!” di cui questo è una sorta di complemento.
[3] L’elenco può proseguire sia con citazioni marchiate Rough Trade sia con altre sotto l’egida Attack, evidentemente.
[4] Niente Richard Allen, niente Kray Twins, niente James Dean oltre la banale superficie, niente Antoine de Saint-Exupery, niente drammi da lavello, eccetera.

mercoledì 28 novembre 2012

VERGOGNE MEDIATICHE


VERGOGNE MEDIATICHE
 
27 novembre 2012, prima serata: ho scorso 126 canali non a – ulteriore (pago Già il canone RAI) – pagamento.
È Il 70 anniversario della nascita di James Marshall – Jimmy, Jimi – Hendrix. Nulla ([1]).
Vergogna.

 
Il fatto che io non ne risenta non significa nulla.

 
The wind cries Jimi!

  

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[1] L’eventuale (non ho avuto modo di verificare) citazione in Res Gestae non può contare, evidentemente.

martedì 27 novembre 2012

IL PUNK AVEVA ARGINATO LA CENSURA MORALISTICA (ancora sull’ipocrita politically correct)


IL PUNK AVEVA ARGINATO LA CENSURA MORALISTICA
(ancora sull’ipocrita politically correct)

 

Vi siete mai domandati perché nelle storie di Stefano Tamburini e Tanino Liberatore ci fossero personaggi deformi?
Certo per domandarvelo dovete averle lette.

 

C’è una canzone dei Devo, gruppo che non mi fa impazzire ma di cui riconosco l’importanza ([1]), che spiega molto: è “Mongoloid”, pubblicata nel 1976 come singolo.
Da qualche anno dire “mongoloide” era già considerato sgradevole: dovevi dire “down”. Come pensare che il “non vedente” stia meglio di quando era qualificato “cieco”.
I Devo (punk? New wave? Whatever!) cercarono come altri di raccontare come stessero veramente le cose.

 

La risposta alla domanda precedente è probabilmente che (di nuovo?) si potevano esibire le proprie e le altrui mostruosità, non più nascosti dietro la falsità del “tutto va bene”. Grazie al punk.

 

Incidentalmente: ricordo uno splendido concerto di Siouxsie and the Banshees nel luglio 1985 all’ex Cottolengo di Torino: variante, ulteriore, su Freaks di Todd Browning.
Appunto: si veda “Pinhead” dei Ramones. Liberate i mostri apparenti ([2]).
Ma dei Brud(d)ers si consideri anche la più cupa “Lobotomy” ([3]).

 

Il punk era la famiglia dei reietti, dove le cicatrici esibite erano più belle dei gioielli (lo disse Rosso Veleno o prima di lei David Bowie?) e dove si valeva per ciò che si era.

 

Che dire, anche, di quella gemma recuperata in extremis (per chi si limita al prodotto ufficiale) di “Make Up To Break Up” ancora di Siouxsie and the Banshees?
O scavando ancora più a fondo, l’urlo di disperazione di “Thalidomide” de The Pack (che sarebbero diventati i Theatre Of Hate).

 

Oggi è – sempre di più – di nuovo tutto “carino e a posto”, come se il punk non ci fosse mai stato.
Ma quelli che non hanno il senso della vista continuano ad avere solo il nero come colore (o non colore?) costante e i subnormali non terminali sanno di non essere troppo intelligenti. Nessuna delle due categorie è trattata per ciò che è, si fa finta – censoriamente – che siano come noi.
Noi chi? Io non sono come quelli che mi circondano senza che lo scelga io di essere circondato da loro; io cerco di essere educato ([4]) eppure io continuo a chiamare ciechi i ciechi.

 

Qualcuno, del resto – un comico di cui purtroppo non ricordo il nome, qualche tempo fa si è anche inventato i “diversamente ricchi”: sono i poveri.

 

È la censura che è tornata attraverso il politically correct e non se ne va.
Oppure l’ordine costituito in L’Étranger di Albert Camus ([5]).

 

“Gabba Gabba Hey!” a tutti coloro che non hanno da leggere queste mie righe, ma che saranno ciononostante la maggioranza dei loro lettori.

 

 

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[1] Al momento 105 loro registrazioni sul mio i-Pod.
[2] Prima dei pipistrelli dei Birthday Party.
[3] E volendo anche “Cretin Hop”.
[4] E spesso quasi mi investono, i ciclisti sul marciapiede, quelli ecologici e corretti. I loro omologhi in auto hanno comportamenti differenti, a seconda di come sono vestito io sempre pedone.
[5] Tanto per citare un libro intelligente al posto di quelli in classifica. Come quelle “canzoni che non trasmettono mai alla radio”.

venerdì 23 novembre 2012

“ME GUSTA LA TECHNO DE DETROIT”

“ME GUSTA LA TECHNO DE DETROIT” ([1])
 
Metroplex, Transmat e KMS sono la trimurti di una delle più interessanti, ma poco note, correnti musicali dell’ultimo quarto del secolo scorso.
 
