"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 5 aprile 2018

EROI, IDOLI E MODESTI IMITATORI DI ENTRAMBI: LA MORTE DELLA FANTASIA ESISTENZIALE (Sniper series – 35)


EROI, IDOLI E MODESTI IMITATORI DI ENTRAMBI: 
LA MORTE DELLA FANTASIA ESISTENZIALE
(Sniper series – 35)

 

Nel 1977 The Stranglers pubblicarono “No More Heroes” anche come singolo (è altresì nell’album omonimo).
Seditionaries – Clothes For Heroes era però la “ditta” di Vivien Westwood e Malcolm McLaren nella più celebre configurazione del loro negozio.
“Bone Idol” è il titolo del secondo singolo, ancora 1977, di The Drones.
Non vedo totali contraddizioni: era in sostanza un problema di piedistalli, di diritto di critica a chi ce l’aveva fatta e si riposava sugli allori.
 
Oggi?
Con tutta evidenza, mancano i “divi”: la persona di successo deve rimanere un poco “come noi” secondo la morale corrente anche nello spendere di più. Non deve essere “incredibile” e “splendida”, anzi meglio se ama un po’ di trasandatezza (che non è essere delabré con un paio di scarpe ben risuolate svariate volte, portanti i segni del tempo) e un tocco di casalingo (che non è miseria: Louis-Ferdinand Céline al tavolo della sala da pranzo come scrivania).
È l’estinzione del dandy, della femme fatale, addirittura del semplice lusso sfrenato (penso a Liberace).

 

Se sognare il quinto paio di “scarp del tennis” (ma da 200 Euro il paio) è il vostro ideale, contenti voi … ma non confondetelo con “My Adidas”, ché i Run DMC sono stati ben altra cosa.

 

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

                                                                                                                      Steg

 

 

 
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venerdì 30 marzo 2018

COSA È LA LIBERTÀ NEL 2018?


COSA È LA LIBERTÀ NEL 2018?

 

Provo sempre un moto di disgusto quando penso al Muro, il muro di Berlino, die Mauer (femminile come “il Ponte” tanto amato da David Bowie). Un milione di bambini morti mi causa minor fastidio – fastidio, ripeto – del Muro.
Eppure! ([1]) nel 2018 vorrei andare a vivere a Mosca: a osannare Putin o a morire sotto le insegne di “un” Limonov: salmone affumicato troppo salato (forse), caviale vero (senz’altro), vodka (whatever!), eccetera.

 

Il capitalismo non ha più alcun dinamismo, i suoi lavoratori si sbriciolano le ossa in periferie “titine” ulteriormente travestite da socialdemocrazia (a brevissimo), senza più sognare l’edonismo reaganiano del compra oggi, paga domani che davvero significava pagare domani.
È la rivincita comunista? O la morte della democrazia sociale?

 

Di politica non capisco niente (pour cause), ma la politica ormai non è niente. Siamo tornati al “contro ordine compagni” – probabilmente  ma nessuno dà più la linea.
Dunque fedeli al nulla, ché i CCCP sono stati ben poco (rispetto agli introspettivi Prozac +: ci avete mai pensato?), ma almeno non parlavano della mamma ([2]).

 

È una Italia davvero triste e modesta quella che mi circonda: mi sono trovato circondato, dove le mamme (appunto) non muoiono mai e, infatti, ne parlano i Mannequin, che finiranno come i Velvet (chi? Certo! Chi, entrambi?).

 

Si affaticano i nostri politici, gente modesta, come tutti – i commentatori inclusi ([3]) – e nonostante la fatica nulla esprimono.

 

Ehi! Siamo arrivati ai DAF (o D.A.F. o Deutsch Amerikanische Freundschaft), beniamini di questo blog.
L’ultimo (o penultimo) merchandising dei DAF è da galera: l’artwork è quello della RAF (Joe Strummer: move over!), RAF-DAF: stelle rosse su fucili  mitragliatori, come quel Better (B)adge di fine 1978 che abbiamo comprato “tutti” (due, tre?), incoscienti come si deve essere a quella età, a Londinium 39 anni fa.

 

Ma gli è che il “nemico” (sic! E scusate le troppe virgolette) è sbagliato, se ancora esistente.
Lo “sceriffo” DAF-iano è ormai un conglomerato williamgibsoniano apolitico (e forse non apocalittico): Walmart senza remore di correttezza (imposte, le remore?) la Corea del Nord che bacia giudaicamente il primo – ebreo – Marc Zuckenberg che trova.

 

Dunque fra una ipoteca che sarà la sola eredità che i vostri figlio e/o nipoti accetteranno scelleratamente senza beneficio di inventario e una coleridgiana rata, inestinguibile quanto ad interessi, per una automobile e/o un telefono e/o un frullatore e/o un passeggino per un figlio forse mediocre probabilmente non voluto almeno “in quel momento”, vi ([4]) troverete anche con un nulla (di) fatto di scarpe non risuolate (o non risuolabili, Quale è peggio?), consolle per videogiochi inutili e prive di valore, lettori digitali di non-libri che quindi non hanno “dentro” libri. Ma nemmeno ve ne accorgerete.

 

E così, Jeff Beck che nel 2016 alla Hollywood Bowl si inventa o quasi una “The Revolution Will Be Televised” (G. S.-H. chi? Gil Scott-Heron chi?, Di nuovo) appare privo di pubblico sciente, sebbene “commanding through loudspeakers” (do you Banshees?).

 

Se non è gloria, non passa nemmeno.
A Hackney non ci vai, se non hai voglia di mangiare anguilla.  

 

Non avete capito nulla? Meglio, la libertà non vi manca, perché non la conoscete.
Comunque, l’ultima volta che sono andato a Berlino mi sono fatto regalare, si era a Kreutzberg, un Opinel: tecnologico (manico di plastica gialla, non di legno) e individualista: ché io cadrò con l’arma bianca in pugno (e libero a ogni prezzo).

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

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[1] Troverete più esclamazioni del solito in queste righe.
[2] N parlerà Massimo Zamboni una trentina di anni dopo in Nessuna voce dentro, Torino, Einaudi, 2017.
[3] Antonio D’Orrico, che mi sta visceralmente antipatico per il suo protagonismo, ha due palle che un Romano si farebbe regalare. Ma D’Orrico scrive di “libri”, rectius letteratura).
[4] Son troppo generoso? Qualcuno di voi, allora.

venerdì 16 febbraio 2018

ANNI PLUMBEI: GUANTI (Tombstone series – 40)


ANNI PLUMBEI: GUANTI
(Tombstone series – 40)

 

A Milano, negli anni settanta, i ragazzi dei servizi d’ordine avevano sempre in una tasca (una del giaccone/giubbotto meglio se tagliata “alla francese”/”scaldamani”, o una posteriore dei pantaloni ed allora immancabilmente jeans) un paio di guanti, cambiavano i materiali ma dovevano essere resistenti: comunque loro avevano da lavorare con le mani.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 3 gennaio 2018

POLITICIZZARE I FUMETTI È UTILE? (populismo e fascismo, e altro, a strisce e tavole)



POLITICIZZARE I FUMETTI È UTILE?
(populismo e fascismo, e altro, a strisce e tavole)

 
Premessa: l’argomento di questo post può essere considerato serio e qualcuno sicuramente mi darà del superficiale: credo di conoscere i fumetti abbastanza bene, e quindi mi assumo il rischio.
 
Lo spunto di queste righe nasce dall’articolo di Beppe Severgnini su Sette (il settimanale del Corriere della Sera) ([1]) per presentare la ultima ed ennesima iniziativa editoriale con cui si vendono in edicola le storie di Tex Willer ([2]).
Mi ha colpito nel titolo l’uso della espressione “un po’ populista” (sebbene si sa che i titoli non sempre dipendono da chi scrive il “pezzo”). Infatti, una quarantina di anni fa si sarebbe scritto (ma senza strillarlo, e dunque al più nel “sommario”) “a rischio di fascismo” o qualcosa del genere.