La splendida ignoranza della massa fa sì che la Techno sia considerata come musica da macelleria danzereccia confezionata a BPM infartuali “gabber” da qualche parte nei Paesi Bassi ([2]).
Una sorella “minore e minorata” della House, della quale già nemmeno ci si preoccupa di svolgere considerazioni.
 
Ebbene almeno diciamo che la sorella/stra maggiore è di Chicago mentre la sua giovane germana nasce anch’ella in quel midwest lontano dalle due coste e che quindi soffre di inferiorità rispetto alle due capitali della musica riconosciute mondialmente ([3]) ([4]).
 
Tre le etichette e tre i nomi fondamentali: Derrick May, Kevin Saunderson e Juan Atkins.
Ragazzi che amano la musica elettronica, riconoscono valore sia ai Kraftwerk, sia ai Depeche Mode.
Nulla di strano se non fosse che l’asse fra la città dei motori e Düsseldorf ([5]) è tracciato da artisti di colore.
 
Dodici pollici pressati su vinile quasi butterato che si esportano in Europa (da pronunciare quindi “Oiropa”).
Un album fantasma per anni per un omonimo gruppo fantasma, Cybotron.
 
L’azzeramento visuale aumenta il mistero ([6]).
 
Che fare? Evidentemente ascoltare la musica assicurandosi di non incappare in derivazioni.
Si stagliano, quasi ad ogni costo, due antologie: Retrotechno-Detroit Definitive e Techno One and Two ([7]) e poi l’espanso Motor City Machine dei Cybotron e l’assoluto Classics dei Model 500.
Dopodiché, ognuno potrà muoversi con le proprie gambe e, magari, cercarsi qualche antica antologia della berlinese etichetta Tresor.
 
 
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[1] Troppo facile intitolare il post “Techno por favor”, canzone da cui è tratta la citazione.
[2] Rispetto ai quali altra ignoranza garantisce soggiorni opachi fra un manifesto arrotolato di Van Gogh e velleità edonistiche comprate a poco prezzo per squallide escursioni tabagistiche o veneree. Rispettivamente: la prima prassi riferita prevalentemente alle donne, la seconda ad entrambi i sessi e la terza agli uomini.
[3] Nashville è snobbata, ma tre, ancora, sono le legislazioni statali fondamentali per la musica negli USA: California, Tennessee e New York.
[4] Ma come sanno i conoscitori, nella Città dei motori hanno avuto: i natali la Motown – crasi – e risonanza MC5 e The Stooges.
Aggiungo “Panic in Detroit” per il buon intenditore.
[5] Con una frangia berlinese. Posto che una influenza significativa, sebbene ancora meno nota, è data dalle Liaisons Dangereuses, compagine che nella formazione a trio ha creato “Los Niños Del Parque”.
Ebbene se Chrislo Haas arrivava dai non ancora cruciali Deutsch Amerikanische Freundschaft, Beate Bartel proveniva dalla all girl band nativa di Metropolis Mania D (vedi Malaria! per le sue compagne d’avventura).
[6] Un dato interessante è che questo genere musicale rimane assolutamente senza volto, a differenza dell’iconografia che la “costola hip hop” della House in qualche modo offre.
Anche per questo motivo, scrivo meno del solito.
[7] Si tratta dell’assemblaggio di due album in vinile in un doppio CD.
Fruscia il vinile in qualche traccia dell’altra compilation citata, a riprova del valore anche amatoriale (ma non dilettantesco: conferma ne sono le corpose note di copertina) del release.
 

giovedì 22 novembre 2012

MARIO SCHIFANO (palme, stelle, donne, rock’n’roll …)


MARIO SCHIFANO
(palme, stelle, donne, rock’n’roll …)

 

Come è noto, io sono privo di ogni autorità per scrivere di Mario Schifano.
Del resto ho, appunto, dichiarato che Stefano Tamburini è più grande di lui: Tamburini dissentirebbe.

 

Se vi dicono che Schifano era ([1]) bello: non è vero.
Basta vedere le sue immagini degli scorsi anni ‘60 e compararle con quelle di Keith Richards o di Mick Jagger, talune addirittura raccolte da Schifano. Nessuno dei tre era un adone però il rock ‘n’roll painter (ma anche molto altro) proprio non aveva nulla che lo potesse definire entro i canoni (classici e non) della estetica maschile.
Del resto le dame Anita Pallenberg e Marianne Faithfull hanno, nel loro insieme, avuto tutti loro tre ([2]) come eroi e fidanzati, quindi contava il fascino e non altro.