 
Nel libro Fascisti immaginari ([3]) fra gli altri ha una sua voce Tex Willer ([4]).
In effetti, la scelta di Lanna e Rossi è quella di trattare anche gli autori con i personaggi a fumetti, ma ci sono autori “unidimensionali” ([5]) per il pubblico nel senso che creatore e character sono inscindibili e spesso il lettore non sa come è fatto il primo ([6]).
Tex sicuramente, anche per l’epoca in cui fu pensato, è un eroe di carta non governativo, nel senso che esisteva una morale democristiana per cui il ranger creato da Gianluigi Bonelli (e disegnato per moltissimi anni da Aurelio Galleppini) era della stessa risma di quei fumetti che arrivavano dagli USA e che non avevano una morale cattolica (si pensi a Flash Gordon).
Ma nessuno per anni e anni si pose il problema del suo orientamento politico, forse il mensile Linus (edito dall’aprile 1965) ha qualche responsabilità in una analisi che si interessa, anche, di un inquadramento ideologico di strisce e tavole disegnate. 
Quello che risulta curioso nella scelta di Severgnini è di usare la parola “populismo” in forma più morbida, mentre usualmente essa è solo un gradino prima del fascismo nel linguaggio della propaganda politica italiana: logiche di mercato, forse.

 

Violenza gratuita, droga, rapporti sessuali con una minorenne: questo è Ranxerox (inizialmente Rank Xerox): un robot nato dalla mente di Stefano Tamburini e canonizzato dal tratto di Tanino Liberatore.
Nessun problema per lui e la fidanzata (minorenne e tossicomane) Lubna: egli arriva dall’underground e i suoi “padri” (collaborarono anche Andrea Pazienza e Massimo Mattioli nella parte disegnata) sono tutti di sinistra alla sinistra del PCI.
Così va il mondo, verrebbe da dire. Aggiungendo che la epopea del “coatto sintetico” è durata abbastanza poco perché egli non necessiti di riabilitazione ad uso di un improbabile abbinamento editoriale con una testata quotidiana.

 

Anche i supereroi hanno avuto qualche traversia: ma con l’arrivo di quelli della editrice Marvel in Italia (nel 1970), il tutto era abbastanza banalizzato: Superman si poteva ignorare e/o criticare; Spiderman andava bene (e per fortuna Dick Fury ebbe poca popolarità).
La DC Comics ovviamente ebbe la sua riscossa con un Batman più che problematico, quasi ricreato nella saga “The Dark Knight Returns” (di Frank Miller altresì quanto alle “matite”), che contribuì a rendere più interessante pure l’alter ego di Clark Kent.

 

Ed arriviamo a quello che è il caso più complesso ([7]): Hugo Pratt, e non solo Corto Maltese.
Perché il veneziano nato a Rimini è “quasi” conosciuto come il suo personaggio più celebre ([8]) e non solo in Italia e Francia.
Un dato innegabile: Corto Maltese piace senza discriminazioni ideologiche, conseguentemente gli indici politici riferibili a lui e al suo creatore sono a disposizione di tutti.
Il fatto è che “nulla quaestio” quando CM o HP vengono schierati a sinistra, mentre ogni qual volta essi sono “arruolati” dalla destra scoppia un caso ([9]). E allora?
Volete Pratt di sinistra? Fate voi ([10]).
Rimangono innegabili alcune circostanze: Pratt si arruolò nel Battaglione Lupo della Xª MAS, sebbene per qualche giorno solamente ([11]). Che gli piacesse tutto quello che sapeva di militaria è altrettanto innegabile, nel senso che certo egli non era un pacifista. Onore al nonno poeta e basta (questi era stato fondatore dei Fasci di combattimento veneziani) la poesia di Eugenio Genero che si trova in “Corte Sconta Detta Arcana” ([12])? Pratt era sicuramente un maschilista (e piaceva alle donne ([13])).
Infine, una considerazione di un autore (non solo di fumetti) che lo conobbe molto bene e che, dati i suoi toni pacati, non credo abbia interesse a creare un Pratt fascista: Mino Milani. Ebbene Milani scrive, e con lui chiudo: “A dispetto del troppo parlare (più che divertirlo, probabilmente lo indispettiva) sul suo possibile passato, mi dicono che, morente a Losanna, Hugo abbia chiesto di essere sepolto in camicia nera. Pateticamente, come facevano i fascisti degli anni Venti, o i comunisti degli anni Cinquanta che, la camicia, la volevano rossa. O addirittura come i garibaldini che, se non si facevano polemicamente cremare, chiedevano di essere messi nella bara con la loro giubba di battaglia” ([14]).

 

Io credo sia piuttosto semplice: le persone sono costituite da momenti e periodi, sicuramente non isolabili allo scopo di far prevalere una ideologia sull’altra, a meno di rischiare la banalizzazione.
Capita anche ai fumettisti, anzi ai “fumettari” ([15]).

 

 

                                                                                                                     
[collezione privata]

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] 21 dicembre 2017, pagine 58 e seguenti: “Tex Onesto, fascinoso e un po’ populista”.
[2] In linea di massima, non descriverò fumetti e vi invito a svolgere le vostre ricerche on line e off line.
[3] Di Luciano LANNA e Filippo ROSSI, edito da Vallecchi (Firenze), 2003. Già citato in questo blog, esso è strutturato per voci ma ha anche un ottimo indice analitico. 
[4] E anche Tintin, probabilmente il più “sospettato” (leggasi il suo creatore, Hergé) di simpatie di destra, ma riabilitato in occasione, more solito, di una sua diffusione in edicola, in Italia.
Su Corto Maltese e  Hugo Pratt tornerò nel testo.
[5] Mentre il fumetto è per forza bidimensionale.
[6] Naturalmente, il discorso si complica quando autore e disegnatore non coincidono. Ma occorre precisare che il personaggio solitamente è da attribuire all’autore dei testi (o sceneggiature, se si preferisce) e non a chi lo illustra.
[7] Ma trovo interessante anche la voce dedicata a Sturmtruppen in Fascisti immaginari.
[8] Tanto da essere evocato dallo stesso Frank Miller: Corto Maltese è il nome di una isola.
[9] Fra i più recenti e celebri quello dell’incontro “Camerata Corto Maltese” realizzato a Roma da Casapound il 14 gennaio 2011 con tanto di manifesto ritraente un giovane Corto Maltese: si veda l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 17 gennaio di quell’anno. 
[10] Certo, mi è nota la sua “tavola” intitolata “No al fascismo!”.
[11] Secondo quanto scrisse Adriano Bolzoni su Il Secolo d’Italia: “in uno scrignetto di strana fattura, chissà dove trovato, Hugo conservava gli alamari della Decima. Era orgoglioso di aver militato tra i reprobi dell’esercito della Repubblica sociale italiana. Volontariamente era entrato nella generosa e un poco folle masnada a diciassette anni. Non lo dimenticò mai e nulla poté mai fare impallidire quel ricordo” (cito da un articolo del 20 agosto 2015 a firma di Antonio Pannullo, intitolato “Hugo Pratt, il piccolo marò che trasformò il fumetto in letteratura”, che riporta questo passo risalente al 1997).
[12] Stante il numero di edizioni, è impossibile indicare la pagina (o le pagine) in cui compare la poesia. Preme far presente che la fase della storia in cui il marinaio nato a La Valletta declama le righe tratte da “Venezia mia” si svolge in Siberia nella neve, e non “nel deserto” come scrive taluno.
Giovanni MARCHESE, Leggere Hugo Pratt, Latina, Tunuè, 2006, p. 39, indica la poesia come pubblicata nel 1938 (parrebbe secondo altre fonti una seconda edizione, la prima del 1922) nella raccolta La vose del cuor; (però a pagina 57 e non 52), essa è pubblicata anche nella raccolta Falìve, Venezia, Zanetti Editore, senza data (ma 1925?), pagina XII.
[13] Ma leggete anche cosa scrive di lui sua figlia Silvina Pratt in Avec Hugo, Paris, Flammarion, 2005.
[14] Mino MILANI, Piccolo destino, Milano, Mursia, 2010, pagine 92 e 93.
[15] Prima della “letteratura disegnata”, Pratt si definiva, orgogliosamente, “fumettaro.
 