 

Acromi o monocromi? Va beh anche Piero Manzoni e Fontana ([3]) che però sono famosi per ben altro: rispettivamente “merde” e “tagli”, in massima sintesi.
Ci sono pero tutti “quei” futurismi rivisitati” schifaniani che davvero sono ammiccanti e ... futuristi.
Non a caso quella stessa foto impiegata dall’artista fu la base per i quattro di Frigidaire ([4]) e se Schifano piaceva al genio Tambura, non discuto il fatto che piaccia anche a me.

 

Perché Schifano volava come un aereo da caccia sotto i radar: egli era artista, ma ancora da strada (come Pier Paolo Pasolini?) anche quando ormai aveva un successo solido e ancora giovane nelle tecniche.



La pittura debord(a) dalla tela per invadere le cornici.

 

Stelle e palme? Se volete.
Immagini strappate al tubo catodico, luride nel colore (anche se negli scorsi anni ’80 le immagini pornografiche irradiate dalle emittenti televisive locali sono luride sì, ma in bianco e nero e di piccolo formato per quasi tutti).

 

Droga? Sì, e anche il tono lagnoso nella voce dell’artista tradisce quel consumo, a parte le sue disavventure giudiziarie al riguardo.
Meglio sorridere sulla sua ricetta della bistecca “alla Baudelaire”, allora.

 

“Schifano ha creato almeno 40.000 opere ma molte migliaia sono false” ([5]). È uno dei si dice più diffusi: d’altronde, esiste un Archivio Mario Schifano creato nel 2005, che fa capo agli eredi, e una Fondazione MS (da cui uscì nel 2003 la vedova), che fare?
Se mai potessi permettermi una sua tela ([6]) mi rivolgerei solo alla galleria di Gio’ Marconi, porto sicuro.

 
I cataloghi delle sue mostre diventano rari presto, o se si preferisce restano per poco tempo nel limbo dei remainder.
Una buona partenza possono essere quelli delle due mostre schiena a schiena non troppi anni fa proposte dal citato Studio Marconi di Milano.
 
Non vi basta? Cercate il DVD Schifano Tutto (in effetti quasi essenziale) e la biografia (senza riferimenti precisi ([7])) del 2012 di Luca Ronchi Mario Schifano (potete evitare la inutile e brutta “Nota” che la apre, stupisce perché è scritta da Achille Bonito Oliva) e, se proprio volete esagerare, provate a trovare la riedizione in CD del raro album Le stelle di Mario Schifano.
 
Comunque era un signore: pagare una pelliccia per la propria “donna” con un disegno non è da tutti.
Ah e poi c’e la storia della sua Rolls-Royce ([8]) “prestata” ed utilizzata da altri anche come mezzo per far espatriare dei sospettati di atti terroristici ([9]), o che egli usava sì, ma vergognandosi un po’.
Insomma, non vi annoierete a scoprire la vita, oltre alle opere, di Schifano.

 

 

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[1] Nato a Homs (allora Libia Italiana) il 20 settembre 1934 e morto d’infarto a Roma il 26 gennaio 1998.
[2] Schifano filma Jagger che canta “Street Fighting Man” - prima canale destro, poi canale sinistro, le corde delle elettriche quasi lasche, i tamburi che rivelano l’anima jazz di Charlie Watts, la voce una prece inascoltata: puro champagne molotov.
[3] L’argentino che tutti credono italiano e di cui nessuno ricorda mai il nome di battesimo: Lucio.
[4] Quattro come quelli di Métal Hurlant.
[5] I numeri cambiano oscillano, per un certo periodo si parlava di 2.000 autentici su 10.000.
[6] Dopo un multiplo di Francis Bacon e una Merda d’Artista di Piero Manzoni, contemporaneamente a un Robert Malaval.
[7] Basta Internet per quello? No non basta è confuso anche il mondo della Rete.
[8] Comprata dopo aver venduto quadri a un gallerista elvetico (Marcello Secci), incerta la datazione dell’acquisto dell’auto: 1973 o 1974? Oppure già il successo gli aveva procurato forti incassi?
Esiste una interessante casistica in tema di Rolls-Royce e persone giovani di successo.
[9] Oreste Scalzone si sarebbe “servito della Rolls Royce del pittore Mario Schifano, grande finanziatore di Pot[ere] op[eraio], per far espatriare nel 1973 Marino Clavo e Manlio Grillo, ricercati per l'assassinio dei fratelli Mattei”.
Questa citazione circola in diverse pagine Internet, ovviamente resta la questione dell’anno.