 

venerdì 24 novembre 2017

DIVA (una porta segreta?)


DIVA
(una porta segreta?)

 

A scanso di equivoci per il lettore che potrebbe fermarsi alle prime righe: Diva è un romanzo e poi un film.
In ambito internazionale, se il secondo può annoverarsi fra i cult movie ([1]) il primo forse rientra nella categoria dei libri che richiederebbero maggior notorietà per essere di culto oltre le nazioni francofone ([2]) .

 
Io scoprii il film e poi seppi del romanzo, ma entrambi in Inglese.
Lo vidi, due volte consecutive (in giorni diversi) in un cinema di Baker Street, a Londra, perché era recensito in Time Out ([3]): allora bastava quello, non c’era internet eppure … Parlo di un 30 anni fa ben abbondanti. 
Fui molto colpito da diverse scelte, intanto andava via come un videoclip, con colori anche sgargianti, ma con la grana e quindi la nettezza del film.
Probabilmente notai nei titoli che era tratto da un romanzo, ma chi fosse quel Delacorta era davvero impossibile saperlo, del resto è lo pseudonimo, di uno Svizzero: Daniel Odier.
 
Tempo dopo trovai il romanzo, tradotto in Inglese e “copertinato” in omaggio alla locandina del film ([4]).
Di Delacorta lessi anche altro ([5]), ma Diva resta il suo titolo più famoso in ragione del film.
 

Come si arrivi dal libro, del 1979, al film, uscito nel 1981, lo spiega il regista, Jean-Jacques Beineix in un documentario ([6]) dedicato alla sua opera prima firmata in prima persona, da quasi trentacinquenne, come regista: una telefonata/proposta gli dice di leggere quel “polar” ([7]).
Sì, però occorre trovarla una copia: e Beineix gira per Parigi fra librerie chiuse e librerie sfornite finché  arriva, inevitabilmente verrebbe da dire, al Drugstore ([8]) di Saint Germain Des Pres (non esiste più, era nella piazza antistante la chiesa, a qualche decina di metri e un (mi pare) incrocio da Lipp (celeberrima brasserie): ivi ne recupera copia.
 

Ma passiamo al film: caveat: il “rivale” di Beineix, Luc Besson, è più giovane di lui, e il film del secondo intitolato Subway (il più vicino a Diva come stile) è uscito nel 1985.

 

Da un lato, non intendo rovinare la visione a chi ancora non conosca il film: dall’altro, mi pare poco saggio fornire chiavi di lettura.
Pertanto, vi propongo una serie di miei pensieri a fronte di una visione integrale (ma suddivisa n tre giorni) contemporanea.

 

- La trama principale può dare un salto di battito cardiaco ai fan di cantanti donne (mi capitò).

- Protagonista: Jules: (nome che a me fa venire in mente Maigret) ricorda il personaggio di Antoine Doinel – in versione ventenne ([9]) – di François Truffaut. Mia impressione?

- Deuteragonista: Alba: una minorenne, è in effetti la co-protagonista della serie di Delacorta.

- Deuteragonista: Serge Gorodish, un uomo fatto, bon vivant (dandy?) fidanzato di Alba, il quale in qualche modo opera anche come fratello maggiore di Jules.

- Fra Gorodish e Alba aleggia Serge Gainsbourg? ([10])

- Senza volersi fregiare di cultura non sempre presente: al tempo “satori” per i pochi che avevano udito la parola poteva significare: o Jack Kerouac oppure i Bauhaus. Fate voi. Quello di Gorodish, di satori, è imburrare baguette.

- La scena di Jules e Alba fuori dal negozio di dischi strizza l’occhio alla passeggiata di Belmondo e Seberg ([11]) in A Bout de souffle?

- Il cattivo, noto come “Le curé” ricorda il cattivo fra i puffi “j’aime pas” (“io odio”).

- In una Parigi livida al sorgere del giorno, le grandi statue operano come dioscuri protettivi.

 

 

DELACORTA E ALTRO

In Italia, Mondadori pubblicò nel 1981, sotto l’egida di Oreste del Buono, i romanzi Nanà e Diva.

Il secondo ebbe una edizione (stessa traduzione) Einaudi nel 2008 che merita di essere cercata in ragione della eccellente postfazione, intitolata “Controcorrente”, di Tommaso De Lorenzis nella quale si tratta anche, in modo non del tutto incidentale, di Jean-Patrick Manchette oltre che – non paia così strano di Diva: romanzo e film.


 

 
                                                                                                                      Steg

 

 

POST SCRIPTUM 2022

 

Purtroppo, tale è: Jean-Jacques Beineix è morto il 13 gennaio 2022.

Primo pensiero: lo facevo più giovane.

 

Il Regista in realtà era anche scrittore, piuttosto sui generis, in quanto aveva pubblicato nel 2006 per Fayard una ponderosa (836 pagine in tutto) autobiografia da un titolo (che è un omaggio a Stanley Kubrick) quasi ossimorico: Les chantiers de la gloire, senza indice, senza titoli dei capitoli che perciò costringe il lettore a multipli segnalibro per trovare ciò che cerca. 

Nel 2020 il suo primo romanzo: Toboggan.

 

 



copertina del volume 

dedica che recita: 'Pour Pascal, 

quelques "clichés" de la vie d'un cinéaste en attente de suite. 

Avec mes amitiés, 

Jean-Jacques Beineix


                                                                                                                      Steg

 

 

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[1] Secondo la mia definizione è un film di cui non ci si stanca mai di vedere scene isolate, anche se talvolta la visione intera può risultare faticosa oltre le prime (senza quantificazione) volte.
[2] Mi permetto due esempi di traduzioni italiane: London Fields di Martin Amis e The Crypto Amnesia Club di Michael Bracewell.
Il primo è poco noto nel nostro paese, in patria è acclamato; il secondo potrebbe essere un culto minore in Gran Bretagna, ma quante copie abbia venduto da noi francamente … 
[3] Settimanale su tutto quanto capitava a Londra e anche un poco guida a ristoranti. Anni dopo arrivarono edizioni straniere e guide turistiche (ben fatte anch’esse, almeno inizialmente).
[4] Al momento ignoro dove sia la mia copia.
[5] Questa la cronologia della “serie” fra il 1979 e il 1987: Nana, Diva, Luna, Lola, Vida, Alba.
[6] Disponibile almeno nella versione in doppio DVD del film.
[7] Tecnicamente è un polar:policier” più “noir”.
[8] Ecco, in Italia i drugstore alla parigina non ci sono mai stati; per la capitale francese sono stati (almeno due ne esistevano) fondamentale in termini teenageriali.
[9] In 5 film di Truffaut egli è protagonista: il più noto è Les Quatre Cent Coupes, ma in quel film Antoine Doinel (sempre interpretato da Jean-Pierre Léaud)è poco più che un bambino.
[10] Beh avendolo pensato vent’anni prima del documentario/intravista a Beineix il pensiero per lo meno è mio. In effetti, Gainsbourg e Jacques Dutronc furono ipotizzati per il ruolo. 
[11] Rispettivamente Michel Poiccard e Patricia Franchini, protagonisti alla pari mi sento di dire del film: godardiano nella regia, truffautiano nella sceneggiatura. 

lunedì 13 novembre 2017

NANI E GIGANTI (Tombstone series – 39)


NANI E GIGANTI (Tombstone series – 39)

 

A cosa serve stare sulle spalle dei giganti, quando si è circondati da nani?

 

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

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MORRISSEYANA (Tombstone series – 38)


MORRISSEYANA 
(Tombstone series – 38)

 

Morrissey è un fascista repubblicano.

 

Il sangue di Morrissey scorre sempre. Perciò egli è più miracoloso di San Gennaro.

 

Mi interrogo sull’odore del sudore di Morrissey, talvolta.

 

Un qualche declino di Morrissey è arrivato quando egli ha abbandonato i Doc Martens per i mocassini da cameriere di trattoria (toscana o romana, poco importa).

 

(I predetti quattro temi potrebbero essere suscettibili di approfondimento. Ma sarò sempre e comunque disponibile a difendere Morrissey dagli attacchi verbali di chiunque, forse anche dai miei.)

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

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